inventarsi nomi, scrivendo

Lo ricoverò e lo salvò, squartandolo come un maiale; e quando, dopo l’operazione, lo ricucirono, persero il conto dei punti di sutura. Il professore, in un colpo solo, gli tolse l’appendicite e la cistifellea e dopo gli aprì anche lo stomaco, perché aveva un’ulcera brutta, che l’avrebbe ammazzato. Il professore lo tenne in ospedale tre mesi e, l’ultimo giorno, quando lo dimise, gli si presentò davanti con una bottiglia di Vecchia Romagna, così brindarono e, con loro, nonostante la suora dimenasse il capo sconsolata, brindarono gli altri malati del vecchio ospedale.

Non so quanto di vero ci sia in questo racconto che mi ha fatto mio padre che a sua volta lo sentì da suo padre, mio nonno, nato nel 1880. Ma di sicuro, mio nonno e altri vecchi verso quel professore, che quando dimetteva un paziente brindava con lui con della Vecchia Romagna, nutriva ammirazione. Tanta.
Perché ho raccontato questo. Perché in coda all’ultimo post c’è una domanda, di Pispa. Che chiede:
sai remo? una cosa che non ho mai chiesto e voi scrittori e mi domando sempre, invece: ma come si scelgono nome e cognome di un personaggio?

Al personaggio del mio primo libro diedi il cognome di quel professore, Baldelli. E gli appiccicai un nome di battesimo, Luca, perché mi pareva suonassero poi bene, insieme, Luca con Baldelli.
Quel cognome, Baldelli, mi faceva risentire le voci di mio padre e di mio nonno.
Comunque.
E a volte, anzi no spesso, scelgo i cognomi inventandoli, e cercando, in questi cognomi inventati, o una certa musicalità oppure una mancanza totale di musicalità: punisco certi antipatici affibbiando loro un cognome brutto, insomma.

Ora sto scrivendo di un certo Limara… pensava Limara, si chiedeva Limara, si macerava dentro Limara.
Limara… amara: c’è assonanza.

Anna Antichi, invece, il personaggio della donna che parlava con i morti, ha un cognome ragionato. Studiato. Voluto. Una sorta di messaggio.

Su Famiglia Cristiana è uscita una recensione di Laura Bosio, sul mio libro. E Laura ha colto un aspetto importante della psicologia di Anna Antichi: è combattuta, si sente come lacerata: da una parte c’è il suo mondo, con gli aperitivi, le fighelesse (ome le chiama lei), le chat (che usa), dall’altro c’è il mondo, che Anna rimpiange, di suo padre, un anarchico alla buona. Ci tiene Anna, ad essere svegliata al mattino dalla vecchia sveglia che fu di suo padre, quelle che fanno rumore, tutta la notte, e che ti ritmano i sogni e i risvegli.

E mi fermo, ma vorrei rispondere anche a Morgan (che mi ha chiesto: Remo, mi pare sempre di capire, quando citi il tuo passato, che ci sia stata solitudine e rabbia, sbaglio?), ma son di corsa. Devo lavorare, poi stasaera devo andare presentare il mio ultimo libro (a Livorno Ferraris).
Cerco sempre, alle presentazioni, di dire cose diverse, cercano di rapportarmi anche a chi mi sta di fronte.
Un insegnamento, questo (di un certo Gian Renzo Morteo), che parte da alcune riflessioni sulla fruizione e sul teatro. E che sottende il rispetto del linguaggio e della cultura altrui.
Un conto è proporre l’Amleto a studenti universitari, un conto a degli operai.

E ora schiaccio su “pubblica” di questo blog e poi lavoro.
Brutta giornata, oggi: piove e fa freddo, qui in Padania.
Buona giornata, comunque.
E se ci son refusi scusate, come sempre. Ché ho scritto mangiano un toast.

11 pensieri su “inventarsi nomi, scrivendo

  1. Bella questione, questa dei nomi.
    Penso al mio amato (quasi maniacalmente) Buzzati, che inventava nomi apparentemente probabilissimi ma che già al suono sapevano chissà perché di surreale; e ci giocava (Drogo-Dorigo, Angustina); oppure ostentava nomi comunissimi per vicende surreali (Giuseppe Conte, Giuseppe Gasparri).

    Non so se è lecito per me dire la mia, dato che non sono uno scrittore e i miei personaggi durano lo spazio di un incipit o di un microracconto. Ma una volta mi misurai con una selva di nomi e devo dire che mi divertii molto, sforzandomi di evitare il banale ma di non costellare il testo di improbabilità e di giocare a definire con un binomio nome-gesto, nome-immagine flash, nome-situazione una schiera di personaggi (e la vita, improbabile, questa sì) di un altro.
    E un’altra volta mescolai banale e quasi inpossibile, affidando ai nomi quasi tutto il compito di far immaginare la storia.
    Per finire, amo molto anche i libri in cui l’autore riesce a non dare un nome ai personaggi. E’ una bella scelta, più difficile ancora.

    (qui se qualcuno volesse sapere come me la sono cavata con i nomi a cascata; qui per altri casi).

    (Un saluto, Remo)

  2. hai ragione flounder, col personaggio occorre dialogare e quindi, gli si dà del tu e lo si chiama per nome.
    anna è arrivata così. suo padre leone, pure.
    sul cognome ci ho ragionato, ma nemmeno tanto.
    comunque sì, hai ragione.

  3. ma viene prima il nome o la psicologia del personaggio?
    a me sempre prima il nome, se non riesco a trovare un nome giusto non lo posso raccontare, come se avessi bisogno di chiamarlo e sentirlo chiamare mentre lo penso.
    come se avessi bisogno di dargli una sua identità autonoma da me, sicché a un dato momento mi possa dire: flounder, questo che stai per farmi fare o dire non mi piace proprio.

  4. Te, Remo, mica stai in Padania, sai…!?
    Te stai tra le risaie del Vercellese ove c’è Livorno Ferraris il paese di Galileo, il Ferraris, quello del motore elettrico, dico,
    invece la Padania è un luogo che c’è solo nella testa di tali mentecatti che si aggirano facendo finta di essere celti, invece sono coglioni completi, ecco :-))
    MarioB.

  5. se da livorno ferraris fai la collinare per tornare a torino, salutami casa mia, dopo chivasso e prima di gassino.
    se fai la tangenziale… peccato. più bello, di là, anche col freddo e la pioggia.

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