distrazioni

Ero in birreria ieri sera. Un posto piacevole, frequentato ma non assordante.
Leggo, la sera in birreria io. Dopo un’ora circa esco a fumare. Succede spesso che io, frugando in tasca, mi accorga di non avere l’accendino. Ne avevo tre, ieri sera, di dubbia provenienza: probabilmente rubati ai miei colleghi.
Quando, tre anni fa, ho fatto l’ultimo trasloco, ne ho trovati una trentina di accendini, sulla scrivani, in bagno, dentro i cassetti, in cucina. Li ho restituiti ai legittimi proprietari, i miei colleghi. Se li son divisi, come un bottino.
Dovessi traslocare di nuovo… sarà a quota venti, penso.

Sto scrivendo, ora. Nuovo libro. Due capitoli, no, nessun capitolo: stanotte alle cinque la decisione: butto via tutto e ricomincio. Salvo solo l’incipit (ed è una gran cosa).
Scrivo di notte, sempre, ma se trovo pause al giornale, come ora, magari leggo quel che ho scritto (la notte precedente, appunto). E ho quindi, sempre, la chiavetta con me. Ogni tanto la perdo. Una volta l’ho lasciata nel taschino dellacamicia, così è finita in lavatrice. Succedeva la stessa cosa coi dischetti: ne persi uno, tre anni fa, con dentro una storia che sarebbe diventata un libro (magari non è stato nemmeno aperto, uso star office, io).

Avevo mal di testa forte, una settimana fa, in piena notte. Cerco in casa qualcosa, macché c’è nulla. Poi, nel cassetto dei medicinali, vedo un tappo, lo riconosco, evviva, è novalgina. Acqua nel bicchiere, trenta gocce, qualcosa di più, facciamo trentacinque, bevo, e c’è qualcosa di strano: il gusto. Sa di fragola quel che ho bevuto, non quell’amarognolo schifoso di novalgina. Guardo la bottiglietta di Novalgina, è scolorita. Minchia, non è Novalgina. E’ uno pscofarmaco mai usato, dosaggio consigliato venti gocce. Già son rincoglionito di mio. Per due giorni ho barcollato, di piedi e di mente.

Le distrazioni son bestie rare, a volte.
Un mio parente alla lontana, una ventina d’anni fa. Aveva 85 anni, non era mai stato in ospedale, nemmeno per l’appendicite o le tonsille. Quelli, insomma, che nascono sani e muiono sani, quasi.
Fa caldo, entra in un bar, conosce e lo conoscono. Chiede un bicchiere d’acqua. Gli danno un bicchiere, ma non c’è acqua, c’è, dentro un acido corrosivo. Nessuno, poi, ha saputo ricostruire, capire. Non ha fatto nemmeno in tempo a dire, imprecare, lamentarsi, che si è accasciato: convlusioni, poi coma profondo, morte. Nessuno voleva ammazzarlo. Non ricordo l’acido. So che è successo. Un racconto ricorrente, quando vado da miei parenti a Cortona. Una morte stupida, del resto la morte, distrazioni o meno, è sempre stupida. Dice basta, lei. Senza sentir ragioni.

buona giornata

Mi ha appena telefonato un amico. Viveva a Vercelli, ora sta in Toscana. Ha appena visitato questa cooperativa che è anche una comunità: 25 persone che lavorano e convivono.
Gli ho chiesto – mi ha raccontato questo mio amico – come fanno per le ferie. Mi han detto che loro sono sempre in ferie, tutto l’anno; in realtà ci vanno, a turno, ma stanno bene lì, si vede che è un mondo a parte.