l’uomo in fabbrica, macinato dal sistema

Quando avevo 19 anni, fresco di diploma, non andai a lavorare in fabbrica per una questione di sopravvivenza. Certo, ricchi non si era: ma mio padre mi diceva che se volevo studiare i soldi sarebbero saltati fuori, messi da parte. Mia madre invece non capiva come mai non m’interessasse entrare in banca, le avevano detto che avrei potuto.
Volli andare in fabbrica perché volevo.
Avevo letto Marx, Gramsci, Bordiga, Rosa Luxemburg, Labriola.
Livio Maitan e Sylos Labini.
Leggevo un giornalista che mi piaceva, allora, Edgardo Pellegrini.
Leggevo Sartre, e, dico la verità, non gli credevo: l’alienazione? Mio padre non è un alienato, pensavo.
Ma soprattutto: non mi convinceva quel che dicevano quelli che ruotavano attorno al Movimento Studentesco, a Lotta Continua: parlavano di fabbrica e di classe operaia, loro, ma alla fin fine che (cazzo: scusate) ne sapevano?
Così ci andai: 7 anni.
(Gli ultimi due, da studente lavoratore. Con la voglia di scappar via, dai rumori della fabbrica).

Sette anni di sindacalismo, anche. Nella Cisl di Pierre Carniti. Erano, quelli, gli anni del compromesso storico. Pci e Cgil – così a me sembrava – volevano dimostrarsi “rassicuranti” nei confronti di patronato e della democrazia cristiana.

Io, invece, maturai una convinzione: che la fabbrica è il peggior lavoro. E che era sacrosanta la rivendicazione della riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali.
Perché la fabbrica ti “sfrutta”, impoverendoti. Dopo otto ore di lavoro hai voglia di riposarti, di passeggiare per cercare di dimenticare i rumori e i gas e i capi che urlano, preferisci guardare la televisione a un libro.
Mi fermo, ne avrei di cose da dire. Troppe.

Dico solo che otto ore in fabbrica son tante di più.
Per lavarti le mani, cercare di toglierti l’unto che non va via e che ti ha macchiato la pelle, impieghi anche dieci minuti, e ti fai male, usando la pasta lavamani.
Dieci minuti al giorno fa almeno trenta ore l’anno. A togliersi l’unto. Il rumore dei macchinari invece ti accompagna sempre: ti insegue quando esci dalla fabbrica, poi ti resta dentro, anche quando dormi.

In fabbrica si parla soprattutto di figa, di calcio, della famiglia, di salute, di soldi.
Ma soprattutto di figa e di calcio e di ferie: il tempo passa più in fretta.
Poi si sogna, in fabbrica: di cambiar lavoro. I ruffiani non sognano, agiscono: magari diventeranno capi, oppure impiegati se hanno un diploma, basta leccare.
Sorridere a trentadue denti al tal dirigente, che magari è un caprone. Non fare sciopero.

In fabbrica si impara. La solidarietà. Si diventa amici. Si dividono sigarette e sogni.
Si impara a usare un linguaggio diverso, certo: son cose da ridere, si sa.
Poi c’è anche la cattiveria, a volte. Una sorta di mobbing bastardo, che si espande come la nebbia.
Di operai contro altri operai.
Contro la checca, contro la ragazza che si dice la dia via con facilità, contro chi fa l’intellettuale e non s’abbassa a parlar di figa e di calcio. A volte contro il ritardato. A volte…
Ma ho visto anche tanto rispetto: per gli anziani, per chi sta male. E per il coraggio.

Se oggi qualche operaio mi chiede dei consigli di lettura, io, che non sono credente ma agnostico, non dico (più) né Marx, né Labriola. Nè Gramsci (e mi spiace, non poterlo dire).
Dico don Lorenzo Milani.
Dico don Luisito Bianchi.

Di Luisito Bianchi è appena uscito il libro «I miei amici», Diari (1968 – 1970), casa editrice Sironi, 906 pagine, 24 euro.
Tante pagine e tanti soldi per comprare questo libro, certo.
Ma ne val la pena.
La quarta di copertina (che sospetto sia opera di Paola Borgonovo) è una gran bella quarta di copertina.

«Per la prima volta, questa notte, con insistenza, a lungo, senza attenuanti, ho maledetto la fabbrica. Avessi avuto il potere taumaturgico di Cristo, i motori si sarebbero fermati, le tine sventrate, le ciminiere sgretolate. L’orgoglio del fico avrebbe ceduto allo squallore della desolazione. Mi è apparso, in tutta la sua crudezza, quello che vale l’uomo in fabbrica, macinato dal sistema: nulla. A che serve la mia vita? A fare un bel gesto? A vivere l’Evangelo? A preparare un tempo più autentico per la Chiesa? Ad assommare inutilità su inutilità, vanità su vanità? Veramente Dio tace. Siamo nel periodo del sepolcro vuoto e del silenzio del Risorto».

Anche Luisito scelse di andare in fabbrica: ché avrebbe potuto fare il prete con la paga che prendono i preti, e le offerte durante la messa.
Invece andò in fabbrica, tra gli ultimi, per capire.
E per guadagnarsi da vivere, nel segno della gratuità.
«Quando Gesù Cristo si è fatto uccidere in croce non l’ha fatto in cambio di uno stipendio… e quando i giovani partigiani andavano a combattere e a morire l’hanno fatto con gratuità…. io non li ho seguiti, non andai a combattere e mi spiace…».
Per questo post ringrazio Orasesta: lei sa perchè.
E ringrazio Luisito: anche a nome dei «miei amici», quelli che una vita fa ho salutato, il giorno in cui timbrai la cartolina, per l’ultima volta.

gli eroi veri

Credo che il miglior modo per rendere omaggio alla resistenza sia raccontarla. Nel bene ma anche nel male.
Le belle pagine, e le pagine della vergogna.
E le pagine che, io spero, debbono ancora essere scritte: sulle bande partigiane degli anarchici e dei trotzkisti, pr esempio. I rimossi dalla sinistra stalinista, insomma.
Mi piace rileggere Fenoglio, il suo raccontare la resistenza, senza retoriche.
Mi piace leggere la storia dei fratelli Cervi, I miei sette figli, di Alcide Cervi (glieli ammazzarono tutti e lui lo seppe solo dopo): era il libro che lesse mia madre prima di partorire me. Me l’ha appena regalato un vecchio partigiano, mancava alla mia libreria.
Mi piace riparlare di un libro, ora, senza link o citazioni, a memoria: L’ausiliaria e il partigiano di Massimo Novelli, edizioni Spoon River.
Una storia vergognosa per la lotta di Liberazione. Una ragazzina, una liceale, che, quando Torino ormai era liberata, fu rinchiusa, violentata, poi uccisa.
Mi piace ricordare che questa ricostruzione l’ha fatta uno scrittore, figlio di un partigiano.
Non solo, scrivendo(ne) Novelli pensa a suo padre, studente del Liceo D’Azeglio di Torino, e a Marilena Grill, studentessa pure lei, lì, stessa scuola.
Il padre di Novelli, partigiano a sedici anni.
Marilena Grill, ausiliaria che credeva nella Patria e nel duce, morta ammazzata a sedici anni.
Ma non fu uccisa da un’idea deviata o folle, Maddalena.
Fu uccisa dal branco.
La vera resistenza, sempre e dovunque, è star lontani o, se si riesce, opporsi al branco e ai capobranco, urlatori.
Prima che Maddalena fosse uccisa un uomo, un partigiano, cercò di ribellarsi al branco, di dire (m’immagino) ma siete pazzi, questa è una bambina?
Rischiò di morire pure lui, insieme a lei.
Gli eroi veri della resistenza.

Scusate.
Ci sono pagine belle, in rete, sui blog, oggi, sul 25 aprile.
Pagine che mi fan venire voglia di Sermide: ciao Zena.

una giornata piena

In quanto tifoso della Fiorentina, da ragazzo vedevo sempre la Domenica sportiva. Aspettavo il momento dei servizi sul calcio, poi la moviola. E, mentre aspettavo, o fingevo di studiare per far contenta mia madre, oppure leggevo qualche libro che non era di scuola ma che spacciavo come tale: e lei, per farmi contento, faceva finta di credermi.
(Finché una volta mi disse, Pensi che son fessa?).
Comunque.
Una volta, attendendo il calcio, sentii il conduttore che parlava di un personaggio sportivo fuori dal comune.
Dunque, se non sbaglio, il personaggio in questione aveva giocato una partita di rugby al mattino, una di calcio il pomeriggio e poi, per chiudere in bellezza, aveva combattuto in un incontro di boxe la sera.
Lo invidiai.
Pensai che dovevo collezionare tante giornate piene anche io.

Ve ne propongo una: che non merita un monumeto ma che, a tutti quelli che mi dicono che dormo poco e non mi riposo mai, spiega qualcosa. Forse.
Allora, sì è vero, io vado di fretta.
(e mi piace la celebre citazione di CélineScrivo come posso, quando posso, dove posso. Scrivo in fretta e furia, come ho sempre vissuto)ma mi piace fare in fretta per poi ritagliarmi del tempo per del sano cazzeggio, specie di notte.
Di notte mi ricarico, insomma.
Allora.
Una quindicina di anni fa, all’incirca.
E’ domenica. La sveglia suona prestissimo, mentre la città dorme devo fare il biglietto e salire sul treno, per lavoro. Da Vercelli a Milano, poi a Milano, dopo un caffè alla stazione Centrale, prendo la coincienza per Firenze. Arriverò attorno alle 11, ho pure un libro dietro (sto preparando l’esame di letteratura). Mangerò un boccone e poi altro treno, per Pontedera: dove è in programma, nel pomeriggio, la partita di serie C2 Pontedera-Pro Vercelli. Insomma: la partita che devo seguire per il mio giornale.
I treni, quella domenica, non ebbero ritardi. Sicché (il sicché è d’obbligo, qui) mi ritrovai a Santa Maria Novella (Firenze) che erano passate da poco le undici. Un caffè, un bombolone (era d’obbligo), una sigaretta e poi, vedendo la chiesa di Santa Maria Novella, pensai: Son qui, quasi quasi entro.
C’era messa. Era iniziata, ne sentii una parte. Contento d’essere entrato in quella chiesa.
Poi, finita la funzione, andai in un bar per un panino e un bicchiere di vino, e poi di nuovo in stazione: dove avrei preso la coincidenza per Pontedera.
Dissi, magari mi faccio una dormitina, bastan dieci, quindici minuti. E invece fui svegliato: da due ragazzi, meno di vent’anni, che, vigliacchi (mio padre dice sempre così: Vigliacchi, quest’anno i pomodori mi fan penare), vigliacchi dicevo, avevano scelto proprio il mio scompartimento. E se la contavano e ridevano, e quanto si divertivano. Allora li avrei strozzati, oggi se ci ripenso penso a quanto siano differenti i ragazzi toscani da quelli piemontesi: quei due, giuro, si divertivano parlando dei piedi di lui, che candidamente ammetteva di averli sì, puzzolenti, ma di esser anche un gran figliolo pieno di altre qualià (nessuna volgarità, comunque, solo allusioni… volgari).
(I ragazzi piemontesi non è che facciano discorsi culturali e basta; ma non hanno l’abitudine di raccontare i cavoli loro a tonalità così alte. Poi è vero, ci son toscani e toscani; quelli della costa, per me, berciano di più di quelli dell’interno).
Allora.
Il resto della giornata, così la faccio breve.
Arrivo a Pontedera, chiedo dov’è lo stadio, mi presento con l’accredito, vado in tribuna stampa accerchiato da giornalisti-tifosi del Pontedera, seguo la partita, che finì zero a zero, e presi gli appunti per poi scrivere la cronaca. Quindi, finita la partita, mi precipitai nello spogliatorio a intervistare: allenatore della Pro Vercelli (Giuliani Zoratti) e allenatore del Pontedera (non ricordo chi fosse).
Il ritorno lo feci in pullman, coi giocatori della Pro Vercelli.
Facendo finta di studiare.
Appena arrivato a casa, andai in redazione e, in fretta e furia, scrissi: cronaca della partita, commento alla giornata di C2, pagelle dei giocatori, articolo con le interviste.
Andai di fretta a scrivere perché sapevo che se facevo in tempo c’era un film che mi interessava. E così, dopo aver scritto (allora a macchina) e riletto andai di corsa a casa dove mangiai: di nuovo in fretta. E alle 22, puntuale, ero al cinema.

Sfiga volle che ci fosse il pienone: così mi guardai Orchidea selvaggia, con Mickey Rourke, al fondo della sala e in piedi. Non mi piacque un granchè quel film.
Però ora ricordo che (mentre guardavo Orchidea Selvaggia) ricordavo: quel pezzo di mattinata fiorentina, e non mi sembrava vero.
Ed ero contento di ricordarla, d’essere entrato a Santa Maria Novella.
A mezzanotte tornai in redazione. C’era nessuno. Sempre il libro dietro. Provai a studiare ma la voglia era poca. Così mi rassegnai e feci tardi in una birreria, che ora han chiuso. Andai a dormire verso le tre, credo, era il mio orario allora.
Era stata una giornata piena.
Ne ho collezionate un po’, credo una ventina.
E comunque: per quanto mi piaccia leggere e scrivere se passo una giornata intera a leggere e scrivere quella no, non è una giornata piena.
Ci vuole qualcos’altro.
E se nel post ci son refusi ed erroracci abbiate compassione: ero di fretta, era una pausa notturna, quasi mattutina.
Buon 25 aprile.

un concorso letterario

lessi che c’era un concorso, bisognava inviare un racconto.
e che la premiazione sarebbe avvenuta a Santo Stefano Belbo, nella casa natale di Cesare Pavese.
non ricordo l’anno.
so solo che fino ad allora avevo scritto soltanto delle orribili poesie e degli aborti di monologhi teatrali.
poi, nel cassetto avevo (ed ho) un romanzo incompiuto, ambientato in fabbrica.
non ricordo l’anno ma ricordo che facevo già il giornalista.
scrissi un racconto, non bello.
a me però sembrò bellissimo, di più: pensai che avrei stravinto, ne ero certo.
e lo inviai.
fui così invitato alla cerimonia di premiazione.
prima che iniziasse chiesero chi erano quelli che volevano fermarsi a pranzo: dissi va bene, mi fermo.
all’organizzazione erano pervenuti 500 elaborati, anche dall’estero. per questi ci sarebbe stata una premiazione a parte.
prima di rendere noti i vincitori (una decina, mi pare; i dieci migliori racconti italiani e i dieci migliori racconti in italiano ma scritti da stranieri… mi pare) dissero che c’erano una decina di premi di consolazione. dei bei racconti, insomma, che si erano distinti ma che non erano entrati a far parte degli eletti.
tra questi c’era il mio.
quando mi chiamarono, tra gli applausi, ricordo la mia insoddisfazione.
ma come, non ho vinto?
avevo un doppio problema, allora. di presunzione, il primo.
vedevo solo il mio ombelico, anche quando scrivevo, il secondo.
Io credo che si possa pensare di scrivere quando si parte da sè per poi allontanarci.
e comunque.
ogni tanto, a distanza di anni rivedo quella giornata.
risento le voci di chi dice “si sono messi d’accordo, hanno premiato i soliti”, rivedo gente contenta e gente no.
forse, e dico forse, c’erano solo due contenti: i singoli vincitori delle due sezioni. I due primi, insomma.
poi andai al pranzo.c’erano soprattutto i premiati: o gli “eletti” oppure quelli che come me avevano ricevuto un riconoscimento.
mi annoiai. parlavano solo di premi e di concorsi. o almeno, quelli accanto a me.
accanto a me, però, c’era un uomo, sulla cinquantina. simpatico.
era arrivato quinto o sesto o quarto.
quando lo avevano premiato avevo apprezzato il motivo della premiazione, senza aver letto il suo racconto.
aveva scritto in bella copia un racconto di una vecchia contadina, analfabeta, della langhe.
durante la premiazione era stata chiamata anche lei, come co-autrice.
mi raccontò di questa donna, mentre mangiavamo.
ma ero disattento, ascoltavo un po’ tutti.
un paio di volte ho riletto quel racconto, che avevo intitolato “La rossa palletta di No” (No, sta per Noemi, nome che mi piace moltissimo. Direi che in assoluto i nomi femminili che più mi piacciono sono Noemi, Miriam, Sonia, Laura e Lucia. E Clelia, dimenticavo).
Non era un gran racconto.
Non meritava nemmeno il riconoscimento speciale della giuria.
Credevo che la mia vita fosse tanto interessante da riversarla in una storia.
C’erano due protagonisti, in quel racconto. Uno poteva andare, No (Noemi), l’altro per niente. Ero io.
Buona giornata.

la fedeltà di Pinocchio

Ogni anno, alla cara stagone della neve e della castagne, cavo dallo scaffale dei libri più vecchi, Pinocchio; cerco un posto quieto vicino alla stufa, e me lo rileggo. Perché?

Potrei dire che nelle pagine di Pinocchio ricerco i segni di un’infanzia lontana; i ricordi vaghi, le incerte impressioni della prima lettura…
Potrei dirlo, ma non sarebbe vero. Checché gli uomini dicano, fingano (magari a se stessi) di credere, è raro che qualcuno rimpianga davvero e non soltanto a parole – l’infanzia lontana. Quel rimpianto significherebbe un ottimismo non so se eroico o imbecille…
E allora rileggo Pinocchio per un’abitudine letteraria? Per riaccendere ancora e controllare nella lettura le impressioni nuove, su quelle vecchie; le illusioni che restano, su quelle cadute; per il bel gusto, alla fine, di tirare le somme ogni anno di un bilancio ch’è sempre in perdita?

… ma più semplicemente voglio dire che ogni anno ricerco Pinocchio, perché ogni anno sento di volergli più bene.
Gli voglio bene prima di tutto, per la sua onestà casalinga.

– C’era una volta… – Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. – No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo di castagno.

Pinocchio, fino alla fine, tiene fede alla sua origine.

Pietro Pancrazi, Venti uomini un satiro e un burattino, Vallecchi 1923.

Pietro Pacrazi, studioso, saggista, critico, consulente editoriale, è nato a Cortona nel 1893 ed è morto a Firenze nel 1952.
Scrisse articoli per la terza pagina de Il Corriere della Sera., numerosi libri (uno mi pare sia in ristampa)
Campanilisticamente, quando scriveva di Collodi (Carlo Lorenzini) ricordava che “nacque nel 1826 da Domenico, oriundo di Cortona”.
Beh, non fossi nato a Cortona non avrei, anni fa, letto quel che scriveva Pancrazi su Pascoli o su Giusti, che è un gran poeta, discorsi di campanile a parte.
(Fossi papa, scusatemi, a momenti / l’ira metterei tra i sacramenti)

perché la scrittura nasconde

Perché la scrittura nasconde, almeno un po’: non sai mai cosa c’è di vero o cosa c’è di falso nella scrittura. Ti ci puoi nascondere dietro, se vuoi. O, forse, il punto è proprio questo: che è impossibile scrivere la verità. Me lo sono chiesta tante volte, e mai sono arrivata a una risposta.
A proposito di quegli inediti che dicevo (scrittori che sono scrittori a tutti gli effetti ma che per luogo comune non si possono definire tali fintanto che i loro fogli dattiloscritti non vengono raggruppati in sedicesimi in un oggetto chiamato libro), a proposto di questi, mi piace scoprire che ci sono un mucchio di cose da imparare anche da chi non è (o non lo è ancora) scrittore.

Alessandra Buschi, Il libro che mi è rimasto in mente, Fernandel.
E’ un romanzo, dove l’autrice parla di sé: del suo essere editor e donna.

Ogni tanto viene a leggere questo blog. Alessandra; di lei ho detto spesso nel primo blog, Appunti. Ha poco tempo per la rete, lei. Ogni tanto qualche suo racconto compare su Tina, la rivistina di Matteo.B. Bianchi.

E poi.
10mila contatti in 22 (quasi 23) giorni: grazie. E scusate se io giro poco per la rete, ma sono a corto di tempo ultimamente.

Buone cose

di sé e dei libri

E’ giusto che uno scrittore racconti di sé e dei suoi affetti, magari allontanati?
Secondo Donna Laura no.
E io, nel blog di Donna Laura ho scritto che non avrei raccontato e che sono d’accordo con lei.
Ieri però l’ho visto in libreria e ho comperato Prima di sparire, di Mauro Covacich, Einaudi, 16 euro.
In quarta di copertina ho letto:
Sparire dalla vita di un’altra persona significa tradire soprattutto se stessi: alla fine, anche se sei innocente, scopri di aver fatto comunque del male a un sacco di gente.
Questo sì, lo condivido.
Ma non mi racconterei mai, io.
Certo dei brandelli, sì, sono inevitabili i brandelli del sé.
Come Salgari: era lui Yanez, l’uomo delle cento sigarette al giorno.
Comunque leggerò il libro e vedrò se riuscirò a leggerlo o se invece mi dovrò interrompere a pagina 50.

Però son strani i libri, come noi.
Ho provato a rileggere libri che a vent’anni mi piacevano.
Come Papillon, di Henry Charrieère. Mi sono interrotto.
Non ha più lo stesso “sapore”.
Se la vita ti sorride e leggi un libro triste solitamente lo rifiuti.
Se vai di corsa e leggi un libro in fretta magari non lo capisci.
Se, son tanti i se.
Buon lunedì

Se Mondadori ristampasse L’obelisco nero di Remarque penso farebbe cosa gradita a tanti lettori. Ogni tanto qualcuno mi scrive e mi chiede se ce l’ho. Ce l’ho, fotocopiato. L’unico libro fotocopiato della mia libreria. L’avevo, l’ho perso, lo ho voluto riavere. Mi piaceva quando avevo vent’anni, mi è ripiaciuto l’anno scorso.


il non lieto fine

A un certo punto qualcuno alle mie spalle, due persone, forse una coppia, ha detto Basta, ed è andato via.
Troppo duro, per loro, il film di Olivier Marchal, L’ultima missione.
Una premessa. Mi piacciono i film francesi, mi piacciono alcuni attori francesi. Da ragazzo registravo tutto quel che trovavo con Lino Ventura (consacrato in Francia ma italiano). Ma anche Yves Montand e Philipphe Noiret, Depardieu e, tra le donne, Miou miou e Juliette Binoche e altre, di cui ora mi sfugge il nome.
Poi, è venuto Jean Reno, poi è diventata una star Daniel Auteill, sempre bravo nell’interpretare il ruolo del maledetto sì, ma pieno di fascino, ma che mi piaceva già vent’anni fa (nel bellissimo film Un cuore in inverno, con la bellissima Emmanuelle Béart).
Torno a L’ultima missione.
Bello, tre volte bello, bello come l’altro film proposto dall’accopiata Olivier Marchal e Daniele Auteill,
36, Quai des Orfévres.
Bello perhé fa male, l’ultima missione.
Perché finisce con un urlo, un’imprecazione: contro la verità che solo nei film americani emerge sempre e che, a mio avviso (mi basta leggere tante riflessioni su Anobii) hanno condizionato e condizionano non solo la cinematografia italiana ma anche l’editoria italiana.
Se un libro fa male, se un film fa male si preferisce uscire, leggere altro.
(I sociologi l’hanno rimarcato da tempo: per esorcizzare la morte e la vecchiaia si preferisce ghettizzarli, allontandoli. Così facendo ci possiamo dimenticare d’essere mortali).
Meglio non pensare che possa essere vero che certe volte – e qui sta il dilemma: quante volte?, tante, poche, cinquanta e cinquanta – il sipario cala, ma nel peggiore dei modi.
Senza applausi.
Pensate, chessò, a Falcone e Borsellino. O a chi è stato condannato ingiustamente. O semplicemente a chi muore in un casa di riposo, col pannolone.
Si pensi a Ilaria Alpi, a Enzo Baldoni.
Si pensi che ci possono essere stati dei Badaloni o delle Ilaria Alpi e nessuno ha saputo niente.
Si pensi a chi è stato infamato, deriso, calpestato da poteri invisibili che sono comunque legati a potervi veri e forti.
Nessun lieto fine. E verità occultate, e rabbia, solo rabbia per chi sa.
E’ sui calpestati il film, L’ultima missione, soprattutto.
E’ interpretato benissimo.
E’ bello: perché fa male.
Poi se volete vi dico anche che ha i ritmi del thriller, certo.
buona domenica

(Nella foto, Miou miou e Daniel Auteill, classe 1950, tutti e due; l’immagine dev’essere di qualche anno fa)

Miou Miou e Daniel Auteill

PS tra le chiavi di ricerca che portano a questo blog ogni tanto ne compare una.
mail di remo bassini.
eccola.
bassini.remo(chiocciola)gmail.com

Dimenticavo.
E c’è un film italiano, interpretato da Daniele Auteill, Sotto falso nome. La regia è di Roberto Andò (palermitano), racconta una storia, condita con del sano erotismo, di un plagio letterario. Non è un film sulle verità calpestate; ma è comunque un buon film. Passato piuttosto inosservato, mi pare. O almeno.

ho due notizie capo, due

– Capo, capo ho due notizie, mi dia due ore di tempo, le faccio due articoli, poi lei titola e passa i pezzi ma, mi creda, son cose grosse, e guardi… in prima pagina ci può scappare un lancio, bello, e qui il titolo se posso potrei suggerirlo io…
– E sarebbe il titolo bomba che dovrebbe lanciare i tuoi due articoli?
– Non è un paese per vecchi…
Il caporedattore guardò il giovane praticante. Era un brufolotico rompicoglioni, non gli piaceva, come si permetteva di suggerirgli i titoli?, ma c’era di peggio in redazione: almeno lui andava in giro, anziché restare. come altri, al giornale ad appiattirsi il culo leggendo le agenzie e cazzeggiando su internet.
– Siediti, fai un bel respiro, e ricomincia da capo, ho capito un cazzo di quello che hai detto…
– Ho due cose per il giornale di domani…
– Che tu abbia due cose l’ho capito, ma se permetti decido io cosa mettere sul giornale di domani…
– Ma certo si figuri…
– Ricomincia, dimmi, ma cerca di essere chiaro, senza farmi perdere troppo tempo, abbiamo ancora tre ore prima di chiudere, non ho voglia di sentire le bestemmie della tipografia, racconta. A proposito, la conferenza stampa della Polizia era tre ore fa, mi spieghi perché hai impiegato tutto questo tempo?
– Perché ho due notizie…
– Ho capito, vai, ma chiaro e veloce, mi raccomando, e respira, che mi fai diventare ansioso, datti una calmata…
– Ma non dovevo fare in fretta?
– Vedi di non farmi incazzare, vai, parla.
Annuì con la testa il caporedattore mentre il giovane cronista gli raccontava del primo fatto: la conferenza stampa, cioè, della questura.
Avevano beccato una banda di zingari-truffatori. E dato ai giornalisti le foto segnalatiche. La novità era che si erano evoluti gli zingari e soprattutto le zingare. Non più anelli e collane ma collant e capelli fatti fare dalla parrucchiera. Insomma, una banda di zingari che non sembravano zingari e che, da giorni, andavano a depredare le case di anziani che viveano soli, in periferia.
– Mica scemi, mica vanno in centro -, disse il giovane cronista al caporedattore intento a guardare la foto segnaletica di una zingara: gli ricordava una sua cugina, carina anche.
– Va bene, questa è buona. Dimmi dell’altra grande notizia che ti ha fatto far tardi – disse con una punta di sarcasmo il boss della cronaca,
– Ho un bloc notes pieno di appunti, capo-, gli rispose il ragazzo.
Che appena cominciò a raccontargli di una casa di riposo fu subito interrotto dal suo capo
– Vuoi che prendiamo un’altra querela, lo sai no?, che questi hanno santi in paradiso?
Non lo sapeva, perché non disse nulla il giovane giornalista. Che aveva tanta voglia di fumare e di andare in bagno, ma non poteva: il caporedattore, accidenti a lui, aveva smesso di fumare, e quindi non transigeva, e poi aveva una fretta bestia. Guardava l’orologio ogni minuto.
Senza guardare il bloc notes gli disse che
– in quella casa di riposo i vecchi…
– Per favore, dì anziani, se ti abitui a parlare in modo corretto poi eviti gli strafalcioni-, lo corresse il suo capo.
I vecchi non autosuffcienti, gli raccontò il ragazzo, quelli che insomma si cacano addosso
– Se avremo la sfortuna di arrivare a novant’anni ci cacheremo addosso anche noi due-, lo interruppe il caporedattore, guardando l’ora (ovvio).
I vecchi che se la fanno addosso, gli raccontò il ragazzo, vengono puliti a intervalli di quattro ore.
– Quattro ore, capisce capo? Se se la fanno…
– Se se la fanno nell’ora sbagliata, cazzi loro -, lo interruppe l’altro. Con un – Vai avanti, forza, sempre che tu mi debba dire altro.
Gli doveva dire altro, il giovane cronista. Che ai vecchi non autosufficienti, il poco personale della casa di riposo, per mancanza di tempo, a pranzo e cena

servono dei beveroni che contengono…
– Che contengono minestra, carne e budino al ciccolato, è vecchia ragazzo, si frulla tutto e si fa prima, lo sapevo. Piuttosto, chi te le ha raccontate queste cose? Fonte attendibile, verificabile? Spero più di una…
– Un infermiere che è anche un sindacalista.
– Usciamo con un’intervista?
– No, dice che poi rischia il posto di lavoro.
– E il giornale dovrebbe rischiare una querela per cose che si sanno?- disse, alzandosi, il caporedattore.
– Appunto, si sanno, quindi noi le scriviamo e se ci querelano poi avremo dalla nostra le testimonianze dei parenti… del personale
– Ragazzo che film hai visto? Se ci quereleno son cazzi, perché nessuno verrebbe, direbbero che hanno paura, o di veder trattata ancora peggio mammà, o di perdere il posto di lavoro… e io sto perdendo la pazienza, vai, vai a scrivere degli zingari, le foto sono buone, specie la zingara, bella gnocca, faccio vedere al direttore, vedrai, il tuo pezzo parte in prima pagina, contento?

(diciamo che questo post frettoloso mi è venuto in mente dopo aver letto, nei giorni scorsi, Loredana Lipperini e Massimo Maugeri, e dopo essermi ricordato di un libro sull’argomento vecchi: La casa del quarto comandamento, di Marco Salvador).
buona giornata

l’anarchico

Sono passati diversi anni, almeno quattro, dall’ultima volta che l’ho visto.
Ci siamo salutati, io ero di fretta, andavo non ricordo dove per lavoro, lui camminava accanto a una ragazzina che avrà avuto massimo dodici anni. Era sua figlia.

Quella ragazzina mi ha guardato e salutato, questione di un attimo.
Poi non l’ho più rivista. Nemmeno lui. Due anni fa mi dissero che era un mese che era morto, e io non l’avevo saputo.
Era un mio compagno di scuola, era anche un anarchico, lui. Era la figlia di un anarchico, lei, la ragazzina vista un attimo.
Li ho fatti diventare Leone l’anarchico ed Anna Antichi,
nel mio libro.

Può essere sufficiente un’immagine per scrivere un libro.
L’immagine che mi è rimasta impressa è l’espressione di quella ragazzina, dolce e corrucciata al tempo stesso.
Anna Antichi, insomma.

Non ne avevo mai parlato, prima. Certo, tanti mi hanno chiesto da dove ho tirato fuori Anna Antichi.
Da un’idea, ho sempre detto durante le presentazioni, da un’immagine. Poi mi fermavo.
Oggi per la prima volta mi hanno chiesto, in un’intervista che verrà pubblicata on line, di Leone l’anarchico. Se mi sono ispirato a qualcuno.
Era il più buono dei miei compagni di scuola ed era anche un anarchico. Faceva parte dei circolo Galleani. Prima di venire a scuola lavorava, di notte, con suo padre e suo fratello, in panetteria. O forse (non ricordo bene) andava solo a consegnare il pane; sta di fatto che si svegliava prima di noi, suoi compagni.

Ci siamo diplomati insieme, abbiamo fatto taglia insieme, abbiamo passato la notte prima degli esami, con altri due, un fascista e un donnaiolo, a dire Adesso si ripassa senza mai farlo; poi però, dopo il diploma, ci siam persi di vista.
Ricordo un incontro, mica bello da ricordare.
In ospedale, entrambi ricoverati. Era il 1983, io avevo 26 anni, lui 27. Io era lì causa polmonite virale (forse legionella), lui per pneuma toracico. Era debole, magrissimo.

Suo padre, che non era anarchico ma comunista, era preoccupato, e tanto, per le condizioni di salute del figlio. Temeva di perderlo.
No, non era ancora tempo. Lui per quel figlio gracile, anarchico e buono come il pane che sfornava, sarebbe stato disposto a tutto, pur di vederlo guarire.
Così fece quello che un vero comunista – quelli di una volta intrendo – non usa fare, mai. Andò dall’aiuto primario e gli allungò una busta in tasca.
Lo fece piangere quell’aiuto primario. Gli disse, restituendogli la busta: Lei faccia il panettiere che io faccio il dottore, ci penso io a suo figlio.
Me lo venne a raccontare, piangendo di commozione.

Avevamo un insegnante di destra, alle superiori. Di destra tanto, mi faceva le paranoie perché non mi pettinavo mai (abitudine che mi è rimasta). Quando seppe che era malato e che non poteva fare lavori duri fece in modo di farlo diventare suo assistente, nel laboratorio di chimica. (Quell’insegnate, un po’ fascita dicono, e gran testa di cavolo dico io, poi ho saputo che di nascosto ha fatto più bene di tutte le dame di san vincenzo di città e dintorni. Per esempio prestando soldi ad ex allievi che, pieni di debiti, non glieli hanno mai restituiti. O facendo anche solo ripetizioni senza mai volere nulla).

Leone l’anarchico, il padre di Anna Antichi.
Il ricordo di due persone incrociate sul corso principale della mia città.

Un vecchio post, ora: doveroso da parte mia.
(e un grazie a Massimo Novelli)

intellettuali

Avevo 19 anni quando andai a lavorare in fabbrica.
Ero iscritto a Lettere, a Milano, frequentavo circoli, cineforum, leggevo, avevo letto Marx e Freud, Gramsci e Bordiga, Remarque e Steinbeck.
Imparai, in fabbrica, che quel che avevo letto mi era servito e mi sarebbe servito solo se riuscivo a tradurlo. La fabbrica è dura, cattiva anche. Un ragazzo, che frequentava giurisprudenza e che sapeva brani di Sartre a memoria, un giorno disse, Il contesto si manifesti. Lo “lapidarono”, lanciandogli degli scatole di cartone, leggere, certo, ma lui ci restò male.
Continua a frequentare circoli e cineforum. Vercelli, Torino, qualche volta Milano.
C’è una cosa che non dimenticherò mai, e che avrò visto cento volte. Un operaio prende la parola. E’ agitato, magari non sa esprimersi bene. Ci son sempre un pio di intellettuali di turno che, mentre lui parla, si guardano, scambiandosi sorrisini eloquenti: Cazzo dice quello?, come parla?
Chi parla con le mani, spaccandosi la schiena per ore e ore, merita rispetto. Qualcuno (faccio un nome: Danilo Dolci, anzi no, due: Pasolini e Dolci) lo capiva.
Si riempivano in tanti la bocca, parlando di “classe operaia”; però la bocca e il naso badavano a tenerli lontani, ché la classe operaia puzza di sudore.
Erano anni, quelli, in cui c’era ancora il vecchio Pci.
Certi dirigenti del vecchio Pci sapevano parlare. E ascoltare.
Io li avevo in uggia: erano, per lo più, nostalgici del togliattismi-stalinismo, oppure fedeli alla linea di un partito che già allora faceva l’occhiolino ala Fiat e al grande capitalismo, cercando di rassicurarlo (per questo feci del sindacalismo, ma nella Cisl di Carniti; e, c’erntra niente, ma quando scoppiò il caso Tortora votai per i Radicali).
Oltre al vecchio Pci, alla sinistra lombardiana del psi, alle Acli e a certi esponenti del mondo cattolico vicini agli strati più deboli c’era anche, certo, un’informazione televisa, magari monopolizzata dalla vecchia dc, ma non spazzatura.
Oggi è un pasticcio, certo.
Se rinascesse, oggi, una scuola di Barbiana con un don Milani non ci sarebbe, solo, il problema che l’operaio conosce solo 150 parole; ne conosce magari 250 per lo più inutili.
Comunque, leggete questo.

Da molto tempo, il voto non è determinato da appartenenze ideologiche. Se si vede che lo stipendio è basso, i prezzi aumentano, si rischia il posto di lavoro e, magari, che un immigrato ti ha superato in graduatoria per mettere il bambino all’asilo, non c’è fedeltà partitica che tenga. Nella nostra società, la paura di perdere è molto più forte della speranza di acquistare (…). Andare meno ai convegni per pontificare su dove va il mondo e girare più nei negozi e nei mercati. Basta con i salotti radical-chic, dove gli immigrati, certo, non sono anche un problema, dove la sicurezza è garantita da guardie del corpo, dove si può ricorrere agli asili privati e alla sanità privata. Basta con la sinistra che dice sempre no, quella che alla difficile gestione della realtà, quella che esiste davvero non quella immaginaria, preferisce una sterile rivendicazione continua. E, poi, certo, bisogna studiare le alleanze…

Lo ha dichiarato il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, in un’intervista a La Stampa.
Finalmente.
(Nei giorni scorsi un interinale ha scritto una lettera, lamentando l’assenza del sindacato. Il sindacato gli ha risposto, dicendo che invece c’è, e che conduce importanti trattative. L’interinale non ha replicato. Lui, davanti al posto dove lavora, un sindacalista non l’ha mai visto).
E poi.
Chiamparino conosce bene la situazione della periferia torinese. C’è paura, lì. La Lega Nord è stata premiata: perché nessuno è riuscita a contrastarla la paura.

Dimenticavo.
Dalle mie parti, a Nord, c’è una cittadina che è un gioiello, Varallo (6, 7mila abitanti; 7 librerie almeno). Il sindaco, Gianluca Buonanno, un passato in An, ora nella Lega, è stato eletto al parlamento. Hanno votato tutti, per lui, comunisti compresi. Per lui ha votato quasi il cinquanta per cento di un elettorato, tradizionalmente di sinistra. Ogni tanto fa le sue sparate, ma a Varallo non c’è intolleranza. C’è anche tanto flolclore nella Lega Nord. Che non è da sottovalutare, perché fa breccia. Ma va capito. Il fatto che una fetta di elettorato, di sinistra, abbia votato per un sindaco leghista deve far riflettere, credo.

distrazioni

Ero in birreria ieri sera. Un posto piacevole, frequentato ma non assordante.
Leggo, la sera in birreria io. Dopo un’ora circa esco a fumare. Succede spesso che io, frugando in tasca, mi accorga di non avere l’accendino. Ne avevo tre, ieri sera, di dubbia provenienza: probabilmente rubati ai miei colleghi.
Quando, tre anni fa, ho fatto l’ultimo trasloco, ne ho trovati una trentina di accendini, sulla scrivani, in bagno, dentro i cassetti, in cucina. Li ho restituiti ai legittimi proprietari, i miei colleghi. Se li son divisi, come un bottino.
Dovessi traslocare di nuovo… sarà a quota venti, penso.

Sto scrivendo, ora. Nuovo libro. Due capitoli, no, nessun capitolo: stanotte alle cinque la decisione: butto via tutto e ricomincio. Salvo solo l’incipit (ed è una gran cosa).
Scrivo di notte, sempre, ma se trovo pause al giornale, come ora, magari leggo quel che ho scritto (la notte precedente, appunto). E ho quindi, sempre, la chiavetta con me. Ogni tanto la perdo. Una volta l’ho lasciata nel taschino dellacamicia, così è finita in lavatrice. Succedeva la stessa cosa coi dischetti: ne persi uno, tre anni fa, con dentro una storia che sarebbe diventata un libro (magari non è stato nemmeno aperto, uso star office, io).

Avevo mal di testa forte, una settimana fa, in piena notte. Cerco in casa qualcosa, macché c’è nulla. Poi, nel cassetto dei medicinali, vedo un tappo, lo riconosco, evviva, è novalgina. Acqua nel bicchiere, trenta gocce, qualcosa di più, facciamo trentacinque, bevo, e c’è qualcosa di strano: il gusto. Sa di fragola quel che ho bevuto, non quell’amarognolo schifoso di novalgina. Guardo la bottiglietta di Novalgina, è scolorita. Minchia, non è Novalgina. E’ uno pscofarmaco mai usato, dosaggio consigliato venti gocce. Già son rincoglionito di mio. Per due giorni ho barcollato, di piedi e di mente.

Le distrazioni son bestie rare, a volte.
Un mio parente alla lontana, una ventina d’anni fa. Aveva 85 anni, non era mai stato in ospedale, nemmeno per l’appendicite o le tonsille. Quelli, insomma, che nascono sani e muiono sani, quasi.
Fa caldo, entra in un bar, conosce e lo conoscono. Chiede un bicchiere d’acqua. Gli danno un bicchiere, ma non c’è acqua, c’è, dentro un acido corrosivo. Nessuno, poi, ha saputo ricostruire, capire. Non ha fatto nemmeno in tempo a dire, imprecare, lamentarsi, che si è accasciato: convlusioni, poi coma profondo, morte. Nessuno voleva ammazzarlo. Non ricordo l’acido. So che è successo. Un racconto ricorrente, quando vado da miei parenti a Cortona. Una morte stupida, del resto la morte, distrazioni o meno, è sempre stupida. Dice basta, lei. Senza sentir ragioni.

buona giornata

Mi ha appena telefonato un amico. Viveva a Vercelli, ora sta in Toscana. Ha appena visitato questa cooperativa che è anche una comunità: 25 persone che lavorano e convivono.
Gli ho chiesto – mi ha raccontato questo mio amico – come fanno per le ferie. Mi han detto che loro sono sempre in ferie, tutto l’anno; in realtà ci vanno, a turno, ma stanno bene lì, si vede che è un mondo a parte.