due storielle un po’ piccanti, anzi tre

A proposito di laureati. Anni fa viene in redazione una donna. Proprietaria di un night nonché spogliarellista, era stata denunciata per sfruttamento della prostituzione. Io non avevo scritto l’articolo, avevo solo impaginato e “passato” (per “passato” nei giornali si intende l’editing che solitamente il caporedattore fa al cronista), però lei chiede di me. Al giornale, allora, ero, diciamo, il numero due. La ricevo, penso che voglia contestare l’articolo, dire che lei non c’entra con lo sfruttamento della prostituzione. In effetti mi dice che lei non c’entra, ma il punto non è quello. Non è venuta a rettificare o minacciare una querela. Però è nera, anzi no, incazzata nera, ma non per l’articolo o per la pubblicazione del suo nome. E’ incazzata nera perché nell’articolo è stata riportata l’età. La sua età. Secondo lei, io dimostro i 49 anni che avete scritto? Mentre mi dice (ma più che dire, urlava) la frase, velocissima, si sfila il giubbotto di pelle e alza un lembo di camicia: Vuole che slacci anche il reggiseno? Guardi che è roba mia, mica c’è del silicone, guardi, guardi, non c’è nessun taglio, dice sbottonandosi. Le credo, le credo, dico, fermando, così, quello spogliarello improvvisato. (Se in quel momento fosse entrata qualche mia collega avrei finito di vivere) Penso che in effetti avremmo dovuto scrivere: 49 anni ma ne dimostra 35. Si sarebbe incazzata lo stesso, però. Non solo lo penso, ma glielo dico. Si rabbonisce e mi racconta che, appena uscito l’articolo, alcune sue colleghe spogliarelliste hanno fatto dei fax e li hanno spediti nei night dove lei si esibiva. Sa che guadagno un milione a sera perché preferiscono me alle stronzette di trent’anni?, mi fa. Poi mi racconta del suo night. Che è tutto a posto. I clienti possono “pacioccare” le ragazze ma le ragazze non fanno niente coi clienti, “altrimenti che li pago a fare i buttafuori?”. E comunque guardi – mi dice ancora – il night non è intestato a me… ne verrò fuori. Ma sono quelle stronze che hanno fatti i fax che mi hanno rovinato la giornata, ed è tutta colpa sua. Ma ormai si è sfogata, così mi chiede: Ma lei non è mai venuto? No. Apro una parentesi: Dissi no, e poi mi feci raccontare, per bene degli spogliarelli., che lei chiamava spettacoli. Volevo scrivere qualcosa, ma non per il giornale. Chiusa la parentesi Quando ha finito di raccontare, mi fa una domanda che giudicai strana. E’ laureato lei? Sì, dico. In cosa? Lettere. Risponde con una smorfia: non è una laurea che le piace. Poi mi dice: Sa, ci terrei che venisse; cosa crede? Nel mio locale vengono tutte persone perbene e laureate.

Mi chiedo due cose, ora. La prima: chissà se oggi, che dovrebbe essere sulla sessantina, dimostra ancora vent’anni di meno? La seconda: erano davvero laureati i suoi clienti? Perché anni prima, facevo il portiere di notte, mi successe questo. Mentre sono in giro per la città vedo un signore con la blusa blu, da operaio. E mi chiedo, ma dove l’ho visto io a questo? Ci penso per ore, e penso anche di essere smemorato perché io, a quel tipo con la blusa blu da operaio, l’aveva visto di sicuro da poco, e forse ci avevo anche parlato. Sì, ci avevo parlato. Qualche ora prima di vederlo con la blusa. Era vestito da laureato, elegantissimo. Si era presentato in albergo alle tre di notte con una spogliarellista. Erano gli anni, quelli, in cui la classe operaia, a volte, andava in paradiso.

Poi c’è questa storia. Che non sembra vera. Giuro: lo è.

Una segnalazione. Giorni fa Solimano ha chiesto Per chi si scrive? La sua domanda è diventata un post- Alla sua domanda risponde un libro, recensito da Squilibri.

E una precisazione. Ho classificato il post “due storielle un po’ piccanti come tre” nella categoria “Dove va a finire il passato?”. Trattasi (Dove va a finire il passato?) di un incipit rubato a un (bravissimo) blogger conosciuto come Arimane o Prove di seduzione.

luoghi comuni

Preconcetti e luoghi comuni: quello classico è… quello del Liceo Classico. Chi l’ha fatto, si dice, soprattutto in virtù del latino, ha una marcia in più rispetto a quella degli altri. Sicuri sicuri, quelli che lo dicono, che chi arriva a frequentare il liceo classico non abbia già una marcia in più perché è nato in una casa col camino e quindi è stato portato da una cicogna?
L’articolo che segue è di Beniamino Placido. Fu pubblicato su Repubblica e, poi, un sociololo famoso, Ian Roberson, lo inserì in un manuale di sociologia tradotto in varie lingue.

Buona lettura, se volete, e buona giornata, certo.

A Mairano di Noviglio, paesino di tremila abitanti nei pressi di Milano, le cicogne sono tornate. Quel paesino rivive con le cicogne, che si sono annidate sul campanile della chiesa, perché con il loro ritorno – dopo dieci anni – hanno ripreso a nascere i bambini, interrompendo quella tendenza alla denatalità che tanto impressiona, fra gli altri Paesi, anche l’ Italia. Per quanto non sia vero, per quanto si sappia ormai com’ è che si fanno e si fanno nascere i bambini, qualcuno avrà certamente pensato, sia pure per un momento: vuoi vedere che le cose stanno proprio così, come un tempo si credeva? Vuoi vedere che sono le cicogne a portarci i bambini? In effetti, qualche secolo fa, nell’ Olanda del Seicento, si verificò un analogo fenomeno: tante cicogne sui tetti delle case, tanti bambini appena nati all’ interno delle case. Però lo scetticismo miscredente aveva già cominciato a farsi strada. E scetticamente quei bravi olandesi decisero di guardar meglio, di pensarci sopra. E scoprirono che quelle cicogne si affollavano sì, sui tetti delle loro case. Ma soprattutto intorno ai camini: che erano tutti accesi (si era d’ inverno) soprattutto nelle case dove c’ era un bambino appena nato, ed offrivano pertanto a quelle cicogne che venivano da tanto lontano un ottimo strumento per riscaldarsi e per riposarsi. Giusta quindi la correlazione: più cicogne, più bambini (e viceversa); del tutto infondato il presunto rapporto di «causa ed effetto» (i bambini li portano le cicogne). Non sappiamo se questo episodio fosse noto anche a David Hume, il filosofo scozzese che scrisse nel Settecento il suo celebre Trattato della natura umana (1740). Dove si disserta a lungo, e lucidamente sul rapporto di «causa ed effetto» – spesso solo apparente, spesso inesistente – e si raccomanda l’ uso di una «ragione scettica», che ci impedisca di attribuire alle cicogne, o ad altri alati pennuti, l’ arrivo in casa nostra dei sospirati bambini. Così come la visione impressionante dei monumentali ripetitori della Radio Vaticana, e la denuncia che in quella zona sarebbero più frequenti, purtroppo, i casi di leucemia, non basta di per sé a creare un rapporto di «causa ed effetto». Così come la solita convinzione, in taluni, che i due fenomeni non c’ entrino nulla l’ uno con l’ altro non deve farci trascurare quel Precautionary Principle («Principio di Precauzione») sancito niente meno che nella dichiarazione di Rio de Janeiro del 1992: quando si intravede un possibile pericolo, conviene correre ai ripari subito, prima ancora di aver ottenuto una attestazione scientifica della sua esistenza. (…) I buoni manuali di storia recano anche un altro esempio: quello del marito che rientra a casa stanco il sabato sera; non trova buona la minestra preparatagli dalla moglie; sbattendo la porta esce di casa e va a trovare gli amici in una cantina. Lì, beve, quasi si ubriaca e perde al gioco delle carte. Quindi esce un po’ alticcio, anche da quel posto, e sulla strada del ritorno a casa incorre in un incidente che gli è purtroppo fatale. Bene: qual è la vera causa del triste evento? C’ è chi dirà: la minestra mal preparata; c’ è chi dirà il vino dell’ osteria; c’ è chi incolperà la strada mal fatta, e quell’ altra macchina troppo spericolata. Tutti trarranno delle conclusioni definitive. Ma ciascuno secondo le proprie convinzioni, le proprie inclinazioni. E tutti avranno ragione, ma ciascuno a suo modo. Aveva ragione David Hume, filosofo del Settecento. Che, essendo un filosofo, ci invitava a pensare di più, a pensare al di là delle apparenze. Ciò che a noi dispiace fare.

Beniamino Placido

dagli al critico

In una recente discussione su un altro blog sono stato zittito da una persona.
Tu non sei un critico e non hai i miei stessi strumenti per giudicare un libro, mi ha detto questa persona. In modo garbato ma perentorio.
(Si parlava di poeticità in narrativa; per questa persona l’elemento poetico è l’elemento portante di un romanzo, per me può essere un elemento caratterizzante, nulla di più).
Comunque, non ho ribattuto.
Teoricamente, un critico deve, in effetti, avere strumenti diversi per valutare un libro. In primo luogo una vasta, meglio se vastissima, conoscenza letteraria.
Ma torniamo agli strumenti.
E’ un’affermazione ricorrente, che fanno anche i critici più blasonati. Vera, insomma.
Ma comunque relativa.
A quel critico, avrei potuto replicare – ma son lento di riflessi – che altri critici, magari con strumenti superiori (più libri letti, pubblicazioni) non la pensavano come lui.In realtà il problema vero dei critici è che hanno sempre ragione loro.
Prendete il calcio. Se un giornalista sportivo dice che Totti è un bidone una volta, poi due, poi tre, prima o poi, dal momento che Totti solitamente gioca bene, si sentirà dire che la deve piantare, magari facendogli risentire una sua critica dopo che Totti ha realizzato una doppietta ed è stato il migliore in campo della Roma.
Ma dal momento che i libri non scendono in campo ecco che i critici restano arroccati sulle proprie posizioni: se un libro di cui han detto bene vende è giusto così; se invece non vende succede, perché la gente, soprattutto oggi (oggi uguale sempre) non sa cogliere certi messaggi.
E poi. E’ carino quando s’annullano.
Porcata.
No, capolavoro.

Poi, stando a quanto dicono alcuni editori non è che una buona recensione, specie su carta, sposti le vendite.
Il cacciatore di aquiloni, nei primi mesi, non se lo filò nessuno. Oppure la Tamaro: c’è stato un periodo che leggevo una stroncatura a settimana di Va dove ti porta il cuore, che ha toccato, mi pare, le 3milioni di copie vendute.
E sui critici, periodicamente, si torna a dire che non servono (il romanzo è morto, la critica è morta, i blog sono morti: e vai col liscio), e che meriterebbero di andare a spalare la neve o di essere cacciati nel maro rosso.
Ma fossero cacciati, io credo, qualcuno li reclamerebbe: gli scrittori. Se non tutti, tanti.
Comunque bisogna fare attenzione agli strumenti.
Anni fa Beniamino Placido ridicolizzò un giovane critico che, in televisione, si era vantato di aver letto migliaia di libri, non ricordo la cifra.
Placido, calcolatrice alla mano, fece di conto: e in pratica, quel giovane critico, aveva letto più di un libro al giorno da quando era in fasce.
Buon lunedì

E comunque. Certi giudizi su Anobii mi hanno fatto rivalutare tanti gli editori quanto i critici: ché certi lettori (per stroncare per esempio Tolstoy o Pascoli, non sarebbe meglio prima approfondire?) sono peggio, alle volte.
Scrivendo, mi sono ricordato di una frase di Babsi Jones, questa:
La letteratura, e l’arte in generale, ormai è – al pari dello sport, della politica, della religione e persino della scienza – assoggettata ai dettami delle tifoserie.
Sono d’accordo, ma non su quell’ormai. E’ sempre stato così. Quando uscì Viaggio al termine della notte mi risulta che sui giornali francesi si scatenarono le tifoserie: Porcata, No, capolavoro.
Piuttosto: Mi è piaciuto quel che ha scritto Lucarelli (postato dalla Lipperini) e cioé che chiunque, dal più intimo minimalista al giallista più classico, se scrive con sincerità, è altrettanto utile e importante.
Certo: va interpretato “se scrive con sincerità”.

Segnalazioni.
– Una grande testimonianza: sulla… retorica del 25 aprile.
– Quattro morti al giorno, già. Se ne parla troppo poco.

scrivere

Solimano, in un commento, scrive

faccio una osservazione, che non ritengo banale: per chi scrivono gli scrittori? Per gli altri scrittori? Anche, ma soprattutto per i lettori.

E per chi scrivono i blog? Per gli altri blog? Se è solo così, forse c’è qualcosa che non va nell’approccio. Sarebbe bello discuterne en plein air, perché gente che gira in rete ce n’è tanta, e non è detto che siano sfigati solo perché non hanno un blog.

Allora. Per chi si scrive.
Io scrivo per un’ombra, un volto che non conosco. Mentre scrivo mi chiedo chi sia, mi chiedo insomma.
Ma scrivo anche per le persone a cui tengo. O che ho incontrato.
Per esempio, non quando scrivo ma quando rivedo quello che ho scritto penso spesso alla fabbrica, o alle persone semplici.
So che non hanno tempo, loro, per certi orpelli. E quindi bado al sodo, o cerco di.

Questo condiziona, mi condiziona, soprattutto nella scelta dei registri linguistici. Non nei contenuti. Chi legge poco, io credo, non perde il bandolo della matassa di certe storie complesse.
Il grande poeta russo Esenin diceva se lui era diventato un poeta lo doveva a sua nonna analfabeta, che gli aveva raccontato, quando era piccolo, le fiabe della mitologia russa.

Buona domenica E poi c’è chi dice, in questo caso canta, che scrivere serve a sentirsi meno fragili.

mica facile leggere

Comprare un libro non è difficile, è difficile leggerlo. Si va in libreria, si sceglie un volume, si paga, si ritira lo scontrino. E’ facile. Ma leggere? Quando trovare il tempo? e il luogo opportuno? Il telefono squilla. Bussano alla porta. Passano gli amici per una visitina, per anticipare gli auguri di Natale: lo fate anche quest’ anno, l’albero? I familiari borbottano, sottovoce. Una volta tanto che sta in casa, quello (oppure: quella) ecco lì che si isola da noi. Un suggerimento: ammalatevi, se volete concedervi una bella lettura abbandonata, come quelle di una volta. Le malattie sono sempre, in tutto o in parte, psicosomatiche. Vanno e vengono a comando. Le malattie presentano sempre delle “utilità secondarie”; ampiamente utilizzate da tutti gli ammalati, oltre che doviziosamente descritte in Proust e in Freud. Una bella influenza, per esempio; non c’ è di meglio. E’ come piantare una bandiera in casa. Beniamino Placido (La Repubblica, 1992)

Segnalazioni. * Su Bottega di lettura la recensione del libro di Franz Krauspenhaar, Era mio padre. E’ un libro autobiografico, certo. Unico filtro, la memoria. Gli anni passano ma il passato non passa, dice Franz. Non l’ho ancora comprato. Lo farò oggi, o domattina. Ma mi viene in mente un incipit, invenzione di un blogger, Arimane: Dove va a finire il passato? La domanda è semplice lo so.

* Il culto dei morti: da Lenin a padre Pio. Partendo dagli egizi, però. Post da habanera (che è diventato ormai un bel blog collettivo).

* La Costituzione ha dei luoghi, precisi, di pellegrinaggio. C’entrano nulla i libri: leggete qua.

stasera si fa la luna, disse

Sabato 10 maggio non sarò al Salone del libro e un po’ mi spiace.
Sarò a Borgolavezzaro, piccolo centro del novarese a presentare La donna che parlava con i morti.
Ho preso l’impegno, contento d’averlo preso: mi stanno bene le presentazioni dove si fa festa se ci son dieci persone.
Sabato 10 non sarò a Torino, quindi. Ci potessi andare, non perderei la presentazione del libro di Giorgio Bona, Chiedi alle nuvole chi sono, Besa editore.
(Ci sarà tra il pubblico, credo, una persona che vorrei salutare e ringraziare per una bella recensione sul mio ultimo libro).

Nell’altro blog, tempo fa, feci, tre, quattro volte, questo: prendevo dei libri a pagina 50 e copiavo, senza dire il nome dell’autore, alcune righe, sette, otto, dieci.
A volte non era pagina 50 ma 47 0 54: cercavo brani che non rendessero riconoscibile il libro.
Copiai e proposi anche un estratto del libro di Giorgio Bona, Erano voci, edizioni Il Molo.
Successero due cose.
La prima, Quel passaggio piacque più degli altri (e uno degli altri era Bukowskij) a chi lesse il post.
La seconda. In alcune librerie chiesero delle copie di un gran bel libro di Giorgio Bona, scritto qualche anno fa, Ciao Trotzkij, Besa editore.
Ora Bona esce con Chiedi alle nuvole chi sono.
Nella prefazione, scritta dall’autore, si legge.
Queste storie le ho portate con me per un lungo periodo, mi hanno fatto compagnia.

Si dà il caso che questo racconto sia anche un sogno. I luoghi della Val Susa in cui sono ambientati sono luoghi da sogno. Prima ancora di averli visti, li ho vissuti nei racconti di mia nonna e nei lunghi silenzi di mio padre.

L’incipit
Ero già a letto quando sentii il barba bestemmiare forte. Bestemmiava sempre forte quando faceva qualche considerazione a voce alta, bestemmiava e malediva il governo, anche se il governo non aveva da entrarci.
“Stasera si fa la luna” disse.

voci di periferia

C’è il doppio registro ne Il contagio, ultimo libro di Walter Siti, di cui oggi si può leggere un’intervista su Il venerdì di Repubblica.
Dopo Pasolini c’è Siti che racconta le borgate romane.
Le racconta, appunto, usando il doppio registro: l’io narrante è il docente universitario, colto, i virgolettati sono le voci della borgata, volgari e sgrammaticati. E che trasudano vita.
Siti, che al mattino quando si sveglia apre la finestra che dà sui giardini vaticani, dice (nell’intervista).
In borgata mi trovo meglio, vengo da una famiglia povera, trovo le maniere borghesi terrificanti, deleterie per l’eros. E quando capii di essere omosessuale, i muscoli si trovavano solo in periferia, muscoli funzionali, da pugili, non fini a se stessi come oggi.

Non so nulla delle borgare romane.
So – e qualcuno stenta a credermi – che esistono borgate poverissime anche qui, nel ricco nord.
Anche io, come, Siti, vengo da una famiglia povera.
Anche io, come Siti, ho ammirato quel mondo. Ragazzi che avevano imparato a spacciare a tredici anni perché la vita a loro aveva offerto solo quello.
Siti ha scritto un grande libro, è un grande scrittore.
Il registro della borgata, la parlata della borgata, l’anima della borgata è – ma è una supposizione, questa mia – l’asse portante del suo ultimi libro.
Siti però, al mattino quando si sveglia si sveglia e non è in borgata. E’ in una casa elegante (suppongo), ben riscaldata, pulita.
La borgata, al massimo, può essere la sua seconda casa.
Magari ci vorrebbe vivere sempre, non so.
Come dicevo ho passato due anni della mia vita con ragazzi senza futuro, spacciatori, delinquenti. Cresciuti in una povertà desolante.
A differenza di Siti io ho visto che molti di loro il sesso lo hanno vissuto nel peggiore dei modi: nelle case piccole e sovraffollate può accadere di tutti. Molti si vergognavano a raccontarmi. Molti, vergognandosi, hanno raccontato a qualche assistente sociale (ce n’è qualcuna che capisce quel mondo).
Comunque.
Stavo con quei ragazi fino le tre, le quattro di mattina.
Stavamo in una bettolaccia. Arrivavano dei barboni, dei rifiuti della società (ricordo un medico radiato dall’album, un ex medico), degli zingari. Arrivava la ragazza di sedici anni che, a sedici anni, sembrava una stupenda venticinquenne. Era cresciuta in quei postacci, lei, ora, grazie al suo corpo da modella, passava le sue serate con uomini piedi di soldi e di voglie.
Quei ragazzi (ma per tanto tempo ho pensato “i miei ragazzi”) erano imbarazzati con lei. Da lei.
Oggi sono stata a Lugano, raccontò la prima volta che la vidi.
Silenzio assoluto: ma Lugano dov’è?
Il vino, in quel posto, costava pochissimo e non era male, la Moretti costava come al supermercato, il caffè faceva schifo.
Imparavo.
Quei delinquenti – parlo di quindicenni, di sedicenni – mi piacevano.
Ricordo una delle prime sere.
Un ragazzo, col cellulare, aveva chiesto dei soldi a un altro, che arrivò, seguito da altri due.
Gleli consegnò davanti a tutti, poi, nel silenzio più totale, si strinsero la mano.
Quella stretta di mani non era una stretta di mano borghese, Ciao come stai.
Era una promessa. Una stretta di mano tra piccoli uomini d’onore.
Mantenevano la parola data. Tra loro erano solidali. Quelli che ho conosciuto io non avrebbero mai violentato una ragazza o dato fastidio a un anziano.
Eppure loro erano nati violentati.

Io, però, in mezzo a loro ero un estraneo.
A volte mi riempio la bocca. Ho fatto del volontariato in carcere, ho passato due anni dell mia vita con questi ragazzi al confine.
Ma quando io ero con loro, benché cercassi di stare in disparte, di non farmi notare, ero comunque una presenza lontana di un mondo lontano.
Un borghese. Uno che stringe mani dicendo Come va?
Uno che, al mattino, quando si sveglia, non si sveglia in una casa umida, pregna di piatti da lavare calzini puzzolenti e di canne che mamma e papà si son fatti prima di andare a letto.
Questo ho pensato, leggendo l’intervista a Siti.
il libro lo voglio leggere con attenzione.

La borgata (o periferia più squallida) ha una grande contraddizione (ma non solo la borgata): non ha “voce propria” per raccontarsi.

Buon primo maggioPer la cinquecentesima volta ricordo che io ho scritto questa cosa qua. Di getto e di rabbia. E’ un omaggio: a quei ragazzi. Qualcuno non c’è più. Qualcuno, invece, ha saputo ribellarsi. Uno di loro, mesi fa, ha fatto un commento in questo blog. L’ho incorniciato quel commento.

vuol comprare il mio libro?

Era il 2002. Mettevo per la prima volta piede al salone del libro, a Torino. Per un motivo o per l’altro, negli anni precedenti avevo sempre rimandato. Era venerdì sera. Avevo appuntamento in uno stand e lì andai, e li mi fermai tutta sera. C’era un discreto via vai. E c’era una donna di mezza età che mi incuriosì. Fermava la gente con un libro in mano. Domandai (a quelli dello stand). Mi dissero che stava vendendo i suoi libri.
Scritti da lei medesima?, domandai.
Scritti da lei medesima, confermarono.
M’impressionò l’insistenza di quella donna: faceva delle presentazioni volanti. Pochi secondi, perché l’interlocutore diceva No grazie e se ne andava, qualche minuto invece con gli indecisi che, alla fine, cedevano e compravano il libro.
Vidi che non era la sola.
Pensai: potrei farlo anche o, certo, ma con un libro di un’altra o di un altro. Scusi, ho scritto Il quaderno delle voci rubate, mi creda, è davvero un bel libro… con che faccia?
(Già mi vergogno quando devo parlare dei miei libri alle presentazioni).

Avevo visto la stessa scena, anni prima, nella mia città. Un vecchio insegnante, a teatro, tra un atto e l’altro di non ricordo quale spettacolo di Pirandello. Andava dalle signore impelicciate e mostrava il libro che aveva scritto e fatto stampare, lui, a spese sue.
Qualcuno fece dell’ironia, a me fece pena.
Sbagliavo.
Le impressioni, spesso, fregano.
Domenica un amico critico, parlandomi di quel libro (un libro d’arte, di cui esistono ancora copie invendute) mi ha detto d’essere un estimatore di quel vecchio, ora molto vecchio, insegnante.
E mi ha spiegato, il mio amico critico, che preferì farlo stampare e poi cercare di venderlo porta a porta anziché abbassarsi a chiedere sponsorizzazioni ad assessori o enti.
Può andare a testa alta, non ha mai chiesto nulla a nessuno, mi ha detto il mio amico critico di quel vecchio insegnante.
Sbagliava chi lo prendeva in giro, sbagliavo io a provare pena.

segnalazioni (e primo maggio)

S’avvicina il primo maggio. Li ricordo sempre col sole, io, i primi di maggio. Se ha piovuto, evidentemente ho rimosso. Poi, per me, è anche la data di nascita di una persona che porto sempre nel cuore. E sul primo maggio, tempo fa, lessi questo vecchio post di elena, o caterpillar.
Un gran bel post, per me, ovvio.
Come è stato possibile che chi sapeva tutto della fabbrica, della catena di montaggio, del rapporto fabbrica-territorio negli anni Settanta e Ottanta, a un certo punto si sia trovato completamente spiazzato di fronte al cambiamento?
Un interessante articolo di Girolamo di Michele (su Aldo Bonomi e Il rancore, edizioni Feltrinelli) sul blog di Loredana Lipperini.

Su La poesia e lo spirito alcune poesie di Giulio Marchetti. Che è giovane, bravo e umile. Scriveva fiabe, aveva anche un bel sito internet; ora si è dedicato alla poesia, con buoni risultati, mi sembra.

Su Cabaret Bisanzio la recensione di un buon libro, che però parte svantaggiato: è pubblicato da un piccolo editore, quindi lo troverete di dorso se lo troverete. Ma dimostra che la piccola editoria – insieme a tanti prodotti così così, purtroppo – sforna anche cose buone come il pane fresco.E infine.
I sogni nel cassetto degli aspiranti scrittori sono spesso destinati a rimanere per sempre nascosti la dove sono stati riposti, magari dopo qualche timido tentativo di trovare una strada per la loro pubblicazione. Potete continuare a leggere sul blog di Enrico Gregori.

scritto e cancellato

Ho scritto tre post.
Sul salone del libro, il primo; sulle discussioni infinite che si fanno attorno all’editoria (dopo aver letto cento commenti sul blog di Serino), il secondo; sul nuovo libro che sto cercando di scrivere, il terzo.
Ho scritto e riletto.
Salvato, ma non pubblicato.
Non mi piacciono i tre post.
Ieri ne avevo scritti altrettanti.
Salvati (ma li cancellerò).
Di notte succede la stessa cosa.
Sono alle prese con una storia.
Sono fermo a due capitoli, a 76mila battute.
Scrivere un libro sui calpestati non è facile, per niente.
I calpestati sono, in questo caso, calpestati, dimenticati, infangati.
Sto ipotizzando un noir, sto.
Stanotte, però, ero soddisfatto: avevo riletto, corretto, fatto le schede dei personaggi.
Ma se scrivevo qualcosa, poi, cancellavo.
Mal che vada, penso, non lo scrivo: e questo pensiero, giuro, mi dà sollievo. Non mi ci ritrovo nell’editoria “sgomitante”.
Bene, adesso esco dall’ufficio. Vado a comprare le sigarette e vado al bankomat.
Stasera vedo una persona, conosciuta tramite Anobii. Mi ha organizzato una presentazione de La donna che parlava con i morti a Borgolavezzaro, sabato 10 maggio, ore 18.
Al salone andrò l’11.

1969, incontri licenziosi?

è il 1969, un giorno a caso.
il giornale locale, ma gli altri pure, costa 60 lire.
le prime pagine, ligie e grigie, sono attente a tutto ciò che sa di potere: economico, politico, religioso, militare.
c’è spazio per lo sport, naturalmente dentro.
e per la pubblicità.
A Rapallo, a Villa Benia, si curano le balbuzie.
A teatro, chi vuole, può prenotarsi: arrivano i Camaleonti.
Film in programma stasera (due spettacoli, il primo inizia alle 19).
Serafino, con Celentano e Ottavia Piccolo, a colori.
Dolce novembre, con Sandy Dennis e Anthony Newley.
(La trama. Vispa ragazza propone un mese di convivenza ad insipido uomo d’affari. Non è una spregiudicata ninfomane, ma vuol riservarsi un posticino nella memoria degli altri).
Mah, proseguiamo.
Commando suicida (senza trama né attori).
Impiccatelo più in alto, con Clint Eastwood.
Prudenza e pillole, con Deborak Werr.
Il mercenario, con Franco Nero e Toni Musante.
Poi ci son già i film in programma negli oratori, domenica prossima: due proiezioni, si paga un solo biglietto.

Cronaca.
Hanno arrestato tre uomini alla stazione. Indossavano… la minigonna.
Sono stati i passeggeri a notarli e chiedere l’intervento delle forze dell’ordine.
L’articolo chiosa così.
La Polizia sta indagando per stabilire se questi giovani dal comportamento equivoco e scandaloso siano anche protagonisti di qualche incontro licenzioso.
(Dei tre, c’erano nomi e cognomi e indirizzi pure).
Buone cose

Covacich, denudando e denudandosi

Quando succede agli altri sembra un avvenimento limitato, facile da isolare, da superare. In realtà, quando succede a noi, ci si trova indissolubilmente sole, in un’esperienza vertiginosa, cui l’immaginazione non si è mai neanche avvicinata.
La notti che lui passa da lei, ho paura di non dormire e ho paura di dormire…
Spesso, mi sento morire dall’infelicità…
Lui mi getta uno sguardo indifferente e si allontana.

Un po’ alla rinfusa, spezzoni tratti da Una donna spezzata, di Simone de Beauvoir.
Un libro che fa male.
La storia di un abbandono.
Chi legge sente, nelle viscere, i dolori della protagonista (spezzata) della de Beauvoir.
Ti senti abbandonata-o, tradita-o, finita-o.
Non hai che una carta, l’ultima: implorare.

Il libro di Mauro Covacich, Prima di sparire, Einaudi, potrebbe, come tutti i libri del resto, avere un altro titolo, o un sottotitolo: La donna che ho spezzato.
Ho letto questo libro dopo aver letto un post, duro ma che continuo a condividere, di donna Laura.
Covacich ha scritto della sua vita. Dei giorni dell’abbandono vissuti ma dalla parte del torto.
E qui che Covacich stupisce: racconta e basta, e non cerca attenuanti. Si denuda, insomma, senza trucchi. E’ lui l’assassino, il malvagio. E’ lui che ha spezzato una donna: così è, punto.
Ha scritto per lavarsi la coscienza?, come scrive donna Laura. Io penso di sì: scrivere serve a sopravvivere, anche.
Io non l’avrei scritto, ne son certo.
E’ giusto raccontare, raccontarsi, denudandosi e denudando?
Non è meglio, quando si scrive, prendere la realtà, partire da lei, e poi deformarla in modo che alla fine sia vera e falsa allo stesso tempo?
(Se è troppo vera è saggistica, giornalismo, letteratura condita – magari magistralmente – col giornalismo, alla Saviano; se è troppo falsa è fiction).
Io stesso: ho fatto bene oppure ho fatto male a scrivere della mia vita, non sui libri, ma in rete?
Una volta (almeno) è successo.
Comunque: fa male il libro di Covacih, ma è un ottimo libro. Anche perché c’è dell’altro. Un’altra storia di infedeltà, il mondo della scrittura, oggi.
(Mi son chiesto: poteva andare più a fondo, Covacich, al fondo del fondo?, dove l’urlo fa ancora più male oppure ha esagerato, doveva essere più lieve, ché non si denuda così? Non lo so, quando si scrive si sceglie, razionalmente e no).
Ma sullo sfondo comunque c’è – perché è lei che emerge – una donna spezzata.

– Aspetta – le dico. – Non andartene così -. Ma lei è già sulle scale e singhiozza con la mano sulla bocca per fare meno rumore. Non si gira neanche, piange squittendo, come se ridesse e scende le scale reggendosi sul corrimano. – Aspettaa! – le urlo dietro, senza motivo. Che c’è da aspettare.
Sta’ tranquillo, non l’hai uccisa, mi dice la mia faccia sulla finestra. Vedi, è lì che cammina sul marciapiedi, è ancora viva…
Vedi non l’hai uccisa, l’hai solo abbandonata. Era questo che volevi, no?

Un prezzo da pagare, comunque, in Prima di sparire, ci sarà: e non sarà solo il senso di colpa… Poi, nell’ultima pagina, in quella dei ringraziamenti, Covacich spiega.
Ma non è giusto che io ne dica.
Però mi chiedo. Covacich cita Stranamore nel suo libro. La televisione spazzatura, contenitore di confessioni alla faccia della privacy. E’ l’epoca, questa, del grande fratello e di stranamore e dei cento colpi di spazzola. Vent’anni fa, questo libro sarebbe stato pubblicato? Se fosse stato pubblicato vent’anni fa, io credo, avrebbe fatto il botto. Ora non so. Anche nei blog si usa raccontare, denudandosi e denudando. Sta cambiando quindi il comune senso del pudore.

Buona domenica