sbaglio?

Un libro trovato per caso, dimenticato. L’incipit (preceduto dal titolo del primo capitolo, “Come Bonnot piccolo funzionario del crimine andò a Parigi a dar fuoco alle polveri”), l’incipit, dicevo, è questo.
Madame Thollon sobbalzò. Le era parso di udire un leggero rumore contro le imposte della camera: come il fruscio insolito di un ramo o come se fossero stati lanciati dei sassolini. Trattenendo il respirò sollevò la testa e si mise in ascolto. Ma non udì altro che il brusio uniforme della pioggia, interrotto a ratti dal fischio del vento che indovinava gelido tra gli alberi.
Il titolo del libro è La banda Bonnot, la casa editrice è Forum editoriale Milano, 1968, in quarta di copertina non c’è nemmeno una parola, in copertina, sotto il titolo, La banda Bonnot c’è scritto “La rivolta disperata e totale di “banditi tragici dell’anarchico Bonnot. La belle èpoque terrorizzata dal grido “Morte alla borghesia”. Una ricostruzione minuziosa, partecipe, appassionante”.
(Si vede che tirava aria di sessantotto).
L’autore è un certo Bernard Thomas. Cerco di lui in rete: c’è niente.

Il nome di Bernard Thomas mi fa venire in mente (semplice assonanza) il grande Thomas Berhard.
E la sua scrittura: o la ami alla follia oppure non la digerisci, nemmeno col malox.
Incipit di A colpi d’ascia, Adelphi
Mentre tutti aspettavano l’attore che aveva promesso di arrivare alla loro cena nella Getzgasse verso le undici e mezzo, dopo la rappresentazione dell’Anatra selvatica, io osservavo i coniugi Auersberger dalla stessa bergère in cui stavo seduto quasi ogni giorno nei primi anni Cinquanta, e pensavo che accettare l’invito degli Auserberger era stato un errore denso di conseguenze. Ho inontrato al Graben gli
Auserberger, che non vedevo da vent’anni, proprio il giorno della nostra comune amica Joana e ho accettato, senza tante cerimonie, l’invito alla loro cena artistica, come i coniugi Auserberger hanno chiamato quel loro pranzo serale. Per vent’anni non ho più voluto sapere niente dei coniugi Auserberger. e per vent’anni non ho mai più visto i coniugi Auserberger, e in questi vent’anni…

Un editore mi fa, sai perché Il cacciatore di aquiloni ha venduto così tanto?
Perché è scritto semplice, la gente ama le scritture semplici, mi ha detto prima che io rispondessi.
Mentre mi diceva questo io pensavo a Thomas Bernhard, che semplice non è (o a Manchette, che a mio avviso è troppo semplice: preferisco Izzo).
Per cui all’editore non ho detto niente, e non è vero che chi tace acconsente: chi tace a volte riflette.
E comunque: io devo ammettere che col passare del tempo mi faccio sempre più paranoie. Se scrivo qualcosa e vedo che ho usato periodi lunghi cerco conforto: e faccio leggere quel che ho scritto a qualcuno che non è un grande lettore, a qualcuno che legge mettiamo tre, quattro libri l’anno.
Conosco una donna, giovane sulla quarantina, che da qualche anno legge meno.
Legge meno perché oltre a lavorare e badare a casa sua deve, ogni giorno, assistere i suoi vecchi, che non sono più autosufficienti. Leggeva un libro al mese, anni fa, ora ne legge uno ogni due (mesi).
Quando finisco il mio romanzo le farò leggere le bozze e, son sicuro, che se mi dirà che non ha capito qualcosa io le darò ascolto.
Sbaglio?

Sulla scrittura, in particolare, ma non solo: ho appena letto questo post di Solimano, brillante come al solito.

cara signora

Me l’ha segnalata una persona  – una persona che il problema zingari l’ha vissuto da volontaria e da assessore: lavorando per loro, andando al campo nomadi, protestando anche con loro, se necessario – questa lettera di don Luigi Ciotti che è stata pubblicata sull’Unità e che ripropongo con qualche taglio. (L’essenza c’è).

Cara signora,
ho visto questa mattina, sulle prime pagine di molti quotidiani, una foto che La ritrae. Accovacciata su un furgoncino aperto, scassato, uno scialle attorno alla testa. Dietro di Lei si intravedono due bambine, una più grande, con gli occhi sbarrati, spaventati, e l´altra, piccola, che ha invece gli occhi chiusi: immagino le sue due figlie. Accanto a Lei la figura di un uomo, di spalle: suo marito, presumo. Nel suo volto, signora, si legge un´espressione di imbarazzo misto a rassegnazione. Vi stanno portando via da Ponticelli, zona orientale di Napoli, dove il campo in cui abitavate è stato incendiato. Sul retro di quel furgoncino male in arnese – reti da materasso a fare da sponda – una scritta: “ferrovecchi”.
Le scrivo, cara signora, per chiederLe scusa. Conosco il suo popolo, le sue storie. Proprio di recente, nei dintorni di Torino, ho incontrato una vostra comunità: quanta sofferenza, ma anche quanta umanità e dignità in quei volti.

Nel nostro Paese si parla tanto, da anni ormai, di sicurezza (…).
È il bisogno di sentirci rispettati, protetti, amati. Il bisogno di vivere in pace, di incontrare disponibilità e collaborazione nel nostro prossimo. Per tutelare questo bisogno ogni comunità, anche la vostra, ha deciso di dotarsi di una serie di regole. Ha stabilito dei patti di convivenza, deciso quello che era lecito fare e quello che non era lecito, perché danneggiava questo bene comune nel quale ognuno poteva riconoscersi. Chi trasgrediva la regola veniva punito, a volte con la perdita della libertà. Ma anche quella punizione, la peggiore per un uomo – essendo la libertà il bene più prezioso, e voi da popolo nomade lo sapete bene – doveva servire per reintegrare nella comunità, per riaccogliere. Il segno della civiltà è anche quello di una giustizia che punisce il trasgressore non per vendicarsi ma per accompagnarlo, attraverso la pena, a un cambiamento, a una crescita, a una presa di coscienza.

Da molto tempo questa concezione della sicurezza sta franando. Sta franando di fronte alle paure della gente. Paure provocate dall´insicurezza economica – che riguarda un numero sempre maggiore di persone – e dalla presenza nelle nostre città di volti e storie che l´insicurezza economica la vivono già tragicamente come povertà e sradicamento, e che hanno dovuto lasciare i loro paesi proprio nella speranza di una vita migliore.

Cercherò, cara signora, di spiegarmi con un´immagine. È come se ci sentissimo tutti su una nave in balia delle onde, e sapendo che il numero delle scialuppe è limitato, il rischio di affondare ci fa percepire il nostro prossimo come un concorrente, uno che potrebbe salvarsi al nostro posto. La reazione è allora di scacciare dalla nave quelli considerati “di troppo”, e pazienza se sono quasi sempre i più vulnerabili. La logica del capro espiatorio – alimentata anche da un uso irresponsabile di parole e immagini, da un´informazione a volte pronta a fomentare odi e paure – funziona così. Ci si accanisce su chi sta sotto di noi, su chi è più indifeso, senza capire che questa è una logica suicida che potrebbe trasformare noi stessi un giorno in vittime.
(…)
Chiedere agli altri di rispettare una legge senza averli messi prima in condizione di diventare cittadini, è prendere in giro gli altri e noi stessi. E il ventilato proposito di istituire un “reato d´immigrazione clandestina” nasce proprio da questo mix di cinismo e ipocrisia: invece di limitare la clandestinità la aumenterà, aumentando di conseguenza sofferenza, tendenza a delinquere, paure.

Un´ultima cosa vorrei dirLe, cara signora. Mi auguro che questa foto che La ritrae insieme ai Suoi cari possa scuotere almeno un po´ le nostre coscienze. Servire a guardarci dentro e chiederci se davvero questa è la direzione in cui vogliamo andare. Stimolare quei sentimenti di attenzione, sollecitudine, immedesimazione, che molti italiani, mi creda – anche per essere stati figli e nipoti di migranti – continuano a nutrire.

La abbraccio, dovunque Lei sia in questo momento, con Suo marito e le Sue bambine. E mi permetto di dirLe che lo faccio anche a nome dei tanti che credono e s´impegnano per un mondo più giusto e più umano.
Don Luigi Ciotti
Presidente del «Gruppo Abele» e di «Libera – associazioni, nomi e numeri contro le mafie»

zingari di merda

È lì che ci porta il viaggio di Moresco, sulla soglia del silenzio e della morte. Dove arrivano anche le fotografie di Giovanni Giovannetti, che chiudono il libro (leggo su Orasesta)
Ringrazio Aitan per la segnalazione di questo post.

Estate 2006. Sono a Ravenna per presentare Lo scommettitore.
Pernotto in una bella pensione, la prenotazione l’ha fatta Fernandel, la casa editrice.
Ne approfitto, Ravenna è bella, la Romagna è bella; è vivace. Mi fermo due giorni e due notti, quella di venerdì e quella di sabato.
Sabato, mentre faccio colazione, parlo con il marito della signora che gestisce la pensione. Fa il fotografo, lui. Mi dice che ha una passione, Posso farle vedere, mi fa?
Ma certo, dico, e lui arriva con degli album, mi pare di ricordare.
Di scuro erano tutte fotografie che lui aveva scattato tra i rom. Vorrei che la gente sapesse che questo popolo è un popolo dignitoso come lo erano i pellerossa d’amercica, mi disse.
Guardi qua, non le sembra un’indiana?
Mi fece vedere una foto di una bellissima ragazza, Avrà vent’anni, mi disse lui, Vede come mi guarda, un po’ fiera e un po’ arrabbiata? I Rom non amano essere fotografati, ma i bambini sì.
Erano infatti foto soprattutto di bambini.
In Europa, mi disse, sono milioni e milioni, quanti uno stato della comunità europea, solo che noon hanno voce, né al parlamento né da nessuna parte. E l’ingiustizia, nei loro confronti, si perpetua.
Quel fotografo, poi, mi dice un’altra cosa. Mi dice: Ho imparato a conoscerli, e solo quando li conosci li capisci.
Era commosso. Ricordo che guardai sua moglie che a sua volta lo guardava, sorridendogli, come a dire Ti capisco, io ti capisco.

Non è facile parlare degli zingari. Nella mia città, alcuni sinti, soprattutto la sera, entrano nei bar di periferia e fanno paura, soprattutto quando bevono (e bevono: non c’è sera).
Sonospacconi, cercano la rissa. E contro di loro si scatena la rabbia delle periferie, e non solo. Anche di chi non li ha mai visti.
A volte sembra che il male peggore non siano corruzione, smog, il lavoro che non c’è, lo spaccio di droga che aumenta. Il male peggiore sono loro, che davanti ai supermercati e alle chiese chiedono l’elemosina.
Poi rubano, certo.
Ma come vivono? Come sono nati, cresciuti?

Quando frequentai per due anni un locale della periferia, che mi ispirò il racconto Tamarri, avrò avuto una quarantina d’anni. C’era qualche pensionato senza pensione, un paio di miei coetanei che la sera non sapevano dove sbattere la testa, e c’erano tanti ragazzi, dai quattordici e diciott’anni. Figli della disperazione. Alcuni erano zingari. Bevevano birra, certo. Una, due, tre Moretti. Ma non erano interessati né alle canne né alle pasticche che, sapevo, giravano alla grande, lì.

Credo ci sia un problema, serio, in Italia: a differenza di altri paesi europei, come la Germania, spendiamo tanti soldi per la repressione e pochi per l’integrazione.
Zingari di merda, appunto.
(Quando, domenica scorsa, al Salone del libro sono andato allo stand di Effigie, Giovanni Giovannetti, spiaciuto, Mi ha detto che Zingari di merda era ormai esaurito, – ma io son contento per lui, Moresco e il libro).

Poi, vi prego, leggete questa poesia di Mariella Mehr sul blog di Lino Di Gianni.
Faccio che incollare le note biografiche di questa poetessa (pubblicata da Effigie).
Mariella Mehr è stata vittima della persecuzione del suo popolo in Svizzera (il famigerato programma “Kinder der Landstrasse”, del quale poco o niente si sapeva fino a una ventina di anni fa): tolta alla madre nella primissima infanzia, passata per famiglie affidatarie, orfanotrofi e istituti psichiatrici, è stata soggetta a violenze di ogni genere, compreso l’elettroshock, e, come già successo a sua madre, a diciotto anni l’hanno sterilizzata e le hanno tolto il figlio. Autrice di romanzi, opere per il teatro e poesie, dal 1996 vive in Toscana.
La sua letteratura è una lotta permanente contro l’intolleranza, il razzismo e la discriminazione.

Fabio Turchetti – Mariella Mehr: Mio angelo di cenere

poi invece ho letto Elys

Dopo il caffè al solito bar, mentre camminavo pensavo che, oggi, avrei avuto due cose da scrivere.
Una storia di sguardi: persone che rivedo, ogni tanto mentre cammino, per esempio dopo il primo caffè, e che mi sembra siano rimaste ferme nel tempo: a uno sguardo, triste, di anni fa, che si portano sempre appresso.
Però avrei voluto scrivere anche di politica. Ieri sera, casualmente, vedo su un’emittente televisiva piemontese una sorta di Porta Porta alla buona. C’è il leader della Destra, Storace. Che, rivolgendosi a una ex parlamentare di Rifondazione ha, più o meno, detto: Il governo Prodi l’ha fatto cadere Mastella per una questione di malaffare, mentre voi invece avete fatto i soldatini, e avete tradito i vostri principi e i vostri valori. Eravate voi che dovevate far cadere il Governo Prodi, l’aveste fatto il vostro elettorato non vi avrebbe girato le spalle.
Grosso modo: condivido.
Il governo Prodi ha risanato il debito, ma ha fatto finta di non vedere che per le fasce più deboli la vita diventava sempre più difficile.
Avrei voluto, insomma, scrivere sulla sinistra italiana: che ha perso la sua identità, che è diventata casta, che abbassa la testa e non sa avvicinare i nuovi poveri.
Lo farò, forse, oppure no. Anche perché un po’, mentre ci penso e scrivo, m’arrabbio.

E invece apro il blog e vedo che l’ultimo commento è di Elys, Deserti di cioccolato. Era già intervenuta altre volte e quando qualcuno interviene, qui, poi io vado a vedere. Per curiosità, per scambiare il link (che giudico un puro gesto di cortesi), per leggere.
Ho letto.
Elys scrive
se penso all’impossibilità attuale di arrivare a ricevere un “sì” da un editore, mi prende un nodo allo stomaco
E poi dice anche:
mi viene l’irrefrenabile istinto di distruggere ogni cosa creata fino ad ora. Racconti, blog, romanzo.
Tutto. Mi viene voglia di DIMENTICARLA la scrittura. Mi viene voglia d’inventarmi una nuova identità. Che ne so, una senza aspirazioni. Una che non vuole niente. Si vivrebbe meglio. Io, vivrei meglio? Forse no.

Allora.
A volte lo penso anche io. Anzi: a volte quasi rimpiango quando scrivevo e non avevo trovato un editore. L’ho pensato anche nei giorni scorsi, e pensare che, nei giorni scorsi, per la prima volta – mai successo prima – un editore, incontrato al salone del libro, mi ha detto che un mio libro sta vendendo, sta insomma andando bene.
L’ho pensato perché si vive male – e ne conosco, io, di gente che vive male – dopo aver pubblicato un libro. Quello che era un sogno diventa poca cosa. Qualcosa da esibire, altrimenti gli altri nemmeno se ne accorgono. E si diventa patetici. O almeno: io così mi sento.
Ma ora mi fermo. Perché il post di Elys merita attenzioni.
(Anche perché, cara Elys, ti capisco: erano i miei pensieri quando scrivevo i miei primi libri. Ne vale la pena?, mi chiedevo. Ne vale la pena?, mi chiedo. Tu scrivi, e basta. Pubblicare o non pubblicare spesso dipende dal caso).
Buon sabato
Qui il cielo è grigio grigio

Dimenticavo, al Salone del libro di Torino mi ha fatto piacere rivedere alcuni amici blogger. In particolare Viridian (non me ne vogliano gli altri dieci, quindici che ho visto).
E ho avuto il piacere di conoscere personalmente Giovanni Giovannetti, che nella vita fa il fotografo e l’editore. E poi fa altro, per complicarsi l’esistenza.
In questo blog ci sono segnalate le case editrici che mi hanno pubblicato e alcune case editrici di cui ho sentito dire bene (per esempio da Barbara Garlaschelli). C’era anche quella di Giovannetti. Ora c’è: a maggior ragione.

certo che “tira” il sesso in rete

Riprendo la precedente discussione.
In un commento ho scritto

se uno scrittore vende non si lamenterà certo del popolo bue che legge solo libri commerciali.
se uno scrittore non vende invece si sente un incompreso.

il numero dei visitatori di un blog, il numero delle copie vendue da un libro, il numero delle copie vendute da un giornale dipendono da mille fattori.
La Voce di Montanelli non era forse uno dei migliori giornali in circolazione?
Eppure sparì.
Chiaro. Le furbate commerciali ci sono. Ma è una furbata il fatto che un blogger cerchi di scrivere cose interessanti con una grafica piacevole?
E’ una furbata che una casa editrice cerchi un titolo che richiami e una copertina che richiami ancor di più? (Non so se ci avete fatto caso ma a un ceto punto son comparse le copertine con gli occhi: Hanno scoperto, così mi ha spiegato una mia amica che lavorava nel settore, che il libro “che guarda” il lettore vende di più).
E’ una furbata che un giornale proponga e cerchi un giusto mix tra cose importanti e cose interessanti?

Certo, in rete, si sa, come ha notato Cinzia Pierangelini ma lo ha notato anche Aitan con le chiavi di ricerca, il sesso domina. Nel vecchio blog ebbi il record dei visitatori, quasi 600, quando parlai di chat.
Dissi che l’avevo usata. Di notte avevo usato la chat: dal momento che Anna Antichi, la protagonista de La donna che parlava con i morti, la usava, dovevo capirne il funzionamento.
Fu interessante la discussione, furono ancor più interessanti le mail private che ricevetti.
Due, dico due, dicevano La chat è stata la mia rovina.

Il sesso in rete tira, certo che sì.

Un paesino. L’amministrazione organizza corsi di internet per pensionati. Il giovane docente si intenerisce quando vede che alcune copie muovono maldestramente il mouse mano nella mano: uniti anche nella navigazione in rete. Comunque si spazientisce un po’ lui. Son troppo lenti, troppo poco interessati. Decide così di dividere i maschi dalla femmine (per le femmine si inventerà qualcosa, poi):
E ai maschi dai 65 in su una sera fa vedere che esistono i siti erotici. La loro mano sul mouse divenne ferma e veloce, bastarono due incontri, mi raccontò

Buona giornata

Beh, sì. Questa disussione sul sesso precoce la segnalo volentieri.

parole chiave ed altro

dal
giovane
mio
corpo
partono
immagini
intriganti:
gambe
aperte
e
chiuse
che
digrignavano
smorfiose

é un gioco: fatto da Aitan con le parole chiave del suo blog. Non è l’unico.
A parte quel che dice Aitan, gliela invidio l’arte dell’ironia a e dell’autoironia, nei giorni scorsi, oltre a gnocca e altro in rete c’è stata un’ondata di nuoveparole chiave: dichiarazione redditi 2005, download dichiarazione redditi, download elenco redditi, elenco online contribuenti, elenco redditi 2005, elenco redditi italiani….

Sono strani, comunque, i contatori.
Questo blog, per esempio, che ha un bel contatore interno, mi segnala poche parole chiave. Il numero dei visitatori (dai 400 ai 550 dal lunedì al giovedì, sui 250-300 dal venerdì alla domenica) invece è aumentato. Giorni fa Solimano ha fatto cenno al numero degli accessi. E’ un argomento non facile. Ci sono blog premiati dalla popolarità del blogger, altri da discussioni e insulti, altri dalla leggibilità. Ce ne sono alcuni – giuro che la penso così – che son meglio di questo blog e che hanno meno visitatori. Non son pratico di contatori, io. Ma credo che il miglior contatore (c’è?, esiste?) sia quello che segnali la permanenza temporale in un blog. Oggi hai avuto 100 visitatori che si sono soffermati, a leggere o curiosare tra foto e post archiviati, in media per sette, tre, mezzo minuto.
Qualcuno (mi pare Luca De Biase ma non ne sono certo) si è soffermato su questo aspetto: è vero, aumentano i visitatori dei giornali on line ma si tratta di visitatori che leggono o che passano velocemente da un sito all’altro?

Poi.
Antonio Machado è uno dei miei poeti preferiti. Sul blog di Clelia Mazzini una sua poesia: Solitudine, unica compagna dea

Poi.
Barbara Gozzi si s sta occupando di Madri, lavoratrici, sottovuoto.

E infine.
Sabrina Manca, in un post, ha scritto: C’è un tempo per scrivere e un tempo per vivere?
Non è mai facile dosare il tempo. Vivere senza leggere e scrivere, per me, sarebbe inimmaginabile. Leggere e scrivere e basta ancor di più. Di che scriverei, poi?

Buona giornata

A proposito, ancora, di contatori. Su Word press vedo il numero degli accessi alla singole discussioni. Se parlo per esempio di editoria il contatore va alle stelle. Se racconto la prima cosa che mi viene in mente (e succede spesso) ho comunque un buon riscontro. Ma se faccio un post con degli incipit, oppure parlo di un libro o di un autore, il contatore scende.
Onore, quindi, ai blogger (come Stefania Mola) e tanti altri che parlano solo ed esclusivamente di libri. Perché è giusto così: a prescindere dal contatore.

E poi ancora.
Appello di Barbara Garlaschelli: in Myanmar un disastro come lo tsunami

E riprendo infine
una segnalazione che ha fatto già Cinzia Pierangelini nel suo blog.

post demenziale, o quasi

Tosse e mal di gola.
Casini.
Voglia di parlare del salone del libro: zero assoluto.
Scrittura come sempre al bivio: periodi brevi e semplici o frasi più articolate?
Libri da leggere, tanti, appena usciti (Era mio padre, di Franz Krauspenhaar; I miei amici, di Luisito Bianchi; Chiedi alle nuvole chi sono, di Giorgio Bona; I briganti biellesi, di Roberto Gremmo; Kaddish profano, di Francesca Mazzucato; Non baciarmi sulla bocca, di Valeria Ferracuti). (Mi sa che ho dimenticato qualcosa).
Libri da finire (meglio lasciar perdere, ho perso il conto).
Libri appena finiti (Quella notte a Dolcedo, di Marino Magliani; Prima di sparire, di Mauro Covacich; Elisabeth Costello, di J.M: Cotzee).
Libro che non finirò, penso (L’indagine, di Juan Josè Saer).
Libri che, a rilento, sto rileggendo (Viaggio al termine della notte, di Céline).
libri che vorrei rileggere (Guerra e pace di Tolstoy, e sfogliare un po’ di Artaud; non per altro: ai tempi dell’università ho letto tutto, ma in fretta; così ora ricordo nulla). Anche Guerra e Pace l’ho letto, ma avevo quindici anni. Trovato in una cantina, mi pare. Era un’edizione con una bella copertina. Non avevo l’età, credo, per leggerlo.
Manoscritti da leggere: due, ma potrebbe essere dieci (posta elettronica da riordinare).
Sigarette fumate oggi (dalle dieci di questa mattina, quando mi sono svegliato, ad ora, che sono le 3 e 34 di notte), dodici (ma perché ho mal di gola).
Bene, riprendo a scrivere: fino alle 4 e mezzo. Poi mezz’ora con Cèline.
Poi cerco di dormire.
Sogni brutti, in questo periodo. Dovrei mangiare meno porcherie, e a orari cristiani (mai fatto in vita mia).
Buona notte.
Buone cose a tutti.
E speriamo mi passi la tosse. I casini no, senza quelli che gusto c’è?

fosse facile scrivere, varrebbe la pena?

a pagina 9, sulla scrittura indecente (ma anche realvisceralista)

Per lui il cambiamento si verificò a 33 anni. Fino a quel momento non aveva letto una parola di quello che aveva scritto sua madre. La sua risposta, la vendetta per essere stato chiuso fuori da lei. O forse si era rifiutato di leggerla per difendersi. Forse era quello il motivo più profondo: difendersi dal fulmine. Poi un giorno, senza dire una parola a nessuno, senza dire una parola nemmeno a se stesso, prese uno dei suoi libri in biblioteca. Dopo, lesse tutti gli altri, apertamente, in treno, a tavola. – Cosa leggi? – Uno dei libri di mia madre.
Lui è nei suoi libri, o almeno in alcuni dei suoi libri. E ci sono anche altre persone, che lui riconosce; e ce ne debbono essere molte di più che non riconosce. Sul sesso, sulla passione, la gelosia, l’invidia, lei scrive con una lucidità che lo sconvolge. E’ assolutamente indecente.

pagina 16, sull’immedesimarsi (o pensare come dei pazzi: vedi Flaubert)

– I nostri ascoltatori devono sapere che stiamo parlando di un libro di grande intensità. Ma le riesce facile scrivere dalla prospettiva di un uomo?
(…) – Facile? No, se fosse facile non varrebbe la pena farlo. La sfida è nell’alterità. Nell’inventare qualcuno che è altro da sé.

Elisabeth Costello di J.M. Coetzee, Einaudi (9 euro e 80, 192 pagine).
Il libro parla anche dello scrittore davanti al male.

E poi.
Su Racconti ho postato il mio contributo a No Tag, Sottovoce, il giornale di Paolo Pedrazzi.
E’ il primo racconto che io e Pedrazzi, eravamo di fretta, abbiamo titolato Se l’anima si sporca…
Poi, come succede spesso, mi è venuto in mente un altro titolo: Il fascino indiscreto dell’editoria.

Buon martedì

il male invisibile

Io credo che abbiamo bisogno di leggere libri o vedere film che ci prendano in giro.
Dove alla fine torna tutto e la verità emerge.
E il bene trionfa sul male.
Se non trionfa, comunque, le cose per lo meno si sanno.
La mafia, i generali birmani, Hitler, i pedofili, mille altri: il male insomma.
Ma c’è qualcosa di più sottile: il male invisibile.
Quello che colpisce senza manifestarsi.
Persone che spariscono, e di cui non si saprà più nulla.
Vittime.
Delle quali, a volte, si sa.
Ricordo un articolo sull’Unità. No, era una lettera. Una ragazza che ricordava suo padre che vomitava sangue, che pesava venti chili. Suo padre aveva lavorato a Porto Marghera. La ragazza raccontava che, quando prendeva il vaporetto, vedeva le sue compagne ridere e scherzare. Lei non ci riusciva.
Ma c’è di peggio: persone denigrate, infangate, perché magari hanno denunciato.
I calpestati.
E’ l’argomento che più mi sta a cuore, ultimamente, come un’ossessione.
Spero di poterne dire.
Spero anche che ci sia comunque uno spiraglio: per lottare.
Ma non sempre, non sempre.
E ho una sensazione, ripeto: una sensazione.
Che si preferisca rimuovere, non pensare che, in fondo fondo, c’è qualcosa che fa paura e sconfigge, con facilità.
Abbiamo bisogno di essere rassicurati: dai libri, dai film, ma anche dai politici e dagli intellettuali.

Del libro l’ausiliaria e il partigiano di Massimo Novelli, ho già scritto, nel vecchio blog.
In sintesi.
Una ausiliaria repubblichina, Maddalena Grill, di 16 anni, quando Torino ormai è già liberata, viene, insieme a un’altra ragazza, presa da alcuni partigiani. Sono i giorni della resa dei conti. A volte motivata.
Ma questi partigiani vanno oltre la resa dei conti. Son bestie, va a sapere perché. Violentano e poi uccidono, fucilandola, Marilena Grill.
Il branco fa di queste cose.
Ma ci fu un partigiano, uno solo, che si ribellò. Alberto Poldori, un comandante. Cercò di evitare, perlomeno, la fucilazione di due ragazze di sedici anni. Per poco non accopparono pure lui.
Massimo Novelli, poi, l’ha cercato a quest’uomo, cinquant’anni dopo, nella speranza di trovarlo ancora vivo, di farsi raccontare.
Si era suicidato, da tempo.

scrivere di pancia

In un commento Monia ha domandato:
ma perché, secondo voi si può scrivere degnamente di vita non vissuta in prima persona? I racconti migliori non possono essere che quelli della pancia, secondo me.
Della pancia, non dell’ombelico.

Allora.
Alcuni libri a caso. Papillon di Henry Charrière e Se questo è un uomo di Primo Levi.
Da lettore dico che non mi sono posto il problema quando li ho letti. Mi sono piaciuti e basta.
Oppure, mi viene in mente Carlotto: per me il suo miglior libro è IL fuggiasco, che è appunto autobiografico.
La scrittura di pancia (che io da anni chiami di viscere) è la più vera, certo: ha un impatto immediato, parla di noi.
Come scrittore, invece, io ho fatto scelte precise. Anche etiche. Se scrivo del mio vicino di casa perché io debbo avere voce e lui no?
Comunque.
A volte ricevo della mail. Delle belle mail. Mail di pancia. A volte la stessa persona che mi ha scritto una mail (di pancia, si qualcosa di vero) mi fa leggere anche un racconto. Che magari è scritto bene ma che a mio avviso è monco. Non trasmette nulla.
Credo insomma che la migliore scrittura sia quella di viscere.
Purché siano le proprie, però.
Buon sabato

Io stasera presento il mio libro a Borgolavezzaro.
Il mio amico Giorgio Bona, presenta il suo Chiedi alle nuovole chi sono (Besa editrice), fresco di stampa, al salone del libro: stasera alle 18, stand della regione Puglia, padiglione 2.

giornali (e Salone)

Questa foto è stata scattata a mia insaputa. Era il giorno (novembre, mi pare) dell’inaugurazione della nuova rotativa dove viene stampato il giornale in cui lavoro, e cioè alla Sigraf di Calvenzano. Sembro in un autobus, in realtà son “dentro” la rotativa. E sopra la mia testa ci sono i giornali, che corrono.

Questa invece è la copertina di un free press – No Tag Sottovoce – che verrà distribuito gratuitamente al Salone del libro, Torino. Non sarà l’unico. Ci sarà anche (credo) Satisfiction di Paolo Serino e Milanonera di Paolo Roveri. Questo giornale, che ospita anche un mio contributo, è stato realizzato da Paolo Pedrazzi. Che conoscerò domenica e col quale ho parlato in questi giorni al telefono. Scoprendo che il free press è stato stampato sempre alla Sigraf di Calvenzano (dove, oltre a un bel po’ di giornali locali, stampano gli inserti culturali de Il Manifesto)

racconti segreti

Uno, la grafica di questo nuovo blog non mi convince.
Sto riflettendo se cambiarla (ripeto: la grafica, non il blog).
Non è per una questione estetica; quando penso a un prodotto editoriale, sia cartaceo – dove ho occhio – sia on line – dove non ce l’ho – m’interrogo sulla leggibilità. E vedere gli accessi (tantissimi, 1500 negli ultimi tre giorni, pare sia più trafficato questo blog rispetto all’altro).

Due,
al salone del libro ci sarò domenica, dalle 11 fino alla fine.
al salone del libro, fuori e dentro, verrà distribuito un giornale, gratuito, Sottovoce. l’anima di questo giornale è Paolo Pedrazzi, che conoscerò, appunto domenica.
Nella 48 pagine della rivista ci sono articoli e racconti di Mozzi, Morozzi, Laura Pugno e altri autori.
C’è anche un mio racconto. Protagonista: una signora che si è rifatta il trucco…

Tre.
Sabato sera, invece, sarò a Borgolavezzaro; alle 18 presento La donna che parlava con i morti. E’ un’iniziativa collaterale alla fiera, leggo stamattina su adnkronos.

Quattro.
Ieri sera ho fatto il conto dei libri che sto leggendo (e rileggendo, Céline per esempio).
Nove ne sto leggendo nove, insieme. Una cosa folle. Devo tornare el vecchio metodo: Una per volta e basta.

Cinque.
Si parla molto in rete di due libri, Era mio padre di Franz Krauspenhaar, e Prima di sparire di Mauro Covacich.
Libri diversissimi, ma uniti dal fatto che l’autore mette se stesso nel libro. E altri.
Allora.
Tempo fa, una persona che frequenta questo blog mi mandò un racconto. Lo lessi in fretta, risposi che alcune cose mi convincevano e altre no, ma che – ed era vero – non avevao abbastanza testa e tempo per capire, giudicare, dire qualcosa di furbo insomma.
Tempo dopo, questa persona mi manda un altro racconto. Che non è un racconto nato un’immagine, un pensiero, un idea; è un racconto vero-vero, di passioni, pulsioni. Lacrime e ricordi.
Lo lessi senza fermarmi, mai. Quel racconto non verrà mai pubblicato, così com’è. La persona non vuole. Ci son di mezzo altri soggetti. Giustamente non può. Peccato, però.
E non credo che seguirà il mio consiglio: salva l’anima di quei personaggi, ho detto, ma cambia nomi, contesti, cronologia degli eventi.
Che i racconti più belli siano quelli che non possiamo raccontare?
Ne abbiamo tutti, credo, di racconti segreti.

son di corsa, per il lavoro.
buona giornata

Sei.
E grazie a Marta Baiocchi per questa intervista, fresca di giornata (su romacultura.it)