scrivere di pancia

In un commento Monia ha domandato:
ma perché, secondo voi si può scrivere degnamente di vita non vissuta in prima persona? I racconti migliori non possono essere che quelli della pancia, secondo me.
Della pancia, non dell’ombelico.

Allora.
Alcuni libri a caso. Papillon di Henry Charrière e Se questo è un uomo di Primo Levi.
Da lettore dico che non mi sono posto il problema quando li ho letti. Mi sono piaciuti e basta.
Oppure, mi viene in mente Carlotto: per me il suo miglior libro è IL fuggiasco, che è appunto autobiografico.
La scrittura di pancia (che io da anni chiami di viscere) è la più vera, certo: ha un impatto immediato, parla di noi.
Come scrittore, invece, io ho fatto scelte precise. Anche etiche. Se scrivo del mio vicino di casa perché io debbo avere voce e lui no?
Comunque.
A volte ricevo della mail. Delle belle mail. Mail di pancia. A volte la stessa persona che mi ha scritto una mail (di pancia, si qualcosa di vero) mi fa leggere anche un racconto. Che magari è scritto bene ma che a mio avviso è monco. Non trasmette nulla.
Credo insomma che la migliore scrittura sia quella di viscere.
Purché siano le proprie, però.
Buon sabato

Io stasera presento il mio libro a Borgolavezzaro.
Il mio amico Giorgio Bona, presenta il suo Chiedi alle nuovole chi sono (Besa editrice), fresco di stampa, al salone del libro: stasera alle 18, stand della regione Puglia, padiglione 2.

26 pensieri su “scrivere di pancia

  1. Remo son contenta… siamo contentissime – io & quell’altra – e tu sai chi !
    Personalmente me lo sentivo che si sarebbero accese tantissime lampadine stavolta.
    Voglio inviarti un link: sorpresa, veramente, dopo anni è nato finalmente !

    http://sportelloutenti.splinder.com/

    Io l’ho linkato nel mio diario on line: sono certa lo linkerai anche tu molto volentieri !

    Paola Rossa

  2. Io credo che un buono scrittore sia quello che riesce a emozionare anche se affronta argomeni che non gli appartengono. Quello che riesce a riversare sulla pagina scritta un’emozione che non necessariamente deve derivare da dirette esperienze di vita. Poi è logico che una parte di sè finisce sempre tra le parole, alle volte di più, alle volte di meno.
    A parte questo la scrittura ha sempre bisogno di un filtro, di trovare la forma e il linguaggio adatto per quello che si sta raccontando, altrimenti si rischia di creare testi monocromatici che non comunicano nulla.

  3. grazie beppe.
    col passare del tempo divento sempre più amaro e non so dire se la scopa del tempo renderà giustizia.

    paola,
    il libro sta andando bene. l’ho saputo al salone del libro dal mio editore. non ha saputo quantificare, io non gli ho chiesto. ma per la prima volta, da quando scrivo, c’è – finalmente – un editore che mi dice che è andata bene.

    caro solimano,
    prima o poi ti rispondo con un post.
    bell’argomento.

  4. Io però distinguerei due ambiti.

    Punto primo. Scrivere fa bene, tutti -e tutte- farebbero bene a scrivere, magari col perchè, qual’è, i quattro puntini…. o i due puntini.. invece dei tre puntini… come da regola, e col pò, dò, fà etc etc, prima o poi imparerebbero. E scrivere in rete, perché la rete consente la correzione continua (cosa straordinaria a cui non si bada). Scrivere è come respirare. Ancor più in Italia in cui l’atteggiamento dei felici pochi è da sempre di tipo esclusivo, alla no tu no, meno siamo meglio stiamo. Si dovrebbe essere contenti per il solo fatto di scrivere.

    Punto secondo. Diventare scrittori è un altro ambito (ad esempio, ci sono tanti conoscitori di regole che fanno le pulci a tutti e scrivono da cani). In questo ambito, da un certo punto di vista, vige la legge della giungla, à la guerre comme à la guerre, chi ha più filo (o appoggi o fortuna) tesse la tela. Non è obbligatorio diventare noti.

    Infine, inviterei tutti a riflettere sulle tirature in rete, eh sì. Perché, a saperci fare, in rete si finisce per essere letti molto più che su carta. Col contatore Shinystat PRO io riesco a fare i conti post per post (anche Remo credo che lo faccia), e ci sono spesso degli ottimi numeri. A questo riguardo, siccome qualcosa ho imparato sul lavoro, ricordo a chi non lo sa o non ci crede, che la parola marketing non è una bestemmia né la parlantina degli stolti, ma è una cosa molto seria, che richiede ad esempio un esercizio importante: mettersi nei panni degli eventuali lettori. A questo riguardo, noto in rete molta supponenza e ingenuità colossali e ridicolissime: la linketterìa spesso porta fuori strada.

    Mi scuso per la lunghezza, ma ho detto cose di esperienza reale, prendendo facciate dagli errori, che insegnano.

    grazie Remo e saludos
    Solimano

  5. Ciao gente, manco da un pò ma vi penso sempre.
    Il tempo mi è dolcemente tiranno: mi manca per scrivere e per leggere ma lo sto pianificando ed ottimizzando al lavoro, nella nuova agenzia di cui faccio parte. Tre soli mesi e… mi pare di esserci da tre anni!
    Al mattino mi sveglio presto, faccio la pendolare, pioggia o sole vado e sono felice di andare.
    La sera torno e mi addormento soddisfatta dopo aver cenato, la testa che mi ciondola e mia madre che cerca di smuovermi con l’aiuto di mia figlia: poveracce.
    Alle volte vado a vedere sul mio blog se Elisa mi ha scritto e cerco di aggiornare il nostro diario on line ma ultimamente sono veramente indietro, molto indietro.
    Fortuna il telefono.

    Volevo dirvi che anche per me “La donna che parlava con i morti” è il più bel libro in assoluto di Remo.
    Vorrei mandare un abbraccio grande a Remo e Francesca.
    Presto mi organizzo meglio, ormai dovrei essere in dirittura d’arrivo.
    Magari riesco a venire a trovarvi più spesso!

    Adoro la scrittura viscerale: è più coinvolgente il più delle volte.

    PS: Remooo fammi sapere come è andata oggi e – ma tanto a te non interessa – a che ristampa è il libro ?

    Paola
    Rossa

  6. Hai fatto bene a puntualizzare, caro Remo. Hai compreso appieno quel che intendevo dire: come c’è chi ama la tv spazzatura, c’è anche chi ama i librettini spazzatura. E di lettori distratti l’Italia ne è piena, si fa per dire: meglio dire che i pochi che leggono leggono perlopiù libri spazzatura. Ma come ho già detto, la spazzatura c’è sempre stata e il tempo l’ha spazzata via. E’ solo questione d’attendere la grande scopa del tempo, che poi non è detto che sia buona o cattiva. Di sicuro c’è solo che spazza via.

  7. beppe, hai ragione.
    penso però che certi libri spazzatura non c’entrino nulla con la scrittura di pancia; penso invece che siano pianificati, spesso, perché è quello che vuole il lettore distratto, abituato alla tv spazzatura.

  8. C’è tutto il diritto ad essere autobiografici, però se tutte le volte che cago e piscio ne faccio tentativo d’un romanzo allora sono solo un povero segaiolo. La maggior parte dei librettini autobiografici di oggi sono cagate pazzesche, senza alcun senso: chissà a chi diavolo gliene frega di sapere quante volte tal segaiolo si è toccato. Eppure vengono stampati anche loro: segno dei tempi che con altri tempi, migliori o peggiori, verranno cancellati.

  9. Basta co le viscere,
    non sono d’accordo!
    Rileggete le sacrosante parole di Aitàn,
    s’il vous plait!
    Come si fa ad amare Fenoglio e
    poi parlare di scrivere co le budella?!

    Non ci sono parole chiare per esprimere il senso di questo discorso, si può affermare di scrivere co la testa e poi buttar giù ‘na cacata pazzesca, idem co’ lo scrivere di pancia,

    non sono le pie intenzioni che contano,
    è il risultato che vale, dice, esprime..etc

    Mario

  10. Quando scrivo a ruota libera sono me stessa. Questa è scrittura di pancia? è scrivere in modo schietto? non lo sò!
    Quando scrivo pensandoci, sù sono una persona che non conosco.
    Non ha senso quello che ho detto, ma è così.
    P.s.
    se pure questa volta mi si affibbia l’avatar blu giuro che grido come l’urlo di Edvard Munch!

  11. annalisa, la scrittura di viscere è sempre dopo.
    mettiamo che stai urlando per un dolore e che scrivi, subito.
    se andrà bene o meno lo valuterai rileggendo, correggendo, ripensando insomma.
    a volte la scrittura di pancia è impossibile, perché si è dimenticato.
    io non posso scrivere dei miei sette anni di fabbrica.
    ho ricordi, ma dovrei sentirli, ri-sentirli sulla mia pelle.
    solo così potrei far capire.
    lo facessi adesso sarebbe, secondo me, un’operazione poco corretta.
    è appena uscito per Sironi I miei amici di Luisito Bianchi.
    sono i suoi diari di fabbrica.
    a una mia amica, che gli ha telefonato nei giorni scorsi, don Luisito ha detto che non ha cambiato nemmeno una virgola.
    diverso è chi parte da se stesso e resta avvinghiato a se stesso; di dolori e frustrazioni del giovane o stagionato o vecchio scrittore, per esempio, non se ne puà più.
    credo comunque che la scrittura viscerale debba fare poi i conti con altro.
    con elementi storici e psicologici, per esempio.
    dopo, sempre.

  12. Mi sembra che ci siano intese diverse su cosa sia “scrivere di pancia”. Io mi sono trovata bene con quello che scrivono Aitan, Solimano e Red Pasion (punto 1), perchè scrivere di pancia vuol dire (forse) buttar giù quello che abbiamo dentro, e questa (secondo me) difficilmente può dvientare buona scrittura da porgere a un lettore.
    Credo cioè che se ciò che uno scrive diventa leggibile anche da altri, ci voglia sempre, sempre un filtro. Un filtro di scrittura, di spiegazioni, un nome in più, una frase che descriva qualcosa che nella nostra pancia c’è già ma che gli altri non sanno.
    Come Carlotto, che scrive di sè, dopo che ciò che scrive si è concluso. Ed è in fondo ciò che dici anche tu, remo, nel tuo ultimo suggerimento: tra lo scrivere immediato, di pancia, e ciò che arriva al lettore, c’è tutto un lavoro di evoluzione letteraria e personale.
    Nel senso che se ad uno succede qualcosa di grande, non può (ma questo secondo me) mettersi lì in cucina e scriverne. Quando succede qualcosa che vale la pena di raccontare, perché occupa le tue viscere, mi sembra che ci sia appena il tempo di viverla, la cosa. E che la si possa raccontare solo dopo. Allora, partirà magari da qualcosa di pancia, ma la scrittura finale sarà anche, molto, di testa.
    Che, poi, scritto in modo più banale, è ciò che aveva appena detto Aitan.

  13. qualche spunto in più, poi taccio

    Sugli scrittori realvisceralisti Romolo Bugaro ha scritto: «La cosa che ci siamo detti prima di scrivere è che dovevamo partire da qualcosa che ci riguardava personalmente, da episodi anche drammatici che ci coinvolgevano».

    La frase è estrapolata da un articolo dedicato appunto a questi scrittori.
    si legge

    Non dunque raccolta d’occasione, ma testi scritti apposta e con un intento, che è poi quello che il titolo esplicita: descrivere come sono cambiati negli ultimi anni non solo i comportamenti, ma proprio i sentimenti, il modo in cui vengono sentiti l’amore, l’amicizia, l’odio, l’invidia e così via. (…) Viene in mente che l’ultimo tentativo di fare qualcosa del genere veniva anch’esso dal Veneto. Erano i Sillabari di Goffredo Parise. Solo che Parise faceva tutto da solo, perseguiva una sua personale lettura dei sentimenti. Qui ognuno fa da solo, scrivendo la voce che gli è stata assegnata, ma cerca di dare voce ad una visione più collettiva, più ampia, generazionale e sociale. In questo sta l’azzardo, peraltro consapevole.
    «Dobbiamo farla finita – dice Romolo Bugaro – con l’idea che raccontare quello che accade oggi non regga la narrazione, la regge eccome, ci sono tante storie da raccontare».

  14. anni fa una ragazza, conosciuta in un sito di autori esordienti, fidandosi di me, mi inviava cose sue.
    istintivamente, un giorno, le scrissi: sei brava ma a questa tua scrittura manca qualcosa, mancano…. le tue viscere.
    non sapevo, allora, che ci fosse questa scuola di pensiero.
    lei mi mandò una cosa, dicendomi, va bene?
    c’era lei, dentro quella sua cosa.
    le dissi: va bene, ora però togliti, crea un altro contesto, un altro modo, e presta le tue viscere a un personaggio…

  15. flaubert, a mio modo di vedere, invita ad andare oltre il proprio ombelico e la propria pancia. invita a squartarsi….

  16. solimano,
    penso che alla fin fine sia un problema di percezione.
    per me, per esempio, fenoglio è uno scrittore di pancia.
    non sento artifizi nella sua scrittura.
    percepisco invece – ma non solo io – Fitzgerald Scott come uno scrittore di testa.
    mi piacciono entrambi, tanto.

    red,
    è un discorso difficile da fare, qui; l’ultima volta che ho parlato di scrittura viscerale (a un corso di scrittura creativa) ho impiegato due ore.
    a me piace la letteratura popolare.
    raccontare.
    poi dentro io sono convinto di mettere delle parti o di me o di persone che conosco, ma potrei sbagliarmi.
    io mi riconosco nella nota frase di flaubert, e cioè che bisogna vivere da buoni borghesi ma, nell’atto creativo, occorre pensare come un pazzo.
    ognuno di noi ha percorsi propri.
    io per esempio dico che scrivendo, a volte, mi faccio male. sento male.
    ma torno a dire: un libro è un incontrto tra due percezioni: di chi l’ha scritto e di chi l’ha letto.

  17. mi piace la nuova veste del blog.
    e di te mi piace di più in assoluto la foto con il sigaro.
    la trovo la più giusta.

    quanto allo scrivere di pancia…
    non so se tu mi definisci di pancia o di testa…

    io sento tutto quello che scrivo. intensamente.

    ma vorrei fare due brevi osservazioni:
    1. a mio giudizio tu non scrivi di pancia. magari da lì parte l’intensità, poi filtri molto bene con la testa e colori il tutto con il cuore.
    2. non amo le “esasperazioni” dello scrivere di pancia. rischiano di diventare ripetitive nei colori e nelle espressioni. a tratti ossessive.

  18. roby,
    purtroppo farò una presentazione (il 6 di agosto) ligure, ma dall’altra parte della liguria, a Imperia.
    nessun problema a muoversi (mai chiesto rimborsi spese) ma solo nel fine settimana quando si tratta di fare un po’ di chilometri.
    ciao

    monia,
    non ho mai riletto un mio libro; dovessi farlo, e scegliere tra i quattro pubblicati non avrei esitazioni: La donna che parlava con i morti.
    grazie a te.

    aitan,
    hai ragione, la televisione, i grandi fratelli e le trasmissioni dove ci si va a confessare, vomitando, stanno permeando un po’ tutto. Hai scritto bene, esibire (per esempio i panni sporchi) è un modo per nascondere (e non far pensare la gente sui problemi veri).
    grazie aitan

  19. Non credo alla sincerità della scrittura di pancia.
    Perché non credo alla sincerità, anzitutto. Virtù sospetta, tanto dichiarata quanto falsa (magari anche con sé stessi).
    Credo invece alla schiettezza, che si mostra quando fa e perché fa (scrivendo schietto, ad esempio).
    La pancia è una scusa buona per cercare di interessare qualcuno continuando a scrivere male. Funziona per il momento, poi stufa, anzi stucca.
    Piuttosto che la pancia, meglio l’ombelico, anzi, i millanta ombelichi che ho visto in giro sotto i portici di Bologna in un pomeriggio di prima estate. Ombelichi tranquillamente felici di mostrarsi. Felici le ragazze, fra di loro in compagnia (tre o quattro), felici i ragazzi, pure loro in compagnia, tutti ammirati, che ogni tanto cercavano l’aggancio, ma sorridente, puro training.
    Accorgersi delle persone e delle cose, questo è il punto.
    Poi si scrive, trattandosi con amorosa durezza e ricordandosi di leggere spesso Tozzi, Svevo, Gadda e Fenoglio per mantenere il giusto senso delle proporzioni.

    grazie Remo e saludos
    Solimano

  20. Chiunque, lasciando scivolare lentamente la mano al di sotto dell’ombelico, può sentirsi per un attimo il centro del mondo, ma un artista no, un artista non può indugiare tutta la vita nell’arco ristretto che va dalla punta dei propri piedi all’ombra della testa che oscilla pigra sull’asfalto, un artista si difende dal sentimentalismo occultando il cadavere. Oggi invece mi pare che vada di moda esibirli i proprio cadaveri, in tv o nelle pagine di un romanzo. Magari va bene anche così, perché tante volte esibire è un modo per nascondere.
    (Va be’, scusatemi, metto insieme vecchi pensieri miei e non so nemmeno io se mi sono capito.)

  21. Grazie, Remo per la bella risposta al mio interrogativo.
    Mi pare di capire che tu sia un tipo di scrittore che ha qualche affinità col tipo di lettore che sono io. Ammesso che esistano i tipi.
    Non ti ho mai letto e ho sempre più curiosità di farlo: da dove dovrei cominciare secondo te? (scusa ma per me le domande sono come le ciliege).

    Poi: non è mica detto che si scrive delle proprie viscere solo in prima persona singolare. Puoi benissimo dar voce alle viscere del vicino mischiandoci un po’ delle tue. O mettere le tue viscere al vicino e parlarne in terza persona. Il punto è , per me, che il lettore lo capisce da sé di chi sono quelle viscere . Mi pare il modo più onesto di scrivere. O no?

    E poi, è vero che quando leggo, non mi pongo affatto tutti questi problemi filologici: mi piace/ non mi piace. Dopo, solo dopo, durante la sedimentazione, ci posso riflettere su.

    Grazie. Saluti.

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