zingari, qualcosa da leggere

«I rom fanno paura perché fa paura la povertà che rappresentano, la povertà dalla quale muovono, vivono nelle buche, nelle case di fango, tra i topi. La verità è che la politica strumentalizza la questione, a destra e a sinistra. C’è stato uno studio del Censis nel quale era chiaro come il tema della sicurezza non figurasse nelle questioni che hanno spostato il voto verso Berlusconi, in Italia i nuovi poveri hanno il problema di arrivare a fine mese, non quello della sicurezza. Ma sono sempre loro a essere le vittime del consenso a buon mercato che, complici i media, cavalca le emergenze o le crea. Siamo di fronte alla depressione economica più drammatica da 50 anni a questa parte, e la politica usa i suoi metodi per spostare l’attenzione dai problemi veri. I rom sono adattissimi allo scopo, perché nessuno li difende».
Queste sono parole di Giovanni Giovannetti. (un’intervista al Tirreno).
Condivido al cento per cento.
Non è la paura che ha fatto vincere il centrodestra; il centrodestra ha vinto perché – come ha ricnosciuto l’ex ministro Paolo Ferrero – il governo Prodi ha risanato il deficit ma si è dimenticato dei pensionati, dei disoccupati, delle fasce deboli.
Ma restiamo alla questione zingari.

Questa è la storia di una fabbrica del cancro che si fonde a quella dei rom.
Il luogo è lo stesso, i colpevoli no.
Già chi è il colpevole?
Io credo che la sinistra italiana non è meno colpevole del centro
destra o della Lega.
Leggete questo articolo tratto da Primoamore.
L’ha scritto lui Giovanni Giovannetti, che ho conosciuto recentemente al
salone del libro.
Ma è come se lo conoscessi da anni; so (grazie ad una comune
amica) della battaglia che ha condotto a Pavia al fianco dei Rom.
So, insomma, della sua onestà intellettuale.
Comunque: questo è qualcosa a leggere e su cui riflettere.
Ma non solo solo parole (che a volte leggo) di qualche intellettuale.
Sono le parole di una persona che il problema rom l’ha visto da
vicino, e si è sentito in dovere di denunciare, lottare, indignarsi.
Non solo. Giovannetti ha ospitato dei rom a casa sua, ed altri hanno seguito il suo esempio.
Questo è l’articolo di Giovanni Giovannetti.
Grazie.
Questo il testo che vi segnalo.
Poi Giovannetti, lo ricordo, è quello che con Moresco ha fatto un viaggio e, da questo viaggio, in Romania, è nato un libro.
Zingari di merda.
(Grazie t.)

perturbazioni

Io non so che aria si respiri a Roma, Milano, Torino, Napoli, Palermo, Bari. A Torino ci son stato un po’ di tempo fa, a vedere Torino-Fiorentina. Poi sono andato alla Feltrinelli, poi a cena con un mio amico scrittore e giornalista.
Ho visto la Torino di sempre, ma una mezza giornata non basta certo.
Qui a Vercelli ieri sera c’era una festa multietnica.
C’era un clima disteso.
C’era anche una grande esibizione di kung fu, con delegazioni cinesi in visita. Alcuni radicali hanno manifestato, esprimendo la loro solidarietà ai monaci tibetani.
Però ho sentito questo racconto.

Una signora, pensionata, va al supermercato. (Siamo in un centro di 10mila abitanti).
Uscendo incrocia il solito vu cumprà. Le mostra della calze di spugna, lei le calze di spugna non le ha mai messe in vita sua, e così, educatamente, dice al ragazzo che non ha più l’età per quel tipo di calze e che se la prossima volta lui avrà altro lei magari acquisterà qualcosa.
I vu cumprà, si sa, son noiosi a volte.
Chissà cos’ha avrà pensato la signora quando ha visto che il ragazzo le è andato dietro, avrà pensato, la signora, immagino io, questo vuol farmi perdere tempo proponendomi chissà quale chincaglieria.
Invece le ha detto: Grazie signora per aver parlato con me, da un po’ di tempo ci guardano tutti male.

se io fossi nato rom…

Volevo scrivere qualcosa sul tempo, su come ho imparato a rubare tempo al tempo, anni fa.
Propongo invece questo.
Se io fossi nato/ nata rom...
Si può dir di tutto:
anche sarebbero cavolacci tuoi.

Cose interessanti.
Don Bruno, il cappellano dei rom.
Vicende varie, sul blog Circolo Pasolini.
Testi scaricabili; tra questi c’è Zingari di merda.

Sabato 7, ore 15 e 3 minuti.
Se questa è l’aria che stiamo respirando dico che siamo messi proprio male-
Da leggere.

facciamo così, oggi

Facciamo così, oggi.

Due citazioni.
Questa mi piace:
Il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola. Soltanto gl’imbecilli sono sicuri di ciò che dicono (Voltaire).
E questa non è male:
Il segreto per andare d’accordo con le donne è avere torto.
(Achile Festa Campanile).
(Citazioni rubate al bog di un utente di Anobii)

Zingari.
Poi, io partendo da questo appello di Andrea Inglese su Nazione Indiana sono andato a firmare.
Per i Rom.
Non è che io sui Rom abbia tante certezze. Ma parto dal presupposto che sono soprattutto vittime. I bambini, in particolare.
Un mio amico giornalista giorni fa mi ha detto: Negare che i Rom o i Sinti possano essere un problema per chi vive a due passi da loro sarebbe sbagliato, ma adesso sempre che tutta Torino viva a due passi da loro.

I sogni vengono dal mare…
Questa invece, per me, è la più bella canzoni di Vecchioni: Figlia.
E figlia figlia non voglio che tu sia felice/ ma sempre contro finché ti lasciano la voce
E so che t’innamorerari senza pensare/ e scusa, scusa se ci vedremo poco e male

E infine
Il problema è che pensiamo di avere molto tempo a disposizione. Così diciamo domani.
Domani.
E quando domani arriva, siamo irrimediabilmente deboli, vecchi.
Allora diciamo ieri.
Smettiamo di sperare e cominciamo a ricordare.
E’ così che ho visto il mio tempo consumarsi a poco a poco.
… dice, a pagina 32, la protagonista di “Alice nell’ombra”, di Barbara Garlaschelli, Frassinelli.
Buona giornata

Ore 17 e 16 minuti.
Una mail di una cara amica mi avvisa che sul blog di Massimo Maugeri si sta dicendo anche di me. La discussione verte sul quesito
La letteratura è più arte o artigianato? (Altri trucchi d’autore di Mariano Sabatini)

qualcosa da sottolineare

Io, quando leggo Céline per esempio, ma anche Montalban per esempio, a volte ho quasi voglia di sottolineare.
C’è qualcosa che ho letto che mi piacerebbe ricordare.
Spesso, solo una frase.
E mi dico che, forse forse, il libro che diventerà un classico è quello che ti fa venir la voglia di sottolineare.
Ho detto Cèline, e non per caso.
Nell’agosto del 2006 ero in Spagna. E leggevo contemporaneamente tre autori: Céline, Tondelli e un contemporaneo italiano (molto quotato).
Solo Céline avrei sottolineato.
Ieri ho scritto (sul mio giornale) che Luisito Bianchi è, a mio avviso, il più grande scrittore italiano contemporaneo.
Penso di non essere obiettivo: perché c’è di mezzo altro, affetto, ammirazione.
Io però i libri di Luisito li sottolinerei.
Poi ci sono i miei di libri.
Su Anobii qualcuno ha lanciato una discussione, chiedendo: se doveste salvare un libro, uno solo, quale salvereste?
Ho risposto, e non ho avuto dubbi nel rispondere.
Ho scritto: L’ultimo che ho scritto, precisando poi, Anche perché non ho mai riletto un mio libro.
Che io abbia paura di scoprire, rileggendo(mi), che non trovo nulla da sottolineare?

(Qualcosa di simile, ma riferito al teatro, lo scrisse Jean Vilar. Scrisse che lui, di alcuni spettacoli che gli erano rimasti impressi, ricordava, e citava Madre courage e i suoi figli di Brecht, un frammento o poco più. Ma da tenere a mente).

in scarpe adidas

In vino veritas, dice l’assessore (alla cultura, latinista anche)
in scarpe adidas, replica il sindaco.
Erano i primi anni Novanta. Sulla prima pagina del mio giornale c’era una rubrica satirica, L’elefante.
Con queste e altre battute.
Marco Travaglio, di quella rubrica, ne scrisse sul Giornale di Montanelli.
Ero stato io a proporre qualle firma, al mio vecchio direttore.

Tra i miei link, c’è la Banda Osiris.
L’ho inserita tra i musicisti amici.
In realtà non sono solo validi musicisti: sono attori, comici, acrobati (che piacevano a Fellini).
E Carlo Macrì (che secondo alcuni è la mente della Banda) era l’autore della rubrica L’Elefante.
Era davvero, davvero bravo.
Divenne la firma più nota del giornale (relegandomi al secondo posto).
Sua moglie, ora, è una mia collega. Scrive di spettacoli.
Sono vent’anni e più che conosco la Banda Osiris. Visti più volte. E non l’ho mai detto. E’ che certe cose si danno per scontate.
Se io ieri mattina non avessi preso il caffè con Carlo Macrì mica l’avrei scritto questo post.
Se ho tempo, prima o poi vado a rispolvere vecchie interviste che feci loro.
E comunque. Vent’anni fa erano vercellesi. Ora, di vercellese, è rimasto solo Macrì (perché altri due stanno in Toscana e uno non so).
Buona serata

Ho un ricordo di uno spettacolo della Banda, a Settimo Torinese.
La Banda Osiris non è nota come oggi. Forse perché non sono ancora comparsi in televisione. Lo spettacolo è all’aperto. C’è gente che passa, è una sera d’estate. Fa caldo. La gente, però, passa e si ferma, incantata dalle acrobazie di Gianluigi Carlone e delle gags…

Qualcosa da vedere.
Carlo Macrì presenta Stefano Bollani.
E poi: l’importante è dissacrare.
E infine: Macrì presenta il dongiovanni (carlone).

mancano voci (aggiornato)

Sono in redazione, sono di corsa.
Tra un’ora circa vado a Trino Vercellese a presentare l’ultimo libro di Luisito Bianchi, I miei amici, Sironi.
Sono i diari che Luisito scrisse quando (1968-1970) lavorava alla Montecatini, a Spinetta Marengo,
Ho scelto alcune cose da leggere. Poche e brevi.
Avrei voluto leggere la quarta di copertina del libro di don Luisito, Come un atomo sulla bilancia, ma non ce l’avevo dietro (e non avevo il numero di Paola Borgonovo; e il numero di Mozzi ha squillato, senza esito positivo).
Parlerò dei tre libri di Luisito.
Dell’ultimo, credo, leggerò questa pagina (aperta a caso).

14 ottobre 1970
L’ambiente si scalda. La settimana scorsa i sindacalisti erano stati chiamati dal professore direttore della Clinica di Pavia. Dai prelievi è risultato che il reparto “colori”, in alcuni momenti della lavorazione (macinazione, giallo, eccetera) registrava da 50 a 60 volte il superamento della nocività sopportabile.
La direzione viene subito messa al corrente: bisogna fermare il reparto.
Il reparto non può essere fermato: provvederemo ad alcune opere… è allo studio un sistema… Atteggiamento inqualificabile, di una incoscienza spaventosa. Ci sono delle vite in gioco, e da trent’anni perché il reparto è così da trent’anni, e si pensa ancora alla produttività. Ma tutto questo rientra nel sistema. I fiumi, l’aria vengono inquinati con gesti delittuosi continuati: ma che importa? E’ la produzione (e il profitto) che importa.

Mancano, purtroppo, voci così. E non solo nella, si fa per dire, chiesa.
Buon sabato
(grazie terez, grazie paolab).

Piccolo aggiornamento.
E’ stata una gran bella presentazione.
Ottanta persone, una trentina di libri venduti. Luisito che ha detto cose forti (spiegando la frase “se fossi papa brucerei il vaticano”), incantando tutti.
Magari ne scriverò (sono sempre in difficoltà quando debbo scrivere di Luisito; è forse l’unica persone di cui preferisco parlare).
(Sono riuscito a recuperare la quarta di copertina di Come un atomo sulla bilancia. Grazie a Mozzi, comunque, che ha tentato di rintracciarmi, ho visto su i box, quando avevo il cellulare staccato).

Poi.
Su Carmilla Daniela Bandini ha recensito Chiedi alle nuvole chi sono di Giorgio Bona, Besa editrice.
E ancora.
Il mio racconto, Se l’anima si sporca, pubblicato sulla rivista No tag è ospitato nel (bel) blog di Habanera.

Giornali e Barbiere

Non ho mai difeso a spada tratta il mio mestiere e la mia categoria. Penso infatti che il giornalismo abbia pecche, problemi oggettivi – il potere ama solo che gli fa da cassa di risonanza -, dilemmi da risolvere e sui cui discutere: si deve far leggere ciò che vuol leggere la gente o si deve promuovere informazione?
Ma sul giornalismo ci son troppi luoghi comuni, anche.
C’è un sito che vi consiglio, e che ho sempre consigliato ai giornalisti.
Il barbiere della sera.
Ve lo consiglio: perché è tutto fuorché un sito che difende la casta. Del resto la casta dei giornalisti c’è, certo. Ma riguarda pochi.
Aveva chiuso, ha riaperto.
Con una novità. Basta con gli articoli di anonimi.
Anche qui, vecchio problema che riguarda tutta la rete.
E’ vero, ditero ai nick a volte c’è vigliaccheria. Facile urlare se si è protetti dall’anonimato. Sembra, a volte, girando per la rete, di sentire quei piccoli cani che abbaiano, aggressivi, perché protetti da una cancellata.
Ma ho conosciuto persone che usano il nick a ragione veduta. Per cui, su anonimi sì e anonimi no, si continuerà sempre a dire.
Fiumi di parole, insomma.
(E qui, tanto per restare in tema di fiumi, c’è stata la piena, ieri. Speriamo smetta di piovere, almeno).

Per quanto riguarda il mio mestiere, il mio essere giornalista: lo sono da vent’anni. Troppi. Da tre e un mese, poi, vive l’esperienza della direzione di un giornale, piccolo, di grandi tradizioni, che fa di tutto per essere libero. Anche qui: si fa presto a dire liberi. Per esserlo il più possibile io ho fatto una promessa, tanto ai miei giornalisti quanto ai lettori. Il giorno che dovessi ricevere pressioni lascerei.
Chi mi conosce sa che ragiono così. Poi: sull’essere dei buoni giornalisti occorre interrogarsi sempre. Quando uno dice son bravo, è finito.
Qusto è un mstiere in cui si sbaglia: quando si lavora di corsa, gomito a gomito con la fretta, si sbaglia.
Ed è anche, questo, un mestiere di merda, a volte. Quando raccontiamo di tragedie, morti, sevizie sappiamo – e certo che si sa – che il giornale andrà a ruba.
(Provate a mettere in prima pagina più di una notizia culturale e poi vedrete che accade: che la gente compria i vostri giornali concorrenti),
Comunque.
Mi piace anche scommettere. Così sul mio giornale ho scritto che anche in caso di flessioni di vendite io sarei pronto ad alzare i tacchi. Da tre anni, però, tanto l’autonomia della redazione quanto il riconoscimento dei lettori ci sono. Certo, il prezzo da pagare è abbastanza alto. Mal di pancia a go go. E altro.
Ma anche soddisfazioni. Come la mail del giovane collaboratore che mi scrive Sono orgoglioso di lavorare con te (mi danno tutti del tu, qui. Quando divenni direttore incontrai la donna dele pulizie, una ragazza albanese, che in Albania faceva la maestra. Mi disse ciao Remo, complimenti, Le dissi: Ciao Aneta).

Sulla mia passione per le scommesse magari ne dirò, chissà.

se questo è un titolo

Prossime novità editoriali.
Buona giornata (questo passa il convento, oggi)

Io Marco Antonio.
Di Cleopatra, giovane stopper promettente della nazionale cartaginese. (Prossimamente, nella stessa collana:
“Alessandro Magna”
“Il rutto delle Sabrine”
“Giuliano la prostata”.

Bocca e Panza.
Saggio sull’apparato digerente del giornalismo italiano.

Scambiatevi un segno di pece.
Romanzo catto-naturalista. Di prossima pubblicazione
“La pece sia con voi”.
In ristampa, inceve:
“Guerra e pece”.

T’amo o pio bove.
Perversioni poetiche.

E così Siae.
Manuale di sopravvivenza per scrittori.

Sali e Tabucchi.
Biografia su due noti scrittori, soprattutto Sali. Edito da Monopoliodistatus.

Se questo è un uovo.
Manuale zootecnico.

I ragazzi della Via-gra.
Sono cresciuti, hanno bisogno di un rinforzo, ora. Poche pal.

Carri amati.
Dal diario segreto di Bush.
Di prossima pubblicazione
“C’eravamo tanto armati”, epistolario segreto tra Bush e Blair,
e
“Fatti i razzi tuoi”; ancor più segreto.

Potrei continuare, ma è meglio che mi fermi. So che altri (Elena quella coi puntini, Solimano, quello dei saludos, Mario Bianco, Aitan soprattutto) saprebbero fare di meglio. Titoli migliori di questi, insomma. Mai stato spiritoso, io.

come un bollettino di guerra

41 anni, operaio, morto.
45 anni, agricoltore, morto.
44 anni, operaio, braccio amputato.
48 anni, architetto, trauma cranico.
56 anni, operaio, fratture alle gambe.
Come un bollettino di guerra, ogni giorno.

Ma non si muore solo cadendo dalle impalcature.

157 morti di tumore, 120 discariche abusive e 5 milioni di metri cubi di rifiuti tossici, un colosso dell’economia italiana sotto accusa: il processo al Petrolchimico di Porto Marghera, iniziato nel 1998, si è presto rivelato un caso clamoroso, concluso nel 2004 con la condanna di numerosi dirigenti di Enichem e Montedison. Felice Casson, pubblico ministero, ricostruisce la lunga inchiesta e lo scellerato “patto del silenzio” sottoscritto dalle maggiori industrie chimiche mondiali per tenere segreti i dati sulla pericolosità del cloruro di vinile. Con il ritmo di un film d’azione, il libro svela il complesso disegno del caso: le scoperte di un caparbio medico di fabbrica, le reazioni dei vertici aziendali, i sospetti degli operai, i ricatti politici, gli scontri della fase processuale.
Copiato da IBS, La fabbrica dei veleni, di Felice Casson.

Per i morti sul lavoro: poesie.

titoli di libri

Una giovane utente-frequentatrice di Anobii, Claudia, in un commento a La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano ha scritto:
I titoli mi affascinano sempre moltissimo…come può deluderti “Se una notte d’inverno un viaggiatore” o “Sogno di una notte di mezza estate”? Quando ho comprato questo romanzo l’ho fatto attratta proprio da questo…e mi sono lasciata prendere dalla storia, dalla scrittura limpida, e forse un po’ anche dal dolore che ha dentro… Un giovane autore che spero non si fermi qui.
I titoli, già.
Dei miei quattro libri il titolo che più mi piace, Dicono di Clelia, è quello, credo, meno fortunato (in fatto di vendite e critiche).
Tra i libri comprati, di sicuro ce n’è uno che mi ha attratto per il titolo: Che tu sia per me il coltello, di Grossman.
Pari merito, altro gran bel titolo, è, a mio avviso, E non disse nemmeno una parola, di Boll (con i puntini sulla o).
Così su due piedi – ma anche per la bontà del libro e dell’autore -, proseguendo in questa mia classfica un po’ bislacca, al terzo posto metto Così è (se vi pare), di Pirandello.
Ho abbinato titoli belli a libri belli.
Spesso però un bel titolo è fuorviante; a me è successo con Belli e perdenti, di Leonard Cohen. Cohen è un cantautore-scrittore fantastico, qualcuno dice che nemmeno De André regge al confronto.
Ma Belli e perdenti l’ho preso in mano almeno tre volte per poi riporlo in libreria. Sconclusionato (ma è un giudizio datato, passibile di revisione).
Ma ci son libri di successo,
La porta,
La strada,
Il compagno,
La sorellina,
Cecità,
Una donna,
Un amore,
La madre,
che sono semplici e grandi capolavori, al contempo (di Magda Szabò, Cormac McCarthy, Pavese, Chandler, Saramago, Sibilla Aleramo, Buzzati, Pearl S. Buck).
Una persona a me cara, che ha lavorato e lavoro nella editoria italiana con la e e la i maiuscola, un giorno (eravamo al salone del libro di Torino), mi disse:
Camilleri può essere pubblicato con una copertina blu e un titolo che non attrae, un esordiente no.

Ora che ci ripenso: forse forse, rispetto a Così è (se vi pare), è meglio L’inverno del nostro scontento, di Stainbeck.
I miei tre titoli preferiti: Che tu sia per me il coltello. E non disse nemmeno una parola. L’inverno del nostro scontento.
Poi: Così è (se vi pare) e L’amore ai tempi del colera.

Che dire, poi, dei titoli tormentoni? Oggi Non è un paese per vecchi, anni fa Cronaca di una morta annunciata.
E poi. Ho una tendenza a dimenticarli i titoli, io. Certi titoli. Per esempio ho dovuto guardare in libreria per ricordare il titolo del libro di Montalban che più mi è piaciuto (L’uomo della mia vita) mentre non fatico assolutamente a ricordare un libro di Montalban che non ho letto: Il centravanti è stato assassinato verso sera.
(Chissà a che ora?
Alle cinque della sera?)

Dimenticavo. Ma la domanda è: può un tiolo incidere sulle vendite? Penso per esempio a un libro comunque interessante, In culo oggi no, di Jana Cerna’, casa editrice e/o…

Buona giornata

PS. Jana Cerna’ (autrice di In culo oggi no) è stata negli anni dello stalinismo (leggo sulla quarta di copertina del libro) uno dei personaggi chiave dell’underground praghese, un movimento con molte analogie con la beat generation. Sua madre era Milena Jesenska’, la famosa Milena di Kafka.

La donna che parlava con i morti io avrei voluto che si intitolasse La donna che parla coi morti. Alla Newton e Tecla Dozio mi convinsero che non era elegante, che era meglio La donna che parlava, e soprattutto con i rispetto a coi.

Leonard Cohen, un grande. Suzanne. Ricordo che in un’intervista disse che no, Suzanne non esiste(va).

mi vestirono a festa

Mia madre mi chiamò, mi aiutò a lavarmi, mi vestì bene. Eppure non era domenica. Eppure, pensavo mentre mi pettinava e mi faceva la riga, non sto male, anche quando mi portavano dalla specialista per l’otite cronica, la sinusite cronica e altre cose croniche mi vestivano bene. Pantaloni ben stirati, la camicia bianca, il gilè, le scarpe della domenica. Anche un po’ di acqua di colonia.
Non ricordo le parole, ricordo però che non mi annunciò nulla di esaltante: sarei dovuto andare in un posto con mia zia, sua sorella (zitella, allora fidanzata).
Non andavo d’accordo, io, con quella zia. Mi rimproverava sempre e poi se mi vedeva che facevo qualcosa che non andava faceva subito la spia con mia madre (e poi erano cavoli amari, e molto).
Mia zia arrivò.
Era elegantissima, era strana.
Mi prese per mani e mi disse Andiamo.
Andammo.
Mezz’ora di cammino, circa. In silenzio, ed era strano, perché mia zia era un’insopportabile chiacchierona.
Poi, dopo la camminata, mi ritrovai (è quel che ricordo, prendere o lasciare) in uno stanzone poco illuminato, ma pieno di gente, donne soprattutto, vecchie (io le ricordo vecchie), poco simpatiche (ancora meno simpatiche di mia zia).
Insomma: in ogni angolo di quello stanzone c’era una vecchia, quante saranno state?, venti? e, ognuna di loro, aveva una sedia di paglia e un ventaglio.
Vidi, con dispiacere, che nessuna mi offriva biscotti, caramelle o cioccolatini di cui ero ghiottissimo. Semmai: mi guardavano come mi guardava male mia madre quando tornavo a casa e avevo fatto a botte, o avevo rotto le scarpe giocando a calcio, o avevo perso l’ennesimo ombrello.
Guardai mia zia, anche lei mi guardò. Mi sembrava più umana del solito, spaventata forse. Ricordo che, ogni tanto, dal momento che eravamo circondati da vecchie, sguardi e silenzi, mi accarezzava sulla testa.
Pensai: boh, si dev’essere ammattita.
Poi ecco che arriva un vecchio che, evviva, almeno lui, si presentò con un bel sorriso stagliato in un gran faccione simpatico (ma biscotti niente).
Cominciarono a parlare. Di cosa parlassero io ci capii niente (anche perché ogni tanto loro parlavano il dialetto vercellese che mia zia capiva e io no).
Ricordo che mi annoiavo, che avevo fame (si avvicinava l’ora della merenda), che mia zia, ogni tanto, tornava lei: e a quel vecchio, parlava solo lui, dava delle risposte secche, nervose.
A un certo punto, vidi che si alzò di scatto, spazientita, si voltò verso di me, mi sorride, ma aveva gli occhi lucidi, mi tese la mano e mi disse Andiamo.
Tornammo a casa, anche il ritorno fu silenzioso. Poi a casa, mentre mia madre e mia zia parlottavano in cucina, io feci merenda con pane e olio d’oliva (fatto arrivare da Cortona). Probabilmente imprecando, ché preferivo la Nutella.
Dopo un po’ di tempo – ma non collegai – chiesi che fine aveva fatto il fidanzato di mia zia, era da un po’ che non lo vedevo, era da un po’ che non prendevo in giro mia zia dicendo Ho visto che vi siete baciati, ho visto che vi siete baciati (li avevo cuccati una volta, non si erano accorti di me).
Anni dopo mi spiegarono: avevo accompagnato mia zia dai parenti del suo fidanzato che, una settimana prima del matrimonio, ci dissero, ma forse in dialetto o forse io avevo troppa fame per starli ad ascoltare, questo matrimonio non si deve fare (più).
Aveva quarantadue anni mia zia, io sette.
Ci sta che una zia abbia quarantadue anni e un nipote sette: è pieno il mondo.
Ma non ci sta(va) che una donna si sposasse con un uomo più giovane di lei di quattordici anni.
Che lui fosse d’accordo era un particolare del tutto insignificante.
(Amia zia, buon’anina, dico, se dal purgatorio mi sente, che, ripensandoci, provo tenerezza per quel ricordo. Poi per lei iniziò un perido buio, ma io non potevo capirlo, vero zia?).

Segnalazioni
E’ uscita la raccolta di racconti di Fabrizio Centofanti, Guida pratica all’eternità.
La prefazione è mia. Sono orgoglioso di questo libro. L’ho letto in anteprima, ho detto a Fabrizio di lavorarci (perché scrivere è riscrivere). Mi ha dato ascolto e ne son contento.