pressoché quotidianamente

Pressoché quotidianamente… oppure è meglio dire Quasi ogni giorno…?
In un suo libro, non ricordo quale, Pansa racconta i suoi primi passi da giornalista.
Sbarbatello, lo prendono alla Stampa e gli fanno correggere i pezzi che arrivano dai vari collaboratori.
Un giorno arriva un articolo.
Inizia così: Pressoché quotidianamente…
Pansa corregge: Quasi ogni giorno.
Il direttore de La Stampa, Giulio De Benedetti, casualmente si accorge della correzione apportata dal giovane Pansa a quel pezzo.
Lo chiama. Gli dice: lei diventerà un bravo giornalista.

Allora, pressoché quotidianamente oppure quasi ogni giorno, mi succedono due cose.
La prima.
Mi alzo, mi lavo, controllo la posta elettronica, mentre aspetto che la caffettiera finisca di borbottare e mi offra il primo caffè, e mentre dico al cane di non farmi perdere tempo, infine esco. Nove volte su dieci devo tornare indietro, che ho dimenticato o gli occhiali, o la chiavetta con cose mie, o il nettapipe ché senza nettapipe la pipa non la si può fumare, oppure il cellulare. Oggi è il turno del cellulare.
La seconda.
E quasi ogni giorno (sei giorni su sette), mentre vado a lavorare mi fermo sempre al solito bar.
Sono due anni, ormai, che quasi ogni giorno (sei giorni su sette, ferie loro o mie escluse), vado sempre lì. Pressoché quotidianamente, prendo sempre un caffè senza zucchero, sempre, sempre, e poi ancora sempre. Mai nessuna variante, tipo macchiato, lungo, corto, oppure oggi facciamo un marocchino oppure un cappuccino oppure oggi caffè e un bicchier d’acqua.
Però il titolare del bar, sei giorni su sette, appena mi vede, dopo avermi salutato, Ciao, Ciao, Tutto bene? Tutto bene, mi chiede: Un caffè Remo?
No, una minestra.
Un giorno su sette, invece, che corrisponde al giorno di chiusura del solito bar, il secondo caffè della giornata, sempre amaro, senza varianti tipo lungo, corto, macchiato, in tazza fredda, lo prendo invece in un bar in piazza. La ragazza, ormai, sa.
Ciao.
Ciao. E mi fa il caffè. Bevo, pago.
Ciao.
Ciao.
E vado. E se va bene mi accorgo che devo tornare a casa. Il cane, ormai, ci è abituato, non me le fa le feste. Sa già, lui, non c’è bisogno che gli spieghi, che, pressoché quotidianamente, dopo il secondo caffè, di fretta perché sono in ritardo. torno a prendere qualcosa che ho dimenticato.
(… dimenticare di andare a prendere mia figlia all’asilo, ma era un padre giovanissimo, avevo 26 anni, mi capitò credo due volte, tre al massimo).
sì lo so: va di palo in frasca, questo post.
ma è lunedì.
buona giornata

giorni, come pagine di un libro

e oggi sarà un po’ come quei giorni, lontani, che alcuni hanno vissuto con la testa sui libri perché è imminente un esame.
oggi non lavoro, oggi (ma è stato così anche ieri pomeriggio, sabato, e di notte fino alle 4 e mezzo) lavoro su un libro.
una bozza di libro.
e una bozza di libro è come un castello di sabbia, basta niente per far crollare tutto, oppure, viceversa, non è un castello se non lo completi.
insomma.
una frase, una parola di troppo, oppure, viceversa, una frase, una parola, indispensabile alla struttura ma dimenticata, data per scontata, può mandare all’aria ore e ore di lavoro.
(poi certo, ci son libri-capolavori, come Il grande sonno di Chandler, in cui non tutto torna, ma son capolavori di scrittori a cui si perdona, volentieri).
oggi libro, magari la posta elettronica e se riesco stasera vedo l’Italia (avrei, nei giorni scorsi, voluto vedere la Turchia, che ha un grande allenatore, l’imperatore Fatih Terim, che allenò la fiorentina
Aver paura non serve a non morire, dice Terim che, a mio modo di vedere, pratica il calcio più spettacolare e più offensivo che c’è al mondo dicendo ai suoi giocatori, appunto, che non bisogna aver paura di perdere).

e poi, associazione di idee.
per diverso tempo ho chiesto a una psicologa di andare in terapia.
ho fato una fatica bestia ad ammettere che, forse forse, avevo bisogno di lei.
io avevo bisogno e lei, però, aveva altri impegni.
ci eravamo incontrati, le avevo parlato un’ora e poi un’altra ora, sempre in ufficio da me.
quando si è liberata da impegni mi ha telefonato e mi ha detto cominciamo?
le ho detto, quasi quasi no.
ci siamo visti una terza volta e io le ho detto di non avere più bisogno di lei.
ricordo che lei mi fa.
va bene, però ascolta.
tratta la tua vita come se fosse un libro, tratta i tuoi giorni come una pagina di un libro.
(e viceversa, no?
trattare un libro come la vita, mettercela dentra)

e buona domenica

PS.
Arriva qui un commento. Di un blog che non conoscevo, mai sentito prima.
Leggo un post.
Un giorno quando avrò più tempo.
Passo e rilancio la lettura.

cinque minuti, poi sei mesi

c’era un tipo, si stava per laureare in sociologia, studiava come un matto e collezionava 30 e 30 e lode che, quando seppe che mi ero iscritto all’università, volle incoraggiarmi dicendomi:
Non ce la farai.
benché fosse molto stronzo il tipo, oggi insegna sociologia, aveva ragione: quando mi iscrissi a lettere fu organizzato un incontro con tutti gli studenti lavoratori.
Una ventina mi pare.
li ho persi tutti di vista, non so quanto ce l’abbiano fatta a finire. forse una donna.

mi abituai ad approfittare dei tempi morti. studiare mentre aspettavo l’autobus, studiare mentre ero sull’autobus (vedevo che non ero il solo, a Torini si usa, a Vercelli no). capii l’importanza dei cinque minuti: vai in un bar, ordini un caffè, vedi che c’è calma, ti siedi, tiri fuori gli appunti che hai preso, studi e leggi per cinque minuti poi quando vai alla cassa ripensi a quel che hai letto e poi uscendo e ancora andando…

Tutti i giorni.
sveglia alle 6e50, treno da Vercelli a Torino porta susa (45 minuti), autobus o tram verso palazzo nuovo (18, 55 o 56), lezioni (dalle 9 alle 11) di geografia economica, storia romana il lunedì, martedì, mercoledì, lezioni di dinamica e storia della letteratura il giovedì, il venerdì e il sabato, poi, verso mezzogiorno, di nuovo autobus e treno verso Vercelli e poi, dopo una mozzarella o insalata russa confezionata, altri pullman, verso la fabbrica, tutti i giorni dalle 14 alle 22, rubando, sempre, tempo al tempo, portandomi dietro le poesie del Pascoli, da leggere in bagno, o nella pausa di mezz’ora, per la cena. Poi la notte, caffettiera da tre, Marlboro, patatine…
A giugno do il primo esame, storia della letteratura, 28. A luglio psicologia, 30. Alla fine dell’esame la docente che mi interroga mi dice che per la lode deve chiedere al suo collega, titolare della cattedra, io le dico che va bene così. Peccato, ché di 30 e lode non ho preso mai….

Poi mi dico. Se sono così bravo, figuriamoci cosa faccio se prendo sei mesi di aspettativa in fabbrica, spacco il mondo spacco.
Li chiesi, me li diedero (così non rompevo le palle come sindacalista).
Bene, passai sei mese a combinare un tubo. Dimenticai, in quei sei mesi, l’importanza dei cinque minuti.
Più o meno, oggi, quando scrivo scrivo come quando entravo in un bar e se vedevo che c’era calma mi sedevo per cinque minuti, erano tanti quei cinque minuti.

Quando cadde il muro di Berlino me lo dissero. Stavo preparando un esame di glottologia (quello che andò peggio: 24) mi pare. Dissi, dopo l’esame, leggerò i giornali dopo l’esame.

L’ho fatta con rabbia l’università. Facendo una scommessa con me stesso. Se solo ti fai bocciare ad un esame smetti, prendi il libretto e lo fai volare fuori dal finestrino del treno.
Credo mi sia andata bene perché, ad eccezione di quei sei mesi, poi, ho sempre rubato tempo al tempo.
Se ripenso a quegli anni, rivedo la mia prima moglie e mia figlia che la domenica escono, perché è una bella giornata, vanno fuori, e io non so cosa darei per camminare anche io per i viali di Vercelli.
E mi sembra di risentire la testa strana, sonnacchiosa, di chi si è abituato a dormire quattro ore per notte.
Si impara, quando non c’è tempo.
(Ora son cinque e mezzo, sei).

Oggi devo rivedere l’ultimo capitolo dell’ultimo libro scritto.
Ho preso n altro giorno di ferie (lavorerò, recupererò domani e domenica).
Sto pensando, c’è tempo, oggi.

E’ uscito un libro di Giorgio Sannino che mi fa piacere segnalare. Conosco Giorgio da anni, io lessi il suo primo libro lui il mio primo. Ci scrivemmo e da allora siamo rimasti in contatto. Gli faccio, naturalmente, tanti auguri.

E buona giornata a tutti.

Una segnalazione, ora (venerdì, alle 19 e 18 minuti) che mi sento di dire, definire “importantissima” (mai fatto, credo).
Di un blog, che ha aperto, all’incirca un anno fa, Maria Strofa (Carlo Berselli) per sua figlia Serena.
Nenab.

di fenoglio in fenoglio

Fenoglio sconsolato
La Malora è uscita il 9 di questo agosto. Non ho ancora letto una recensione, ma debbo constatare da per me che sono uno scrittore di quart’ordine. Non per questo cesserò di scrivere ma dovrò considerare le mie future fatiche, non più dell’appagamento di un vizio.

Fenoglio poeta.
Le notti di agosto, a Monteberico le stelle ti scoppiano sulla testa.

Fenoglio insolito.
Pare che M.me Flo abbia licenziata la sua domestica, la Mariuccia, che m’aveva in tanta ammirazione perché io la salutavo sempre e per primo. Pare che la Mariuccia sia entrata senza bussare nella stanza di Flo che stava godendo sotto certo Filippo. Flo sbatté lontano l’uomo con un colpo d’anca ed alle protese di innocenza e di ignoranza di Mariuccia abbia risposto con due schiaffi e l’intimazione di licenziamento in tronco. Mariuccia se n’è andata, non senza aver lasciato trasparire i suoi intendimenti di vendetta: riferire al marito di Flo quale e quanto puttana sia la sua ex padrona.
Madame Flo, la vettura è vostra e voi ci fate montare chi volete. Per parte mia, io vi sono immancabilmente grato per quei passaggi dalle 11 alle 4 di mattina.

Fenoglio attento.
Conosciuta, a distanza, la giovane signora Prandi. Essa è l’amante di un prete. Personaggio.

Poi.
Bastano poche righe per dire tanto di Mario Rigoni Stern.

ferie anomale

dovrei cercare di finire un libro.
nel tentativo di stare un po’ in pace ho chiesto (praticamente e me stesso) due giorni di ferie (e me li sono concessi).
sono ferie, per modo di dire, però.
perché il cellulare squilla, ché la gente mica lo sa che ho preso ferie.
e la posta elettronica s’ingolfa se non la smisto.
(il riferimento è a telefonate e mail di lavoro, comunque).
non ci son più le ferie di una volta, insomma.
prevengo l’osservazione che avrei potuto staccare il cellulare e non guardare la posta elettronica: se lo faccio, poi, son cavoli domani.

ho problemi di posta elettronica, da qualche giorno.
qualcuno mi chiede come mai non rispondo.
non rispondo perché non ho ricevuto.
anche se sono in ferie, rispondo sempre a tutte le mail.
(sempre sempre no: credo di essermi dimenticato, qualche rara volta)

e poi.
uno dice che oggi è più facile scrivere perché, per esempio, con il computer puoi fare il taglia incolla e il cerca e il conto delle battute (il word con i sinonimi mi rifiuto: viva star office, sola scrittura).
vorrei vedere dante o dostoevskij o simenon col cellulare che squilla; altroché divine commedie, delitti e castigi e 800 libri..
oggi può succedere quel che è successo al mio amico guido catalano che ha scritto la poesia più bella del mondo.

buona giornata

ma che notte è, che notte è…

Sono le 3 e 49 minuti.
Notte, direi, fonda.
Il pc fa un leggero rumore, è acceso da ore.
Da ore, i miei occhi leggono, rileggono quel che scrivo, poi – pausa – leggono mail, post, e mentre i miei occhi, stanchi, leggono, ripenso a una radio, una olivetti, il rumore del treno lontano, una gatta, si chiamava Lilli, anni fa.
Nè spam, mail, nick, troll, nick e troll e troll e nick, e template, contatori, anobii, splinder, word press, fatti un blog no anzi due, taglia incolla, non ho ricevuto la tua mail rispedisci per favore, l’allegato non si apre, fate girare questa, vieni a leggere cosa ho scritto, chiudo il blog, nazioni dello spirito e poesie indiane, primi amori, mi disintossico da lblog, se mi linki una cosa te ne sarò grato per tutta la vita…

Nè blog, né mail, né telefonino.
Sulla automobile(una y10 bianca, quella che Piace alla gente che piace) un’autoradio estraibile. E cassette.
Ora defunte.
E schede telefoniche, allora, allora c’era chi faceva la raccolta.
Ne avevo anche io una trentina: buttate.
Un altro mondo, lontanissimo.
La radio, poi, era vecchissima, gracchiava.
Se dicevo posta pensavo alla cassetta delle lettere.
Il suo manoscritto è stato letto con interesse, ma…
E la giornata era rovinata.
Sono le 3 e 52 minuti.
Se è primavera, io, non me ne sono ancora accorto.
Allora controllavo meglio: dalla finestra.
La primavera e i gatti in strada.
Una volta, guardando dalla finestra, ho visto un gran trambusto nella casa di fronte. Era morto uno che conoscevo. Un brav’uomo. Ho guardato dalla finestra che lo vestivano, moglie e cognata. La mia finestra era illuminata, sapevano che io ero lì pochi metri in liena d’aria.
Prima ho guardato su YouTube, e non ricordo nemmeno cosa.
Sono le 3 e 54 aminuti.
Fumavo Marlboro rosse, allore. E di notte bevevo caffè, in continuazione.
Fumo Camel Light, ora, alternate alla pipa. Bevo te nero, da un po’ di tempo. Mi sono innamorato del te nero che mi hanno portato dall’Inghilterra.
Sono le 3 e 59 minuti.
Ho riletto.
(Però un gettone del telefono, sommerso dal casino della scrivania, da qualche parte c’è.)
Torno a scrivere. Il cane è venuto a controllare se tutto precede: come tutte le notti.

E poi.
Sul blog di Orasesta, Piccoli insignificanti malesseri di Piera Ventre.
Li ho letti, mi hanno incantato. Piera-Biancanera-Biancamara più passa il tempo e più diventa brava.
Ricordo le prime cose che mi mandò da leggere. Era, suppongo io, la Piera in cerca di un’identità, incerta.
Poi un giorno mi scrisse e mi disse, Ho deciso, Scrivo per gli altri scrivendo per me, non voglio pensare alla pubblicazione, alla carta.
Da allora, Piera, mi ha sempre sorpreso.
Io, lo dico sempre, non so se esista o meno il talento. So che la scrittura, a volte, siamo noi che la blocchiamo.

due più due (più due)

Vi lascio due canzoni, oggi.
Ho visto nina volare, ma nell’interpretazione di Zucchero. Una grande interpretazione.
Qualcosa di più recente, Come le onde sul mare di Gianmaria Testa. Belle le parole, fantastica la chitarra.

E qualche frammento teatrale
Vladimiro. Una cosa è certa però, il tempo è lungo in queste condizioni, e ci spinge a popolarlo di movimenti che, come dire, che possono a prima vista sembrare ragionevoli, ma ai quali noi siamo abituati. Tu mi dirai che è per impedire alla nostra ragione di colare a picco. D’accordo. Ma non sta già forse vagabondando nella notte assoluta dei grandi abissi, è questo che mi chiedo talvolta. Mi segui?
Estragone. Si nasce tutti pazzi, alcuni lo restano.
Pozzo. Aiuto, vi darò del denaro.
Estragone. Quanto?
Pozzo. Centro franchi.
da Aspettando Godot, Samuel Beckett, Einaudi.

E poi.
(piccola spiegazione. Chi parla, è un uomo che parla all’amante. Parlano del marito di lei, Robert. Che pensavano fosse becco e fesso e invece no, si dava da fare pure lui. E sono sorpresi, Jerry ed Emma. Più Emma di Jerry…).
Jerry. … per esempio quando sei con un amico al pub, o al ristorante, per esempio, succede che quello sparisce per andare a fare pipì, mi spiego? a chi non succede, ma quel che voglio dire è che se sparisce per fare una telefonata di nascosto, quasi lo intuisci, quasi ti sembra di sentir cadere il gettone. Beh, con Robert questo non è mai successo. Non ha mai fatto telefonate clandestine da un pub quando era con me, la cosa buffa è che ero io che sparivo per telefonare, a te
Tradimenti di Harold Pinter, Einaudi.
(Piccola considerazione, mia. Nei dialoghi, i commediografi sono, solitamente, molto più “credibili” dei romanznieri).

E due saluti, ancora: a Mariastrofa.
Di Lucio Angelini (moltiplicatore di altri saluti).
E Silvia.

E buon lunedì, si spera.

E continuo a ricevere, a mi fa piacere riceverle, altre testimonianze per Carlo (Maria Strofa).
Matisse per esempio.
E da Evasioni.

la fisarmonica

Cammino. Sento, ma non so da dove venga di preciso, una musica bastarda, di quelle che ti entrano dentro e che vorresti non dimenticare.
Sentendo quella musica, mi ricordo della ragazza con l’organo di barberia, a Montmartre, una vita fa. Non smetteva mai di cantare. Non avrei mai smesso di ascoltarla.
Stavolta, finalmente vedo anche se son distante, è una fisarmonica la colonna sonora di una sera e di una strada.
La suona un nomade. Sembra faccia parte del suo corpo, quella fisarmonica. Perché la suona mentre cammina, la suona mentre fuma una sigaretta, la suona mentre parla con sua moglie, saranno sui trent’anni tutti e due, e lei ha un bimbo al collo, la suona quando, vedendo che lo sto guardando, mi fa, Capo.
Sto per andare via. Sono lontano da lui, poi non sarei passato dov’è lui, ora.
Sto per andare via ma non lo faccio. Vedo che ci son persone che han fatto crocchio, e che ridono, guardando il nomade, sua moglie e il bimbo al collo.
Tre zingari di merda, già.
A quella gente che ride e addita e pensa povera italia vorrei dire che in un anno di volontariato in carcere ne ho visti di extracomunitari e zingari, certo. Ma non erano nel piano dei mafiosi e dei camorristi, non erano tra i pedofili.
Mafiosi, camorristi e pedofili, da quel che ricordo, erano della razza mia.
Ho fretta. Così attraverso la piazza, do un euro al nomade che mi dice, Che Dio ti benedica, capo.
Speriamo.
Che dio ci benedica.
(giuro: era bravissimo)

Un saluto a tutti
(Ringrazio RedPasion per questa nomination).

e un abbraccio a Serena, se passa di qua
Su Letturalenta l’ultimo saluto a Mariastrofa
Da Alberto ricevo queste testimonianze su Mariastrofa, sono di sei, sette anni fa.
Prima testimonianza
E seconda.
Grazie, perché sono ricordi puliti, lontani dalla retorica che ci fa nascere tutti belli e ci fa morire tutti buoni.

Serena vorrebbe…

Ciao Mariastrofa.
Altro non serve dire, o forse, forse altro non so dire, io.
O forse sì, ci provo.
Dico che Carlo Berselli è stato un uomo fortunato.
Perché ha avuto te, Serena (che mi stai leggendo, dopo averlo salutato). Mi hai incantato, commosso, ieri, quando mi dicevi di lui (del resto ci avevi già commosso…)
Continua se vuoi; che ti staremo ad ascoltare.

(Serena vorrebbe tenere in vita il blog di suo padre. Non ha la password, però. Spero che splinder provveda.
Serena vorrebbe incontrare gli amici di suo padre. So che Carlo Berselli aveva amici ed estimatori.
Io lo conoscevo come lo conoscevano altri blogger. Mi faccio da parte, ora, sperando di aver interpretato al meglio il pensiero di Serena; a Serena comunque ho detto, e lo ribadisco, che resto a sua disposizione.
Ringrazio Lucia (Cronomoto), che mi ha permesso di rendermi utile.

Un saluto a tutti quelli che passeranno di qui per salutare, ancora una volta, Mariastrofa.
Un saluto a tutti.

Ricordo che la mail di Serena è:
audrey-88(chiocciola)hotmail.it

(Sto continuando ad inserire, nel post Silenzio per Mariastrofa, altre testimonianze, oppure anche solo nomi; chi vuole mi scriva
bassini.remo(chiocciola)gmail.com
molte testimonianze, le ho scovate e linkate io)
Sul blog di Gaja Cenciarelli, la testimonianza di un amico di Carlo Berselli.


Resto ancora in questo post.
Sono le 3 e 15 minuti del mattino (ma per me la notte è ancora lunga, ho orari balordi io) di venerdì 13. Ho cercato sul mio vecchio blog e ho trovato
il pensiero della morte a volte.
Buone cose a tutti

(Contnuerò ad aggiornare il post Silenzio: Per Mariastrofa, con testimonianze su Carlo Berselli; ultima, in ordine di tempo quella di Lucio Angelini)

Sono le 13 e 39 di venerdì 13, c’è il sole, in questo momento, ma ci sono anche nuvole minacciose, qui da me.

Allora.
Stimo e sono affezionato a Lucia (Cronomoto). So che è una persona speciale, malata di mitezza. Non vorrebbe che io scrivessi quel che sto scrivendo, lo so. Ma l’ho sentita nei giorni scorsi. Lei, come altri, era legata da amicizia profonda con Carlo Berselli, Mariastrofa.
Non si sono mai incontrati ma si sentivano spesso, al telefono. E grazie al suo numero di telefono, che la mamma di Carlo aveva, è iniziato questo tam tam.
Comunque. Lei, come altri, ha avuto in mente solo una cosa (e io spero di esserle stato utile): essere vicina a Serena e alla famiglia di Carlo Berselli.
Quindi, ora, pensando che sia cosa giusta do maggiore visibilità al suo commento.

Mi permetto di utilizzare questo spazio solo perché mi è stato chiesto da parte di Serena di rispondere pubblicamente, visto che se ne parla pubblicamente: Serena ringrazia ma mi chiede di riferire che per quanto riguarda eventuali difficoltà con splinder c’è già chi la può sostenere e non desidera che il progetto per bookwsweb sia rispreso in mano, rispettando così la volontà del padre.
(Lucia)

Silenzio: per Mariastrofa

Ci siamo scambiati solo poche mail.
Gli regalai un mio libro.
Mi ha fatto conoscere Gino Patroni.
Ma di lui, io, so niente.
E’ giusto che siano quelli che lo hanno conosciuto bene ed apprezzato a salutarlo.

CARLO BERSELLI, UN UOMO MERAVIGLIOSO
SCRIVE SERENA…
La figlia di Mariastrofa

Ciao Carlo Berselli, e ciao Serena, da
– Lucia Cronomoto
– Lostangel
– La tenda rossa
– Gaia Cenciarelli
– Fruscii
– Paolo Ferrucci
– Contenebbia
– Ilaria
– Ibridamenti
– Pralina
– Flavia
– Letteraturalenta
– Biancanera
– Pispa
– Alfio Squillaci
– Zop
– Giuseppe Iannozzi
– Dianalove
– Lucia Marchitto
– Elisabetta Bucciarelli
– CalMa
– Percy
– Arimane
– TipTop
– Criscia
– Triana
– Lucio Angelini
– Fioredicollina

ed altri (chi volesse: bassini.remo(et)gmailcom

E poi:
– grazie ad Alfio Squillaci, segnalo questo intervento di Mariastrofa
– Una vecchia cosa scritta da me
– E poi c’è il blog di Lucio Angelini che, per Mariastrofa, era una lettura quotidiana

MA LA MAIL PIU’ IMPORTANTE E’ QUESTA, di Serena, figlia di Carlo Berselli
audrey-88(chiocciola)hotmail.it


canzoni (ricordando)

Quando penso a una belle canzone mi viene in mente
Vulesse addeventare nu brigante (vorrei diventare un brigante).
Dal momento che più passa il tempo e più dimentico quel po’ che ho studiato di inglese (per la verità imparai più inglese in due anni di reception in un albergo che in cinque anni a scuola) questa canzone mi permette di ripassare un po’ di napoletano; napoletano imparato in una fabbrica, qui al nord, con alta percentuale di maestranze (termine orribile) di origini campane.
Figli di quelli che arrivarono con le valigie legate con lo spago.
Come quella di mio padre e di mia madre.
Che lasciavano la mezzadria per la fabbrica. Lasciavano anche Cortona, che oggi è una cittadina ricca di turismo, soprattutto. Allora no, allora
la noia l’abbandono il niente son la tua malattia
paese mio ti lascio io vado via

(tanto per ribadire che Que sarà è dedicata al mio paese)

Passo invece a una canzone che mi ricorda il 1983.
Tutte le mattine prendo il treno delle 6,55 per andare a Torino, ché mi sono iscritto a Lettere a Torino (a mezzogiorno avrei ripreso il treno che mi avrebbe riportato a Vercelli, mi aspettava la fabbrica, turno fisso 14-22).
Arrivavo sempre con un po’ di anticipo alla stazione. Un caffè, un pacchetto di Ms, una canzone sul juke boxe. Sempre Vacanze romane, per un anno. Divenne la mia canzone portafortuna.

Anni dopo (dopo un periodo di disoccupazione) mi ritrovo portiere di notte in un albergo.
Studiavo quando l’ultimo cliente aveva preso l’ascensore ed era salito in camera.
E cercavo il silenzio assoluto. Una volta, però, mi accorsi che riuscivo a studiare bene, e forse studavo meglio, ascoltando jazz e blus. Non sono un intenditore, purtroppo.
Ma Billie Holiday mi piace davvero tanto.
Summertime, soprattutto.
(Mi ricorda i primi anni di lavoro in redazione al giornale: altro tormentone, al mattino, appena alzato).

Nel 1986, frequentando un corso di Storia dell’Europa Orientale, conosco un docente innamorato dell’Unione Sovietica. Mi fece conoscere Vissotskij. All’inizio fu dura. Ma poi è successo che Vissotskij mi è entrato nelle viscere (e devo, appena posso, comperare il nuovo cd di Finardi che lo interpreta).
Visotskij era un grande attore, un grande cantautore, un grande poeta.
La gente conosceva le sua canzoni grazie a registrazioni alla buona, con i vecchi registratori.
Quando morì, nonostante il regime sovietico gli avesse impedito di incidere dischi, la gente conosceva le sue canzoni. D’amore, di rabbia, ma anche piene di ironia, dissacranti.
I defunti, gli ex-umani, hanno stabile fermezza
Mica fatti come noi sono proprio un’altra razza
Poi in quanto a sangue freddo non si fanno compatire
Non li vedi mai scomporsi, mai avranno da ridire
Sanno star nel loro ambiente, quieti quieti fino in fondo
Non si sente anima viva, proprio cose d’altro mondo
Perché, senza entrare nel merito è soltanto questione di spirito
Là nel regno delle ombre non si sente una parola
e di notte una signora ci può andare anche da sola
Che non corre nessun rischio, né pericoli di sorta
qui nessuno la importuna o le fa la mano morta
De profundis di Visotskij qui interpretata da Giorgio Conte (non parte subito).

Poi.
Preghiera in gennaio invece è una splendida, triste canzone di De Andrè. Le primevolte che l’ascoltai, però non mi piacque. Poi seppi che era dedicata all’amico suicida, a Tenco.
Venite in paradiso là dove vado anch’io
perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio

De André lo ascolto sempre. Il primo 45 giri che comprò mia madre fu La guerra di Piero. Piano piano, comperai tutto di De Andrè. I miei quindici vent’anni erano gli anni dei Beatles, dei Genesis, del Rolling Stones, dei Deed purple, dei Pink floyd.
Tutti a canticchiarle. Io no. Io sapevo (e so, ad eccezione delle ultime) tutto De André a memoria; poi, ma distanziate, avevo due passioni: per Gli alunni del sole, va a sapere perché, e Georegs Moustaskj. So bene perché, invece.
Comunque. Degli alunni del sole la più bella in assoluto, per me, è
Canzuncella.
Moustakj invece mi piaceva per altro. Avevo letto che aveva una moto, una Honda mi pare. Avevo letto che aveva preso parte al maggio francese. Poi aveva una barba che io, guardandola, dicevo: quando invecchio la voglio anche io una barba così. E infatti.
Di Moustakj ho trovato questa.

Infine (sto procedendo a zig zag).
Nel 92 uscì Favola Blues. La sentii per radio.
E piove e cerchi il mare…
Non identificai chi fosse a cantarla, ricordo solo che mi piacque. Così comprai la cassetta (erano Peppino di Capri, che non mi era mai piaciuto, e Pietra Montecorvino, che non conoscevo). L’avrò ascoltata mille volte, in macchina, la sera.
Quando allagano le risaie è bello viaggiare per le strade del vercellese.
Ci si specchia la luna, dentro.

(Poi, passando il tempo, ho recuperato i Genesis e i Pink Floyd. E anche Made in Japan dei Deep Purple:
questa è Child in time).

Dimenticavo:
poi c’è Bella ciao (qui cantata dai Modena City Rambler) che, chissà perché, da un po’ di tempo è tornata in vetta nella mia personalissima hit parade.

PS
Scrivere, per me, significa (anche) dire: andare contro.
E sono d’accordo con questo sfogo di Cinzia Pierangelini.

La scrittrice, blogger, amica mia Barbara Garlaschelli sta, da tempo, valoizzando belle scritture. Come questa.

la resistenza al baratto: Simon mago

Se mia vita è prezzo
di non venale acquisto,
accettala quale pallido
raggio rarefatto
della tua luce gratuita
dolce figlio di Maria
e fammi degno
di sedere a mensa
dei santi martiri
di questa terra
che ha nome
Resistenza
(don Luisito Bianchi)

Ieri, domenica, se non fosse che in questi giorni sto “rincorrendo parole” (ho scritto nel bel-blog di donna Laura, ché le parole van rincorse, corteggiate) sarei andato a Cremona.
Dove, per Cremonapoesia, si è svolto uno spettacolo sulla gratuità (o resistenza alla tentazione del baratto).
Simon Mago è un’opera poetica di don Luisito Bianchi.
Qui, sul blog Orasesta, potete vedere qualche immagine e sorattutto avere altre utili informazioni.
La resistenza al baratto…

Avete letto – e qui passo di palo in frasca – di quei due giovani (La Stampa, Liberazione in prima pagina) che non possono sposarsi in chiesa? Il vescovo di Viterbo si è infatti opposto, dal momento che l’uomo, essendo paraplegico, non sarebbe in grado di procreare.
E’ straordinariamente innovativa la chiesa di questi tempi.
(Sì lo so che sbaglio: secondo il diritto canonico – ha ricordato Liberazione – il matrimonio ha finalità copulative).

Allora, due giorni fa ho proposto la simulazione se io fossi nato rom…
M’ha detto che ho sbagliato, qualcuno.
Persevero.
Mi immagino d’essere io nei panni di chi, dopo aver avuto un incidente, dopo mesi e mesi e mesi di riabilitazione pensa che forse non è più il caso di sposarsi, come aveva programmato prima dell’incidente, e lo dice alla fidanzata.
La quale, però, perseverante pure lei, invece, insiste, e gli dice, al fidanzato, che i modi per fare l’amore son diversi, e che poi magari col tempo chissà, metti i progressi della medicina, in fondo in fondo trent’anni fa si moriva ancora per un’ulcera.
Ecco, io mi immagino, anzi non so immaginare lo stato d’animo di quel ragazzo a cui la chiesa ha detto, questo matrimonio non s’ha da fare perché ti mancano le facoltà copulative.