Oggi. Vita, amore, morte, ricordi: oggi insomma

Mi è venuta in mente un’idea balzana.
Una proposta.
Vi invito a scrivere dei racconti da postare, poi qui.
Ma a coppie. Che si accordano per scrivere insieme.
Allora.
Chi vuole si mette d’accordo. Metti Aitan con Biancamara, Gea con Enrico Gregori. Io con… Donna Laura, o Annarita Briganti, o RedPasion oppure con Mario Bianco. Anche due uomini o due donne.
Poi: qui vengono persone che non hanno un blog, ma che scrivono, penso a Giorgio Bona e Simona Loiacono.
(Se Laura e Lory vogliono partecipare, dal momento che hanno sempre scritto insieme, penso sarebbe giusto se si trovassero un socio o una socia).
Anche gente che non conosco, ma che mi dice, io parteciperei ma non conosco: in questo caso proverei io a chiedere, trovare, formare insomma una coppia.
(L’idea mi è venuta perché io a, non so scrivere racconti e b, io non ho mai scritto mai a quattro mani).
Si formano le coppie, insomma, e si decide che si va avanti per un po’, magari due mesi, magari meno, magari di più.
Mi mandate per posta elettronica e io copio e incollo ma – questo è importante – senza svelare chi sono gli autori del racconto.
Lascio il racconto per due giorni e, in questi due giorni, si vota così come si vota su anobii: una stella (brutto), due stelle (così così), tre stelle (bello), quattro stelle (bellissimo).
Hanno diritto di voto (però) solo i partecipanti.
Voteranno, quindi, anche gli autori del racconto, a provvederò io a non tenerne conto ai fini della classifica finale.
Gli altri, se vorranno, potranno commentare.
Propongo anche il tema.
Oggi.
Vita, amore, morte, ricordi: oggi insomma.

Alla fine creerò una pagina come questa. Oppure si può creare un e-book. Condue righe due sugli autori.
E io parteciperò, ma non avrò diritto di voto.

Ora ditemi, ché se mi die che è un’idea troppo balzana va bene lo stesso, così faccio altro.
Buona notte, perché penso che a quest’ora stiate tutti dormendo.

Chi vuole aderire mi scriva.
raccontiaquattromani@gmail.com

Da un minimo di sei sette racconti a un massimo di trenta (poi chiudo).

E vi segnalo che è uscito BlogTime, di Titty e d’altri, con lei.
(Grazie Titty per la pagina dedicata dalla Donna).

intervista(to)

Su Fernandel (rivista dell’omonima casa editrice che un volta usciva su carta e adesso solo in rete) c’è un’intervista al sottoscritto sui blog.
L’ho riletta (rispondo sempre di getto, senza pensarci troppo) e non rinnego nulla. E faccio i miei complimenti a Silvana Rigobon, l’intervistratrice. Dico solo che mi trovo sempre un po’ a disagio quando debbo citare (o non citare) altri blog.

E poi.
Mi piace il commento fatto da Biancamara (Piera Ventre) al post teste di zucca. Sul rapporto scrittura-blog.
Lo copio incollo, qui.

buoni i risotti alla zucca.

quando io dico che scrivo per me, la maggior parte delle persone mica ci crede. allora perché hai un blog?, il più delle volte è la domanda. c’è qualcuno che, ancora, si illude che la scrittura in rete possa dare una qualche visibilità e farti diventare il caso letterario dell’anno. c’è qualcun altro che si preoccupa che le sue preziosissime cose possano essere copiate, plagiate, esportate, vincere il nobel per la letteratura senza che lui, l’autore, (l’autentico/il solo/l’unico) ne sappia niente.

la domanda: perché scrivo?, mi ritorna ad intervalli regolari. spesso sono io stessa a formularla a me. la risposta, quando arriva veloce, ed è la più sincera, è “per stare meglio” o “perché mi fa bene, anche se mi fa male”.

non so attribuire valore alle mie cose. non ne sono capace – non so se questo accada a tutti quelli che ci provano, dai più navigati ai novellini -, ma, in tutta franchezza, non credo sia questo il punto determinante. non è colui che scrive a doversi un giudizio “estetico” – di stile, di contenuto, di forma –

Sai, Remo, io credo che la via d’uscita sia sempre quella di lasciare spazio al gioco. E’ la nostra parte creativa che chiede asilo e via d’uscita. Quando si comincia a pensare alla scrittura, alla fotografia, all’arte in genere – che sia “domestica” o “istituzionalizzata”, poco importa – come ad un prodotto, temo si arrivi all’aridità del compromesso, dell’iniziare a fare qualcosa per gli altri, accomodando gusti, aggiustando il tiro.

non so. scusate, forse ho scritto un sacco di stupidaggini – appunto -, ma, quando dalla mia testa/tastiera esce fuori qualcosa che mi fa dire “questo mi pare giusto così”, ho la stessa soddisfazione di quando preparo un ottimo risotto alla zucca.

ciao Remo. ciao tutti.

Segnalazione.
Sul blog di Amalteo, Carlo Rivalta legge Pontiggia.

Teste di zucca

Ho sempre detto che non dirò mai male dei libri che non mi piacciono, almeno qui.

Ho sotto gli occhi un’antologia.
Le antologie, dunque.
Solitamente funziona così. Un giorno arriva la telefonata o di uno scrittore, o di un editor, o di un editore. Stiamo facendo una antologia sulle teste di zucca, ti va di partecipare?
(Poi arrivano altre precisazioni. Partecipa anche questo o quello. Non pagano, pagano poco, avrai solo cinque copie omaggio. Massimo 12mila battute, entro…).
Il problema vero, però, sono le teste di zucca.
La conoscenza dell’argomento.
Eccerto che no: perché se uno è scrittore è chiaro scrive, e quindi se scrive saprà bene cosa scrive, e quindi scriverà che le teste di zucca sono…

Ho un elenco interminabile di minchiate fatte in vita mia.
Potrei farci il blog della vergogne. Dei peccati incoffessati e inconfessabili. Cento post in una sera poi mi nascondo.
Vado in Madagascar.
Ma potrei anche aprire un piccolo insignificante blog dove scrivere delle (poche) cose di cui mi vanto.
E restare. So mica come si sta in Madagascar.

Un amico scrittore, un paio di mesi fa, mi ha chiesto un racconto per un’antologia.
Non ho avuto tempo di prepararmi sull’argomento, era sulle teste di melone, l’argomento, che comunque un po’ conoscevo, e che mi tentava, ma comunque ho declinato. Mi son detto: fai la persona seria se ti riesce. Ci son riuscito, pare (facendo così un favore a quell’antologia, che penso sarà interessante, di più senza il mio apporto).

Altre volte, invece, m’è successo il contrario. Ho saputo di antologie il cui argomento, invece, mi era familiare; avrei, insomma, avuto qualcosa da raccontare. Niente. Penso di pagare il fatto di conoscere quattro scrittori in croce, un paio di editor e basta. Ma va bene, perché in campo editoriale io penso comunque d’essere stato fortunato.

Ma ho davanti a me, in questo momento, un’antologia, che parla di teste di zucca, e vedo, tra i nomi degli autori, che ci sono persone che di zucche non sanno nulla perché hanno altri palati.
Però funziona così.
Però mi girano, e sapete perché mi girano? Perché se mi avessero chiesto io avrei detto che io di teste di zucca so niente ma c’è un blogger, che non ha mai pubblicato ma che scrive bene, che avrebbe potuto, invece.

Scusi lei è?
Scrittore.
Ah.

E comunque, sì già che ci sono vado fuori, ma di tanto, tema.
Si dice che non si scrive per sé ma per essere letti. Per essere pubblicati.
Io stanotte mi son messo a scrivere poi, una volta finito, mi son chiesto se… e poi mi son fermato.
Una volta finito o prima di iniziare (ma sarebbe meglio di no) si può pensare di tutto: di vincere il Nobel o di riciclare la carta per pulire culi d’elefante.
Ma è quando si scrive che le interferenze devono stare lontane, altrimenti è finita.
Sentirsi liberi di scrivere, a prescindere.

e buzzati disse “mi cacceranno”

Buzzati dichiarava con il candore, però sapiente, che era uno dei suoi fascini maggiori, di credere all’ispirazione: l’ispirazione era “l’idea giusta”, che però poteva nascere anche da un fatto di cronaca, da un aspetto insignificante della vita: un cane che passa per strada, due che litigano (Giuliano Gramigna)

Sto rivedendo Buzzati e Il Corriere, inserto del Corriere della Sera, giugno 1986.
Lo comprai e lo lessi perché stavo muovendo i miei primi passi da giornalista, sapevo niente, allora, di giornalismo.

Parte da lontano, quell’inserto.
1906, il 16 ottobre nasce Dino Buzzati.
Quel giorno Il Corriere annuncia che a Milano sono cominciati i lavori per la nuova stazione (finiranno nel 1931); che forse il Nobel per la letteratura verrà assegnato a Carducci; e, che il generale russo Uchiakoff insegue per tutta Europa, arma alla mano, la moglie fuggita con un capitano: a Madrid gli amanti “partecipano a un redattore la loro inquitedudine”.

Scrisse libri, commedie, posie, articoli Dino Buzzati. Scrisse anche lettere, per trent’anni, ad un amico, Arturo Brambilla e scrisse anche un diario.
Nel 1928 fu assunto al Corriere.
Annotò: Oggi sono entrato al Corriere, presto sarò cacciato come un cane.

Invece divenne un bravo redattore. Uno scandalo in un ospedale di Milano lo titolò “Nove coinvolti in pubbliche lenzuola”.
(Un titolo inconsueto, per l’epoca).

Nel 1958, all’età quindi di 52 anni e con trent’anni di carriera al Corsera, Buzzati con il libro “Sessanta racconti” vinse lo Strega.
Non si cresce mai: era rimasto quello nche annotava su diario “mi cacceranno”. Infatti, quando a Villa Giulia, presenti altri scrittori, critici, attrici, politici, invitano Buzzati a ritirare lo Strega Buzzati non c’è. C’è ma si nasconde, troppo timido per affrontare una premiazione così.

Aveva pochi amici, che non amasse gli intellettuali lo si capisce dal suo diario.
!955, è a Parigi, dove conosce Camus. Scrive: “Una faccia, grazie a Dio, non da intellettuale; se mai da sportivo, chiara, popolaresca… una facca da garagista”.

Amava i cani, era ipocondriaco, aveva una 500. Prima di morire (era il 1972, aveva 66 anni) alla giovanissima moglie Almerina (si erano sposati che lui aveva 60 anni e lei 25) disse: Non fare la vedova, risposati subito, odio il cordoglio.

Ma mi piace chiudere su Buzzati con una testimonianza di Montanelli.
Non l’ho mai sentito rimpiangere le ore, le giornate, gli anni spesi sul banco della redazione per ricostruire delittucci o delittoni. Seguitò a farlo anche dopo essere diventato un autore di fama internazionale.

(E mi viene da pensare al mestiere del giornalista. Buzzati accettava ogni incarico, di seguire ogni fatterello. Pensate che i giornalisti e gli aspiranti giornalisti siano come lui, per caso? Uno ogni cento, forse).
Buona giornata

E poi.
La sinistra italiana (e tanti che hanno fatto politica nel 68) è arrogante quando parla.
Ciò che sa lo devono sapere anche gli altri, popolo bue.
C’è un’interessante discussione su Vibrisse in proposito.

E poi.
L’idea l’hanno avuta Barbara Garlaschelli ed Enrico Gregori. Un racconto da postare alla stessa ora, partendo da una parola-tema, Ascensore.
Il racconto che più è piaciuto è Lift 1965, è di Gea, che spesso viene qui e che ho conosciuto al salone del libro di Torino.

Vite ai margini, da barboni.
Leggendo storie di questo tipo ci si rende conto di come il tragico non sia affatto morto: ha solo girato l’angolo. Finisce per strada chi ha scoperto il suo destino; chi non può liberarsi del destino finisce in strada?
scrive Anfiosso. Che fa una recensione, davvero bella, del libro Vite perdute per strada, di Fabrizio Filosa. Da leggere.

Non mi lamento, non imploro, non piango

Non mi lamento, non imploro, non piango,
Tutto passerà come il fumo dai bianchi meli;
Preda all’oro dell’appassire,
La mia giovinezza, lascerò.

E tu toccato dal freddo, o mio cuore,
Come ora più non batterai;
E il paese di betulle d’indiana
A camminare scalzo più non mi tenterà:

Anima vagabonda! Sempre più di rado
Tu agiti la fiamma delle labbra.
Mia perduta freschezza, furia
Degli occhi, pieni dei sensi!

Sono oggi più avaro di desideri, mia vita?
O ti ho soltanto sognata?
Sembra che in un sonante
Mattino di primavera
Io abbia cavalcato sopra un roseo cavallo.

Lento cola dagli aceri il rame delle foglie…
Sia dunque in eterno benedetto
Ciò che viene a fiorire e a morire.

Ogni tanto si torna a parlare di Esenin, dei suoi amori, donne o uomini che fossero.
E della sua fine misteriosa.
Forse si ammazzò, forse (il dubbio c’è) l’ammazzarono.
Trent’anni (1895-1925) di vita, cinque mogli, amanti uomini, il sogno di una russia libera e giusta di un poeta contadino.
E’ merito di Angelo Branduardi se in Italia lo si conosce un po’ di più. A volte una (bella) canzone può fare tanto. I miei due libri con le poesie di Esenin io li comprai dopo averla ascoltata e imparata a memoria.
Confessioni di un malandrino.
… sul tappeto magnifico dei versi
voglio dirvi qualcosa che vi tocchi…

post di fretta

Il blog non perdona.
500 e più visitatori se lo aggiorni tutti i giorni, sforzandoti di scrivere qualcosa di interessante.
300 scarsi se batti la fiacca.
dopo questa posso andare a mangiare, che sono le 23 e 10 minuti (e mentre aspettavo l’okay dalla tipografia mi sono letto un paio di post, uno di Giulio Mozzi su Vibrisse e l’altro di Serino su Satisficition.
Ve li segnalo:
Dopo  20 anni ancora lo scouting ai piccoli editori
(dove si parla di editoria, sempre lei)
e Distinzioni
(dove si parla di italiani – scusate ma son di fretta – che credono a tutto, forse)
Vado: post fatto in 6 minuti.

scrittura (di visioni)

Poi, Libri di scrittori viventi
Non ne leggo quasi mai. Ma poiché ma l’ha regalato, sto leggendo C. di M. Baring. Mi soprende trovarlo così buono. Ma in che senso è buono? Facile dire che non è un grande libro. Ma quali sono le qualità che gli mancano? Probabilmente, che non aggiunge nulla alla nostra visione della vita…
(…)
Il mio cervello
Un vero e proprio esaurimento in miniatura. Siamo arrivati martedì. Sprofondata in una poltrona, riuscivo appena a rialzarmi; ogni cosa insipida: insapore, incolore. Enorme desiderio di riposo. Mercoledì: unico desiderio, starmene sola all’aria aperta. Aria deliziosa; evtato di parlare. Impossibile leggere. Pensato alla mia facoltà di scrivere, con venerazione, come a qualcosa di incredibile, che appartenesse a qualcun altro…
(…)
Proporzioni mutate
Il fatto che di sera, o nei giorni senza colore, le proporzioni del paesaggio mutino improvvisamente. Ho visto gente giocare a stoolball sui prati; apparivano affondati dentro una tavola piatta…
anche le tinte degli abiti delle donne si rivelavano luminose e pure, nella cena quasi incolore. Sapevo, anche, che le proporzioni erano anormali, come se guardassi tra le mie gambe.

Diario di una scrittrice, Virginia Woolf, Minimum fax, pagne 142 e 143.

Si potrebbero leggere al contrario, queste pagine del diario della Woolf.
Se non vedi proporzioni che mutano improvvisamente, non aggiungi nulla (quando scrivi)
se invece tu le vedi, forse, dipende da certe burrasche interiori che non ti fanno vivere bene

Buona domenica
PS
Ieri sera, a Vercelli, c’è stato uno spettacolo teatrale su Luigi Tenco.
L’attore che raccontava e cantava ha parlato anche d suicidi (il grande, unico tema secondo Camus).
E ha ricordato quelli che s’ammazzano gettandosi sotto le rotaie.
comunque partenza, sopra o sotto un treno, dov’è la differenza?
( e Lontano lontano, per me è la più bella di Tenco)

di spazio e di tempo giornalistico

ciò che trovo difficile, nel lavoro di un giornalista, è dover rimanere entro determinate righe
ha scritto Nikka.
L’ho detto tante volte: la scrittura giornalistica ha peculiarità che sfuggono, legate al tempo e, appunto come dice Nikka, agli spazi.
Il tempo.
Se scrivo un racconto o un post cercherò di avere dieci minuti in santa pace. Non avrò fame, non mi scapperà la pipì, non avrò mal di testa. Tantissimi articoli di giornale, direi i più importanti, quelli scritti un’ora prima che parta la rotativa, sono scritti da gente che è stanca, e che deve scrivere di fretta. Tremila battute in mezz’ora e una rilettura veloce e si va in macchina e quel che s’è visto s’è visto.
In quella mezz’ora, di scrittura veloce. il giornalista deve decidere: cosa scrivere e cosa no.
Non fai solo la brutta figura, se per caso scrivi un brutto pezzo, ché le implicazioni possono essere tante.
Se sbagli, magari danneggi qualcuno, se sbagli, magari becchi una querela.

Un anno ho collaborato con L’Indipendente diretto da Daniele Vimercati, che era un giornale vicino alla Lega, allora.
Daniele Vimercati, però, fece comunque un giornale non di partito. Mi fu chiesto di raccontare, non di avere un occhio di riguardo per questo o per quello e quindi in un anno di collaborazione mi trovai abbastanza bene (una volta mi chiesero un approfondimento: contro un sindaco della Lega Nord. Vimercati era un “buon figlio”, come Travaglio e altri, della scuola di Montanelli).
Comunque.
Un giorno deve scrivere di un suicidio. Un uomo che si era gettato sotto il treno.
Il giornalismo è pieno di contraddizioni.
La più grande è questa. Un suicidio di persona comune, certi giorni, si risolve in un trafiletto, altri giorni con pezzo su due colonne altri giorni (quando noncapita niente di niente) su tre.
Ero, quello, un giorno da tre colonne. Era successo niente di altro. Per cui l’indicazione fu: 3000 battute. Obiettai: dissi, so il nome, so dov’è successo, so che c’era la nebbia, so che non ha lasciato nessun biglietto.
Mi risposero (più o meno) arrangiati, 3000 battute restano.
Quando collabori con un giornale e vuoi mantenere la collaborazione c’è anche un ricatto non scritto ma c’è: o esegui, oppure trovano il sostituto.
Scrissi tremila battute. Senza inventare nulla. Scrissi del suicidio, solo quello che c’era da scrivere e nulla più, andai a vedere quanti suicidi c’erano stati nella zona, parlai poi del posto, sperduto tra le risaie. Andai insomma, fuori tema (fuori articolo), ma senza fare danni. Senza inventare.
Quando si va nelle scuole elementari soprattutto c’è sempre il bambino un po’ più sveglio che chiede: che differenza c’è tra uno scrittore e un giornalista?
Risposta abusata: lo scrittore inventa, il giornalista racconta.
Spesso succede il contrario. Se uno scrittore racconta, poco male. Se un giornalista inventa (leggere Pansa) invece no, è male.
(A meno che non sia una bugia veniale: perché se arrivi a 2900 battute e te ne mancano 100 scri, per esempio, che il suidica era benvoluto da tutti. Novantanove volte su cento va bene, una no).

buone cose

Continuano ad arrivare commenti per Maristrofa. Qui.
Sono contento di poterli segnalare.

prima regola

Sono venuto qui quattro volte, almeno, da ieri notte a ora.
Scritto e cancellato.
Al giornale lo dico sempre: si fa più bella figura, a volte, anzi spesso, a non scrivere nulla.
Fu la prima indicazione che diedi quando fui nominato direttore; dissi: per far bene un giornale la prima cosa che bisogna fare è segare via articoli inutili; tagliare dove si legge di ringraziamenti a questo o quello; tagliare gli articoli che contengono interminabili elenchi di personalità presenti all’avvenimento; oppure le formule idiote, come la presentazione ufficiale (e quella del martesciallo?) si è svolta presso… (il presso è gettonatissimo nel giornalismo, quasi come Se n’è andato in punta di piedi…), e le foto brutte, specie quelle di posa (così la volta che pubblicai la foto di un sindaco che si gustava un leccalecca, lui si arrabbiò. I sindaci, si sa, non mangiano mai i ciupa ciupa, mai).
Del resto me l’avevano insegnato. A Fiuggi, nella settimana di full imersione prima dell’esame per diventare professionisti, sentii Gilberto Evangelisti (quello di Tutto il calcio minuto per minuto) che, quando finiì di correggere un articolo, guardò l’aspirante giornalista e gli disse: prima regola del giornalismo, se devi dì le cazzate non le dì.
(m’è rimasta impressa, ma non sempre è facile).

Una delle rubriche più carine di Cuore era E chissenefrega.
Però. Mica è facile scrivere sempre Questo sì che importa.

Tre segnalazioni, ora.
Una serie di omaggi di Amalteo all’attore Carlo Rivolta, che è morto pochi giorni fa. L’ultimo che Amalteo ha postato (e che io non ho avuto il tempo di sentire) mi pare quanto mai interessante: Carlo Rivalta legge Quer pasticciaccio di Gadda.

E poi: è nato Blogtime. (Auguri Titty)

Oggi per caso ho visto il mio vecchio blog. I commenti, lì, sono in moderazione. Ne ho sbloccati due (di Porcasi Gaetano e di Triana) Ora sono in coda a un post sul sud e a uno a cui tengo in modo particolare.

E buone cose

pressoché quotidianamente

Pressoché quotidianamente… oppure è meglio dire Quasi ogni giorno…?
In un suo libro, non ricordo quale, Pansa racconta i suoi primi passi da giornalista.
Sbarbatello, lo prendono alla Stampa e gli fanno correggere i pezzi che arrivano dai vari collaboratori.
Un giorno arriva un articolo.
Inizia così: Pressoché quotidianamente…
Pansa corregge: Quasi ogni giorno.
Il direttore de La Stampa, Giulio De Benedetti, casualmente si accorge della correzione apportata dal giovane Pansa a quel pezzo.
Lo chiama. Gli dice: lei diventerà un bravo giornalista.

Allora, pressoché quotidianamente oppure quasi ogni giorno, mi succedono due cose.
La prima.
Mi alzo, mi lavo, controllo la posta elettronica, mentre aspetto che la caffettiera finisca di borbottare e mi offra il primo caffè, e mentre dico al cane di non farmi perdere tempo, infine esco. Nove volte su dieci devo tornare indietro, che ho dimenticato o gli occhiali, o la chiavetta con cose mie, o il nettapipe ché senza nettapipe la pipa non la si può fumare, oppure il cellulare. Oggi è il turno del cellulare.
La seconda.
E quasi ogni giorno (sei giorni su sette), mentre vado a lavorare mi fermo sempre al solito bar.
Sono due anni, ormai, che quasi ogni giorno (sei giorni su sette, ferie loro o mie escluse), vado sempre lì. Pressoché quotidianamente, prendo sempre un caffè senza zucchero, sempre, sempre, e poi ancora sempre. Mai nessuna variante, tipo macchiato, lungo, corto, oppure oggi facciamo un marocchino oppure un cappuccino oppure oggi caffè e un bicchier d’acqua.
Però il titolare del bar, sei giorni su sette, appena mi vede, dopo avermi salutato, Ciao, Ciao, Tutto bene? Tutto bene, mi chiede: Un caffè Remo?
No, una minestra.
Un giorno su sette, invece, che corrisponde al giorno di chiusura del solito bar, il secondo caffè della giornata, sempre amaro, senza varianti tipo lungo, corto, macchiato, in tazza fredda, lo prendo invece in un bar in piazza. La ragazza, ormai, sa.
Ciao.
Ciao. E mi fa il caffè. Bevo, pago.
Ciao.
Ciao.
E vado. E se va bene mi accorgo che devo tornare a casa. Il cane, ormai, ci è abituato, non me le fa le feste. Sa già, lui, non c’è bisogno che gli spieghi, che, pressoché quotidianamente, dopo il secondo caffè, di fretta perché sono in ritardo. torno a prendere qualcosa che ho dimenticato.
(… dimenticare di andare a prendere mia figlia all’asilo, ma era un padre giovanissimo, avevo 26 anni, mi capitò credo due volte, tre al massimo).
sì lo so: va di palo in frasca, questo post.
ma è lunedì.
buona giornata

giorni, come pagine di un libro

e oggi sarà un po’ come quei giorni, lontani, che alcuni hanno vissuto con la testa sui libri perché è imminente un esame.
oggi non lavoro, oggi (ma è stato così anche ieri pomeriggio, sabato, e di notte fino alle 4 e mezzo) lavoro su un libro.
una bozza di libro.
e una bozza di libro è come un castello di sabbia, basta niente per far crollare tutto, oppure, viceversa, non è un castello se non lo completi.
insomma.
una frase, una parola di troppo, oppure, viceversa, una frase, una parola, indispensabile alla struttura ma dimenticata, data per scontata, può mandare all’aria ore e ore di lavoro.
(poi certo, ci son libri-capolavori, come Il grande sonno di Chandler, in cui non tutto torna, ma son capolavori di scrittori a cui si perdona, volentieri).
oggi libro, magari la posta elettronica e se riesco stasera vedo l’Italia (avrei, nei giorni scorsi, voluto vedere la Turchia, che ha un grande allenatore, l’imperatore Fatih Terim, che allenò la fiorentina
Aver paura non serve a non morire, dice Terim che, a mio modo di vedere, pratica il calcio più spettacolare e più offensivo che c’è al mondo dicendo ai suoi giocatori, appunto, che non bisogna aver paura di perdere).

e poi, associazione di idee.
per diverso tempo ho chiesto a una psicologa di andare in terapia.
ho fato una fatica bestia ad ammettere che, forse forse, avevo bisogno di lei.
io avevo bisogno e lei, però, aveva altri impegni.
ci eravamo incontrati, le avevo parlato un’ora e poi un’altra ora, sempre in ufficio da me.
quando si è liberata da impegni mi ha telefonato e mi ha detto cominciamo?
le ho detto, quasi quasi no.
ci siamo visti una terza volta e io le ho detto di non avere più bisogno di lei.
ricordo che lei mi fa.
va bene, però ascolta.
tratta la tua vita come se fosse un libro, tratta i tuoi giorni come una pagina di un libro.
(e viceversa, no?
trattare un libro come la vita, mettercela dentra)

e buona domenica

PS.
Arriva qui un commento. Di un blog che non conoscevo, mai sentito prima.
Leggo un post.
Un giorno quando avrò più tempo.
Passo e rilancio la lettura.

cinque minuti, poi sei mesi

c’era un tipo, si stava per laureare in sociologia, studiava come un matto e collezionava 30 e 30 e lode che, quando seppe che mi ero iscritto all’università, volle incoraggiarmi dicendomi:
Non ce la farai.
benché fosse molto stronzo il tipo, oggi insegna sociologia, aveva ragione: quando mi iscrissi a lettere fu organizzato un incontro con tutti gli studenti lavoratori.
Una ventina mi pare.
li ho persi tutti di vista, non so quanto ce l’abbiano fatta a finire. forse una donna.

mi abituai ad approfittare dei tempi morti. studiare mentre aspettavo l’autobus, studiare mentre ero sull’autobus (vedevo che non ero il solo, a Torini si usa, a Vercelli no). capii l’importanza dei cinque minuti: vai in un bar, ordini un caffè, vedi che c’è calma, ti siedi, tiri fuori gli appunti che hai preso, studi e leggi per cinque minuti poi quando vai alla cassa ripensi a quel che hai letto e poi uscendo e ancora andando…

Tutti i giorni.
sveglia alle 6e50, treno da Vercelli a Torino porta susa (45 minuti), autobus o tram verso palazzo nuovo (18, 55 o 56), lezioni (dalle 9 alle 11) di geografia economica, storia romana il lunedì, martedì, mercoledì, lezioni di dinamica e storia della letteratura il giovedì, il venerdì e il sabato, poi, verso mezzogiorno, di nuovo autobus e treno verso Vercelli e poi, dopo una mozzarella o insalata russa confezionata, altri pullman, verso la fabbrica, tutti i giorni dalle 14 alle 22, rubando, sempre, tempo al tempo, portandomi dietro le poesie del Pascoli, da leggere in bagno, o nella pausa di mezz’ora, per la cena. Poi la notte, caffettiera da tre, Marlboro, patatine…
A giugno do il primo esame, storia della letteratura, 28. A luglio psicologia, 30. Alla fine dell’esame la docente che mi interroga mi dice che per la lode deve chiedere al suo collega, titolare della cattedra, io le dico che va bene così. Peccato, ché di 30 e lode non ho preso mai….

Poi mi dico. Se sono così bravo, figuriamoci cosa faccio se prendo sei mesi di aspettativa in fabbrica, spacco il mondo spacco.
Li chiesi, me li diedero (così non rompevo le palle come sindacalista).
Bene, passai sei mese a combinare un tubo. Dimenticai, in quei sei mesi, l’importanza dei cinque minuti.
Più o meno, oggi, quando scrivo scrivo come quando entravo in un bar e se vedevo che c’era calma mi sedevo per cinque minuti, erano tanti quei cinque minuti.

Quando cadde il muro di Berlino me lo dissero. Stavo preparando un esame di glottologia (quello che andò peggio: 24) mi pare. Dissi, dopo l’esame, leggerò i giornali dopo l’esame.

L’ho fatta con rabbia l’università. Facendo una scommessa con me stesso. Se solo ti fai bocciare ad un esame smetti, prendi il libretto e lo fai volare fuori dal finestrino del treno.
Credo mi sia andata bene perché, ad eccezione di quei sei mesi, poi, ho sempre rubato tempo al tempo.
Se ripenso a quegli anni, rivedo la mia prima moglie e mia figlia che la domenica escono, perché è una bella giornata, vanno fuori, e io non so cosa darei per camminare anche io per i viali di Vercelli.
E mi sembra di risentire la testa strana, sonnacchiosa, di chi si è abituato a dormire quattro ore per notte.
Si impara, quando non c’è tempo.
(Ora son cinque e mezzo, sei).

Oggi devo rivedere l’ultimo capitolo dell’ultimo libro scritto.
Ho preso n altro giorno di ferie (lavorerò, recupererò domani e domenica).
Sto pensando, c’è tempo, oggi.

E’ uscito un libro di Giorgio Sannino che mi fa piacere segnalare. Conosco Giorgio da anni, io lessi il suo primo libro lui il mio primo. Ci scrivemmo e da allora siamo rimasti in contatto. Gli faccio, naturalmente, tanti auguri.

E buona giornata a tutti.

Una segnalazione, ora (venerdì, alle 19 e 18 minuti) che mi sento di dire, definire “importantissima” (mai fatto, credo).
Di un blog, che ha aperto, all’incirca un anno fa, Maria Strofa (Carlo Berselli) per sua figlia Serena.
Nenab.