di spazio e di tempo giornalistico

ciò che trovo difficile, nel lavoro di un giornalista, è dover rimanere entro determinate righe
ha scritto Nikka.
L’ho detto tante volte: la scrittura giornalistica ha peculiarità che sfuggono, legate al tempo e, appunto come dice Nikka, agli spazi.
Il tempo.
Se scrivo un racconto o un post cercherò di avere dieci minuti in santa pace. Non avrò fame, non mi scapperà la pipì, non avrò mal di testa. Tantissimi articoli di giornale, direi i più importanti, quelli scritti un’ora prima che parta la rotativa, sono scritti da gente che è stanca, e che deve scrivere di fretta. Tremila battute in mezz’ora e una rilettura veloce e si va in macchina e quel che s’è visto s’è visto.
In quella mezz’ora, di scrittura veloce. il giornalista deve decidere: cosa scrivere e cosa no.
Non fai solo la brutta figura, se per caso scrivi un brutto pezzo, ché le implicazioni possono essere tante.
Se sbagli, magari danneggi qualcuno, se sbagli, magari becchi una querela.

Un anno ho collaborato con L’Indipendente diretto da Daniele Vimercati, che era un giornale vicino alla Lega, allora.
Daniele Vimercati, però, fece comunque un giornale non di partito. Mi fu chiesto di raccontare, non di avere un occhio di riguardo per questo o per quello e quindi in un anno di collaborazione mi trovai abbastanza bene (una volta mi chiesero un approfondimento: contro un sindaco della Lega Nord. Vimercati era un “buon figlio”, come Travaglio e altri, della scuola di Montanelli).
Comunque.
Un giorno deve scrivere di un suicidio. Un uomo che si era gettato sotto il treno.
Il giornalismo è pieno di contraddizioni.
La più grande è questa. Un suicidio di persona comune, certi giorni, si risolve in un trafiletto, altri giorni con pezzo su due colonne altri giorni (quando noncapita niente di niente) su tre.
Ero, quello, un giorno da tre colonne. Era successo niente di altro. Per cui l’indicazione fu: 3000 battute. Obiettai: dissi, so il nome, so dov’è successo, so che c’era la nebbia, so che non ha lasciato nessun biglietto.
Mi risposero (più o meno) arrangiati, 3000 battute restano.
Quando collabori con un giornale e vuoi mantenere la collaborazione c’è anche un ricatto non scritto ma c’è: o esegui, oppure trovano il sostituto.
Scrissi tremila battute. Senza inventare nulla. Scrissi del suicidio, solo quello che c’era da scrivere e nulla più, andai a vedere quanti suicidi c’erano stati nella zona, parlai poi del posto, sperduto tra le risaie. Andai insomma, fuori tema (fuori articolo), ma senza fare danni. Senza inventare.
Quando si va nelle scuole elementari soprattutto c’è sempre il bambino un po’ più sveglio che chiede: che differenza c’è tra uno scrittore e un giornalista?
Risposta abusata: lo scrittore inventa, il giornalista racconta.
Spesso succede il contrario. Se uno scrittore racconta, poco male. Se un giornalista inventa (leggere Pansa) invece no, è male.
(A meno che non sia una bugia veniale: perché se arrivi a 2900 battute e te ne mancano 100 scri, per esempio, che il suidica era benvoluto da tutti. Novantanove volte su cento va bene, una no).

buone cose

Continuano ad arrivare commenti per Maristrofa. Qui.
Sono contento di poterli segnalare.

Un pensiero su “di spazio e di tempo giornalistico

  1. Ricordo con nostalgia i miei primi articoli al Secolo XIX, politica nazionale, conferenze stampa a palazzo Chigi, io che ero una debuttante assoluta e l’obbligo di tot battute, tot righe e tutto entro le 20,30 per trasmettere da Roma a Genova. Il panico davanti allo schermo, col cursore verde che lampeggiava come a ricordare che il tempo passava in fretta e la sensazione di vuoto nella testa, neanche un’idea. Poi arrivavano, dovevano arrivare. Mai bucato niente, mai fatti danni lì o altrove, nei settimanali quando la scrittura sfiorava pericolosamente la narrativa perché ti chiedevano 9000 battute sul fatto di cronaca e tu avevi materiale si e no per 3000. Erano sfide, sfide belle, importanti. Nel mio piccolo ero soddisfatta quando vedevo in pagina il frutto del lavoro svolto, del mal di testa, della paura, della faccia tosta messa in campo per bussare alla porta dei parenti del morto. Oggi il giornalismo di cui mi occupo è diverso, non più facile, assolutamente, ma diverso. Meno romantico, meno taccuino e buone scarpe. Un po’, quel giornalismo, mi manca.

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