Credere in se stessi

Sto scrivendo una storia di calcio e d’amore, ma non so né se la finirò né se andrò avanti.
Diciamo che sono abbastanza stanco di pubblicare libri: la prima volta che pubblichi, che accarezzi una copertina di un tuo libro, pensi di aver fatto qualcosa di grande, di importante, ma poi, quando arrivi alla decima, sai che non hai fatto niente. Sei uno dei tanti.

Il primo libro, già. Sognare di scriverlo, dirlo a qualcuno e leggere negli occhi di questo qualcuno – che non sia né un tuo caro amico né un tuo parente – solo scetticismo. A volte peggio. A volte la gente ci gode a dirti che.

Ricordo quando mi iscrissi a Lettere. Avevo 26 anni, lavoravo in fabbrica. Lo dissi a un ragazzo che conoscevo, uno studente universitario che si ammazzava di studio e che faceva incetta di trenta e lode.
Mi sono iscritto a lettere, gli dissi:
Parlammo un po’. Poi lui mi disse: Non credo che ce la farai.
Mi fece rabbia ma fu uno stimolo in più.

Anche un insegnamento. Quando ricevo il manoscritto di un aspirante scrittore in genere ci vado cauto con i giudizi. Ma se quello che leggo mi convince un consiglio lo do: credi in te stesso.
Poi che sarà sarà…

Il quaderno di mia madre



Scritto anni fa, quando era ancora viva.

Quando ero piccolo mi terrorizzava, bastava un suo sguardo.
Dovevo essere ordinato e puntualissimo: Se ti ho detto che devi tornare a casa per le sette, devi arrivare almeno con cinque minuti di anticipo.
A volte, questa mia dura madre, era esasperata: e ricorreva al battipanni.
Picchia, le dicevo, fingendo di non aver paura di lei; invece ne avevo, e mi sentivo solo e abbandonato quando non ero protetto dalla complicità di mio padre (ce n’erano anche per lui di rimbrotti).
Ha avuto una vita di inferno mia madre.
Di tanta povertà e di tanta, troppa, sensibilità.
Figlia di mezzadri, da piccola andava a “guardare le pecore”, oppure i maiali. Quando arrivava il momento di far festa, perché si ammazzava il maiale, lei scappava via, e piangeva. Di nascosto, sempre. Perché bisogna essere forti…
Dura, durissima madre.
Leggi e studia, leggi e studia, mi dicevi.
E non ti lamentare, mi dicevi sempre, ché c’è sempre chi sta peggio di noi.
E non ti lamentare se hai mal di pancia, “non fiezzare”, che non serve. Non serve piangere.
Non pianse, lei, quando le morì un figlio, mio fratello Fabrizio. Avevo sei anni. Non un lacrima ma poi, quando vide che la piccola bara bianca veniva ricoperta di terra nera, le gambe cedettero e fu sorretta da mio padre. Solo un attimo, ché si riprese, poi.
E non pianse nemmeno quando, solo due anni fa, perdette un secondo figlio. Nessuna lacrima: mai di fronte agli altri.
E poi ci sono io, vero mamma?, che ti ho fatto piangere tante volte. Anche negli anni scorsi…
Speravo che crescessi, ma non cresci mai, mi dici. Fortuna che hai avuto Silvia, la mia sorellina. Che ti ha inondato d’affetto.
Tu non hai famiglia, sei uno zingaraccio, mi dicevi, severa e adirata, quando ero piccolo.
(Ricordi quanta paura ti feci prendere quando, a sei anni, scappai di casa per ore e ore? Risento il tuo abbraccio, quando mi rivedesti).
Ora non è più una dura madre. E’ un madre mite.
Sono stata troppo dura con te, mi dice.
Mamma, sai che su un cosa che si chiama blog ho scritto di te, e dei cantastorie.
Non ha detto nulla, mia madre, mentre le dicevo “ho scritto di te”.
Giorni fa mi si presenta davanti. Con un bloc notes.
Mi dice: Lo sai che io non ho scuole e faccio gli sbagli.
Leggo.
Ci sono i canti che da ragazza aveva imparato.
Nel tempo che dei guelfi e ghibellini….
E ci sono storie contadine, d’amore e di povertà.
Ha fatto solo la terza elementare mia madre. I suoi genitori, analfabeti, la sgridavano: perché nel quaderno di matematica sprecava carta, c’erano troppi spazi bianchi tra un’operazione e un’altra.
Solo la terza elementare fatta nei giorni pari, perché in quelli dispari c’erano da guardare i maiali, ma, mentre leggo, vedo che i congiuntivi son giusti. Perché mia madre sapeva ascoltare “le belle parole della gente istruita”.
Basta orecchio, a volte.

Appunti di uno sbadato

Essere distratti, ma distratti tanto. Stamattina, in giro con mio figlio e il cane. Colazione in un bar, alcuni acquisti, poi incontro un amico, poi si torna verso casa. «Cico, dove abbiamo messo la focaccia e l’insalata russa?» gli domanda, vedendo che in mano ha solo il suo cellulare. Vedo che lui si piega in due e ride. Poi guarda il mio braccio sinistro. Non c’è solo il guinzaglio, ci sono anche due piccole buste.
C’è abituato, Cico. Un paio di anni fa.
«Babbo, ma dov’è il cane?»
«Occristo, l’ho lasciato in macchina».

C’è di peggio, ho fatto di peggio.
Tre anni fa, vado allo stadio per lavoro: devo seguire una partita della Pro Vercelli che gioca in notturna. Gara d’inizio ore 20,30, ma io in genere arrivo un’ora prima. Mi piazzo nella tribuna stampa e scrivo il primo pezzo, con le anticipazioni della gara. In genere arrivo per primo e se posso sono uno degli ultimi ad andare via.

Allora, quella sera di tre anni fa.
Questo è il primo film della serata (seguirà un’altra versione).
Arrivo in zona stadio. Stranamente, non ci sono posti auto. Mi sposto in una piazza, vedo un possibile parcheggio, sarà mica per disabili?, mi chiedo. L’illuminazione è scarsa, non riesco a capire. Comunque parcheggio, poi vado allo stadio.
Fine partita, corro alla macchina. Non c’è. Bene, serata rovinata, penso. Corro a casa, telefono a un mio amico vigile in pensione (con cui avevo lavorato nella mia breve esperienza di assessore all’ambiente). Che mi dice: Rivolgiti al comando Vigili domattina, dovrai pagare una multa, più sottrazione punti della patente, più la rimozione.
Sono le undici di sera, dovrei ancora mangiare, ma mi è passato l’appetito. Perché penso all’indomani mattina, al tempo che dovrò dedicare barra perdere per riavere l’auto eccetera.
Comunque un boccone lo mando giù lo stesso e mentre mangio ecco che vedo il secondo film. Che avevo completamente rimosso.
Allora, certo, avevo parcheggiato l’auto in un posto forse dedicato ai disabili. Ma prima di entrare allo stadio mi ero detto: e se per una volta non arrivassi primo? Ero così tornato indietro, avevo girato un po’ e alla fine aveva trovato un parcheggio. Ero quindi corso allo stadio ma, poi, allo stadio, forse perché preso dalla partita (sono un giornalista-tifoso) avevo bellamente dimenticato la seconda sistemazione dell’auto (tra primo e secondo tempo, ricordo che pensavo al carro attrezzi…).

Il giorno dopo il mio amico vigile mi chiede: Com’è andata? Recuperata l’auto?
Recuperata ieri sera, dopo aver mangiato, gli dissi.
Gli raccontai, non disse nulla. Ho una quasi certezza: non credette alla mia storia. Credo che pensò male di me, molto. Forse pensò che avevo fatto intervenire il sindaco o il comandante dei vigili. Non l’avrei mai fatto.

Brutta cosa essere sbadati.
Un’altra volta mi andò bene, ma bene tanto. Lavoravo al giornale La Sesia, da poco. Le prime buste paga contenevano contanti. E un giorno ne perdo una, con tutti i soldi, fuori da un bar. Ricevo una telefonata. «Hai perso la busta paga e i soldi?»:
«Non credo… o merda, sì».
L’aveva trovata la persona che mi stava telefonando. Un bidello, che anni prima aveva lavorato con me in fabbrica.

Poi ci sono le sbadataggini che non mi perdono. Ho perso tutte le lettere che ricevetti quando mori mio fratello Moreno…
Ho perso tutte le lettere che mi scrisse (con la sua penna stilo) Luisito Bianchi…
Eppure mia madre ci aveva provato in tutti i modi a rendermi ordinato. «Metti sempre il fazzoletto nella tasca destra, insieme alle chiavi. Le monete mettile nel borsellino, tasca sinistra.» E se la scrivania era in disordine – e lo era: sempre – erano culi.

Però mio figlio si diverte.

PS. Quando fui assunto al giornale La Sesia un vecchio operaio tipografo mi disse che io ero sbadato come Achille Giovanni Cagna, il più grande scrittore vercellese (tra i suoi estimatori ci sono Gobetti, Conti, Gadda…)
Su Cagna girava una leggenda tra il personale del giornale (che Cagna frequentava): che un giorno, nel vecchio cesso della Sesia, invece di accendere il sigaro che aveva sempre tra le labbra avesse avvicinato il fiammifero a un altro… sigaro. Impossibile crederci. Fumo sigari anche io, però.

Reazioni avverse

Reazione avverse al vaccino contro il Covid. Pareri. Testimonianze, anche dolorose, disperate su facebook.

A volte, leggi di una persona che racconta il suo calvario.

Poi vedi un commento con reazione: faccina che ride. (Infatti: c’è da ridere.)

Oppure succede che leggi un altro commento che dice: Ti sta bene, potevi informarti prima.

Forse capisco perché mi è passata la voglia di scrivere.

A proposito di presentazioni

Non mi piace parlare in pubblico – anche se l’avrò fatto almeno cento volte – non mi piacciono le presentazioni dei libri. Però le faccio. Le faccio soprattutto quando mi trovo bene con la casa editrice che mi ha pubblicato, investendo su di me.
Le piccole case editrici fanno fatica a sopravvivere, parecchie aprono con entusiasmo e poi chiudono perché non ce la fanno.
Precisazione: a piccole case editrici do per scontato e sottinteso l’aggettivo “serie”.
Esempio di casa editrice senza questo aggettivo.
Si manda un manoscritto e ti rispondono che è ok, l’hanno letto, lo pubblicheranno. Ma visti i tempi che corrono ti chiedono di acquistare magari 200 copie a prezzo scontato…
E le altre che invece non chiedono nulla per assorbire i costi (stampa, telefono, ufficio stampa, editing eccetera) o che addirittura ti danno anche un piccolo anticipo (a me è successo, con Perdisa)?

Ho presentato La suora – Golem editore – tre volte, per ora: a Vercelli (1) al Circolo dei lettori, Torino (2), alla biblioteca di Cigliano, a 30 chilometri da Vercelli (3).

Poi. Firmacopie sempre a Vercelli, quando è uscito. Tre presentazioni online (Mondadori di Alessandria, Anticorpi letterari, diretta instagram: Set con l’autore).
Prossima presentazione, mercoledì 11 a Torino, ore 18, sarò ospite di Trama, in via Mazzini 44, per Eventi Feltrinelli.
E più in là, forse una presentazione a Firenze più varie ed eventuali.

Sulle presentazioni, ancora due cose.
Confermo, le faccio malvolentieri ma ce ne sono state alcune (a Sermide, per esempio, oppure a Bologna con Luigi Bernardi) che non dimenticherò. Contento, insomma, d’averle fatte.
E non mi spiacerebbe presentare La suora nei luoghi in cui è ambientata, Orta soprattutto (vedi foto sotto).
Le più belle? Solitamente nelle biblioteche, con un po’ di gente ma non tantissima: meno gente c’è e più c’è dialogo, magari al termine. Certo, si vende qualche copia in meno…

Cigliano, il gatto, un estratto de La suora

Ieri sera ho presentato La suora alla Biblioteca civica di Cigliano.

Bella presentazione, grazie a Simona Matraxia che mi ha “interrogato” sul libro, al personale della biblioteca, ai presenti, compreso un gatto (vedi foto sotto) che è apparso mentre parlavo (lo hanno fotografato, io non me ne sono accorto).

Mi piace improvvisare, durante le presentazioni.

Difficilmente leggo pagine dei miei libri. Ieri sera, invece, ho letto un breve estratto da La Suora.

Questo.

È fredda questa notte di primavera del 1945, ma alla ragazza non importa, altrimenti si abbottonerebbe il cappottino nero, che sua mamma ha rivoltato. Una ragazza così giovane non dovrebbe andare in giro di notte. La guerra è finita, ma è ancora tempo dei regolamenti di conti, di bande di falsi partigiani, di caccia al fascista, al delatore, al fiancheggiatore che ora nega tutto. Per le strade deserte si respirano odio e paure. È tutto diverso ora. La folla che un anno addietro faceva a gara nel cercare di stringere la mano al prefetto massacratore di ebrei e partigiani, adesso applaude il Comitato di liberazione nazionale. Viva i partigiani, viva i garibaldini: ciak si gira un nuovo film.
La ragazza, ora, cammina radente al muro, c’è solo lei che si sta aggirando sotto i portici della piazza, deve stare attenta. Non dovrebbe essere lì, lo sa bene. Lo ripetono ogni giorno, con l’altoparlante.

«Per disposizione del Comando Militare Alleato il coprifuoco ha inizio alle ore 23 e avrà termine alle ore 5. Per circolare durante il coprifuoco occorre un permesso rilasciato dal Questore. Fanno eccezione le pattuglie di partigiani e quelle della Polizia.»

Se la fermeranno si inventerà qualcosa, non ha paura di loro. È angustiata da altro. Dicono tutti che lui è morto, ma lei non si vuole arrendere perché sente che non è vero. È appena stata dove c’era l’altalena, è lì che si sono conosciuti, è uno dei loro posti segreti. «Camilla, non dirlo a nessuno che te la facevi con quello là» le ha detto sua madre, ma non c’è stato verso: continuerà a cercarlo di giorno e di notte.

Sulla destra, il gradito ospite

La ballerina francese: una storia vera che non sembra vera

In un night, io, non sono mai entrato. Quando vedo un’insegna, quando leggo night ripenso a lei. E a una delle mie notti da portiere di notte.

Sembrava una statua greca. Lineamenti bellissimi, occhi e capelli neri. Elegante, anche un po’ austera nel vestire. Dicevano che aveva già cinquant’anni, ma ne dimostrava dieci meno.
Ed era gentile con tutti. Sempre sorridente.
Stentavo a credere che facesse la ballerina nei night.

Che ballasse e si spogliasse, anche.
In più night. Che si erano messi d’accordo e avevano ingaggiato la ballerina francese: una serata per locale., così da divedere i costi.
La ballerina francese era cara. I locali si riempivano per vederla.
Nessuno mai mi raccontò un suo spettacolo. O meglio: non chiesi nulla a chi la vide. Non m’interessava.
Arrivava in albergo verso le due di notte accompagnata da un taxi, mi chiedeva le chiavi della sua stanza, mi salutava con un sorriso e con una mancia.
L’ultima sera che la vidi, era una domenica, però, non mi sorrise.
Verso l’una di notte arrivano due tipi. Mi chiedono della ballerina. Arriverà tra un’ora, rispondo. Avrei avuto un’ora di tempo per studiare un libro di Machiavelli, o per dormire. Il giorno dopo avevo lezione. (Corrado Vivanti, storia delle dottrine politiche; tra i miei compagni c’era Marco Travaglio): Quei due tizi, però, mi dissero: Aspettiamo qua.

Li mandai a quel paese, mentalmente.
Infatti mi chiesero da bere, poi cercarono di attaccare bottone, poi mi chiesero di telefonare… Niente Machiavelli, niente relax che ti concede la notte quando fai il portiere di notte. Alle due, puntuale, la ballerina francese arrivò.
Dopo due minuti arrivò anche un terzo uomo, amico dei due. Più anziano. Cappello in testa. Faccia da leadr, faccia più rassicurante rispetto agli altri due.
Iniziò la contrattazione.
Lultimo arrivato stava in disparte. furono gli altri due a parlare.
– Quanto vuoi? Ti basta un milione e mezzo?

(Mezzo milione per ognuno di voi, pensai…)
(Era l’anno del signore 1986, mi pare che io guadagnassi cinquecentomila lire).
E lei: – Signori ho sonno.
– Dai, non tiriamola per le lunghe, due milioni… ultima offerta, perché sei tu.
Silenzio. Li guardava, inespressiva. Calma.
– Allora, hai sentito? Due milioni.
Ancora silenzio. Il suo volto però era diverso, serio, a un certo punto della notte, con un cenno, mi indicò la chiave della sua stanza.

Volevo dirle: c’entro niente, io, ma non guardava verso di me. A testa alta, fissava i suoi interlocutori.
Mentre il tipo che contrattava,continuava a insistere (due milioni per un’ora, massimo due ore. quando mai li guadagnerai?) lei ticchiettava nervosamente con la chiave della stanza sul balcone.
Si sta facendo tardi. Il cointrattatore tenta l’ultima carta. Si volta, guarda il terzo uomo che gli fa un cenno d’assenso col capo.
– Senti, facciamo una cosa. Saliamo su da te ma prima t diamo tre milioni, te li diamo subito, hai capito?
– Siete voi che non avete capito. Io voglio sole le mie lenzuola, buona notte signori – disse, e poi se na andò, girando le spalle. La osservai mentre aspettava l’ascensore. La ballerina più bella, che non sembrava una ballerina da night.
Non feci caso ai tre che guadagnarono l’uscita.
Erano le tre, mi feci un caffè, fumai una sigaretta, mi accomodai sulla poltrona. Per due ore potevo rilassarmi. Pensando alla ballerina francese.

Ci ripenso ancora, qualche volta. Una storia vera che non sembra vera.

Un ladro che non aveva la faccia da ladro

Storie che non ho mai raccontato in un romanzo: sono vere, sembrerebbero inventate. Da romanzo. Da non credere.
Ne ho due (forse tre).

Il ladro e la ballerina.
Il ladro è un ricordo della mia direzione del giornale La Sesia.
La ballerina (un ricordo della mia esperienza come portiere di notte) la racconto domani.
Poi (sempre epoca portiere di notte) c’è il racconto sulla prostituta: che invece sembrerà qualcosa di già visto.

Parto con il ladro. Ho gli appunti che scrissi il 24 novembre del 2006.
Scrissi.


E successo pochi giorni fa.
Un uomo di mezza età, né alto né basso, né bello né brutto, si presenta in una piccola banca e, arrivato il suo turno, mostra un foglio alla cassiera.
«Questa è una rapina, mi dia l’incasso, sono vittima degli usurai.»

La cassiera lo guarda. Ha un difetto, o un pregio chissà, quell’uomo: ha la faccia di un buono. Non fa paura. Non sembra nemmeno uno fuori di testa. E uno che non sembra niente, ecco.
Così la cassiera gli dice: «Mi spiace la cassa è chiusa.»
Lui allora risponde: «Va bene, allora vado via.»
E scappa.
Ora lo stanno cercando.
Se lo beccano è comunque tentata rapina.
Delle balle, ma tentata rapina è.

(Forse non lo presero. Mai saputo. L’articolo, un trafiletto, è stato pubblicato su La Sesia)

Scrivi, sorprendendoti

Sono tornato a trovare Nora.
O suor Beatrice.
Ieri sera, infatti, era a Orta, per una diretta instagram sul mio libro La suora.
A Rosangelo Colombo (profilo instagram @roseange.eventi) ho raccontato come è nato il personaggio, come è nato il libro.

Una sera di marzo del primo lockdown sono in giro con il cane. Una città morta, come tutte. Camminando, penso che mi vorrei essere a Orta, davanti al lago. Vado spesso a Orta e Orta compare in alcuni miei libri. È il luogo del Piemonte a cui sono maggiormente affezionato. Mi piace andarci nei giorni anonimi, con pochi turisti.
Quella sera, dicevo. Inizio a scrivere e creo il personaggio di Romolo Strozzi.
L’ho chiamato Romolo perché volevo stare lontano da me. Io vico al nord e sogno di vivere in una località di mare, magari in Salento. Romolo Strozzi, invece, è un pugliese che fugge dalla Puglia e dal suo passato per vivere in Alta Valsesia.

Il primo capitolo de La suora – ambientato a Orta – è la storia di un incontro. Mentre scrivevo le prime pagine e scrivevo i dialoghi non sapevo ancora che Nora, alla fine del capitolo, avrebbe sorpreso Romolo.

L’estratto del libro.

Scopro che dietro a quel visino da ragazzina c’è una donna: Nora ha appena compiuto trentasette anni, ha nove mesi più di me.
«Te ne davo ventotto, massimo ventinove…» le dico, e sono sincero.
Arrivò il quinto e ultimo pensiero: adesso ti bacio.
«Anche io sto per cambiare vita» sussurra, abbassando gli occhi. Ma poi la rialza. Il suo viso, adesso, è un volto fiero.
«Tra un mese diventerò una suora dell’ordine benedettino. Andrò a vivere nel monastero dell’isola di San Giulio.»
Mi manca il fiato, «Ah, ho capito» dico. Poi devo avere aggiunto altro, parole inutili che non mi importa di ricordare.
«Ah ho capito» è l’ultima frase di un film con un finale che non ti aspetti.

Da Orta, diretta instagram

Fotografie di Viviana Martoccia

Romolo Strozzi, protagonista de La suora, conosce Nora il 24 gennaio 2010 a Orta. E’ un lunedì, è tarda sera, ci sono loro e la nebbia. Parlano per un paio d’ore, forse di più. Prima di salutarsi perché si è fatta notte, e proprio mentre Romolo Strozzi sogna di passare la notte accanto a Nora, lei gli dice che presto diventerà una suora di clausura…

Oggi martedì 26 aprile sarò a Orta, alle 19, per una diretta instragram con @roseange.eventi.
(Rosangela Colombo).
Sarà un po’ come essere Romolo Strozzi che torna dove ha conosciuto suo Beatrice, che lui si ostina a chiamare Nora.