Libreria Centofiori: le foto di Marina Magri

Annarita Briganti, io, Laura Bosio

Dovrei dire troppe cose, della presentazione di Bastardo posto, martedì a Milano. Dico grazie a tutti.
Le presentazioni o vanno così così o un po’ peggio di così così. A volte vanno benissimo (mi succede a Sermide) a volte vanno bene (ma il merito non è tuo): ecco a Milano è andata bene. Forse di più. Dovrei dire troppe cose (sull’amica che non vedevo da vent’anni, su Mirta e della lettera che ha postato su Face, su Sarah, Sandra, Margherita, Cristina, Annamaria, Donatella, Massimo). Lascio le foto di Marina Magri.

No, una cosa la racconto. Alla fine viene da me una signora anziana, ma giovanile e sorridente. Mi porge il libro da firmare poi mi fa: Sa, vivo a Milano ma da ragazza ho fatto il Classico a Vercelli.
Sa signora che io abito proprio a due passi?, le ho risposto.
Credo,a ma me lo immagino, che lei a Vercelli non sia più tornata (l’avrà saputo che Pavese aveva fatto supplenze proprio al Classico?)

Federico Libero, stufo di star fuori, mi sta chiedendo: come è andata la presentazione?

A proposito di Yates

Quando posso parlo e scrivo di libri, ma con cautela: perché per me il libro è un incontro di chi lo legge con chi lo ha scritto.
Dal linguaggio al contenuto a quello che un libro trasmette: chi siamo noi? (chi io?) per entrare nella testa di un altro?
(Quindi quando parlo di un libro, per esempio al bar o in ufficio, faccio sempre attenzione a ripetere per me. E ricordo con piacere le letture degli articoli di Beniamino Placido: mi faceva capire se quel libro e quell’autore potessero avere affinità con me.)
E parlo poco di racconti: ne leggo, ma non mi entusiasmano. Al massimo dico di aver letto un bel libro di racconti.
Ma quando ho chiuso l’ultima pagina dell’ultimo libro letto, Bugiardi e innamorati, (racconti appunto) di Richard Yates (Minimum Fax, 13,50 euro), ho pensato d’aver letto il più bel libro di racconti della mia vita (se non sbaglio il primo fu I quarantanove racconti di Hemingway). Oddio, non penso d’essere in grado né penso che si possa raffrontare, per esempio, Yates a Gogol, ma nemmeno Yates a Calvino, o forse sì, si può tutto, invocando il diritto del lettore a scegliere: tu dovessi portare un solo libro di racconti su un’isola deserta… o anche solo in vacanza, che porteresti?
Allora torno a Yates. Aveva un chiodo fisso: la famiglia, l’unica cosa, diceva (la sua vita era stata segnata dalla separazione dei genitori), che meritava d’essere raccontata. Ma sarebbe riduttivo definire Yates come lo scrittore della famiglia, penso sarebbe meglio definirlo lo scrittore che sa scavare – e a volte volutamente si ferma – sui rapporti umani delle persone del suo tempo.
Ma a me è piaciuto soprattutto come è scritto il libro Bugiardi innamorati: è un libro di racconti che sembra scritto come un romanzo.
Provo a spiegarmi. Sarà una tara mia, ma spesso (quindi non sempre) lo scrittore di racconti, mentre lo leggo, è come se mi dicesse, Questo è comunque un libro di racconti, devo sintetizzare, sorvolare, ridurre.
Insomma: il romanzo è un’altra cosa. Non meglio o più facile o difficile o complesso: è altro (il cosidetto “respiro lungo”, forse).
Ho scritto non sempre e ribadisco: magari è una tara mia (trovo frettoloso Calvino e per niente frettoloso il meno elegante ma pungente Piero Chiara), sta di fatto che mentre leggevo il suddetto libro di Yates mi son trovato a pensare (pensiero bislacco, succede a tutti, no?), questo sembra scritto come un romanzo.
Anche perché la bravura di Yates – la cui scrittura a mio avviso è semplice – è di saper mettere tanta ma tanta carne al fuoco – personaggi, incisi, flash back – senza però che il lettore se ne avveda: e questa per me è una sorta di magia della sua scrittura.
Yates, che insegnò scrittura ma che sostenne che la scrittura non si insegna, diceva d’essere diventato scrittore grazie alle letture di Flaubert e Scott Fitzgerald.
Io dico che anche Yates può insegnare.
Di più: penso possa piacere anche a chi legge poco, e non è da tutti.
Prendetele come impressioni, comunque, ma se siete o aspiranti scrittori o estimatori di racconti e non avete letto Bugiardi e innamorati magari dategli un’occhiata quando andate in libreria.
(Che poi a me la casa editrice Minimum Fax non sta nemmeno particolarmente simpatica. Non mi ha mai bocciato un manoscritto, ma da un po’ di tempo, mi pare, ha deciso di non leggerne più, affidandosi quindi ad agenti o chissà che; e questa non è né cosa buona né giusta. Anche se io, di manoscritti, ora, non ne ho).

PS Ottima anche la prefazione di Giorgio Vasta su Yates: bella come un racconto.
Prossimo libro di racconti da acquistare: Andre Dubus, Voci dalla luna, dal 20 aprile in libreria per Mattioli 1985. Dubus, un amico di Yates, nella sua vita (a quanto ne so) scrisse solo sceneggiature e racconti. E, a quanto pare, era bravo come Yates.

Fa’ che ogni tuo giorno conti

Credo, ma dovrei andare a verificare e su internet non c’è nulla (perché su internet non c’è il mondo), credo dicevo che il colonnello Possis sia stato un comandante dell’esercito che combattè la guerra di liberazione contro i tedeschi.
Il ricordo è vago, risale, addirittura, al 1987, quando iniziavo a imparare il mestiere di giornalista.
Mi chiesero la disponibilità per una domenica mattina: a Livorno Ferraris, centro lontano da Vercelli una ventina di chilometri, c’era, appunto, l’intitolazione di una piazza al colonnello Possis.
Andai, arrivando presto (un bravo giornalista arriva sempre prima), scattai qualche foto, presi appunti (ma un bravo giornalista poi difficilmente ne ha bisogno, ché il pezzo lo scrive mentre vede), scrissi il pezzo.
Nel bloc notes degli appunti, però, ce n’era uno sottolineato, che mi colpì. Durante la cerimonia di intitolazione il sindaco di Livorno Ferraris lesse alcune pagine del diario del colonnello Possis. Pensieri, più che altro, cose veloci.
Fa’ che ogni tuo giorno conti.
Mi piacque, fu amore a prima vista, perché mentre prendevo appunti mi chiedevo: come sono i miei giorni?
Fa’ che ogni tuo giorno conti.
Da allora ho preso l’abitudine, qualunque cosa mi stia capitando-succedendo e dovunque io sia, di leggere almeno qualche pagina di un libro e di fare due passi guardando il cielo. Ci riesco nove giorni su dieci.
Fa’ che ogni tuo giorno conti.
(E’ il segreto – credo – per non vivere da moribondi).

ricapitolando

Ricapitolando (in una bella giornata primaverile ma, per me, infestata da dolori alla testa e alla schiena e da noptizie punto belle arrivate per posta ordinaria): martedì con Laura Bosio, alla libreria Centofiori di Milano, presento Bastardo posto. La notizia è anche su Corriere.it. Introdurrà Annarita Briganti.
Su Bastardo posto è apparsa questa lusinghiera recensione, apparsa su Libri consigliati, l’ultima in ordine di tempo.
Quest’anno è uscito anche Il monastero della risaia: e questa è la prima segnalazione.
Altro da dire, al momento, non ho.

formaggino Susanna, credo

Un formaggino, oggi, mangiato più per curiosità (che gusto hanno queste cose qui?) che per fame (dopo l’insalata d’ordinanza) m’ha riportato alla mente i tristi panini al formaggino della mia infanzia, che per fortuna si alternavano a quelli con l’olio (buono di Cortona) dal sapore punto triste, anzi mi rivedo che mangio pane o olio davanti alla tv, ed è una bella giornata, di sicuro sto guardando o Furia o Rintintin o Lassie, poi esco, vado a giocare, son giorni belli anche quando mangio pane e Nutella, tanta Nutella, tantissima Nutella, “Remo guarda che ti casca dal panino da quanta ne hai messa” diceva la mamma, ché infatti la Nutella e l’olio li dosavo io, a mio piacimento, mentre il formaggino (ricordo la marca Susanna, confezione verde, e il Mio) no,  la porzione quella era, e pioveva sempre quando lo mangiavo, di sicuro, la mamma (sempre lei) me lo faceva mangiare perché ero in castigo dal momento che (sai che novità) o avevo preso un brutto voto o di matematica (che odiavo) o di inglese (odiavo la professoressa: cazzo aveva da urlare, e perché quando interrogava partiva sempre dalle prime lettere dell’alfabeto?, ché io ero sempre, ma non potevo chiamarmi Vassini anziché Bassini?, ero sempre, dicevo, o il secondo o il terzo, così avevo più voti io di tutta la classe dalla lettera effe alla zeta), oppure, peggio, ero in castigo perché avevo preso una nota, ché se avevo preso una nota non c’erano né santi né cazzi, in casa per una settimana, niente tv, niente Nutella e niente pane e cacciatorino Citterio (che sarà sì un salame del cazzo ma a me piaceva, qualche volta ho quasi la tentazione di comperarlo; per esempio ho comperato del Vov, il mese scorso, ché da ragazzo il Vov andavo a berlo di nascosto, altrimenti erano scapaccioni, ma mica mi piace più il Vov, adesso), niente Citterio dicevo, ma solo panini, così voleva lei, la mamma, al formaggino, formaggino Susanna credo, però il primo primo, confezione da tre, deve essere stato il Mio, boh.

Don Milani e Ambrosoli

Su Carmilla un articolo di Girolamo Di Michele su don Lorenzo Milani.
(apprendo leggendo il blog della Lipperini).

Sul sito di Federico Grassi una mia video intervista allo stesso Grassi che, il primo luglio a Vercelli, con la compagnia degli Anacoleti, propone la versione teatrale di Un eroe borghese, il celebre libro di Stajano dedicato a Giorgio Ambrosoli diventato anche film (stesso titolo) per la regia di Michele Placido.
Di Giorgio Ambrosoli riparlerò, postando un mio articolo.

Don Milani e Giorgio Ambrosoli: due eroi isolati, a mio modo di vedere

buona giornata

Il manichino che è in noi

Uno scrive un libro, inizia a scriverlo, magari sa già come finirà e che ci metterà ventisette personaggi, nel libro.
Io, più o meno, sapevo come sarebbe andato a finire Bastardo posto. Molto più o meno.
Di sicuro non sapevo dove stavo andando a parare.
Mentre lo scrivevo, ancor di più mentre lori scrivevo,e  ancora di più dopo averlo scritto ho capito una cosa: che è un libro contro.
Contro il male. Contro la vigliaccheria. Contro la politica. Contro tutti, insomma.
Anche contro di me.

Paolo Limara, il mio protagonista, fissa un manichino: il manichino che è in noi.

Milano. Ambrosoli. Maria Lucia.

Martedì 22 presento Bastardo posto a Milano, libreria Centofiori.
O meglio: sarò presentato. Leggete qui, se vi va, ovvio.
Su Bastardo posto, presto, ci sarà un booktrailer veloce e sintetico. Me lo sta confezionando un giovane regista vercellese, Davide Celoria, che di mestiere fa il cameraman, che da grande vuole fare il regista (ha già un film al suo attivo) e che ho conosciuto pochi giorni fa.

Ha ripreso me, nel ruolo di giornalista mezzobusto, mentre intervisto (meglio: dialogo con) Federico Grassi, attore di mestiere (si è fatto le ossa alla bottega di Gassman), che il primo aprile, sempre a Vercelli, reciterà Un eroe borghese, ispirato alla vita e alla morte di Giorgio Ambrosoli.
Su Giorgio Ambrosoli e sullo spettacolo sto scrivendo un pezzo, che posterò.

A proposito di booktrailer: vi segnalo questo (è cosa che faccio raramente).
Ma l’autrice e il libro valgono la mia piccola pubblicità.

Buone cose.

appunti sparsi sul pubblicare un libro

Se andate a leggere il primo post del blog che vi ho segnalato ieri (La vera editoria) e se avete un romanzo nel cassetto vi verrà la depressione.
L’autore del post (uno scrittore, ex editor, ora free lance) dice che gli scrittori che hanno pubblicato non la contano giusta.
Non la conta quasi mai giusta, per esempio, chi dice di essere stato scoperto grazie al proprio blog, non la conta quasi mai giusta chi afferma di avere inviato il manoscritto, e basta.
Dice, l’editor ora free lance, che su 10 manoscritti:
3 sono consigliati dalla agenzie letterarie;
6 vengono pubblicati tramite conoscenze di editor o scrittori o amministratori di una casa editrice;
uno solo viene pescato tra i manoscritti inviati.

Non so dire quanto siano giusti questi numeri; le case editrici, si sa, fanno leggere, meglio, fanno sfogliare i manoscritti e, a volte, ne scelgono qualcuno.
Ma la mole dei manoscritti fa anche sì che le case editrici preferiscano leggere quelli segnalati (o raccomandati, fate voi).
La mia esperienza, che è piccola, che è poca cosa, è questa:
si può arrivare alla pubblicazione inviando un manoscritto; certo occorre farne cento di invii.
si può arrivare alla pubblicazione se si conoscono editor o scrittori, insomma se si sgomita; i timidi (e io son tra questi) sono fottuti o quasi; per esempio c’è chi arriva a pubblicare facendosi notare in un corso di scrittura creativa.
si può arrivare alla pubblicazione se si lavora in una casa editrice, magari comne editor (magari poco pagati).
si può arrivare alla pubblicazione inviando il proprio manoscritto a un agenzia letteraria?
da quanto ne so io no; non conosco uno scrittore esordiente, dico uno, che sia stato scoperto da un agente.
Ma magari mi sbaglio, ce ne saranno.
(Piuttosto. Conosco una persona che ha lavorato per un’agenzia, doveva proprio leggere i manoscritti degli esordienti. Il suggerimento che le davano era: dì a tutti che hanno potenzialità. Chiaro: così avrebbero rispedito altro, a pagamento).

E comunque: la logica del “se conosci è meglio, così almeno ti leggono” a me non piace.
Ho scritto un romanzo, due anni fa. L’ho spedito a trenta case editrici. In venticinque non mi hanno risposto. Quattro han detto che no, non interessava. Di queste quattro due mi hanno mandato il parere dei rispettivi editor.
Allora, l’editor numero uno dice per esempio che il punto forte del libro è il finale; l’editor numero due, invece, dice che il finale è il punto più debole…
Mentre attendo che si facciano vivi i venticinque che non mi hanno risposto mi accingo a firmare per Perdisa pop, che pubblicherà il romanzo (Vicolo del precipizio) a fine anno.
Sinceramente: nei giorni pari penso di essere stato fortunato, come scrittore (la Newton Compton che nel 2007 mi contattò dopo aver letto sul mio blog che stavo scrivendo un libro penso sia fortuna, no? Aver conosciuto ed essere stimato da Luigi Bernardi, invece, è sicuramente un evento fortunato); nei giorni dispari no; ma penso anche che la mia “non propensione” a sgomitare, a insistere con editor o critici, non mi favorisca di certo. Ma piangersi addosso non va bene. Va bene leggere, scrivere, studiare, insistere. Informarsi, anche.
Buon sabato
(per ora non piove, a dispetto degli stregoni delle previsioni del tempo. Ora che ci penso: avevo una gatta che non sbagliava mai: quando si grattava le orecchie in un certo modo sicuramente stava per arrivare la pioggia; il gatto che ho ora no: si gratta in continuazione, perché è sporco, perché combatte).

domani forse piove

C’è un bel sole oggi ma quelli che lavorano con me dicono che domani piove, perché così dicono le previsioni del tempo. E domenica pure (e pensare che io domani volevo fare un salto a Genova).
Non le guardo mai le previsioni del tempo, non le sopporto. Mi piace svegliarmi, sentire la pioggia e cristonare perché chissà dove ho messo l’ombrello, oppure sorridere come uno scemo in direzione del cielo.
Comunque le previsioni del tempo a volte non ci azzeccanno e quando non ci azzeccano ne son contento.
Poi.
Tramite fecebook (dal profilo di Antonio Prudenzano) ho appena scoperto un blog che, punto primo, non conoscevo, punto secondo, mi pare interessante, punto terzo, segnalo a tutti coloro che si cimentano con la scrittura.
La vera editoria, si chiama.
Leggete questo post, per cominciare.

Aggiornamento: il blog in questione è per davvero interessante.
Leggete anche questo post (intanto il sole è andato via…).

L’indiano e la cosa bruttissima

Vita di redazione / 2
Una mia vicina di casa nei giorni scorsi mi dice: Alcuni miei parenti ospitano un indiano, che per la prima volta è qui a Vercelli, le interessa per il giornale? Magari un’intervista…
Vede, la signora, che non sono troppo entusiasta della cosa: di indiani, magari interessati alle risaie del vercellese, ne vengono spesso.
Poi. Sempre nei giorni scorsi un collaboratore del giornale mi aveva chiesto un incontro.
Ho un problema, mi aveva detto, ho invitato dieci indiani e loro vorrebbero tanto andare a Roma a vedere il Papa, è la prima volta che vengono in Italia, forse l’ultima. Il mio collaboratore mi aveva quindi domandato se ero disposto ad aprire una sottoscrizione per pagare l’aereo da Milano o da Torino per Roma, così da pagare il viaggio ai dieci indiani.
Gli avevo detto di no; spiegando che le sottoscrizioni sono quasi sempre mirate a bimbi malati, o a casi disperati.
Il mio collaboratore (scrive da un paesino , deluso, aveva aggiunto: Ho provato a chiedere anche in Vaticano, mi dice, ma mi hanno risposto picche.
Te pareva. dico.
Ma torniamo all’indiano della mia vicina di casa. Stamani vengo a sapere che effettivamente è un indiano: un capo della tribù dei Piedi Nero, un pellerossa insomma.
Cazzo, ed è già partito.
Certo che lo avrei fatto intervistare. Gli avrei fatto chiedere cosa pensa di film come Balla coi lupi o, meglio, come Soldato blu.
E magari gli averi fatto chiedere (ma forse forse avrei voluto intervistarlo io) se ha letto il bellissimo libro di Vittorio Zucconi dedicato a Crazy Horse, Gli spiriti non dimenticano.
Del libro ricordo un particolare: che la Chiesa smise di mandare missionari tra i Sioux perché succedeva che invece di convertire si convertissero alla religione del Grande spirito.
Ero dalla parte dei pellerossa, io, da ragazzo. Sempre. E lo sono ancora.

Ieri sera mi arriva un SMS. E’ di uno dei sette giornalisti della redazione, “lo sportivo”.
Leggo: è successa una cosa bruttissima…
Vado avanti a leggere: è morta una bimba di due anni, quando aveva due mesi le avevano diagnosticato un tumore al cervello; le cure al Meyer di Firenze non sono servite.
Il giornalismo di provincia è (anche) fatto di queste così.
Sei “più dentro”.