Giorni fa, alla presentazione del mio libro alla libreria Centofiori di Milano ho rivisto un’amica che non vedevo da vent’anni. Me la sono ritrovata tra il pubblico, in fondo alla sala (gremita, a volte, ma è raro, le mie presentazione sono così, gremite; per lo più son “scarne”, comunque).
Poi, alla fine, abbiamo parlato: pochi minuti
povera amica che narravi dieci anni in poche frasi e io in un solo saluto…
(ora però siamo in contato: su facebook).
Con Monica e altre tre persone, tutti giovani, era il 1991, avevamo costituito un gruppo teatrale, e io mi volevo cimentare nella regia, così alla buona (io, come regista, valgo nulla; ma avevo un’esperienza interrotta, in carcere, e ci tenevo a riprovare). Ci trovavamo nella grande cantina di una birreria che ora non c’è più, tre sere a settimana. Lavoravamo su Non si sa come di Pirandello, un testo che a me piaceva tantissimo.
Andò tutto a puttane: litigammo per delle stronzate che faccio fatica a ricordare, ci lasciammo, ma senza rancori.
Poche ore fa ho rivisto Lorenzo, anche lui, vent’anni dopo, anche lui, come Monica, faceva parte di quel gruppo che voleva fare un po’ di teatro.
Lorenzo, stamattina, mi ha presentato sua moglie, che stava allattando: un esserino di tre mesi. Lorenzo mi fa, Ha un problema, il 17 deve essere operato.
E ha trattenuto una lacrima, o forse no, mica l’ha trattenuta.
Sai che ho rivisto Monica pochi giorni fa?, ho detto io, per sdrammatizzare.
Lui si è girato verso la moglie, dicendole, Monica faceva teatro con noi, te l’ho raccontato…
In bocca al lupo per tutto, gli ho detto, ché avevo fretta.
Mi ha sorriso, preoccupato, mordendosi il labbro.
Vedrai che andrà tutto bene, gli ho detto.
Lui mi ha sorriso, come sorridono le persone felici. E non me l’aspettavo, io, quel sorriso. E poi ho visto che la moglie ha guardato prima il bimbo e poi lui, raggiante.
La vita che corre, quanto corre la vita.
Autore: Remo Bassini
Donne e la gente giovane, colta, perlopiù di sinistra
Avrò avuto diciassette, diciotto anni. Andai in ferie a Cortona e mi innamorai di una ragazza romana. Perdutamente. Finì tutto a settembre, quando feci il mio primo viaggio da solo per andare a trovarla: i suoi genitori, gente molto cattolica, mi impedì di vederla spedendola da dei parenti, via da Roma, olé.
(Lei comunque, anni dopo, ripagherà tante amorevoli attenzioni: fuggendo con un quasi cinquantenne, padre di famiglia…).
Anche il mio Amico migliore di quel periodo, lui di anni ne aveva tre più di me, la stessa estate si innamoro perdutamente: di una ragazza del suo paese, mogli e buoi dei paesi tuoi sembrava la formula fortunata.
Passammo l’autunno, io e questo Amico migliore, a fare le ore piccole raccontandoci.
Lui toccava il cielo con le dita e la mano tutta: aveva trovato la ragazza della sua vita, perché era bella, la più bella del suo paese, perché era intelligente; lo avrebbe raggiunto, sarebbero andati a vivere insieme o a Milano o a Torino, avrebbero lavorato e studiato.
Poi, questo mio Amico migliore, da quella ragazza aveva ricevuto un gran regalo: c’era stato insieme, una notte intera. Per lui era la prima volta, per lei no, ma chissenfrega diceva lui, e chissenefrega dicevo io, eravamo gente che ascolta gli Intillimani e i Genesis mica Orietta Berti.
Chissenefrega un cazzo. Perché quando questo mio Amico migliore, a Natale, andò a trovare la sua ragazza, tutto andò all’aria.
Quando tornò mi disse: L’ho scopata per l’ultima volta.
Sembrava una scena di c’era una volta in america (per la colonna sonora c’era il juke-boxe del bar).
Che è successo di tanto grave da mandare all’aria tutto?, domandai io.
E lui mi spiegò: in paese gli amici (gente giovane, colta, perlopiù di sinistra) e i parenti (borghesi fin che vuoi, ma in certi casi vanno rivalutati) gli avevano fatto notare che la ragazza più bella del paese se l’era fatta tutto il paese.
Io gli dissi, Magari stai facendo una cazzata, ma lui ormai ci aveva messo una pietra sopra.
Gli dissi anche: E perché non te l’hanno detto prima?
E lui: Pensavano che lo sapessi e che per me non fosse una cosa seria.
(Per la ragazza la cosa era seria: dopo l’estate si erano sentiti al telefono tutti i giorni, si erano scritti anche tutti i giorni. Mica c’era la chat di google allora).
Io un po’ ci restai male. Perché quella ragazza bella e intelligente, e che non conoscevo, mi stava simpatica.
Lui perse un sogno e io un Amico migliore: perché da quel giorno s’incattivì.
Si è trasferito, lui. Ha moglie, figli, una bella casa mi dicono. In vent’anni l’avrò visto tre, quattro volte. Pochi minuti. Un viso insoddisfatto.
E comunque. Questo mio Amico migliore di tanti anni m’è venuto in mente tre anni fa, a capodanno. Un brutto capodanno. Invece di girare senza una meta, aspettando che passi, come piace a me, avevo detto sì a un invito. Gente simpatica,giovane (dai trentancinque ai quarantacinque) colta, di sinistra (moderata).
Va di noia fino alla mezzanotte. Poi, complice il vino buono e gli spumanti e i liquori, le lingue si sciolgono e perdono inibizioni e freni, altrimenti che capodanno è, giusto?
E qualcuno comincia a parlare dei bei tempi della scuola e delle mele, insomma. Di quello che andava con quella che poi però ha sposato quell’altro.
E va bene.
Di quella che nei bagni faceva i pompini a questo e a quest’altro. Di quella poi che è stata con quello e con quello e poi con quello ancora, e con quello ancora una volta l’hanno vista in pieno giorno dietro la chiesa di…: i maschi raccontavano e le femmine ridevano.
Io quella notte di capodanno pensavo al femminismo e a quel mio Amico migliore. E alle voci: di gente giovane istruita, perdipiù di sinistra.
giorni che sanno di morte
Ci son giorni, anche belli perché oggi è un giorno bello, che sanno di morte.
I morti ci chiamano, si sa, anche quelli che non si conoscono.
E’ morto mio cognato, mi dice al risveglio la voce (che sa di pianto) di un amico.
Dovevamo vederci per lavoro, io e questo amico: appuntamento disdetto.
Mi racconterà.
In redazione, poi, ne arrivano di notizie sui morti: da farci un trafiletto, o una notizia. Son tempi, questi, in cui si muore troppo facilmente da giovani: inceneritori, nucleare, smog, prodotti chimici usati in agricolutra, chi è il colpevole?
Che ci stiano avvelenando è fuori di dubbio. La Pianura padana è messa malissimo, l’Italia è messa male, tutto il mondo è messo male: la ditatura dell’economia fa il cazzo e i danni che vuole. L’importante è fare soldi.
Comunque. E’ morto un uomo di 39 anni. Ucciso dalla malattia bastarda, un tumore. Lascia un figlio di pochi anni e uno più piccolo, di un anno e mezzo.
Cazzo.
Poi anche la posta elettronica ci si mette: una cara amica blogger mi dice che una comune amica, blogger pure lei, ha perso il fidanzato.
La conosco bene questa blogger, che da oggi è rimasta sola: una ragazza bella, solare.
Un giorno di morte insomma, ché quelle che vedi in tv o leggi sul giornale ti sembrano lontane, vere ma comunque lontane.
Vado a fare un giro, ora. Quando ci sono i giorni che sanno di morte non resta che camminare, pensando a camminare.
PS E li ho cestinati altri post che parlavano di cose di editoria e d’altro. Non avevano senso, oggi. E penso che ci stanno avvelenando, ma sanno che tanto noi ci acconteremo di scandali e di scandalizzarci.
La prima voce
Questo è il secondo capitolo del mio primo romanzo, Il quaderno delle voci rubate. Potrebbe anche essere il primo capitolo, perché i due, primo e secondo, hanno (per me) pari dignità. Ed è anche, Il quaderno delle voci rubate, il mio libro meno conosciuto: fu distribuito nelle librerie di Vercelli, poi io, con gli anni, ne ho regalate una cinquantina di copie.
Eccolo dunque
Rende bene questo vecchio bar. Per tanti anni mi sono fatto un culo tanto: barista, cameriere, cuoco e naturalmente cassiere. Sempre solo. Tanto, troppo lavoro al mattino per le prime colazioni degli operai che vanno a lavorare in autobus per le otto, e che hanno fretta di caffè, cappuccini, mentre leggono la Gazzetta dello Sport; peggio ancora tra l’una e mezza e le due e un quarto: sono quarantacinque minuti di sudore per via degli impiegati della banca che c’è qui, all’angolo tra la via principale e la piazza: mentre trangugiano panini e insalate miste arrivano i primi pensionati, che al bancone consumano caffè aspettando che si liberino i tavoli, e che io li pulisca per bene, cosicché possono giocare a scopone per tutto il pomeriggio. Tra le due e le due e un quarto vivo quindici minuti d’inferno: gli impiegati vogliono, e in fretta, il conto e il caffè, così possono sgranchirsi le gambe prima di rientrare in banca. E i pensionati, per lo più ex operai ed ex muratori, per lo più fedelissimi di Rifondazione comunista che non hanno simpatie per quei bancari vestiti e pettinati bene e che masticano con la bocca chiusa, pretendono anche loro un trattamento veloce: vivono di ricordi, di partite a carte, di chiacchiere e (tanta) noia, ma non hanno tempo di aspettare, e appena entrati mi indicano la macchina del caffè, non si sprecano nemmeno ad aprire la bocca, ma forse è colpa mia che li ho abituati così. Li so tutti a memoria i loro caffè: corretti Fernet, grappa Libarna o Piave o della Serra di Chiaverano, corretti Vecchia Romagna, oppure lunghi per chi ha avuto problemi di cuore.
Tra loro e gli impiegati ce ne saranno in tutto dieci che chiedono semplicemente un caffè. Naturalmente gli impiegati sono peggio: ad esempio il più vecchio, un torinese, credo sia il vicedirettore, un giorno è capace di ordinare caffè con latte freddo a parte, e il giorno dopo caffè corretto Fundador.
In quel quarto d’ora faccio da trenta ai settanta caffè, non c’è male per la cassa.
Ma preferisco la sera: meno guadagni ma perlomeno respiro, perché allora c’è il giro di gente che piace a me.
Di giorno, anche se il lavoro è tanto, io comunque ascolto. Ascolto sempre. Quando mi avvicino ai tavoli per servire, le persone continuano a parlare senza badare a me. Raramente s’interrompono. Pare quasi che la gente sia convinta che io sia sordo o che a me delle sue storie, delle sue confidenze, anche intime, non importi nulla. La mia riservatezza è un fatto scontato: del resto il paese è piccolo, la gente sa che bado ai fatti miei.
Non è così. Per un certo periodo della mia vita, quando restavo da solo, su un quaderno avevo preso l’abitudine di collezionare le “voci” che più mi colpivano.
Ho iniziato per gioco. In quel quaderno vuoto, con la copertina nera e lucida, a quadretti – dimenticato una mattina da una studentessa impaurita perché, sola e rintanata goffamente nel bar, aveva fatto taglia da scuola – inizialmente, avevo cominciato a scrivere le barzellette più divertenti che ascoltavo: le riscrivevo per non dimenticarle e, all’occorrenza, raccontarle. Ma questo non è mai avvenuto. Passai ad altro.
Volevo vedere se esistono risposte furbe alla domanda che quasi tutti fanno quando si vedono, anche a distanza di poche ore: «Come va?».
Così, nella terza pagina del mio quaderno, in alto e in maiuscolo, ho scritto il titolo: «Come va?».
Sotto, dovevano starci le risposte furbe. Quelle diverse. Fu un tentativo inutile. Feci solo un’indigestione di «Bene grazie», «Potrebbe andare meglio», «Facciamola andare», «Così così», «Va!», di «Non c’è male», «Insomma», di (tantissimi) «Finché c’è la salute», di (qualche) «Come vuoi che vada? Di merda no?». Era destino che in quella pagina, sotto quel titolo, dovesse restare solo dello spazio bianco. Del resto anch’io una risposta furba non l’ho ancora trovata. Faccio parte della categoria di chi dice «Insomma». Insomma, dico una balla.
Mentì anche quell’uomo, con un solito «Bene grazie», che mi diede lo spunto per scrivere altro. La sua fu la prima voce.
Arrivò solo. Avrà avuto fra i quarantacinque, e i cinquant’anni, non di più. Era elegante, eppure avevo la sensazione che in lui ci fosse qualcosa di strano.
Comunque aveva una faccia simpatica, da persona importante; importante ma cordiale. Oramai ci ho fatto il callo, io: i gasati li annuso subito. Quell’uomo poteva essere un bravo avvocato, di quelli che prima pensano a risolverti la grana e poi alla parcella, o uno scienziato, un pianista, uno scrittore. Esclusi che si potesse trattare di un medico: è una razza, quella, che, difficilmente ha dell’umanità negli occhi. Ordinò una birra bionda, alla spina.
«Se vuole gliela porto al tavolo».
«La ringrazio, ma preferisco sgranchirmi le gambe, sono stato seduto per ore al volante».
Poi, senza che io gli avessi domandato altro disse: «Sto attendendo una persona».
Aveva l’aria di uno che non vede l’ora.
E in effetti continuava a guardare il vecchio pendolo che c’è vicino alla porta d’ingresso. Dopo un po’ si decise. Ordinò un’altra birra e si accomodò in fondo alla sala.
Lontano da me, quindi, e da Benito e Francesco, due pensionati che, in un tavolo vicino al banco, concentratissimi giocavano a dama.
Era un afoso pomeriggio di luglio di quattro anni fa. Ricordo che grondava sudore e ogni tanto, lentamente, si asciugava la fronte con un fazzoletto bianco che aveva nella tasca interna della giacca appoggiata sulle spalle.
Finalmente, arrivò la persona che aspettava. Era una signora piuttosto anziana, poteva avere una settantina d’anni portati molto bene, distinta, tutta ingioiellata e profumata. Vestiva un completino viola, il mio colore preferito. Appena la vide le andò incontro. Si abbracciarono e si baciarono con affetto.
«Allora Sandro, come va?» fece lei.
«Bene grazie».
Si sedettero, sempre nello stesso tavolo.
La signora, dopo aver ordinato un bicchiere di acqua naturale, mi domandò se avevo qualcosa di solido – «e di gustoso» specificò – da mangiare. Proposi della crostata di mele fatta in casa.
«Anche se sono fuori orario, devo ancora pranzare. Che ne direbbe invece di un bel prosciuttino crudo magro, oppure meglio: ha della buona bresaola?».
«Ho una bresaola squisita».
«Benissimo, mi faccia un bel panino e me la condisca con limone, olio di oliva e tanto pepe; mi raccomando il pepe, ho uno stomaco di ferro, sa?» disse con un bel sorriso.
Quella signora elegante e disinvolta emanava vitalità. L’uomo invece pareva inebetito, stanco. Fissava il vuoto.
«Gradisce un’altra birra?».
«Come scusi? Ah sì, grazie, un’altra alla spina va benissimo».
Quando tornai dalla cucina con birra e bresaola i due pensionati, che avevano terminato la loro partita a dama, si erano spostati nell’altra sala del bar, la più piccola, che è più ventilata perché dà sull’esterno dove c’è un piccolo spiazzo che ho fatto pavimentare, il pezzo di terra dove una volta mio nonno coltivava rose e pomodori. C’era anche un melo.
Col vassoio mi avvicinai al tavolo dei due clienti venuti da chissà dove; l’uomo, che stava parlando, mi dava le spalle. Non badò a me. Il tempo di avvicinarmi, di posare il vassoio sul tavolo e di allontanarmi mi fu sufficiente per ascoltare.
«Non mi ha sentito rientrare, non sapeva che io fossi in casa. Per puro caso, sento che dice: tu almeno hai un padre che è qualcuno, il mio è una nullità. Anzi no, ha detto: il mio non vale un cazzo. Ho pensato: starà imitando qualche comico, di sicuro non si sta riferendo a me. Però volevo esserne certo. Così, senza fare rumore lo raggiungo. Non stava imitando nessuno: steso nel letto, stava parlando al telefonino con un suo amico, credo. L’ho visto per un attimo, lui non si è accorto di me perché aveva il braccio che gli copriva gli occhi».
Posai velocemente il vassoio nel tavolo, poi, a testa bassa, con la sensazione di avere addosso lo sguardo della signora, mi allontanai. Ma feci in tempo a sentire un’altra breve frase, sempre di lui: «Sono giorni che ci penso, ci penso e piango».
Anch’io, come quell’uomo che non vidi mai più, avevo sentito per caso.
Fu la prima “voce” che segnai nel quaderno dopo la pagina bianca dei “Come va?”.
Ne capitano raramente di voci così: una, al massimo due al mese.
Veronica, e le strade che si incrociano
Io conosco un po’ Giulio Mozzi (e dico la verità: per diverso tempo ho sperato che Mozzi diventasse il punto di riferimento che adesso ho e che si chiama Luigi Bernardi) e un po’ di più conosco Marco Travaglio: compagni di università alle lezioni di Corrado Vivanti, poi le nostre strade si sono incrociate negli anni 90, quando lui venne a Vercelli inviato dal Giornale di Montanelli, e successivamente, quando collaborammo entrambi per L’Indipendente di Daniele Vimercati. Ci sentiamo ancora, ma sempre meno, ovvio…
(Dimenticavo: ha scritto anche la post fazione del mio libro, Lo scommettitore).
E poi c’è lei, Veronica Tomassini, della quale sentii parlare anni fa, un’amica in comune, la signora T. mi disse: Conosco una scrittrice siciliana brava, ma non so come aiutarla.
A questa amica (che ne parlò anche con don Luisito Bianchi) dissi: Mozzi…
Infatti le strade di Mozzi e di Veronica erano destinate a in crociarsi, fra loro eanche con quella di Travaglio).
Allora, Veronica Tomassini.
Ha pubblicato Sangue di cane, per Laurana.
E io l’ho citata nel post Gabbiani, Strega, piccoli editori.
Ci conosciamo grazie a Facebook io e Veronica: qualche scambio di messaggi, di reciproca stima.
Oggi (se non sbaglio) Veronica è intervenuta per la prima volta qui.
Spiegando e dicendo “cose importanti” mi pare.
ciao Remo,
in effetti uno scrittore dovrebbe guardare oltre, manifestare innocenza, purezza e repulsione infine per certa gloria egocentrismo eccetera. sappiamo che è altamente improbabile, che la destinazione finale per molti scrittori è proprio quel premio dibattuto e controverso. lo ammetto per me è così, è una destinazione. ad ogni modo, sento che comunque può essere meritata, dopo silenzi eterni, rifiuti continui, precarietà e anonimato. grazie a Giulio e al gruppo Laurana ho ottenuto dei risultati importanti per me, ho potuto valutare stima e invidia, scoprendo entrambe dove non mi aspettavo, penso anche chi ha taciuto sul mio romanzo immotivatamente, questo è accaduto dalle mie parti, dove vivo, penso a tutti i livori rimediati insieme agli “allori”. non credo ci sia nulla di nuovo nell’ambire a qualcosa ad ogni modo.
un abbraccio
veronica
Sempre oggi, su Facebook, Veronica ha scritto:
quando non vedevo la luce, quando ho pensato sul serio: adesso basta; è accaduto questo:
segue ora la storia della pubblicazione di Sangue di cane scritta da Giulio Mozzi.
14 giugno 2008, sette di sera. Guardo la posta. Una lettera che dice: «Sono una che scrive, sono brava. Sono incazzata perché chi dovrebbe non mi cag… Avrei da proporle le mie buone cose, ma non allego. Se vuole fiutare il talento, avrà voglia di rispondermi. Sono balle, però, non capita sul serio. Non risponderà». Ci penso un momento. Lettere così ne ricevo tante, ma non tutte le lettere così sono così. Qui c’è una forza in più.
Rispondo: mi mandi le sue buone cose.
Il giorno dopo: «Però mi dica onestamente, la prego: le interesserebbero, visto che già edite? Le leggerà sul serio e poi il silenzio? Se le faranno schifo, non mi dirà niente e soprassederà? Perdoni la mia insistenza, sono anni che aspetto, sono stanca, è passato il tempo, ho superato i trenta e sono una morta di fame. Buchi nell’acqua di solito, al prossimo smetto di galleggiare però. Brutto carattere il mio. Attendo».
Il 18 giugno arrivano due libri. Raccolgono articoli che sono quasi racconti, scritti per il quotidiano locale. Raccontano la città, hanno una lingua fragile e splendida, e hanno una cura, un amore particolare per quella città parallela che c’è in ogni città e nella quale vivono le creature di Dio dimenticate dagli uomini. Questa donna, penso, quelle creature di Dio, non le dimentica.
Prendo il telefono, chiamo. Domando: com’è che tu conosci, vivi, questa parte nascosta della città? La donna comincia a raccontarmi una storia: una storia d’amore, matto e disperatissimo. Io la ascolto, e penso: questa storia va scritta. Il 23 luglio prendo l’aeroplano. Ci incontriamo. Parliamo, camminiamo, mangiamo insieme. Io guardo questa donna, ascolto la sua voce, cerco di vedere tutti insieme, nella mia mente, i pezzi della storia che lei mi racconta a brani, a strappi.
«Tu questa storia la scrivi». «Non interessa a nessuno». «Interessa a me, sarò il tuo primo lettore. La scrivi, e me la mandi man mano».
Quando rientro a Padova, il 26 luglio, il primo capitolo è già lì nella mia posta elettronica. Poi arrivano gli altri: 31 luglio, 4, 9, 14, 21, 25, 31 agosto, 2, 6, 8, 11, 15, 17 settembre. «Questo è l’ultimo».
Comincia il giro degli editori. All’epoca lavoravo per due editori. Entrambi respingono il romanzo. Allora lo faccio vedere a destra e a manca. Viene respinto a destra e a manca. «Ci vorrebbe più plot». «È pretenzioso». «Ha una lingua impossibile». Di nuovo, lo propongo, lo ripropongo.
Passa il del 2008. Passa il 2009. Insistiamo. Anche l’autrice fa circolare il testo. Anche a lei dicono: no, no.
Finché accade l’imprevisto. L’autrice manda il romanzo a un giornalista celebre, che aveva avuto occasione di conoscere (per modo di dire: il giornalista celebre nella città di lei per la presentazione d’un proprio libro, lei che gli fa due domande per il giornale locale). Il giornalista celebre legge, e passa a un suo conoscente che, a Milano, sta creando una nuova casa editrice di narrativa. Il conoscente s’innamora del testo: sarà il primo titolo della casa editrice.
La donna è Veronica Tomassini. Il romanzo s’intitola Sangue di cane. La città è Siracusa. Il giornalista celebre è Marco Travaglio. L’editore, appena nato, è Laurana. Dal 10 settembre 2010, due anni meno una settimana dopo il «Questo è l’ultimo», il romanzo è in libreria. E io sono felice.
Vi prego, leggetelo. È una storia d’amore matta e disperatissima, è un romanzo patetico e ridicolo, è una vita che vi viene offerta in dono.
Di questo lungo post a me rrimarranno impresi due aspetti.
I primo legato alla lettura dei manoscritti: forse bisogna toglersi (che mi tolga anche) dalla testa che possa bastare il solo invio.
Il secondo legato all’invidia e a chi volutamente ignora. La cattiveria e l’invidia, però, bisogna metterle in conto cara Veronica. Che poi: fanno male, sì, ma fanno più male ai mittenti che ai destinatari.
Ambrosoli, su Il Fatto
Su Giorgio Ambrosoli, e sulla prima teatrale di Un eroe borghese, a Vercelli, un mio articolo, qui su Informare per resistere (pubblicato mercoledì 30 marzo, pagina 14) su Il fatto quotidiano.
Lo stesso articolo si può leggere anche su Antimafia.
Giorgio Ambrosoli, interpretato da Federico Grassi, a un certo punto dice che quando inItalia si prende qualcuno con le mani nel sacco questo qualcuno dice che è tutto un complotto dei comunisti.
Ambrosoli comunista non lo era, da giovane era stato monarchico, e la frase del complotto comunista è vecchia, più di trent’anni, ma resiste.
i sorrisi del salone
Ho appena prenotato un albergo per il salone del libro, ci sarò il sabato pomeriggio e la domenica mattina; domenica pomeriggio, se è bello, vado in giro per Torino.
Ho resistito per tanti anni al Salone; gente che mi diceva è bello, vieni. Quelli che al giornale erano divoratori di libri ci andavano. E io svicolavo. Non amo gli assembramenti, al salone però, ho scoperto, è una fortuna essere un fumatore di sigaro: prendi e te ne vai fuori, magari dopo un caffè, e ti fai la tua mezz’ora di sigaro, ascoltando e guardando.
Ricordo una domenica di non so quale anno. Una voce dice, Guarda, ci dev’essere Coelho. Di sicuro c’era gente che quasi si spintonava per vedere qualcosa. Ora non so perché lo feci, di Coelho ho letto tre libri, uno mi è piaciuto poco gli altri due niente, ma mi alzai anche io; c’era Buttiglione che ciabattava, testa penzolante, ma non era lui l’oggetto d’osservazione, certo che no, e nemmeno Coelho. Era una donna, una bionda, la vidi per un attimo di schiena, che indossava uno di quei vestititini che hanno mandato in crisi il tessile: minigonna inguinale e schiena nuda. Eccerto che non poteva essere Coelho: la folla era di soli maschietti.
La prima volta che andai al solone fu nel 2002. Era un venerdì sera.
Vidi una cosa triste, che non pensavo. Vidi che c’erano delle persone che ne fermavano delle altre. Le persone che fermavano altre persone erano scrittori che avevano pubblicato per piccoli editori non distribuiti (magari a pagamento) e cercavano di vendere i propri libri.
Mi intristii. Pensai che era una cosa brutta, da evitare.
La più triste, insomma.
Col tempo (salone dopo salone) mi sono ricreduto: la cosa più triste è il sorriso a 32 denti, capsule comprese, che sempre alcuni scrittori fanno o a scrittori più famosi, o a critici o a editori. Mi ricordavano la mia infanzia a Cortona, quando passavo qualche giorno dai miei zii, mezzadri. Zii, fratelli “del mi babbo” che lgli ha sempre dato dei ruffiani (o peggio, delle teste di cazzo. Tra fratelli non ci son censure). Anche loro sorridevano così – cappello in mano – quando, in motocicletta, arrivava il padrone.
Poi però quando se ne andava via gli davano del cornuto. Sai che soddisfazione.
Quasi quasi non vado: se didisco l’albergo non è prevista penale.
gabbiani, strega, piccoli editori
Su Facebook, la mia amica argentina Mirta Giordanengo ha postato questa poesia, che mi sempre piaciuta
Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
…Com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina ,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.
Vincenzo Cardarelli-Gabbiani-“Poesie”, del 1942.
Su Facebook, da tempo, Luigi Bernardi ha creato un gruppo affinché un libro Perdisa Pop, Tutto deve crollare, di Carlo Cannella, possa partecipare allo Strega.
Ho aderito, anche se non l’ho letto. Ho aderito perché penso che la cosa possa dar lustro alla casa editrice con cui io pubblico, ho aderito (al gruppo su Facebook, intendo) perché a lume di naso – conoscendo tanto Bernardi quanto Cannella – il libro deve essere un buon libro.
Su u’altra pretendente alla partecipazione allo Strega, Veronica Tommasini, che, ha scritto Sangue di cane, romanzo Laurana di cui si dice un gran bene, Giulio Mozzi (su Vibbrisse e poi su Face) ha scritto:
Sto facendo in queste ore una cosa che non ho fatta mai. Sto scrivendo a un po’ di persone che, per quello che ne so, fanno parte degli Amici della domenica, l’associazione che riunisce coloro che votano per il Premio Strega (…).
Demetrio Paolin ha commentato scrivendo:
Io credo invece che sia importante pensare che uno ha scritto una storia, l’ha scritta bene e la gente l’ha lette e amata. Il resto, i premi, la gloria, ecco sono cose veramente vane. come è vana la letteratura: ciò che conta è se ciò che hai scritto ha avuto un senso minimo di salvezza per qualcuno. Se sì, questo è bene.
Condivido quello che ha scritto Paolin, ma mi fa comunque piacere che si parli di piccola editoria valida (che c’è anche la piccola editoria non valida, purtroppo).
E a proposito di libri pubblicati dalla piccola editoria vi segnalo queste segnalazioni di Loredana Lipperini. Libri che non conosco, anche editori che non conosco (eccetto Il Maestrale): ma quanto scritto dalla Lipperini mi sembra convincente.
Infine, chiudo con altri due consigli di lettura, per due scrittrici che – è giusto dirlo – conosco e a cui sono legato.
Piera Ventre e Maria Lucia Riccioli.
Piera ha pubblicato la raccolta di racconti. Alisei, per le Edizioni Erasmo di Livorno.
Maria Lucia il romanzo Ferita all’ala un’allodola per Perrone Lab.
Buona giornata (e magari buona lettura)
Buona giornata
così stranieri, così gentili
Ieri sera ho presentato Bastardo posto a Santhià, 20 chilometri da casa mia. Quaranta persone, una quindicina di libri venduti, e un sonno della madonna mentre facevo i 20 chilometri, all’andata.
La notte precedente, infatti (sto scrivendo un racconto lungo che non mi convince), dal momento che non ho l’orologio né al polso né sul pc ho perso la cognizione del tempo (colpa dell’ora legale oltreché del racconto) sono andato a letto prima dell’alba, giusto il tempo di dormire due ore e mezzo.
Allora, alle 20 e 30 mi metto in macchina e vado a Santhià, arriverò puntuale penso, certo, non so bene dove sia la biblioteca ma, cavolo, ho il navigatore.
Oddio, il navigatore. Non l’avevo mai usato prima. Per me, prima di ieri sera, il navigatore è un aggeggio con cui mia moglie Francesca parla e litiga (mi dice di svoltare a destra, ma cosa dice questo cretino, a destra è senso vietato) ma ti permette di arrivare a destinazione.
Quando sono entrato a Santhià, però, l’ho spento: pensando che la biblioteca fosse vicina al Municipio, ben indicato dalle frecce.
Arrivo quindi nella piazza del Municipio, posteggio, poi però ricordo di aver presentato già un libro a Santhià qualche anno fa, e nulla, nelle strade vicine, mi ricordare quel posto.
Vedo un uomo giovane, meno di quaranta. Ha un giubbotto di pelle o simil pelle, sta attraversando la piazza.
Gli chiedo se sa dirmi dov’è via Dante Alighieri.
Mi spiega – e appena “spiega” capisco che non è italiano (aveva un modo di parlare che mi ricordava un mio amico egiziano) – mi spiega, stavo dicendo, che via Dante Alighieri è da tutta un’altra parte. E con calma e con il suo italiano strampalatoi mi dà le indicazioni.
Io però, che non ho l’orologio al polso e quella della macchina segna… le quattro di notte, penso che per non far tardi devo: uno, mettermi nelle mani del navigatore, reimpostandolo, due, telefonare agli organizzatori. Eseguo, mi rimetto in macchina, con una certa fatica raggiungo la biblioteca: sono in ritardo di cinque minuti, mi scuserò.
Prima di arrivare in biblioteca, però, rallento, anche se ho fretta devo far attraversare la strada a un uomo che, guardacaso, è lo stesso uomo che pochi minuti prima mi aveva dato le indicazioni. Perché?, mi sono domandato, non mi ha detto, Caricami, così ti ci porto io, devo andare anche io in via Dante Alighieri.
Perché sanno che siamo diventati insofferenti e razzisti.
Al giornale, tra i miei collaboratori, c’è una giovane donna di nazionalità marocchina. Per vivere fa la badante. Guadagna uno sputo, insomma. Scrive pezzi per la comunità marocchina (ma dio interesse generale). E’ carina, soprattutto gentile. Appena tornata dal Marocco mi ha portato un regalo. Tempo fa mi ha chiesto se sapevo dove procurarle una tastiera “araba”, per il pc. Mi son dimenticato di farlo. Ha provveduto lei, quanto hai speso, le ho detto, guarda che ti faccio rimborsare. Non ha voluto, mi ha detto, sorridendomi, Ho speso pochissimo (e io ho pensato, ma guadagni pochissimo).
Quando la vedo io penso all’educazione e all’educazione, sembra li abbia nel dna.
Mi vien da dire, un’educazione di altri tempi.
(E di questo suo bel modo di fare e di porsi son colpiti anche gli altri, in redazione, soprattutto la redattrice che ha a che fare con lei).
Anche l’uomo incontrato ieri sera, a Santhià, che mi ha spiegato il tragitto.
Anni fa pubblicai una lettera toccante sul mio giornale. Una testimonianza. Una donna, malata (è poi morta) raccontò, appunto scrivendo al giornale, dei suoi due vicini di casa, marocchini. Questa donna, che viveva sola (perché sua figlia Sara era andata a vivere in Spagna) ringraziava i suoi due vicini. Quando hanno saputo che ero convalescente – scrisse – si sono offerti di farmi la spesa, mi portano in casa la posta, si occupano anche della mia spazzatura, e io non mica gliel’ho chiesto… Eppure sono così: stranieri e gentili.
Uno dei due venne a rigraziarmi quando pubblicai la lettera della mamma di Sara. Alla fine si commosse e pianse, ma solo un attimo.
In quel pianto m’era parso di vedere anche uno sfogo.
Di lui me ne sono ricordato ora, mentre scrivevo di Santhià, ieri sera.
(Al ritorno il sonno era andato via; sono stato bloccato però: trasporti speciali. Chissà di che cosa).
le bugie sulla Libia
Le bugie sulla Libia figlie di un giornalismo bugiardo (che non si capisce quanto stupido o quanto asservito sia): in questo video.
E questo articolo mi pare sia un interessante approfondimento.
annunciazioni
Il primo aprile al teatro civico di Vercelli va in scena Un eroe borghese, lavoro ispirato alla vita e alla morte dell’avvocato Giorgio Ambrosoli.
E’ la prima volta che il teatro “pensa” ad Ambrosoli.
Il merito è della compagnia degli Anacoleti (bella realtà che esiste a Vercelli) e dell’attore Federico Grassi: ha voluto lui questo spettacolo che si ispira al libro di Stajano, lui interpreterà l’avvocato Ambrosoli.
Nei prossimi giorni posterò un mio articolo su Ambrosoli e sullo spettacolo.
Informazioni, comunque, ne trovate qui.
Piera Ventre ha questo blog: biancamara.
Ha anche partecipato a tutte le edizioni dei racconti a quattro mani (organizzati da questo blog) e sempre, devo dire, quello che ha scritto è stato notato. Questo perché Piera Ventre – almeno – non fa il verso a nessuno. Ha un suo registro, un suo orginale modo di scrivere, un modo personalissimo, insomma, di intendere la scrittura.
Piera non racconta solo storie; cerca di farti sentire il suono delle parole.
Della sua scrittura, tempo fa, avevo scritto questo.
Ti prende e – se ti lasci prendere – ti porta via e ti incanta la scrittura, sospesa tra l’onirico e il reale, tra la poesia e la prosa, di Piera Ventre.
Una scrittura che ammalia e un po’ fa male, certo.
Adesso voglio leggere il suo esordio narrativo, che si intitola Alisei ed è pubblicato dalle Edizioni Erasmo (piccolo, ma serio, editore di Livorno).
Poi. Dopo Reggio Emilia, Vercelli, Alessandria, Roma, Torino, Livorno, Trino Vercellese (queste nel 2010), Martina Franca, Bari, Sermide, Bologna, Milano, le presentazioni di Bastardo posto proseguono martedì a Santhià, ore 21 in biblioteca. Sono ospite della Compagnia dell’Armanac e di Luigi Zai (che del mio libro ha scritto questo).
Il 7 aprile, invece, sarò io a presentare un libro: E’ solo l’inizio Commissario Soneri, di Valerio Varesi (Frassinelli). Al bar Cavour, in piazza Cavour, praticamente davanti al monumeto di Cavour a Vercelli.
Varesi, giornalista di Repubblica, scrive gialli sociali.
(E non so ancora la data ma fine maggio inizi giugno conto di presentare anche l’ultimo libro di Luigi Bernardi, Niente da capire).
botte e povertà
Sono cresciuto in mezzo ai figli – come me – degli operai della grande industrializzazione, ora defunta. Negli anni Sessanta, mi raccontano, Vercelli dava il suo benvenuto, Lavoro per tutti, Case per tutti, a meridionali (terun), veneti (ruigo o rovigo), sardo e toscani e calabresi.
Montefibre, Montecatini, Pettinatura Lane, Faini: era una fabbrica di sirene, Vercelli, allora.
Ora spente.
Tanti di quei figli di operai crescevano tra la merda – magari una sola stanza umida dove viveva un unico nucleo familiare – e gli schiaffoni.
Le case popolari erano poche, o in costruzione, e i più poveri vivevano in vecchie case, nel centro della città, ora diverso da allora, rifatto e restaurato.
Era così, allora.
Questo per dire: sono cresciuto in un ambiente violeno che mi fece diventare violento.
Facevo a botte tutti i giorni o quasi, l’importante era che mia mamma non lo sapesse. Il motto della mamma era: Se torni a casa e mi dici che hai preso delle botte te lo do col battipanni; se so che hai picchiato qualcuno… te le do col battipanni.
Già ne prendevo col battipanni: per via delle note, per via dei brutti voti.
(In prima elementare avevo un maestro che, così, per dimostrarsi “aperto” verso i figli della grande industrializzazione parlava spesso in dialetto vercellese).
Avrò avuto sei, sette anni, la prima volta che feci il mio primo incontro con la violenza che ti fa piangere, perché non la capisci.
Dove oggi a Verecelli c’è la Camera di Commercio, negli anni Sessanta c’era un cantiere abbandonato. Avevano scavato per costruire le fondamenta di qualcosa, e avevano lasciato “la buca”, così noi ragazzini, figli di operai, ma c’erano anche figli di prostitute e figli di gente per bene, ci davamo appuntamento lì.
Quella sera avevamo appena fatto un funerale a un gatto. Trovato morto.
Gianna (nome di fantasia), che era figlia della buona borghesia, lo avvolse in una coperta, facemmo un piccolo corteo, qualcuno lo sotterrò, ci facemmo il segno della croce.
Gianna era l’unica bambina. Parlava poco, e noi avevamo una certa soggezione di lei. Ma forse solo perché parlava poco.
Giorni prima, il fratello di Gianna, ci aveva invitati a vederle la patatina, ma a pagamento. Per cinque lire lei si alzava la gonnellina, senza mutandine. Qualcuno – i più arditi, i più grandicelli – oltre a guardare si sbottonavano e si toccavano.
Insomma, giorni prima il mio vocabolario si era arricchito di una parola nuova, perché qualcuno diceva “che bello, mi faccio una sega” prima dell’esibizione di Gianna.
Torniamo al funerale. Alla fine giochiamo, chi al fazzoletto, chi a far la lotta. Io, che dovevo rientrare, guardo un ragazzo più grande di me, incuriosito. Non avrei dovuto.
Cazzo hai da guardare, e arrivò il primo ceffone, forte, in faccia. Cercai di non piangere, ma non ci riuscii. Accadde però che arrivò un vendicatore solitario. Un ragazzo ancora più grande di noi, che non conoscevo. Lavorava già. Al funerale non c’era, lui. Quando vide che mi ero beccato uno schiaffo venne in mio soccorso: mollò un calcio al mio aggressore, e poi mi consolò con una caramellone verde che aveva dentro… il suo fazzoletto. Un fazzolettone che pulito, certo, non era.
Mi rivedo che piango e mangiò il caramellone.
Imparai a darle. Se le dai ti rispettano. Pugni, testate, morsi. A volte esagerai, credo.
Una volta feci a botte contro un’intera squadra di calcio. Io e i miei amici dell’oratorio (ma mica eravamo amici) avevamo perso, punteggio umiliante: dieci a zero. Ci sta. Ma non ci sta che alla fine ti prendan per il culo. Feci a botte contro undici, prima da solo e poi in due contro undici, perché uno della mia squadra, almeno uno (era quello che aveva arricchito il mio vocabolario della parola “sega”), venne in mio soccorso. Che strani che sono i ricordi, però: non ricordo affatto se quelle botte facevano male.
Dieci anni dopo.
E’ una bella sera d’estate, vado a cercare gli amici dell’oratorio. Non li trovo. A un certo punto sono investito da un getto d’acqua, forte, e, subito dopo, sento delle risate, sguaiate. Tre ragazzi che conoscevo si erano introdotti in una villa, approfittando dell’assenza del proprietario, e con la gomme che serviva per innaffiare il giardino avevano innaffiato me, protetti da una cancellata.
Non mi piacque quello scherzo. Li insultai, volevano fare a botte con tutti e tre. Macché: più li insultavo e più ridevano.
Due di loro erano siciliani. per cui sapevo bene come farli uscire allo scoperto: dicendo male della loro mamma.
Figli di troia, dissi io.
Cazzo credi di fare paura, dissero loro.
Mi ritrovai a fare a botte con tutti e tre, e andava bene così: le prendevo e le davo, le davo e le prendevo. La zuffa però degenera: perché vedo che sanguino, perché sento che mi hanno strappato la camicia, la camicia nuova, a righe sottili verdi, appena comperata da mia mamma alla Upim, cazzo.
Divenni una furia. Mentre due continuavano a mordermi e tirare calci, io, con il braccio sinistro affrerrai la testa del più grande, e con la mano destra, gli diedi dei pugni, che non erano solo pugni: perché per fare male – erano cose che facevamo – il mio pugno chiuso comprendeva anche una pietra.
Furono cazzi amari quando tornai a casa.
Ma soprattutto: per la prima volta capii che dovevo avere paura di me stesso.
Fu l’ultima volta che feci a botte.
Nei giorni successivi, la mamma del ragazzo tempestato dai miei pugni rafforzati da una pietra disse a mia madre che a suo figlio erano pure caduti i capelli.
Lo vedo ogni tanto, quel ragazzo. Andiamo a prendere un caffè insieme, parliamo o di Vercelli o dei vecchi tempi. Uno di quei ragazzi che quella sera d’estate mi aveva annaffiato ero suo fratello, che è morto pochi anni fa. Io e A. abbiamo in comune quindi tante cose: le botte che ci siamo dati, due fratelli più giovani di noi morti, i ricordi.
Non gli ho mai detto che se ho imparato a controllarmi, che se non ho più fatto a botte lo devo a lui (però appena lo incontro, è più forte di me, gli guardo i capelli: è stempiato, ma ne ha, ne ha…).
Erano brutte la case a ringhiera, non c’era che un cesso per più famiglie, fuori, erano umide.
Io sono cresciuto in un bel condominio, certo la casa era piccina perché i miei erano portinai, ma avevo la vasca da bagno (anche se l’acqua calda c’era solo la domenica, costava troppo averla tutti i giorni).
Mesi fa è venuto a trovarmi un ragazzo di quegli anni. Viveva in uno stanzone con la madre, prostituta, la nonna, i fratelli.
Lui scappò via da Vercelli. E’ diventato qualcuno. Tornò, quando sua madre si ammalò. Gli ho comperato una casa, è morta serena, mi ha detto.
Pure lui, ricordo, faceva spesso a botte. Ora si interessa di”cose artistiche”, a volte so che è anche in televisione, solo che io la televisione non la guardo.
Mica erano belli quegli anni. C’erano maestri che ci crescevano a calci in culo, c’erano gli ospizi, c’era tanta povertà.
Il ricordo più brutto è l’ospizio dei poveri. Ci andavo la sera, a prendere un mio amico, lo caricavo in bici e poi saremmo andati all’allenamento della squadra di calcio.
Vedeo i più piccoli, bimbi tra i sei e i dieci anni: per mano, che facevano il giro del cortile prima di andare a letto. Se penso alla parola “triste”, io, rivedo i loro volti.
