Racconti a quattro mani, terza edizione

Il primo anno andò bene, l’anno scorso un po’ meno: non si arrivò a una classifica finale.
Comunque, terza edizione dei racconti a quattro mani.
1. Si usa, per comunicare, il mio indirizzo di posta elettronica bassini.remo(chiocciola)gmail.com. I racconti, fatti e finiti, dovranno invece essere inviati a raccontiaquattromani(chiocciola)gmail.com.
2. Le accoppiate che vogliono partecipare mi scrivano: o qui o a bassini.remo(chiocciola)gmail.com; chi è solo si faccia avanti lo stesso, basta che accetti chiunque come socio.
(Con socio diverso, si può partecipare anche con più racconti).
3. I racconti, che non dovranno superare le 6mila battute, spazi compresi, verranno pubblicati in un primo momento anonimi. Solo io dovrò conoscere i nomi degli autori. I nomi degli autori verranno pubblicati solo dopo la votazione finale.
4. Potranno votare solo i partecipanti. Lo faranno qui, nei commenti. Non verranno accettati partecipanti anonimi, a meno che non si tratti di blogger che, da anni, sono presenti in rete con un nick ormai noto (e per il voto stessa cosa).
5. Il tema è libero.
6. Ai racconti non verrà fatto nessun editing, quindi rileggete bene, inviate, attendete la pubblicazione.
7. Alla fine, dopo la votazione cioè, i racconti a 4 mani edizione 2010 verranno pubblicati qui, in un’apposita pagina; probabilmente verrà confezionato anche un e-book (la signora “t” mi faccia sapere).
8. Per inviarmi i racconti c’è un mese di tempo, da oggi (odio le regole precise, dal momento che organizzo io mi prendo la libertà di essere, quando voglio, elastico). I racconti comincerò a pubblicarli man mano che arriveranno.
9. Verranno individuati i migliori sei racconti. Non c’è premio, oddio a chi vince posso al massimo regalare un mio libro a scelta se gli interessa o se ancora non ce l’ha. Diciamo che il premio consiste nell’impaginazione dell’e-book. I primi sei (gli anni scorsi avevo usato una modalità diversa) verranno impaginati per primi nell’e-book, punto. Il premio, in buona sostanza, è questo.

Sono andato a memoria, diciamo che questa è una bozza di regolamento.
Poi. Per quanto riguarda il voto vedrò se affiancare ai partecipanti il voto di una giuria, ristretta, di persone che conosco o che mi conoscono. Chi fosse intenzionato a far parte della giuria (è un lavoraccio) mi scriva.
Infine. Io parteciperò ma dal momento che conoscerò il nome degli autori non avrò diritto di voto.
E buona giornata.

DIMENTICAVO: può partecipare chinuque si voglia cimentare seriamente con la scrittura. Nelle passate edizioni hanno partecipato tanto scrittori – ne cito una su tutti: Barbara Garlaschelli – e blogger quanto persone che si son cimentate, per la prima volta o quasi, titubanti. Il bello dei racconti a quattro mani credo sia proprio questo…

Un po’ di link:
– ecco l’e-book realizzato l’anno scorso (quando decisi un filo conduttore, e cioè L’Italia di oggi). L’anno scorso rinuncia alla classifica finale, causa polemiche che non ho nessuna voglia di rispolverare.
– Un vecchio post a caso, della prima edizione.
– Questo è invece l’e-book della prima edizione; i primi due racconti sono impaginati per primi, il terzo e il quarto chiudono l’e-book, il quinto e il sesto stanno in mezzo; quest’anno i primi sei saranno i primi sei.
(La classifica si ferma al sesto, dal settimo in poi regnerà l’eguaglianza, insomma).

il pisciator cortese

La libreria era piena di gente, forse perché pioveva, poi era sabato e cominciava a far freddo.
Ebbe comunque stile, lui (come riportarono i giornali).
Aspettò di non aver nessuno a destra e nessuno a sinistra, aspettò anche, raccontò qualche testimone, che una ragazzina di undici anni uscisse.
Poi, con garbo, coprendo la sua vergogna con le mani protese quasi stesse pregando, pisciò: sui libri accatastati di una certe e precisa casa editrice.
La gente urlò, intervenne la forza pubblica, fu denunciato, il giornale locale che scrisse dell’accaduto ricevette una minaccia di querela dalla libreria e una dalla casa editrice.
Proprio non avete notizie, “giornalai”, disse il titolare della libreria. Avete leso il buon nome dei miei clienti, scrisse invece il legale della casa editrice annaffiata.
Fu denunciato, certo, ma l’attesa del processo gli diede modo di ripetersi, sempre con lo stesso garbo (nessun minore, mani giunte a mo’ di preghiera) in librerie e negli appositi spazi, con tanto di sconto, di supermercati e autogrill. Sempre una pisciata lunga, soddisfacente, per nulla intimorita dalle urla dei clienti, sempre una – scusate se mi ripeto – pisciata di garbo, sempre la stessa casa editrice.
Fece incetta di denunce, però una libraia si innamorò di lui e un paio di case editrici lo contattarono (dopo aver letto – solite minchiate di giornalisti contaballe – che si trattava di uno scrittore che non era stato pubblicato).
Mandò – elegantemente – a stendere i due editori, chiaro di sinistra, e alla libraia confessò, dispiaciuto e con il solito garbo, di essere gay e pure impotente, nonostante avesse un aspetto bello e mascolino (un giornale scrisse che somigliava a un certo attore, scrisse – per evitare noie – proprio così; certo attore), quella però non si diede per vinta e riuscì, non si sa come, a sposarlo lo stesso.
Fu una bella cerimonia, con paparazzi e inviati speciali, ché, lui, ormai, era diventato un caso nazionale.
S’eran formati, come ai tempi dello smemorato di Collegno, due partiti.
Quelli che sostenevano che fosse il piscione vendicatore di altri gruppi editoriali, quelli che invece, subdoli, e fatturato alla mano, sostenevano che il mandante fosse la stessa casa editrice oggetto della minzione.
Comunque. Non si sa, ora, più nulla né di lui né della consorte.
Pum spariti.
Dicon – ma non è certo – che lui sia stato colto da paresi leggendo su un blog, Gli e-book distruggeranno la carta.

Pare che la paresi, anche se non sembra vero, gli sia venuta proprio lì, insomma.

ma sorridendo

Venerdì, due giorni fa. Arrivo al giornale ed è una bella giornata. Anche la sede del giornale è bella, spaziosa, su tre piani, un bel cortile, qualche pianticella ai bord degli otto posti auto, qualche fiore, e c’è un po’ di spazio anche per biciclette.
Che il cortile sia un buon posto lo testimona la presenza quasi costante di una gatta, tograta, sul rossiccio, di un altro cortile; è quasi sempre da noi, anche perché da noi trova sempre, in un angolo del cortile – bontà della segretaria – croccantini e acqua.

Venerdì, due giorni fa: arrivo al giornale, la giornata è bella, son come al solito in ritardo: anche se arrivo in anticipo ho sempre e comunque la sensazione d’essere in ritardo. Telefonate, mail da smistare, gente che deve parlarmi, l’ora della riunione di redazione che s’avvicina, sempre più. Quando venerdì arrivo però, invece di entrare, nonostante la voglia del terzo caffè della giornata, mi fermo: in cortile c’è una giovane madre, avrà trent’anni. Con lei due bimbi, non faccio in tempo a vedere se son maschi o femmine. Uno è sul passeggino, l’altro cammina. E la giovane madre, al bimbo che cammina, sta mostrando una pagina del mio giornale, quella dei morti o delle ricorrenze.
Un anno fa è venuto a mancare.
Due anni fa.
Tre anni fa.
Al bimbo che cammina la giovane madre dice, ma sorridendo: guarda papà, lo vedi?
La giornate è bella, di sole.

E buona domenica

tra i ricordi

due settimane fa ero qui.
a ripensarmi ragazzino, magari con un libro di Salgari o Verne, o Dumas; e a ripensare a Barone, il mio primo cane; lo vidi per la prima volta qui, a venti chilometri da Cortona, nel 1991.
nostalgia canaglia, insomma.
(la quarta foto, la seconda a destra, in basso, è stata scattata dall’interno della casa, dove, da bambino, ascoltavo i racconti di povertà, caccia, malìe…).
(mi spiace non aver fotografato un bel cavallo, che bighellonava e si faceva i fatti suoi).
E’ in questa casa che ho ascoltato i racconti dell’Angiola.
Angiola, ti ricordi che, credo nel 1956, un prete prima mise incinta una donna e poi l’ammazzò, cercando di far credere che fosse annegata in un rio, e ti ricordi Angiola che ci fecero una canzone… Chi la gettò la donna sul rio / fu don Amilcare figlio di Dio…
E certo che mi ricordo…

La provocazione

Due retroscena.
Mi pare fosse il 2006. Allora. A luglio un mio libro, Lo scommettitore, Fernandel, è il libro del mese di Fahrenheit. A gennaio (gennaio?) del 2007 si può votare anche per il libro dell’anno. Ci sono di nuovo, son piazzato bene, mi dicono. Succede un disguido: la mia casa editrice, Fernandel, si dimentica di avvisarmi (credo) che devo andare a Roma, per la trasmissione finale. Mi chiamano da Fahrenheit, il giorno prima (e Sinibaldi mi fa anche una veloce intervista sui libri per ragazzi che ho letto), ma io rispondo che non ce la faccio, insomma: a Roma non ci sarò.
Vince Saviano, con Gomorra, io, non essendo presente, non vengo nemmeno citato. Ascolto la radio, compro Gonorra, mando una mail a Fahrenheit: dove mi complimebnto col vincitore: appunto perché, ascoltando la radio, Gomorra mi sembra un libro rivoluzionario.
Penso sia un buon libro: ma rivoluzionario no.

Poi. Conosco Marco Travaglio dal 1984, mi pare. Per due anni abbiamo seguito i corsi di Storia delle dotrine politiche con Corrado Vivanti, facoltà di Lettere, Torino.
Poi incontro di nuovo Travaglio negli anni Novanta, viene a Vercelli come inviato del Giornal di Indro Montanelli; con lui c’è un altro bravio giornalista, Massimo Novelli, di Repubblica.
Negli anni successivi mi succede spesso di sentirmi con Travaglio. Succede che siamo anche collaboratori per la stessa testata, L’indipendente diretto da(l compianto) Daniele Vimercati.
L’ultima volta che ho sentito Travaglio al telefono è stato tre anni fa, quando lo intervistai per Stilos. Poi qualche mail.
L’anno passato è venuto a Vercelli, Marco Travaglio.
C’era un grande clima di attesa: Marco Travaglio era diventato il Marco Travaglio che si vede in tivù.
Caro Marco, gli scrissi, mi spiace ma non vengo; per me non sei una star televisiva (mi rispose: garbato come sempre).

Dopo la premessa vengo a Gian Paolo Serino. Oggi è on line una sua intervista che in gran parte condivido.
Serve a niente applaudire o Saviano o Travaglio e poi far niente.
Non dico che tutti coloro che applaudono poi fanno niente. Dico che oggi vedo tanta indignazione: che si limita a un click sulla rete.
E dico che quelli che si espongono, ma per davvero, sono davvero pochi.

Ieri Gaetano Vergara (Aitan) ha scritto su Face:
Felice il paese che non ha bisogno di eroi né di santini!
Condivido.

E vi invito a leggere questa intervista a Serino.
Buona giornata

La pioggia

Ogni tanto, nel vecchio blog, postavo o una poesia o un brano di una canzone.
Questa poesia, che mi è arrivata per posta elettronica, la dedico a chi me l’ha inviata…

LA PIOGGIA
Jorge Luis Borges

Bruscamente la sera si è schiarita
perché già cade la pioggia minuziosa.
Cade o è caduta.
La pioggia è una cosa
che senza dubbio succede nel passato.
Chi la sente cadere ha recuperato
il tempo in cui la sorte fortunata
gli rivelò un fiore chiamato rosa
e lo strano colore del rosso.
Questa pioggia che acceca i vetri
rallegrerà in sperdute periferie
le nere uve di una pergola in un
patio che non esiste più. La bagnata
sera mi porta la voce, la voce desiderata,
di mio padre che ritorna e che non è morto.

Il contatore

Un mattino presto di nebbia di alcuni mesi fa son salito su un treno, poi, arrivato a una stazione, son salito su un taxi, poi, dopo due ore, son risalito prima sul taxi e poi sul treno e la sera son rincasato. Dovevo fare quel viaggio, dovevo respirare quelle due ore, che alla fin fine si son tradotte e ristrette in pochi minuti.
Ciao come stai?
Bene, tu?
Me li porto dentro, ora, quei cinque minuti.

E’ che dovremmo pensare più spesso che, camminando impettiti, abbiamo comunque un contatore invisibile: meno 32mila e 56, meno due: due giorni.
Meno insomma.
Se camminando, almeno qualche volta, pensi al contatore poi fai cose, cose che contano.

son cinco minutos la vida es eterna en cinco minutos

il colore delle ciliegie

Ho la connessione che viene e va, sarò veloce, sperando di riuscire a finire questo post.
Ho conosciuto Angiola, si scrive così ma si pronuncia con l’accento sulla o.
Angiola, 88 anni, era amica di mia madre. Mi ha raccontato e quel che mi ha raccontato mi servirà per meglio definire e completare il libro che sto e devo definire, Di bestemmie e folli amori.

Ha fatto solo la terza elementare, Angiola, ma si esprime come una persona colta, sarà perché legge, segue tutto, poi guarda la televisione, legge i giornali.
E ride Angiola, ride spesso, anche tra sé e sé.
Ha quasi novant’anni ma ne dimostra settanta, forse meno. E’ ben curata, fuma, “ma solo da quarant’anni” dice ridendo, “da quando ‘l mi povero marito mi disse di provare”.
Mi hanno raccontato che Angiola, spesso, porge il braccio a delle vecchiette, amiche sue, che fan fatica a camminare, le accompagna al mercato, o al macello: vecchiette e amiche sue che hanno chi dieci chi quindici anni di più.
Angiola sembra averla fatta al tempo.
Mi racconta della sua vita, mentre, col mattarello, prepara la sfoglia della pasta (diventeranno tagliatelle).
E mi racconta della povertà e della mezzadria, tempi lontani, insomma.
“Di quando il pane si chiudeva a chiave, che ce n’era poco e si doveva fare durare”.
Poi mi racconta delle sue amiche, ragazze contadine come lei. Si vedevano la domenica, a messa, o quando c’era il raccolto del grano. O a un funerale.
Mi dice i loro nomi, ma si confonde Angiola: … magari è morta, … quella sì mi sembra che si risposò…
Sono ombre i ricordi dei volti, anche cari.
Son nitidi, invece, i ricordi.
Il grande ciliegio, per esempio.
Pieno di ciliegie mature. Rosse come la voglia di assaggiarne una.
Ma il babbo mi disse che non si poteva, prima bisognava portarle al padrone, dice.
Ma sorride.
Poi fuma una sigaretta.
Che dici, alla mia età mi fa male fumare?

il panino con la frittata


Avremo litigato cento volte, mandandoci a quel paese e anche oltre quel paese: pezzo di cornuto, pezzo di merda, stronzo; io a lui e lui a me, per mesi, anni.
Litigavamo per questioni sindacali, io e Angelo.
Lui, tra i cinquanta e i sessant’anni, faccia rugosa e abbronzata, la marlboro sempre penzoloni sulle labbra, salernitano, era il rappresentante sindacale della Cgil.
Io, poco più che ventenne, della Cisl.
Io ero per la lotta dura e senza paura. Lui anche. Però certe volte non gli andava di fare sciopero, e io mi incacchiavo, però spesso e volentieri faceva straordinari, e io gli dicevo che non doveva, che dovevamo costringere la fabbrica a fare nuove assunzioni, eccetera.
Io poi – erano gli anni Ottanta – avevo la fissa della riduzione di orario, quindi.
Lavoravamo insieme, stesso reparto, magazzino, io e Angelo.
Se non ci eravamo mandati a quel paese, spesso andavamo a prendere il caffè insieme, alla macchinetta. Offrivo io, lui mi dava una sigaretta. A volte ci raggiungeva uno dei suoi due figli, che, per la verità, non erano suoi figli ma era come se lo fossero.
Mi spiego: Angelo viveva con una donna che aveva avuto figli da una precedente relazione; ma quei ragazzi, anche se non portavano il suo stesso cognome, lo consideravano il proprio padre. Insomma, stravedevano per lui.
Un po’ anche io stravedevo per lui: era generoso e buono.
Certo, anche attaccabrighe e un po’ testa-di-minchia (a mio modo di vedere, ovvio).

Succede che un sabato mattina sono talmente a corto di soldi che pure io accetto di fare cinque ore di straordinari. Dalle 7 alle 12.
C’è anche lui (ti pareva), Angelo.
Ci sono, ma in altri reparti (ti pareva), anche due suoi figli.
Lavoriamo, scambiandoci meno parole possibile.
Tra le 10 e le 11 ci concediamo un quarto d’ora di pausa, tra gli scatoloni.
Ci raggiungono i suoi due figli.
Angelo, dal tascapane tira fuori tre panini, che porge a me e ai suoi due figli.
Sono con la frittata e la mozzarella, dice, tirando fuori anche una bottiglia con del vino.
Io mi sento in imbarazzo, e in effetti provo a dire che no, non ho fame…
Mangia stronzo, mi dice Angelo, che, improvvisamente, si alza e se ne va.
Mi lascia insomma col panino in mano e con i suoi figli che non sono figli suoi ma son come se lo fossero figli suoi che, un po’ sornioni, mi guardano e mi dicono: E mangia no?
Era chiaro: stavo mangiando (ero a disagio ma quel panino era davvero buono)  il panino di Angelo.

Le persi di vista, quando lasciai la fabbrica.
Quando mi dissero che era morto ripensai a quel panino con la frittata, avvolto in un tovagliolo.
(Da allora adoro i panini con la frittata e la mozzarella; buoni come quello, però, non mi è più successo di mangiarne).

fatica

A volte parlo, anche in pubblico, anche tanto, ma non amo parlare e, sinceramente, uno dei piaceri più grandi che provo lo provo quando cammino, solo, e non c’è nessuno. Magari di notte.
Spesso scrivo.
Quando posso leggo.

Son giorni questi in cui parlo poco, scrivo niente di niente di niente, leggo poco.
Ho faticato a scrivere. Vado a leggere, ora: ma non i giornali, ché mi incazzo e basta.
Ho buoni libri, per fortuna, dietro.

lettere al giornale

Vita di giornale (piccolo, 11, 12 mila copie di tiratura, combattivo, nato nel lontano 1871, il mio lavoro insomma).

Le lettere (o le mail) che arrivano con i “fà lo stesso” oppure con gli  “ò visto” sono il meno: si correggono e via.
L’errore più comune è comunque il c’era o c’ero o c’eravamo senza apostrofo.
Le lettere peggiori son quelle di chi pensa di saper scrivere bene e invece non sa scrivere e usa termini (che gli sembrano a effetto) impropri (che spesso fan ridere): quando il giornale esce e rilegge la propria lettera modificata solitamente telefona e dice, Non avete capito, perché mi avete storpiato la lettera?
E comunque. Ho iniziato a fare il giornalista nel 1986.
La gente, allora, scriveva a mano con la macchina da scrivere. Oggi il pc ha sostituito la macchina da scrivere ma, rispetto al 1986, ho una sensazione (ripeto: sensazione): c’è più ignoranza.
Aumentano quelli che vengono in redazione e ci chiedono di scrivere noi una lettera per loro, sotto dettatura ma con licenza di scrivere correttamente: ché loro non lo sanno fare. Però vedono la televisione: dicono che se il problema lamentato dalla lettera non verrà risolto loro non ci penseranno due volte a chiamare il Gabibbo che tutto risolve.
Non mi occupo direttamente di queste cose: me le riferisce la segretaria, o il giornalista che, a volte, si presta a scrivere (ché magari la lettera è una lettera denuncia, o di malasanità, o contro l’arroganza della burocrazia) e, durante la mia giornata lavorativa, ho altro a cui pensare.
Ma quando, di notte, vado un po’ a spasso per la rete e leggo certe discussioni mi chiedo se gli intellettuali, specie quelli di sinistra, le sanno queste cose.
Insomma, per me c’è più ignoranza e disattenzione, su tutto.

Poi – ma queste ci son sempre state – ci sono le lettere impubblicabili per il contenuto.
La giovane ragazza madre incazzata, per esempio, che scrive: Ho due figli e mi prostituisco per farli mangiare. Mi chiamo così e così, questo è il mio numero telefonico, disposta a far di tutto (ma non a tutelare la privacy dei propri figli in età scolare).
O quella del vecchietto di quasi cent’anni che ogni tanto mi scrive a proposito di stupri: tutta colpa, dice lui, di come si vestono oggi le donne.

Eppoi c’è il capitolo delle lettere anonime: l’ignoranza, qui, non c’entra.
C’entra la stupidità: tanta gente non si ricorda che deve morire e spreca il suo tempo, così, a vomitare sul prossimo.
(Comunque. Ogni tanto, ma è raro, l’anonimo scrive per segnalare un abuso ma non può esporsi perché teme ritorsioni. Un anonimo su venti, diciamo, non è un tarato mentale e ci chiede aiuto, se possiamo).

E lì il morto, assai discreto, è rimasto senza fiato

DE PROFUNDIS
di
vladimir vysotsky
(sotto, la versione originale cantata da vysotsky e quella cantata da giorgio conte)

C’è uno scontro tra due macchine al di là della Moscova
E si son conciati tutti, anche quello che guidava
Eran tre con dietro un quarto, che però era già morto
E difatti nella bara lui non si è nemmeno accorto
Nel corteo si procedeva tutti quanti alla rinfusa
Quasi fossero cateti in cerca dell’ipotenusa
Il diacono sfiatava su ogni mezzo do di petto
Il defunto, solo lui, nel suo ruolo era perfetto

Perché senza entrare nel merito, è soltanto questione di spirito

Le piagnone nei singhiozzi eran scarse d’energia
L’oratore ad ogni frase dava sfoggio d’amnesia
Lo baciava sulla fronte, poi sputava disgustato
E lì il morto, assai discreto, è rimasto senza fiato
Ecco il cielo si indispone e scoppiettano due tuoni
Ma si sa che la natura se ne frega dei sermoni
Tutti quanti a scantonare per cercare almeno un tetto
E soltanto il caro estinto non si è messo a far fagotto

Perché, senza entrare nel merito
È soltanto questione di spirito

Che gli importa del diluvio, non è poi questo svantaggio
Nei viventi, a dire il vero, c’è carenza di coraggio
I defunti, gli ex-umani, hanno stabile fermezza
Mica fatti come noi
Sono proprio un’altra razza
Poi in quanto a sangue freddo non si fanno compatire
Non li vedi mai scomporsi, mai avranno da ridire
Sanno star nel loro ambiente, quieti quieti fino in fondo
Non si sente anima viva, proprio cose d’altro mondo

Perché, senza entrare nel merito
È soltanto questione di spirito

Là nel regno delle ombre non si sente una parola
E di notte una signora ci può andare anche da sola
Che non corre nessun rischio, né pericoli di sorta
Qui nessuno la importuna o le fa la mano morta
E va beh che prima o poi dovremo andarci tutti quanti
Ma se c’è chi ha molta fretta che mi passi pure avanti
Sembra proprio che a schiantare qui si faccia tutti a gara
Con la debita eccezione di chi sta dentro a una bara

Perché, senza entrare nel merito
È soltanto questione di spirito …