Oggi è il 2 dicembre, caro papà, ricordi?

(racconto “di un attimo” in forma epistolare e ispirato da qualcosa di vero)

Ti scrivo, caro papà,
ma stasera, quando passerò sotto la tua villa, non si mica se avrò la forza di imbucare questa lettera.
Sai papà, e anche se lo dimentichi lo sai, che la persone che più ti vuole bene a questo mondo sono io.
Quando ero piccolo tu mi facevi ridere, stravedevo per te, volevo solo te, ti sognavo.
Così quando te ne andasti provai solo tanta rabbia, contro la mamma, contro me stesso e mio fratello, se tu avevo scelto un’altra donna, un’altra famiglia, era perché io la mamma e Francesco non eravamo alla tua altezza, non eravamo intelligenti e spensierati come te (ricordo ancora quando tornavi a casa e facevi capriole sul pavimenti), non eravamo belli come te (ho le tue foto, tu capitano dell’esercito, tu in motocicletta, tu in costume da bagno, le accarezzo ancora, sai papà?, e quando io penso a un uomo bello penso a te. Oggi hai sessant’anni ma sono sicuro che se io e te andassimo in un posto pieno di donne loro si volterebbero a guardare te: se solo riuscissi a muovermi con la tua eleganza, un’eleganza distratta…
Tutto questo, comunque, o già lo sai o te l’immagini.

Oggi però è il 2 dicembre, caro papà, il giorno del mio compleanno.
E’ anche il giorno in cui – e son passati vent’anni – io sono diventato un perdente.
Tu, oggi, con tua moglie e i figli, miei fratellastri che odio e sempre ho odiato, di sicuro non ricorderai che è il mio compleanno, non ti ricordasti vent’anni fa, figuriamoci se oggi vai a pensare che.
E’ ancora più sicuro che tu non sappia, né credo saprai mai, che il 2 dicembre di vent’anni fa io sono diventato quello che sono: un perdente che affonda la testa.
Sul lavoro, con le donne, dovunque io sono un perdente, caro papà.
Vent’anni fa, già.

Facevo prima Liceo e tu, da tre mesi (ricordo tutte le date, sai papà, anche il giorno in cui te ne andasti) già non vivevi più con noi. Però ti sentivo al telefono e tu al telefono mi facevi ridere e tu al telefono mi facevi sentire bene: ero ancora il tuo “grande Paolino”.
Con mamma non parlavi e con Francesco parlavi poco, sono due musoni, sono tristi, ma con me sì. Mi dicevi cose belle papà, e io quando mi addormentavo mi addormentavo bene, perché ripensavo e risentivo la tua voce.
No, sempre bene no: perché quando ti telefonavo sentivo la voce di quell’arpia che hai sposato, certo, più bella di mamma, ma ha due occhi cattivi quella donna quando vi incontravo, e al telefono ti metteva fretta, era gelosa.
(Diciamocelo papà: la tua vita è piana di successi e di scopate, lo so e lo sa tutta la città, ma hai sposato due donne da poco).
In ogni caso la notte del primo dicembre di vent’anni fa io ero felicissimo quando andai a dormire.
Risentivo le tue parole. Come un disco, una canzone il cui ritornello ti ha conquistato.
Domani vengo a prenderti a scuola e facciamo una grande festa, solo noi due.
Sto piangendo, ora, papà mentre scrivo.
Mi rivedo, rivedo il bambino che aspetta, era una giornata brutta, grigia.
L’avevo detto a tutti a scuola che tu saresti venuto ma all’una nessuno dei miei compagni ti aveva visto, che importa, pensavo, tu arrivi sempre in ritardo.
Piango papà, ho pena di me: mi rivedo che ti aspetto un’ora, due, tre, e tu non arrivi.
Saranno le quattro del pomeriggio e, davanti alla scuola, passa una macchina. Qualcuno mi saluta con la mano: è un mio compagno, lo chiamavamo Frassica perché non sapeva né scrivere né parlare in italiano, ma era comunque il figlio di un imprenditore. E io a Frassica l’avevo detto: Oggi festeggio con mio papà.
Sai che feci, papà, quando vidi che Frassica mi salutava con la mano?
Mi voltai verso il muro, pensa che scemo.
Sono vent’anni, caro papà, che, ma sì, penso sia la cosa più giusta da dire, mi volto e guardo le crepe di un muro, è successo anche la settimana scorsa quando con Anna siamo andati dall’avvocato per la separazione, a lei la coca e i cocainomani, così mi ha detto, fanno schifo.
(Lei non si è mai dovuta girare verso un muro, però).

prima comunione: con dieta

Prima comunione, sono contento, più o meno. Mi hanno vestito a festa, mi hanno regalato il primo vero orologio della mia vita.

Però è successo anche questo, cavolo, e dalla foto non si vede: da qualche giorno sono anche a dieta.
Va spiegata bene, questa cosa qui, ora.
Fu un trauma mica da poco.

E’ tempo di prima comunione e io so già quello che mi attende. Dopo la prima comunione andremo al ristorante, e io quando si va al ristorante son contento perché la mamma mica li fa gli antipasti e i dolci,  lei mi fa crescere con minestre, verdure che palle, fettine, “e guai a te se lasci qualcosa nel piatto”.
La mamma mia è una mamma che mi sta troppo addosso.
Appena torno a casa da scuola mi fa, Fammi vedere i quaderni.
Ogni tanto, o abbastanza spesso, mi sgrida: prendo brutti voti, note.
Sono disordinato, litigo, il maestro si lamenta sempre.
Anche lui è uno che mi sta col fiato sul collo. Sempre compiti.
Così io, che vorrei respirare, pochi giorni fa ho detto alla mamma che sto male, mi fa male la pancia, non era mica vero ma mi sono impegnato tanto tanto, quasi piangevo, così lei mi ha portato dal dottore e quello – bravi i dottori – dopo avermi visitato e toccato la pancia, certo io ho fatto “ahi” ma vorrei vedere, la mia pancia è piccola, lui, il dottore ha della mani che son badili,  ha fatto una faccia brutta e ha detto, “Signora è meglio farlo operare, il bambino ha l’appendicite”, e io l’ho presa bene, perché subito dopo il dottore ha fatto il foglio alla mamma, niente scuola da domani.
Stasera non dovrò nemmeno andare a dormire presto. E niente compiti. Alla faccia del maestro (sto male maestro, hai capito o no che sto male, e magari è tutta colpa tua).
Comunque va tutto bene. Farò in tempo, prima dell’operazione (sono già un esperto, ho appena fatto la circoncisione, si sta mica male in ospedale, certo dopo l’operazione viene tanta sete, e ti danno l’acqua, che gente, con un cucchiaio, ma tutti che ti portano regali, sono gentili e soprattutto niente scuola), a fare la mia prima comunione.
Solo che quando il dottore, dopo al visita, aveva detto la parola dieta io mica avevo capito bene il significato di quella brutta parola lì, dieta.
Mica vero, insomma, che va tutto bene (ma io questo ancora non lo so).
Mi stanno facendo la foto, e a casa sono già a dieta.
Ma un conto è la dieta a casa, un conto è la dieta al ristorante.

No che non va bene. Dopo la Prima comunione c’è quindi in pranzo, con la Prima dieta: gli altri mangiano gli antipasti, io li guardo; gli atri mangiano gli agnolotti, io la minestra (noo, anche qui); gli altri che mangiano il dolce e a me, che sono goloso, che impazzisco per i dolci, ne danno solo un assaggino.
Stai bravo tra due giorni si va in ospedale, mi dice la mamma.
Io penso al dottore, al maestro, alla dieta: che Prima comunione del cavolo (giustappunto).

questa è l’italia

Allora, c’è una notizia, che io, da fecebook, leggo su il Messaggero.it.
Un uomo di 62 anni, preside di una scuola, è stato arrestato: avrebbe abusato di minori stranieri, nomadi di etnia bulgara.
Sarei passato a leggere altro, le porcherie nel mondo son tante, inutile commentarle.
Le porcherie ci sono, certo: ed è giusto che l’informazione informi. Correttamente (a volte l’informazione dice le cose strumentalmente, invece).
Il Messaggero, però, ospita anche i commenti e uno di questi ha fatto sì che io ora, ore 3 e 38 di una notte piovosa, scriva queste due righe.
Uno dei commentatori ha scritto (copio e incollo):

non mi meraviglierei ,se questo on prof,appartenga
alla folta squadra dei soliti difensori ,degli zingari
e di altri stranieri che da noi vivono esclusivamente
dei soliti lavoretti:prostituzione , accatonaggio,
vendita di droghe ,elemosini ecc..E non sono sicuramente
venuti in Italia ,per accudire i nostri anziani o fare la
raccolta dei zucchini!

Questa è l’Italia. Fosse uno, fosse un caso isolato. E invece dire “rom bastardi”, “gay bastardi” eccetera fa una grande presa sulla frustrazione e sull’ignoranza, che viaggiano a braccetto.

una notte di Cesare Pavese

Se son vivi hanno quasi novant’anni alcuni vercellesi che, non so di preciso l’anno, al Ginnasio ebbero come professore Cesare Pavese.
Uno di questi lo è, ancora vivo, e qualche anno fa mi fece questo racconto.
Questo post, leggermente modificato, è stato ripreso dal vecchio blog “appunti”.
Buona domenica

Pavese, dopo una giornata di lavoro, va alla stazione, che dista dal Ginnasio cinque minuti a piedi; cinque minuti a piedi piacevoli, ché si passa davanti alla basilica romanica di Sant’Andrea, il più bel monumeto di Vercelli, e i giardini, della stazione appunto.
Pavese, comunque, appena poteva o prendeva appunti o leggeva. Intensamente. Non si sa se leggesse anche camminando, sarebbe stato pericoloso, di sicuro, quel pomeriggio invernale e grigio, si rintanò nella sala d’aspetto con un libro in mano, assorto più che mai.
Tanto assorto che non si accorse dell’arrivo di un treno, era il “suo treno”, che da Milano l’avrebbe portato a Torino, né si accorse di quello successivo, né di altri e, quel che è peggio, non si accorse dell’ultimo treno.
Si risvegliò dalla lettura quand’era ormai troppo tardi, raccontò il personale della ferrovia, stupito nel vedere che Pavese non si disperasse; che non cercasse un albergo, pensarono, era dovuto alla leggerezza del suo portafogli.
Comunque.
Dormì tutta la notte nella sala d’aspetto (che ora non c’è più) della stazione di Vercelli.
Forse a leggere, o correggere temi, chissà.
Di sicuro nessuno sa quale fosse il libro che catturò a tal punto il giovane, squattrinato professore, Cesare Pavese.

anfiosso e giuditta

Lei si chiama Giuditta Russo, qualcuno l’avrà vista in tivù da Bonolis, o avrà letto di lei.
Il caso di Giuditta Russo, già: sembra un personaggio pirandelliano, non vero.
Una vita normale, poi una vita di menzogne e successi, poi – è storia di questi giorni, di questi anni – una vita che difficilmente sarà normale ma senza menzogne sì.
Perché Giuditta Russo cammina a testa alta.
E poi. Giuditta Russo è amica mia.
Me l’ha presentata Anfiosso, a distanza.
Anfiosso è Anfiosso ed è amico mio.
Sul suo blog ha intervistato Giuditta Russo (della quale si era già occupato, recesendola e stroncandola. E lei, a quella stroncatura aveva reagito con una signorilità rara che, io credo, avevo spiazzato Anfiosso).
E comunque.
Ecco l’intervista.
Verrà pubblicata in forma ridotta dal giornale La Sesia e, credo, dal Corriere Nazionale.

ieri sopra, e oggi sotto

Parto dalla foto sotto.
Descrizione, partendo dal basso: si vede, è di qualche minuto fa, un pezzo di disordine della mia scrivania, poi ci sono delle poltrone, dove incontro la gente che viene qui, al giornale, o dove si siedono i miei giornalisti quando ci sono le riunioni di redazione, poi, appena sopra le poltrone (lo so, la foto fa abbastanza schifo) c’è la vetrata che separa il mio ufficio dal resto della redazione, una prima stanza e, guardano a destra, una seconda, più ampia, con le scrivanie dei miei colleghi.
Immaginate, guardando la foto, un via vai continuo e un continuo squillar di telefoni.
(La vetrata è altamente tecnologica: c’è, dentro, tra due vetri cioè, una sottile veneziana che, volendo, può siolarmi dagli altri; mai usata).
Ho scattato con un iPhone che mi è stato regalato, e che devo ancora imparare a usare.
Ho scattato la foto, circa pressappoco suppergiù alla stessa ora in cui, ieri, aspettavo il treno (foto sopra) in una città lontana da me, due ore di treno per andare due per tornare.
I miei piedi, la pavimentazione di quella stazione, il vociare delle stazioni, il treno, l’altoparlante, la ragazza disperata che chiede a tutti se è già partito il tal treno, la zingare che non sembra una zingara, è giovane e benvestita, ha un bimbo nel passeggino, che mi chiede 50 centesimi così, dice, compro i pannoloni a mio figlio, un’altra città, insomma, ieri, dove nessuno mi conosce(va).
Prima ero stato in un grande ospedale, dove ero andato per un incontro importante, queindi, dopo l’incontro, ho passato un’ora, a camminare, poi un’altra ora in un bar, dove c’ero solo io e la proprietaria. Un caffè doppio, una Fiesta (non avevo mangiato) e il notebook (usare l’Iphone per collegarsi in rete non è la fine del mondo), che avevo nello zaino. E dalla radio del bar vecchie canzoni. Poi la stazione. La foto ai miei piedi, mentre sono (ero) appoggiato a una panchina, area fumatori.
Ieri, sopra, e oggi, sotto, insomma.
Manca quel che resta del giorno.
Due appuntamenti di lavoro, stasera. Una a cena, uno verso le 23.
Dopo, finalmente, un po’ di rete un po’ di lettura. Domani, di sicuro, niente treno.

dalla nostalgia del treno a Yates

Il lavoro di giorno, la scrittura e la lettura di libri e “cose in rete” di notte mi hanno fatto perdere un’abitudine, che rimpiango.
Fino a qualche anno fa, ogni tanto, prendevo un giorno di ferie e poi o salivo sul treno e andavo a Torino (dove avrei fatto i soliti percorsi: Porta Susa, via Cernaia, via Pietro Micca, Via Po, magari il parco del Valentino) oppure prendevo l’auto e, a caso, mi fermavo in qualche paese del Monferrato.
Succedeva sempre d’inverno, va a sapere perché.
D’inverno, avevo voglia di entrare in un bar dove non mi conosce nessuno (oddio, a Torino può capitare che io incontri una vecchia conoscenza, mi è successo, del resto), leggere o scribacchiare qualcosa, poi andare in giro, tra gente che non conosco, senza voglia alcuna di conoscere gente nuova.
Fortuna che c’è sempre la notte.
E comunque: e ora, ma per davvero, che io salga su un treno, o in macchina, un mattino qualunque un po’ grigio e un po’ triste.

Poi. Quando leggo un libro è difficile che io dica, poi.
Ma di Revolutionary Road di Richard Yates qualcosa da dire ho.
Pessimesempio (mi pare) scrisse che il primo capitolo era un gran primo capitolo. Io, che stavo leggendo il libro, pensai che era un bel primo capitolo, punto, ma niente di che.
E invece no: aveva ragione lei: in miniatura c’è tutto il libro (senza anticipare agnizioni o eventi particolari) e c’è, in quel primo capitolo, anche, la vita.
La vita, che è una gran recita, con spettatori che applaudono o fischiano, dipende, protagonisti che son travolti dalle mediocrità altrui, e poi regie varie, più o meno occulte.
Non ci sono eroi o demoni in Yates: c’è l’uomo comune, ci siamo noi. Che camminiamo impettiti, credendo di non esserlo (comuni).
Che sorte hanno coloro che si ribellano alla mediocrità?
Indovinate, o meglio: leggete Yates, che è un gran leggere.
Non ebbe fortuna da vivo, rendiamogli omaggi letterari almeno da morto.
Poi ha ritmo Yates, da giallista, da fumatore di 60 sigarette (uno che ne fuma cinque non può avere il suo ritmo) e benché la sua scrittura non sia difficile usa (bontà del traduttore?) una buon campionario di termini.
Piuttosto. Alla fine, Yates parla di scrittura e, soprattutto, di correllativo oggettivo. Molto, molto meglio i consigli di scrittura (Nel territorio del diavolo) di Flannery O’Connor…

Segnalazioni.
Estinzione coatta è uno dei racconti di A4mani. Rieccolo.
Sul blog di Serino (Satisfiction)  prosegue la discussione sul migliore e sul peggiore libro dell’anno.

il cielo oltre la siepe (e i libri)

La mia stanza è francescana, come dimensioni intendo.
Una cassettiera, due librerie, con 2, forse 3mila libri, quelli che più mi interessano, una scrivania, sempre piena di libri, agende, sigari, tagliasigari, appunti, moleskine, bloc notes, minchiate-varie, una mensola, con pochi libri e qualche oggetto, e qualche foto appesa nello spazio tra la scrivania e la mensola.
La mia stanza è anche fredda, di notte e quando mi sveglio accendo sempre una stufa elettrica ai miei piedi.
La mia stanza ha questo di bello: alla sinistra della scrivania, appena finisce la libreria (parete di sinistra, con me seduto) c’è un portafinestra che dà su un piccolo guardino protetto da una siepe.
E quando mi sveglio e, tazza di caffè in mano vado al pc per vedere la posta elettronica, il pezzo di cielo che vedo lo vedo dietro questa siepe alta, di piccoli cipressi nani (credo, ma non ne sono mica certo).

Questa settimana c’erano dei lavori in corso a casa mia.
Io e il gatto eravamo in crisi nera.
Il gatto, appena arrivavano gli operai, miagolava, andava in cucina su un mobile, in alto, poi vedendo che la casa era sempre più sottosopra fuggiva via, in cortile.
La mia stanza era senza libri, la scrivania senza nulla (solo il modem impacchettato):
Capivo il gatto, lo capivo bene.
Il cane invece non ha patito: l’abbiamo traslocato da mia padre.

 

 

Sta tornando la normalità ora.
Gli operai hanno finito di lavorare, il gatto ha finito di rompere le scatole, solo io non ho finito.
I miei libri son tutti inscatolati, la scrivania è deserta (cose mai viste).
Se domattina voglio bere il caffè guardando “che tempo che fa” dal portafinestra che dà nel piccolo giardino – è diventato un piccolo piacere irrinunciabile: anche perché son solo in casa, con cane e gatto che dormono – devo, oggi, sistemare i libri.
Ri-sistemare i libri. I gialli da una parte, i classici dall’altra, le poesie, una ventina di libri di storia scelti, i contemporanei, i gialli, lo scaffale sacro con i libri di psicologia, Jung, Freud, Klein, Winnicott, Adler…
quelli di medica alternativa, o di yoga…
vado.
buona domenica.
(devo chiedere: son piccoli cipressi o son cipressi nani o cosa sono quei sempreverdi che delimitano il giardino?)

128 battute

Nel blog di Matteo B. Bianchi leggo di un concorso, proposto da Feltrinelli.
Scrivere qualcosa, un miniracconto, un aforisma, qualcosa di furbo (forse) in 128 battute.

La sintesi della sintesi della sintesi, insomma.
Io a volte son cose che faccio: per conto mio.
Quando cerco di immaginare una possibile quarta di copertina o di un mio libro o di un manoscritto che ho letto.

Quando c’è la riunione di redazione, io ai miei giornalisti chiedo sempre uno sforzo: perché la sintesi della sintesi della sintesi di quel che è avvenuto a me serve, poi, per fare i titoli della prima pagina.
Richiesta che resta, nonostante la mia insistenza, inevasa.
Ho sette giornalisti, in pianta stabile al giornale. Età media, quarant’anni (forse un po’ di più).
Nessuno di loro ha un blog, solo da poco tre quattro di loro sono su Facebook (ma è come se non ci fossero).
Insomma: usano la posta elettronica, usano internet, ma su internet ci passano poco tempo. Che coincide col lavoro in redazione.
Son certo, invece, che alcuni collaboratori giovani dotati di iPhone sarebbero più portati: a fare la sintesi della sintesi eccetera.
Insomma: nei giornali – è il lavoro di tutti i giorni – si è portati a fare la sintesi: da 3mila battute a 1100; da 1100 a 450; da 300 a 128; ma da 3mila a 128 – evidentemente – no.

Nella foto (da un iPhone) parte della mia redazione (femminile) durante la chiusura del giornale.

consigli di scrittura

A marzo, in una cittadina del vercellese dovrei fare il mio primo corso di scrittura.
Ho esperienze sporadiche, fino a oggi.
– A volte mi invitano per serate o incontri nelle scuole. Solitamente parlo di libri e giornalismo.
– Anni fa tenni un corso, che genericamente definii di scrittura, in carcere.
– Faccio, quando ho tempo, degli editing alla buona: per posta elettronica.
– A volte, e la cosa mi fa un po’ pensare, si rivolgono a me persone che… hanno seguito corsi di scrittura creativa.
– Poi non so se c’entra, ma come lettore ho segnalato degli autori a una casa editrice; uno è stato pubblicato, uno sta per esserlo, uno sembrava che dovesse, ma poi è arrivata la crisi, e alcuni editori vanno cauti, specie con gli esordienti.
Probabilmente il corso che farò verrà chiamato “consigli di scrittura”.
Mi sta bene, sicuramente, il luogo dove lo farò: una biblioteca.
Credo che i partecipanti o pagheranno una cifra simbolica o non pagheranno niente, e anche questo mi sta bene (nemmeno io prenderò nulla per tanti motivi: perché mi mantengo con altro; perch so mica quanto valore effettivo avranno le mie lezioni, chiedo scusa: i miei consigli).

Intanto a dicembre sono tra i docenti di questa iniziativa.
Parlerò di autoediting.
Consigli, insomma.

sulla rampa dell’ospedale

Ho cinquantamila problemi o cose da fare, ma, per evitare lo stress, uso, quando è possibile, la tecnico del rinvio.
Quarantanovemila997cose le farò a gennaio, febbraio, marzo, nel 2011.

Però certi giorni vado di corsa, giorni intensi, questi, al giornale.
Di notte, invece, leggo e, allo stesso tempo, mi occupo e mi preoccupo di un mio manoscritto.
Diciamo che i miei casini letterari sono comunque boccate d’ossigeno, nonostante le incazzature.

Comunque.
Vado all’ospedale della mia città, qualche volta, di questi tempi, ci vado per lavoro, ma tre giorni fa ci sono andato per ritirare degli esami.
Vado, prima di uscire prendo un caffè al bar interno, esco con gli esami, accendo una sigaretta, mi dirigo verso il giornale.
Faccio una ventina di metri, la giornata è bella.
Vedo due donne. Madre e figlia, suppongo. Perché una è sui vent’anni, l’altra sui quaranta, quarantacinque. Sono ferme, si guardano. Improvvisamente la ragazza scoppia a piangere e abbraccia la madre, che non ricambia: sembra una statua. Ha il volto duro, inespressivo: vedo che fissa il niente, abbassando gli occhi. Fa più male (vedere) il suo volto che le spalle della ragazza:  che, aggrappata alla madre, sembra non poterle controllare quelle spalle, scosse da singhiozzi violenti.
Passo accanto, guardo altrove.
La bella giornata non è una bella giornata davanti a un ospedale.
Infatti.
Attraverso la strada, e mentre ancora sto pensando alle due donne (e a un uomo: piangolo il padre-marito?, mi domando) vedo altro.
Vedo una donna scendere dalla propria auto: ha parcheggiato sulle strisce, ma non gliene frega niente di averlo fatto. Ha fretta, tanta fretta: non chiude, sbatte la portiera, forte, poi, invece di chiudere, quasi corre, in direzione della rampa che porta all’ingresso dell’ospedale. Correndo, quasi sbanda.
Lei procede spedita, sulla sinistra. Le altre due donne sono a destra, dall’altra parte. Ferme. Ci sarà un momento, nella salita che porta all’ospedale, che due dolori, forti, saranno come i punti di un segmento, di disperazione.

Vado al giornale.

come “t’imparo” a raccontare storie

in un commento al post precedente, Enrico domanda

uno che voglia imparare a scrivere, a maturare il proprio stile (che credo in qualche misura sia innato), cosa deve fare? La grammatica si spera la si sia imparata a scuola (e magari all’università), leggere a più non posso aiuta a capire cosa ci piace degli altri, a “contaminarsi”, per così dire, ad ampliare il proprio vocabolario, ma per imparare a creare un intreccio? A scrivere una storia? Ci saranno degli schemi, ma se non li si rompe si rischia di scimmiottare sempre qualcuno. D’altra parte se non li si conosce è difficile romperli in modo consapevole. Ci sono dei corsi di scrittura, ma si otterrà lo stesso risultato che, per esempio,  seguendo un corso di informatica (che ti garantisce che alla fine almeno il PC lo saprai accendere)?
Ho trovato nella rete alcuni siti molto interessanti e ben fatti che aiutano a capire come revisionare un testo in modo professionale e migliorarne la scorrevolezza, ma non credo basti questo. Vorrei qualche consiglio, non solo da Remo, ma anche da lui,  perché scrivere mi piace, anche se non ho l’ambizione di diventare scrittore. Sono troppo timido per prendermi la responsabilità di presentare un mio testo!
Ciao e grazie.

Provo a rispondere ricorrendo (come faccio spesso) ad altro, premettendo che sulle scuole di scrittura non si può fare di tutta un’erba un fascio; io un corso con Pontiggia l’avrei fatto (e qualcosa si trova in rete), o con Parazzoli; diciamo che è come se l’avessi fatto, con un docente di letteratura, Mario Ricciardi (1990, facoltà di Lettere, Torino). Per anno ci spiegò il primo capitolo de I Malavoglia di Verga e mentre ci spiegava quel primo capitolo noi studenti a dire, E quando passa al secondo? C’era già tutto, de I malavoglia intendo: nel primo. Nel primo capitolo Verga già stabilisce un patto col lettore, indicandogli le strade che seguirà.
Dico solo,e poi passo alla risposta (o forse alla non risposta) che uno (dico uno, tra mille) dei grandi problemi che si affronta scrivendo si chiama dosaggio.
Quando parlo di un personaggio quante pagine gli dedico, quante cose dico su di lui, e soprattutto (e soprattutto…) quando lo dico?
Non c’è una risposta.
La risposta è: se si impara a dosare ci si fa leggere, altrimenti chi ci legge s’annoia.
A volte (scusate, la risposta deve ancora arrivare) la gente magari saprebbe scrivere, ma non lo sa.
Lo ripeto per la centesima volta, credo.
Mi è successo di ricevere mail di persone che mi hanno conosciuto tramite questo blog. Mi scrivono e si raccontano, e magari quando si raccontano dicono (scrivono) cose che sono leggibili, non foss’altro perché sono semplici.
Poi mi dicono: Possa farti leggere un mio racconto?
Va bene, dico.
Arriva il racconto e faccio una scoperta: che le mail erano meglio. Questo perché la gente, tanta gente, pensa che quando si scrive si deve stupire con effetti speciale.
Macché: quando si scrive una storia bisogna solo saperla raccontare una storia. E non è facile, perché è un po’ come per le barzellette: stessa barzelletta, quasi le stesse parole, c’è chi ti fa ridere e chi no.
Provo a dire: le storie devono avere un orecchio e una voce.
L’orecchio: bisogna farselo, leggendo libri e leggendo la vita. Dicono che Piero Chiara ascoltasse storie nei bar di Luino, forse è vero forse no: di sicuro, se uno si mette ad ascoltare storie di vita, si fa orecchio.
Se uno, invece, le storie le impara dalla TV, dai fumetti… abbiamo dei libri del cavolo, o dei manoscritti del cavolo.
Poi, dopo l’orecchio (che vuol dire esercizio, e che presuppone anche l’occhio: e l’occhio dello scrittore dovrebbe vedere oltre, andare al di là) ci vuole Voce.
La parole che si scrivono: leggetele ad alta voce e capirete molto della vostra scrittura. O qualcosa.

Provo a rispondere, ora.
Ricorrendo a Eduardo De Filippo.
C’è un vecchio filmato negli archivi della Rai. Eduardo che insegna teatro a dei ragazzi. Arriva un giornalista, appunto, della Rai, e gli domanda: Qual è il segreto per diventare attori?
Avrebbe potuto rispondere, il grande Eduardo, così: Basta frequentare una scuola valida, io, Gassman, Strheler, e invece disse altro.
Disse, sono tanti i ragazzi che mi domandano, come faccio a diventare un attore?
Disse, e io rispondo a tutti, figlio mio, devi saperlo tu, sono le cose che hai dentro che ti fanno diventare un bravo attore.

Ecco il punto di partenza io credo sia questo: avere qualcosa dentro, non da raccontare, altrimenti è pura noia; avere qualcosa dentro che sia uno strumento per leggere e scrivere la vita degli altri.

Poi, piccolo trucco che consiglio anche agli imparati: se volete cercare di carpire qualche piccolo segreto dei grandi scrittori leggete ai due all’ora, leggete e rileggete la stessa pagina, interrogatela la pagina, magari, se avete tempo, provate a scrivere delle frasi: che poi magari vi accorgerete che tanti scrittori per raccontare usano un’arma, che è quella della semplicità.

Scusate, come al solito la fretta, Oggi insalata di riso, mentre postavo.