un futuro senza carta

Questo articolo di Loredana Lipperini va letto, senz’altro.
Come va letto quest’altro articolo di Luca De Biase.
Gli e-book, insomma, sono il nuovo che avanza e, contro il nuovo, c’è niente da fare.
Nel pieno possesso del mie poche facoltà dico però che questo nuovo che avanza mi fa pensare a venti, trent’anni fa: e dico che sarebbe meglio tornarci, da quelle parti, potessimo.
E comunque.
Ogni mattina, quando mi sveglio, ho un alcuni rituali.
Per esempio: mentre preparo il caffè leggo gli sms, difficile che non ne abbia; dalla banca, agli amici, ai colleghi, a quelli che mi mandano un messaggio e non essendo in rubrica e non essendo il messaggio firmato mi costringono a rispondere chiedendo: Chi sei?
Poi con la tazza di caffè vado davanti al pc.
Fortuna che alla mia sinistra c’è un portafinestra che dà sul giardino: vedo anche un po’ di verde. A volte devo uscire, cacciare un merlo, altrimenti il mio gatto gli fa la festa.
L’altro rituale è, insomma, lettura della posta elettronica bevendo il caffè e fumando la prima sigaretta (sperando che nessuno mi chiami sul cellulare).
Grande invenzione la posta elettronica. La vigilia del Natale dell’anno passato l’ho trascorsa, dalle 10 del mattino fino alle 19, a inviare auguri e rispondere.
Figata.
Soprattutto quando mi sono accorto che non avevo fatto gli auguri ad alcune persone che mi stanno particolarmente a cuore, due di loro, per esempio, hanno però un grave torto: usano, per gli auguri, ancora il vecchio bigliettino.
Ma dove cazzo vivono?
Vivono, credo, dove vorrei vivere io.
Giorni fa sono andato a presentare i miei libri (che in libreria non ci son più, ma tant’è: se mi invitano io vado lo stesso) a Bianzè, centro del vercellese con 2100 abitanti.
Mesi fa, invece, sono andato in un paese alle porte di Vercelli, si chiama Villata.
Mesi prima ero andato a Sermide, dalla blogger Colfavoredellenebbie.
Cosa ho visto in questi centri, in questi piccoli paesi: che la gente cerca ancora di vedersi, magari la sera.
A Bianzè, per me, che sono uno scrittore di serie C, c’erano cinquanta persone; a Sermide, settanta; a Villata ce n’erano cinquanta e mentre presentavo La donna che parlava con i morti sentivamo della musica: c’era la banda del paese che faceva le prove in una stanza non lontana.

E appena usciti siamo andati al bar, anzi no, in uno dei due bar del paese: pieni di gente. Gente anche giovane, come quando ero ragazzo io (ed era quasi mezzanotte).
A Vercelli e nelle grandi città la sera è una desolazione: pochi bar, poca gente, un solo cinema, ché il futuro che avanza impone la chiusura delle piccole sale e ti costringe a salire in auto verso la multisala più vicina.
Chi non va alla multisala ricorre a e-mule o a un rivenditore di cassette, se ce l’ha sottocasa.
L’ho già raccontato ma lo riracconto.
In un libro di Asa Larsoon, Tempesta di fuoco, c’è un raccontino che non dimenticherò.

La protagonista del libro è ospite di un amico; in casa ci sono dei bimbi che vivono con la testa nel computer.
L’amico, sconsolato, racconta alla protagonista che questi bambini non vogliono stare all’aria aperta, a loro non interessa, nel modo più assoluto.
Tant’è che un giorno – dice l’uomo alla protagonista – li ho sbattuti fuori di casa e ho detto loro, Giocate o fate quello che volete, ma state qui, sotto il cielo e tra il verde, e il computer ve lo faccio vedere solo se piove.
L’uomo poi era rientrato in casa ma, dopo un po’, si era preoccupato: ché da fuori non veniva il classico vociare dei bimbi che giocano.
Quando sono uscito – racconta l’uomo – li ho visti in cerchio, seduti: stavano pregando affinché piovesse.

Una mia amica mi ha detto che in Inghilterra passa ancora il lattaio, a richiesta.
Alcune ragazze giovani che collaborano con il mio giornale non hanno un blog, non sono su face, e se usano la posta elettronica lo fanno perché costrette: i sistemi editoriali dei giornali oggi vanno avanti con la rete e, appunto, la posta elettronica.
Una di loro, due anni fa, mi ha scritto una lettera, su carta.
Scusa ma preferisco così, perché quando scrivo mi piace sentire il profumo della carta, ho letto.
Quando vado a Cortona o in Puglia vedo che, soprattutto nelle sere d’estate, i ragazzi si ritrovano ancora in piazza, come una volta.
Un piccolo mondo antico che tra qualche anno sparirà, del tutto?

Torno agli e-book.
Quello che scrivono la Lipperini e De Biase è più saggio di quel dico io.
Però la storia degli e-book io l’avevo già sentita, per esempio dall’editor di una casa editrice, anni fa.
Abbiamo investito trecentomila euro e fatto un buco nell’acqua, mi disse.
Bene, pensai. Avete fatto un e-buco.
Me lo disse a Torino, raduno di blogger: c’era la grande novità di Lulu…
Negli Stati Uniti, si sa, i grandi giornali stampano sempre meno copie. Ma resistono i giornali locali.
Da quello che so (dai produttori di carta e dalla tipografie) le cose vanno così anche in Italia.
Eppure sono anni che sento dire che il giornale su carta è destinato a finire.
Nel blog della Lipperini, poi, è intervenuto un libraio. Che dice: Il vero problema è che in Italia non si legge, tant’è che io chiuderò. Dovrei cercare (sono dati che ho in redazione) un sondaggio (mi pare della Fieg) dell’anno scorso. Dice che aumenta ogni anno il numero di libri comperati nei supermercati e negli autogrill (dice anche che sta aumentando la vendita on line, dice anche che il 55 per cento dei compratori di libri è donna sopra i 45 anni di età che, appunto, acquistano libri nei supermercati).
Dico la verità:  leggo sul problema carta sì, carta no, ma con distrazione.
Non dovrei: come direttore di una testata locale e come scrittore non dovrei; dovrei pensare al futuro, cercare di interpretarlo.
Per la verità il futuro mi preoccupa: che aria respireremo tra vent’anni?
Tra vent’anni, forse, sarà impensabile vedere una persone che legge un libro sulla panchina di un parco.
Sarà per la carta o per i veleni?
(Dimenticavo: a Bianzè, un gruppo di giovani donne, oltre a invitar scrittori ha deciso che una sera a settimana, almeno, la biblioteca debba restare aperta.
Finché c’è vita c’è speranza, insomma).

il grigio-triste

Tra mezz’ora parto, vado in un paese del circondario, mezz’ora di macchina, si chiama Bianzè questo paese.
Sono ospite della biblioteca in qualità di scrittore ma dal momento che Bianzé è “sotto la giurisdizione” del giornale che dirigo i pochi o tanti che verranno, verranno anche perché io dirigo, appunto il giornale locale (che – chi si loda s’imbroda ma va bene lo stesso – in queste zone vende venti volte di più di quel che vendono i vari Corriere della Sera o Repubblica).
Dovrei, credo, rivedere un mio compagna di scuola, stasera.
Son trent’anni che non lo vedo.
Lui, quando facevamo le superiori era bravo in tutto, tutti otto, sette quando non era in forma. Mai un rimprovero, bravo anche in religione e ginnastica. Silenzioso, stava all’ultimo posto.
Giocavamo a pallone insieme: io riserva, lui titolare.
Due volte la settimana andavo a prenderlo, lo caricavo in bicicletta e, la sera, andavamo ad allenarci, in periferia.
Lo caricavo volentieri, e anche se dovevo fare (anche) un cavalcavia lo facevo volentieri; un po’, mentre pedalavo in salita, pensavo, “così mi rinforzo i muscoli”, un po’ mi stava simpatico quel ragazzo alto e silenzioso, che viveva nell’ospizio.
Quando arrivavo a prenderlo, e lui, sempre puntuale si faceva trovare dabasso, vedevo i più piccoli, ragazzini di sei, sette, otto anni: in fila per due, tenendosi per mano, come carcerati facevano il giro del cortile, sotto l’occhio attento di un assistente. Tutti vestiti uguali, tristi, a testa bassa.
Quando penso al grigio-triste, ri-penso a quelle immagini.(ché la nebbia e il buio sembravano più intensi, duri).
E al sorriso del mio compagno di classe.
Dài andiamo.
Andiamo.
E si fischiava, o De André o De Gregori, poi, in due su una vecchia bicicletta con solo il freno davanti e, rigorosamente, senza luci.

la scrittura non si insegna, ma

Morì a 66 anni per enfisema polmonare; una morte forse cercata, dal momento che, ricordano i suoi biografi, fumava all’incirca 80 sigarette al giorno.
Sto leggendo Revolutionary Road, di Richard Yates, edito da Mimium Fax.
(E’ la mia lettura notturna, un’ora e mezzo almeno; durante il giorno, a spizzichi e bocconi, sto leggendo Asimov e la Yourcenar, di cui avevo letto niente, finora; e la scrittura della Yourcenar incanta).
Comunque, a proposito di Yates, alcune considerazioni veloci.
La prima. Uno dei più grandi scrittori americani, autore di quanti libri, sette, otto?, vendeva poco o niente, al massimo 12mila copie.
La seconda. Nei suoi libri Yates metteva sempre se stesso, metteva sempre la famiglia, metteva sempre il suo mal di vivere, segnato dal divorzio dei suoi genitori, e anche dalla sua vita sentimentale, precaria come la situazione delle sue tasche: divorziò pure lui, due volte.
La terza. Insegnava scrittura ma non credeva che la scrittura potesse essere insegnata.
La quarta. Citava sempre due libri, due capolavori: Madame Bovary di Flaubert, e Il Grande Gatsby, di Scott Fitzgerald. Ecco, Yates diceva che se era diventato scrittore lo doveva a Il grande Gatsby e, questa, è una grande frase, sui cui riflettere, e da accostare alla sua convinzione che la scrittura non può essere insegnata.
Ma ognuno di noi, evidentemente, ha antenne o può avere antenne: tutto parte dal proprio vissuto?

Conte non avrebbe avuto paura

Pensava, la bambina, che suo padre fosse come un cavaliere: senza macchia e senza paura.
O comunque coraggioso: come Conte, che non era né nobile né un guerriero a cavallo, era il loro cane Conte, un bracco sempre pronto ad attaccar briga ma coi cani di grossa taglia, ma mai, mai un’aggressione a quelli piccoli.
Se un cagnetto gli ringhiava, faceva finta di niente, lui.
Era un Conte per davvero, insomma, il loro Conte.
Che non era in ferie con loro, quella volta.

Appena arrivati, si erano sistemati in una pensione vicino alla grande piazza che dà sul mare; e mentre la madre tirava fuori gli indumenti dalle valigie, il padre disse alla figlia, che aveva undici anni: Vado al bar, vieni?
Lei, contenta, disse sì: le piaceva andare in giro con quel padre senza macchia e senza paura.
Il suo eroe.
Erano i giorni, quelli, in cui lui le diceva delle ingiustizie, e che bisogna ribellarsi sempre, e che i peggiori non sono nemmeno quelli che le fanno, le ingiustizie, ma quelli che non fanno niente, e tacciono.
E lei incantata lo stava ad ascoltare.

Vanno in un piccolo bar.
Il primo che trovano, il più vicino.
C’è tensione, dentro, insieme all’odore di caffè, buono.
Il padrone del piccolo bar, giovane e simpatico (lo scopriranno nei giorni successivi che è simpatico), è alle prese con un ubriaco insistente e petulante e noioso, vuole ancora da bere, canta, non vuol pagare, prende in giro il proprietario.
Arrivano due vigili, li avrà chiamati qualcuno, chissà.
Hanno il manganello e lo debbono usare: perché l’ubriaco appena li vede cerca di spintonarli fuori, inveisce, urla, insulta.
Lo sbattono per terra, lo immobilizzano.
La bambina pensa: bravi.
Poi, uno dei due vigili sferra un calcio all’ubriaco, poi un secondo calcio, poi un terzo, poi, dal momento che l’ubriaco invece di chetarsi gli sgrida Stronzo, va oltre: e comincia a dargli colpi col manganello, e uno e due e tre, e l’ubriaco adesso non grida più, non fa più lo sbruffone, ma dice Ahi, poi piange come un bambino, dice Basta, Basta, e anche l’altro vigile dice al collega Basta, e anche suo padre, vede la bambina (ed è contenta di vederlo), dice anche lui Basta e si avvicina, e la bambina pensa che adesso il suo papà salverà il povero ubriaco, non starà con le mani in mano come il proprietario del bar e il vigile numero due, e invece, invece, non fa niente nemmeno suo padre, perché il vigile infuriato gli ha puntato, per un attimo, il manganello sotto la gola, e dopo avergli detto Stai lontano riprende a battere colpi sulla schiena dell’ubriaco, manco fosse un tappeto, finché l’altro vigile si scoccia, e strattona il collega, lo porta via, e la bambina, delusa, guarda suo padre e gli dice, Torniamo in albergo, e mentre tornano lei pensa a Conte, a quando mette la coda in mezzo alle gambe perché c’è un tuono e ha paura, ma non ha paura Conte, non avrebbe avuto paura, lui.

roma per le strade (e per i bimbi del policlinico)

Nei momenti di splendore di questo blog (sempre un post al giorno, 500 o 600 visitatori quotidiani) (prima insomma dell’avvento di facebook) io avevo l’insana abitudine, ogni tanto, di segnalare altri blog, altri post, cose varie dalla rete, insomma.
(Sezione che nel vecchio blog avevo intitolato Andate a vedere, e qui, invece, Segnalazioni).
Insana perché: perché a un certo punto ho cominciato a ricevere mail, con sollecitazioni. Sempre più.
C’era sempre qualche angolo di mondo dove avveniva qualcosa, da segnale.
C’era sempre un libro di un amico da segnalare. Un post che più post non si può. Un’ingiustizia. Una firma da mettere.
Allora, sia chiaro: tante segnalazioni sono contento di averle fatte, son contento che qualcuno mi abbia chiesto di.
Ma a volte è un po’ come quando ti chiedono una moneta per strada: tu dai una moneta a uno, due, tre ma non puoi darla a tutti.
A volte sei di fretta.
Insomma, segnalo, a volte, ma segnalo sempre meno anche perché è diminuita la mia presenza in rete.
Comunque, una segnalazione, oggi mi sento proprio di doverla fare.
Un’antologia di racconti su Roma.
E’ tutto spiegato in questi due link, dal blog di Enrico Gregori.
Sul libro.
Sulle finalità.
(E un saluto, infine, a tutti gli autori che conosco e che hanno partecipato all’antologia).

l’uomo del latte

Entra, saluta tutti, sorride in modo strano.
Sorride come sorride chi ha da fare tante cose, ma con serenità.
Dice: Una bottiglia di latte fresco, grazie.
Gli rispondono: Non ce n’è, non si vende più il latte fresco in bottiglia.
Lui cambia espressione e, sulla fronte, si formano mille rughe di dispiacere.
Ma dura un attimo.
Va bene, dice, di nuovo con quel suo sorriso strano, e poi aggiunge: Ora vado in Comune, devo registrare la morte di mia moglie, ho un po’ di fretta scusate.
Arrivederci, gli dicono.
Sanno che tornerà domani, a cercare il latte fresco.
Da anni lui è così: con quel suo sorriso strano, di chi ha tante cose da fare, ma con serenità.

io per esempio odio il mercoledì

certi anni son bisestili anche se non lo sono, e certi giorni è come se ci fosse il morto anche se non è morto nessuno.
o forse, forse, è solo che manca troppo, ancora, a febbraio, ché febbraio, anche se piove, è un mese in collina: s’intravvedono colori, e anche un po’ di mare.
febbraio, poi, è come il venerdì e il venerdì, da quando han pensionato la donzelletta che vien dalla campagna in sul calar del sole, è un gran giorno, un signor giorno: io per esempio odio il mercoledì.
è il giorno più democristiano della settimana, va d’accordo con tutti e con tutti inciucia, il mercoledì.
ai fedeli, poi, il mercoledì raccomanda una scopata (col permesso del signor ogino knaus) ché in tele non c’è niente.
la domenica, invece, sa di campane e noia, si sa.
e comunque: forse, certi anni bisestili (almeno lo sai) son meglio di quelli che vengono dopo e, firmando autografi, si credono chissà chi.
uno dovrebbe far finta di niente, magari mettersi a dieta, ma è dura in questi tempi di crisi.
si sa mica cosa pensare, di questi tempi.
com’era verde la mia valle, com’era verde l’eskimo perché a vent’anni si è stupidi davvero, come eravamo.
chissenfrega, dopotutto, dico.
e no, no: eravamo.
zampe di elefante, un giornale sotto il braccio e due sogni in offerta speciale, cazzo.
eravamo… quattro amici al bar?
sì, eravamo, magari non come barbara e red, ma eravamo.
boh.
e vaffanculo agli anni travestiti da normali ma bisestili nell’animaccia: portano sfiga a tradimento.
peggio di bruto, giuda e dei mercoledì. ecco

la scrivania con due OT

quello che vedo, ora.
il portatile domina la scrivania, non foss’altro per un plico di carta che gli ho sistemato sotto, così evito di ingobbirmi e urlare poi per il mal di schiena, oltre il portatile un casino indescrivibile: cd senza custodia, custodie senza cd, custodie con cd, sigar, un pacchetto di esportazioni senza filtro che comperai nel 2003 quando scrissi Lo scommettitore (le fumava, lui), una boccetta di vetro con pastiglie di Depakin, che è un farmaco antiepilettico, ne soffriva di una leggera forma mio fratello, ne ho sofferto di una leggera forma io e, quella scatola, che presi tra le sue cose quando mio fratello morì, la porto con me, per metterci i farmaci intendo, quando vado via, e poi e poi: agende varie dove ho preso appunti che non ho riletto da anni e che non m’interessa di rileggere.
Poi: un modem Tiscali nuovo nuovo che non sono riuscito a far partire (la chiavetta Telecom va bene, quindi).
Altre cose che intravvedo: una vecchia macchina fotografica, acquistata nel 1980, forse è ora che ne prenda una digitale, o forse no: non mi piace fotografare, non mi piace essere fotografato.
OT
Però vorrei tanto avere una foto che fu scattata e che rifiutai, dissi, No grazie: 26 giugno del 1991, Torino, discuto la tesi di laurea. Con me ci sono mia sorella Silvia e mia figlia Sonia. Penso di essere elegante: pantaloni grigi ben stirati, camicia a strisce. Il mio docente (Narciso Nada, storia contemporanea) appena mi vede mi dice: Anche oggi doveva venire vestito come un sessantottino?
Ecco, rimpiango di non avere una foto con Nada, mia figlia, mia sorella e quel mio essere elegante ma che sembrava un elegante sessantottino (Io a Nada avrei voluto dire che comunque l’eskimo d’ordinanza ce l’avevo avuto sì, ma blu, perché tutti ce l’avevano verde e a me non andava di vestirmi come tutti).
Comunque: presi 110, bontà della commissione. Fine dell’OT, proseguo con la scrivania e quel che c’è, davanti ai miei occhi.

Poi c’è la parete, piena di foto ricordo, piena per modo di dire: sei quadretti con vecchie foto più una riproduzione di un quadro di Gino Severino (La maternità), più un pierrot, acquistato a Venezia nell’estate del 1990.
Sopra i quadri una mensola.
Parto da sinistra.
Una stecca di gitanes senza filtro e due pacchetti di sigari, sistemati sotto; davanti alla stecca la riproduzione della statua che, dopo il Perseo di Cellini, amo di più: L’ombra della notte.
Procedendo. Una foto mia con mia moglie Francesca, quindi una pila di libri, che sono:
Continente Nero, di Augusto Franzoj; Un ribelle nel continente nero, Augusto Franzoj; Un viaggiatore in braghe di tela,  Felice Pozzo; Autobiografia di una rivoluzionaria, Angela Davis; Prose scelte, di Giuseppe Giiusti; Poesia, di Antonia Pozzi…

Basta, mi fermo, mi fermo e mi soffermo su Autobiografia di una rivoluzionaria, di Angela Davis.
OT, numero due.
Estate del 1982, sono a Follonica con la mia prima moglie, mia figlia che è piccola, mia cognata e mio cognato e loro figlio.
Leggo un libro al giorno, quasi con rabbia: perché so che quando ricomincerò a lavorare in fabbrica ne leggerò uno al mese, se andrà bene.
Ho ventisei anni, ormai l’idea di iscrivermi in università è non dico accantonata ma quasi; ogni tanto ci penso, volevo lavorare e studiare, ma poi tra sindacato, una figlia piccola e otto ore di lavoro il tempo dove lo trovo?, penso.
Mentre gli altri vanno in spiaggia io leggo, all’ombra della pineta di Follonica, Angela Davis.
Non voglio parlare, ora, né di lei né del libro.
Ma voglio spiegare perché è lì, tra i libri nella mensola, a portata di mano, o meglio, a portata di ricordo.

Mentre leggo mi domando: allora, se è vera questa storia è vero che Angela Davis riusciva a studiare benché braccata dalla polizia, benché impegnata a fare mille cose.

Torno alla mensola, ci sono altri libri, altri oggetti.
No, mi fermo.
Va bene così, forse.

scrivere a tempo pieno?

Spesso dico che vorrei lasciare la professione di giornalista e mettermi a fare lo scrittore a tempo pieno.
Dico questo perché son reduce dalla lettura di alcune discussioni in rete, appunto, sul ruolo dello scrittore.
Prima di dire cosa mi piacerebbe fare, appunto per essere uno scrittore a tempo pieno, ecco alcune considerazioni, così da chiarire meglio cosa penso.
Io penso che l’editoria sforna ciò che è commerciale, in primo luogo. Da sempre. Oggi più di ieri. E quindi io parto da un sospetto, questo: chi arriva alla pubblicazione è funzionale anche all’anima commerciale dell’editoria e quindi chi non arriva alla pubblicazione perché non funzionale chi mi dice che non sia più bravo di me, Giordano, Saviano, Scarpa e migliaia d’altri che oggi sgomitano attendendo di venire pubblicati, osannati, premiati?
E’ per questo motivo che io vorrei fare lo scrittore a tempo pieno e certe volte mi definisco scrittore ma tante volte mi trovo a disagio nel pensarmi o definirmi scrittore.
E comunque.
Io scrittore lo vorrei fare, dicevo prima, ma a tempo pieno. Vorrei insomma avere del tempo, tempo per:
salire su un treno, andare in un bar di periferia, leggere vecchi giornali, studiare, andare a fare la spesa, andare a un concerto, andare a una gita organizzata che costa venti euro, andare in un tribunale, andare nelle sale d’aspetto, parlare con qualcuno con cui vorrei parlare, che mi racconti, o, per converso, camminare e basta, senza dover parlare con nessuno.
Sono alcuni esempi, potrei continuare.
Però non posso, ora come ora.
Anche se uno dei miei libri ha venduto molto bene (La donna che parlava con i morti) con la scrittura non ci caverei 1200 euro al mese per campare, e così continuo a fare un lavoro che certi giorni mi piace e certi giorni no e che continua a elargimi doni: il giornale (locale) che dirigo vende (nonostante la crisi), il mio giornale è combattivo (alla faccia diquerele e attacchi), i lettori mi sono affezionati – non tutti, chiaro-, i miei giornalisti lavorano con passione.
Ma, ora come ora, non ho nulla, ma nulla nulla, da raccontare.
Certo, posso pensare e sperare di fregiarmi del patentino di scrittore.
Forse La donna che che parlava con i morti avrà un’altra ristampa, magari in economica.
Presto (o tardi) dovrebbe uscire Bastardo posto.
Ho un nuovo libro (o Di bestemmie e folli amori o Vicolo del precipizio, uno dei due titoli va bene) in lettura da alcuni editori, grandi e piccoli (uno piccolo mi ha già risposto che non rientra, eccetera).
Ho la speranza che qualcuno (forse all’estero) mi ristampi Il quaderno delle voci rubate (magari con il titolo Il bar delle voci rubate).
Ma se anche tutto questo dovesse accadere entro i prossimi sei mesi io non mi sentirei più scrittore di oggi o di ieri l’altro.
Magari va a rotoli tutto, chissà.
Comunque.
Ho le batterie scariche, insomma, da ricaricare.
(Poi magari, dovessi ricaricarle, le pile, magari continuo a fare il giornalista, magari il giornalista e non il direttore; anche facendo cronaca si “legge” il mondo; solo che oggi, sempre più, i giornalisti leggono dispacci di agenzia e alzano poco il culo).

Dell’essere definito o meno degli altri scrittore poco mi importa. Quando lavoravo e studiavo in fabbrica ero quello che studiava e in università quello che lavorava in fabbrica. Quando torno al mio paese, Cortona, sono un piemontese, qui in Piemonte sono Toscano, sembra. Così è se vi pare (insomma).

Poi. Ho un grande rimpianto. I ricordi della fabbrica: son troppo sbiaditi. Vorrei, mi piacerebbe, sulla fabbrica. Avessi tempo lo farei: ascoltando però i raccondi dei vecchi operai. La fabbrica negli anni Sessanta, quella con le guardie che controllavano e con il licenziamento facile. E i morti sul lavoro, e il malsano, che erano soldi dati agli operai che lavorano con sostanze cancerogene, e dei reparti dei cornuti: quei reparti – di lavorazione chimica – dove agli operai si “rinsecchivano i coglioni”, mi racconta mio padre, e quindi, pur di lavorare per campare, rinunciavano al sesso.

falsi profili su facebook

(Tratto da Ilsole24ore; penso possa interessare…)

Creare falsi profili sui social network può costare caro. Il reato di sostituzione di persona è punito con la reclusione fino ad un anno ed è procedibile d’ufficio. Ma non finisce qui. Se l’autore va oltre, pubblicando frasi offensive che possono ledere la reputazione di chi è clonato, può configurarsi anche il reato di diffamazione aggravata. Alla responsabilità penale, poi, si aggiunge quella civile. Il danno all’immagine nei confronti di un personaggio dello spettacolo può raggiungere cifre considerevoli da valutarsi in relazione ai singoli episodi. Sfuggire alle conseguenze di una «goliardata» nata per gioco non è così semplice. Chi si iscrive a facebook, anche se non rende pubblici i propri dati, lascia una traccia di sé. Come un indirizzo mail da cui possono partire le indagini della polizia postale. Se l’autore non ha usato strumenti di anonimato, risalire alla sua identità può essere agevole. Se, invece, l’autore utilizza server collocati all’estero, in cui sono assenti validi accordi o prassi di cooperazione, l’identificazione può essere molto difficile. Ma, in genere, a utilizzare falsi profili di personaggi famosi sui social network sono navigatori non così esperti o pericolosi. Lasciano spesso tracce nel web, facilmente individuabili dalla polizia postale. (ilsole24ore)

mi nasconda la notte (Sandro Penna)

Mi nasconda la notte e il dolce vento.
Da casa mia cacciato e a te venuto
mio romantico antico fiume lento.

Guardo il cielo e le nuvole e le luci
degli uomini laggiù così lontani
sempre da me. Ed io non so chi voglio
amare ormai se non il mio dolore.

La luna si nasconde e poi riappare
– lenta vicenda inutilmente mossa
sovra il mio capo stanco di guardare.

Sandro Penna

scrivere cose stupide

Nella “pancia” di questo blog, dentro insomma, c’è scritto che in poco più di un anno e mezzo di vita sono stati pubblicati 506 post (con 8194 commenti).
Potevano essere 600 e più i post: sempre nella “pancia” di questo blog ci sono più di cento articoli: interrotti; oppure: da rileggere; oppure: non pubblicati.
Succede questo: scrivo e poi mi sento una voce che mi dice: quello che hai scritto è stupido, taci che è meglio.

Certi giorni avrei voglia di scrivere di e di.
Poi dico no, meglio scrivere di lacrime, di problemi seri e veri, mettiti a urlare Remo, mi dico.
Certi (tanti) giorni mi sembra stupido anche urlare.

Il blog, già.
Poi ci sono i miei libri.
Uno che deve uscire non so quando (e che ritengo il mio miglior libro) per la Newton Compton,
Uno che invece è in lettura presso alcuni editori, grandi o piccini.
Poi ho un’altra cosa che bolle in pentola, ma dico niente per scaramanzia.
Cosa mi ha spinto ha scrivere sei romanzi, quattro pubblicati (Quaderno delle voci rubate; Dicono di Clelia; Lo scommettitore; La donna che parlava con i morti), uno che deve uscire (Bastardo posto) e uno in lettura (due possibili titoli: o Di bestemmie e folli amori, oppure Vicolo del precipizio)?
La stessa cosa che mi ha spinto, soprattutto nel precedente blog, a scrivere: avevo storie, soprattutto di altri. Spesso rielaborate, perlopiù rielaborate (più nei libri che nel blog che il blog, a volte, tende a essere diario).

La mia vita, da quattro anni, scorre dietro due scrivanie: quella del  giornale e poi di notte quella del mio piccolo studio.
E se guardo il mio passato provo un po’ di rabbia: perché il passato è fatto di nebbia che s’infittisce sempre più, se non si aguzza la vista, e io, spesso, non l’ho aguzzata.
Mi mancano i giorni della fabbrica, mi mancano i giorni passati in un bar senza clienti così potevo leggere e scrivere, mi mancano le notti da portiere di notte, mi manca la vita vera da raccontare e maledico, oh sì quante volte li maledico, il blog, la rete, la posta elettronica.
Stavolta posto, ma in fretta: non vorrei sentire una voce che mi sconsiglia di farlo. E mi dice che è molto cretino quello che.
(E nessuna verifica ortografica: se ci sono errori, ci sono errori).