… continuo a credere che tra un romanzo e l’altro sia necessario inserire un pezzo di vita; mi pare che ogni romanzo debba essere scritto da una persona leggermente diversa
Ian McEwan
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il tempo è
Anni fa, nel portafoglio, avevo sempre una lametta da barba (di quelle che non si usano quasi più, da inserire nel rasoio). Era ben nascosta, dentro la patente. Mi serviva ogni tanto, per tagliare in due i sigari toscani. Andava tanto bene la lametta, perché mai avrei dovuto spendere 5, 6mila lire per un bel tagliasigari?
Meglio, pensavo allora, spendere gli stessi soldi per andare al cinema, comprare un libro, andare in pizzeria.
Ho tre tagliasigari, oggi. Uno, il più bello, me l’hanno regalato i miei colleghi, gli altri due, dal costo di 3 e 4 euro, invece li ho comperati. Posso permettermi, oggi (dieci anni fa no, ma oggi sì) di spendere 3 o 4 o 20 euro senza pensare che, così facendo, sto rinunciando a un libro, un cinema, una pizza.
Però succede questo succede.
Ho tre tagliasigari, certo, così uno potrei tenerlo sempre nello zainetto che porto appresso, l’altro potrei tenerlo al giornale, l’altro a casa, sopra la scrivania, a disposizione per le mie notti insonni (o meglio, dagli orari strani).
E invece succede che me ne ritrovo o tre in redazione o tre sulla scrivania, perché tanto, mi dico (stupidamente) quando ne uso uno, ne ho tre quindi.
Certo, sono disordinato, sono servite a niente le sgridate che mi dava mia madre perché perdevo sempre ombrelli biro quaderni e quant’altro, e questo incide, certo che sì.
Ogni tanto, anzi no: spesso, qualcuno mi chiede dove io trovi il tempo per scrivere.
Allora, è un po’ come per i tagliasigari, credo.
Quando a ventisei anni mi iscrissi all’università quando ce l’avevo il tempo per studiare? Allora, 8 ore di fabbrica più pullman per andare e pullman per tornare dalla fabbrica, più doccia, in tutto fa dieci ore. Dalle 13 del pomeriggio (facevo il turno fisso, 14-22) alle 23.
Poi c’era, appunto, l’università.
Sveglia alle 6 e 30 del mattino, colazione, poi via in bicicletta o a piedi (d’inverno) alla stazione, poi treno (45 minuti, 50) da Vercelli a Torino, poi autobus (linea 55 o 56, me ricorderò sempre, oppure il tram, il 18) dalla stazione di Porta Susa a Palazzo Nuovo, quindi due ore di lezione (Geografia storica e Storia romana il lunedì, martedì, mercoledì; Psicologia dinamica e Letteratura italiana il giovedì, venerdì, sabato), quindi ancora pullman da Palazzo Nuovo a Porta Susa dove, alle 11 e 50, mi attendeva il treno che mi avrebbe portato verso casa.
Non persi un giorno di lavoro (solo i tre, previsti dal contratto, prima di dare un esame), non persi una lezione.
Allora, quand’è che studiavo. Ogni volta che avevo dieci, venti muniti di tempo, un’ora. Un’ora o due di notte, dieci minuti aspettando il treno, dieci minuti in fabbrica, di nascosto, in bagno, il sabato pomeriggio, e soprattutto: lavorando ripassavo, ripensavo a Giovanni Pascoli, Nerone, Melania Klein.
E non ero stanco, anzi,
E mi sentivo stimolato.
Un tizio, che conoscevo, e che stava per laurearsi i sociologia, un giorno mi disse: Non ce la farai mai.
Diedi il primo esame, e presi 28 (letteratura). Diedi il secondo (e presi 30). Appena lo vidi gli dissi, Ho preso 28 e 30, un gioco da ragazzi (mica vero).
Comunque: dopo un anno di fabbrica e lavoro avevo sostenuto 4 esami: 28. 30, 30 e 29.
Pensai: se avessi più tempo spaccherei il mondo. Do esami a ripetizione e prendo tutti 30.
Chiesi sei mesi di aspettativa, e la fabbrica (anche perché ero un sindacalista rompicoglioni) me li concedette.
Bene, in quei sei mesi combinai un tubo. Diedi un solo esame, presi un voto nemmeno tanto alto (26), un paio di volte mi addormentai sul treno (svegliandomi alla stazione successiva, o Novara a Orino Porta Nuova) e comunque: non riuscivo a capire come mai… fosse più funzionale avere una sola lametta che tre tagliasigari.
Potete ridere, ora, se volete, ma quando si lotta contro il tempo ci si ingegna per fregarlo, il tempo.
Allora, rivedo la scena.
Sono in bagno. Mentre mi asciugo la testa con il phon, e per farlo adopero la mano sinistra, posso infilare i piedi nel bidet, e lavarli con la destra.
Due minuti oggi, tre domani, tutto fa.
E questo magari fa un po’ ridere.
Cosa mangiavo, allora, quando avevo fretta, invece, è qualcosa che mi è rimasto, oggi.
Mozzarelle, cappuccini, focaccia, frutta.
Poi.
Vivevo un po’ fuori dal mondo, niente televisione, film, passeggiate la domenica. A volte portavo mia figlia ai giardini, era una bimba buonissima. Potevo studiare, comondamente seduto in una panchina, ché lei alternava un po’ di altalena con la ricerca di fiorellini sul prato.
Diciamo, insomma, che fu un buon allenamento e che oggi, anche se lavoro 12, 14 ore al giorno, sono comunque allenato a trovarlo, il tempo.
post scritto in tredici minuti (me n’ero dati dieci)
Dimenticavo.
Anche nei giorni peggiori, con novalgina, marlboro e quintalate di caffè, mi concedevo, sempre, almeno mezz’ora di pausa notturna.
Fare un giro, andare a bere una birra, leggere quel che volevo io, ascoltare un po’ di musica: godendomela, quella mezz’ora.
Come i carcerati, che si godono, ma per davvero, la loro ora d’aria. Noi, spesso, non ne siam capaci.
a proposito di ripetizioni
In poche righe (meno di una pagina o, se preferite, un po’ più di mezzapagina di un tascabile Einaudi) ci imbattiamo sette volte nella parola cani, una volta nella parola cane, una volta nella parola canile.
Ripetizioni insomma, che potevano essere evitate.
In questo caso, però, sono ripetizioni d’autore, del grande Sciascia (e il libro di cui vo parlando è A ciascuno il suo).
Allora, m’è successo più di una volta, durante gli editing che faccio io, alla buona quindi, caserecci, per gli amici, di dire: Fregatene, certe ripetizioni rendono comunque la lettura fluida, inutile andare a cercare sinonimi come gentil sesso, così da evitare di scrivere due volte donna nella stessa frase, o, appunto, l’amico dell’uomo, per evitare di scrivere due volte cane nella stessa frase.
Certo che sì: ci sono ripetizioni che stanno male, evitabili, suonano male (e se suonano male lo si capisce rileggendo, ad alta voce).
Lo stesso Borges (e mi spiace aver perso la citazione) diceva che, rileggendo e correggendo, se era necessario sostitutiva il pronome con una ripetizione.
Sciascia, qui, fa la stessa cosa.
Questo ritorno dei cani portò il paese intero, per giorni e giorni (e così sarà ogni volta che si parlerà della qualità dei cani), a sollevare riserve sull’ordine della creazione: poiché non è del tutto giusto che al cane manchi la parola. Senza tener conto, a discarico del creatore, che se anche la parola avessero avuto, i cani in quella circostanza…
Non ci sono regole, anzi le regole, spesso, portano a scrivere dei temini.
In certe scritture, poi, penso a Bernhard, penso a Marias, l’uso delle ripetizioni è un’arte, difficile da emulare.
Ma non ho scritto quello che ho scritto per insegnare qualcosa: l’ho fatto per accogliere obiezioni, pareri.
Che poi dico la verità: la prima volta, quando lessi pagina 17 di A ciascuno il suo, mi dissi, Qui a Sciascia son sfuggite delle ripetizioni.
Lo dissi e lo scrissi: in un bigliettino, riemerso, in questi giorni.
La prima prima volta mi capitò con un libro di Lalla Romano, che avevo conosciuto. Io, allora (vent’anni fa?), pensavo che il mio sogno di scrivere sarebbe rimasto un sogno, e basta. Leggendo un suo libro mi imbattei in una ripetizione, stesso termine usato nella stessa frase (ora non rammento quale).
Pensai: le è scappato.
Tanto con Lalla Romano quanto con pagina 17 di A ciascuno il suo, col tempo, con gli anni, ho cambiato idea.
anarchici?
Ieri ho sentito (dico ieri perché ci ho pensato, a quel che vado dicendo, ma è cosa, questa di cui vado parlando ora, che sento spesso e sempre più) gente definirsi “anarchica”.
Chi non va d’accordo con gli altri, per esempio, si definisce anarchico.
A parte l’impegno sociale, l’anarchico è soprattutto un ribelle.
E questo usare e abusare del termine anarchico mi lascia piuttosto perplesso: soprattutto in un momento come questo, dove la ribellione – mi spiace dirlo – dalle piazze e dai luoghi di lavoro si è comodamente adagiata su internet.
Gli anarchici veri son quelli che, nei posti di lavoro, rischiano di più.
Mi piace poi ricordare il grande rispetto che aveva verso di loro Indro Montanelli.
All’indomani della strage di Piazza Fontana disse che non poteva trattarsi di un attentato anarchico.
Un anarchico si espone, disse, un anarchico, poi, fa un attentato magari contro un re, un simbolo del potere, e poi fa in modo che tutti sappiano e vedano.
E mi piace anche ricordare Kronstadt, 1922.
Un gruppo di comunisti anarchici, o anarco-comunisti, si ribella al potere dei Soviet. Quei marinai, quei rivoltosi, capiscono con anni di anticipo che la rivoluzione russa sta semplicemente sostituendo il capitalismo e il potere degli zar con il potere di un gruppo di burocrati.
(La cristallizzazione della burocrazia al potere, le definirà poi Trotzkj, che capì, sì, ma dopo di loro, nonostante la sua grande cultura).
La capirono e si ribellarono, e morirono anche, perché stava morendo un sogno.
Insomma: avere uno spirito inquieto significa avere uno spirito inquieto.
Con l’anarchia c’entra niente.
sciascia, giornalismo e libertà
La carenza che ritrovo nei giornali locali è questa: poca
attenzione all’amministrazione della giustizia e tanta attenzione a episodi di sottocultura. Ci si deve augurare che questi giornali siano sempre più attenti ai fatti locali e facciano “opposizione”: i giornali nazionali, i grandi giornali e anche quelli medi, sono diventati ingovernabili per la presenza e la compromissione partitica. I giornali locali dovrebbero fare opposizione seria sui fatti quotidiani, sulle cose da fare, prendendo così il ruolo di opposizione vera che in molte amministrazioni viene mancando. Opposizione quindi non per principio, per il gusto di farla: ma opposizione sulle cose concrete
E’ lungo come un romanzo breve questo articolo su Leonardo Sciascia, giornalista e scrittore o scrittore e giornalista, non importa.
E’ comunque “cosa, a mio avviso. attuale.
Parlano anche, Sciascia e l’articolo, di libertà di stampa in Italia.
Meglio: di non libertà.
(L’estratto che vi ho proposto è una sua dichiarazione).
due recensioni
Due recensioni, oggi, Una scritta da me: in assolutà sincerità e ammirazione per la bravura (ché io ho pudore a usare il termine “talento”, non sapendo di preciso – io naturalmente – cosa esso sia) di Luigi Bernardi (che poi ho conosciuto e l’uomo e lo scrittore, in lui, coincidono), e l’altra , sul mio libretto Tamarri, scritta mesi fa da Maria Antonietta Pinna su Via delle belle donne.
Senza luce, di Luigi Bernardi*
Un paese qualsiasi in una serata qualsiasi. All’improvviso succedono due cose. Qualcuno spara e la luce va via. Se va via la luce non c’è internet, non c’è la tv, al bar non si può più giocare a carte o a biliardo. E insieme alle torce si accende, o si riaccende, qualcos’altro, magari covato da una vita. Qualcosa che rodeva e che aveva bisogno dei buio, che protegge o fa paura, dipende, per esplodere. Ma succede anche che certe cose proseguano, come se nulla fosse. Bernardi, che per scrivere Senza Luce è partito da un fatto vero (la polizia che chiede all’Enel di interrompere l’erogazione di luce perché c’è un pazzo che spara) narra e, chiaro, da scrittore, amplifica, semplifica, esaspera se serve. Il medico del paese ha una tresca con una donna sposata? Niente di strano. Corna e tresche del mondo: una storia infinita. La variante è: il dottore in questione suggerisce alla moglie del cornuto di far fuori il marito con piatti ad alto contenuto zuccherino…
Senza Luce di Luigi Bernardi non è né un giallo né un noir: è qualcosa di più. È un grande romanzo. Non spiega, racconta. E raccontando, invita al gioco: immaginare che. Un grande romanzo, dicevamo. Che si può leggere a due velocità. In fretta, come chiedono i noir che hanno ritmo. Lentamente, come si gusta un classico. Ogni pagina è un piccolo gioiello di scrittura. Bernardi ha un dono: non si scrive addosso. Non usa metafore o frasi con effetti speciali così da dire al lettore, Guarda come son bravo. Con una scrittura musicale, Bernardi racconta facendosi da parte. E le parole diventano stati d’animo, colori, immagini, diventano la pioggia che cade, il sedere e il seno di Loretta, la padrona del bar, diventano paura e nostalgia.
(questa recensione è apparsa sul Corriere Nazionale).
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Tamarri, remo bassini
Recensione
scritta da Maria Antonietta Pinna
piccola editoria (incipit)
La culla l’aveva costruita Nitto, piegando i vinchi con quelle sue mani nodose e torte simili a rami spogli. Dalle dita artritiche i vimini parevano colare e allungarsi come appartenendo alla stessa pianta, sugando lo stesso nettare: il sangue di Nitto, se nelle vene gli scorreva sangue, o bava arborea ché era uguale.
Un’altra Julia, Cinzia Pierangelini, Historica
(116 pagine, euro 7,90)
Il funambolo si sentiva addosso gli occhi di Marko, come tutti, nel quartiere. Non importava essere in regola, avere commesso un omicidio o condurre una vita pulita: gli occhi di Marko erano su di te, quando meno te l’aspettavi potevi sentire sulla schiena il punto esatto su cui andavano a posarsi. Marko tolse la sigaretta dalla bocca, sputò il fumo, la rimise in bocca e girò l spalle. Il funambolo si sentì meglio.
Il funambolo, racconto tratto da
La guerra in cucina, Francesco Locane, Eumeswil
(pagine 232, euro 14)
Si chiamava Akan Kappa e poteva dirsi fortunato.
Aveva superato il deserto in camion, le onde del Mediterraneo su una tinozza che imbarcava acqua, le camionette della polizia sulla costa, ed era giunto a Roma in un giorno di sole e dopo due ore era già in una fabbrica a scaricare pacchi e abiti usati. E la notte disteso su un materasso con cinque euro in tasca e la pancia che se la sfioravi con un ago scoppiava come uno di quei palloni appesi al filo.
Prima che la storia finisca, Alessandra Galetta, Eumeswil
(190 pagine, s.i.d.p)
Libri che consiglio, ovvio.
c’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria?
Quando ero piccolo mio padre mi portava al fiume. C’era tante gente, c’erano i bagnini, c’erano le barche che ti portavano da una riva all’altra, c’era, insomma, una città che aveva il suo fiume.
Una manna dal cielo, specie per le famiglie più povere, magari senza auto.
Se qualcuno allora avesse detto, mentre con i salvagenti fatti con le camere d’aria noi ragazzi si faceva il bagno, o mentre i grandi preparavano i panini e le acque viscì, se, dicevo, qualcuno avesse detto che quell’acqua era già avvelenata, un po’ a causa dell’industrializzazione, un po’ a causa dei prodotti altamente nocivi usati e abusati dagli “agricoli”, sarebbe stato considerato un guastafeste.
Andava tutto bene.
A volte non va bene che ci dicano le cose come stanno.
Nuoce gravemente alla salute lo leggiamo nei pacchetti di sigarette. Dovremmo leggerlo anche nelle marmitte delle nostre auto.
Sembra che Geronimo abbia detto (e ne sono passati di decenni): Uomini bianchi, morirete sommersi dai vostri rifiuti.
Detto questo.
Un tempo l’acqua: e ora il fiume è solo un ricordo. La città ha un fiume da sentire e da vedere, ma da temere anche.
Anche l’aria si sa, è già inquinata.
Quanto lo sarà domani?
A chi interessa c’è questa cosa qua (grazie Roby).
http://www.cambiamoaria.org/index.php
Caro Marco Pedone…
non è un racconto, questo
Mi avevi scritto – ma dove?; non trovo la mail – che stavi male, e io non ci ho dato peso, ma non per leggerezza, perché son tanti quelli che non stanno bene, anzi, stanno male, e trovano conforto scrivendo, anche in rete.
Mi avevi mandato il tuo libro, ne ricevo tanti, due o tre a settimana, di gente che mi chiede di essere letta; tu mi avevi scritto (ma non trovo la mail, cazzo), mi fa piacere se accetti la cosa che ho scritto io.
Ogni tanto entro nella “pancia” del blog. Ci sono gli spam, il numero dei visitatori, ci sono le parole chiave che hanno condotto, qui.
La scorsa settimana, insieme a “Manoscritti”, insieme a “puttane e inculate”, insieme a “fare una ricerca su Pirandello” leggo: “Morto Marco Pedone”.
Cerco su google.
Nulla.
Però mi metto a cercare il libro che mi inviasti.
C’è, l’ho trovato.
Con la dedica.
Oggi cerco anche su facebook, dove c’è il mondo, insieme a puttanate pazzesche e cazzeggiamenti di gruppo e youtube c’è comunque tutto.
E vedo che alcuni studenti hanno creato un gruppo dedicato al professor Marco Pedone, scrittore, assiduo frequentatore di questo blog.
Vedo la tua faccia in un video.
Sembra quello di un bimbo, non hai un capello bianco, sei sorridente.
Avevi la mia età.
Caro Marco mi spiace non averti letto e a questo punto mi chiedo anche cosa serva un blog: è solo il contenitore delle paturnie di uno scrittore di provincia?
Ora basta, ché si finisce col dire cose vuote e piene di retorica.
Ti ridò la parola, ora (ho scelto a caso ed è stato facile sceglierne alcuni…)
Commento del 10 giugno 2009.
Al giudice che ti giudicherà per diffamazione prova a rispondere con Montale:
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Sinceramente in bocca al lupo, Remo
Commento del 21 maggio 2009.
Finire una storia, avere la sensazione (magari sbagliata) di aver comunque scritto qualcosa di bello, diverso e importante ripaga di ogni insuccesso che non dipenda direttamente da noi. Nessun libro potrà mai scivolare totalmente nell’oblio, sarebbe una contraddizione palese con la natura stessa dei libri. E poi i libri non sono meteore ma comete: tornano sempre
Commento del 22 aprile 2009.
molti anni fa, su una rivista che si chiamava “Versicolori”, ho pubblicato alcuni inediti di Antonia Pozzi per gentile concessione di Suor Onorina Dino e grazie alla segnalazione di una giovane studiosa, la dott.ssa Elena Borsa. Ovviamente gli inediti a distanza di anni non sono più tali, le edizioni Garzanti più recenti delle poesie di Antonia Pozzi includono anche quei testi che in prima istanza furono esclusi. Se qualcuno vuole leggerli è possibile farlo al seguente link:
http://www.geocities.com/versicolori1/pozzi.htm
Vagabondando nel sito (ormai un’isola abbandonata) si possono leggere altri testi (per la maggior parte inediti quando furono acquisiti) di altri grandi poeti italiani.
Ciao
Marco
Caro Marco, ti dedico il post, scritto da me, che più ti era piaciuto.
Questo post, «E Luciana?» e non dimenticherò mai che il tuo complimento: grazie Marco, vale più di un premio (forse ti stavo simpatico anche perché sapevi perché io dai premi letterari sto alla larga)
Stanotte ti leggo e poi, poi ti dico.
A tutti: succedono cose strane, vero?, sui blog.
la scrittura e i (suoi) fantasmi
Per scrivere chiaramente bisogna pensare chiaramente. E questo richiede un grande lavoro.
Una narrazione funziona quando a poco a poco scopri connessioni misteriose, che non sapevi esistessero. O quando certi personaggi secondari crescono e quelli che credevi importanti impallidiscono. Bisogna sapere ubbidire ai demoni che evochiamo (se riusciamo a evocarli).
A volte vedi uno scrittore che ami, ti accorgi che è un ometto insignificante. Ma il fatto è che dentro quell’ometto lì, quando scrive, si aprono le paratìe. E perché questo avvenga, perché dentro di te si aprano le paratìe. E perché questo avvenga, perché dentro di te si aprano le paratìe, devi usare tutti i materiali che davvero ti servono, senza preoccuparsi della loro provenienza.
La cosa più pericolosa è credere di avere talento. E’ pericoloso anche riuscire a scrivere con eccessiva facilità. I grandi libri nascono da un grande sforzo Non bisogna fermarsi. Scrivere è una lotta simbolica contro la morte. E’ un rischio totale e un fiume lucente. E’ salvare immagini, persone, pezzi di mondo.
All’inizio faccio degli schemi, traccio delle traiettorie. Ma poi non obbedisco a questi schemi. Sarebbe la morte. Gli schemi sono trampolini. Dalla storia e dai personaggi ci si aspetta delle sorprese, è questa la parte più emozionante.
Anche quando scrivo romanzi c’è la presenza della ragione, dell’idea, ma io faccio partecipare altri aspetti, i demoni che tutti abbiamo, i mostri, le passioni, i deliri.
cose dette da Vargas llosa alla Holden di Torino, anni fa
il vecchio biglietto d’autobus
Ne I quarantanove racconti di Hemingway ho trovato un pezzo della mia vita che viene da lontano.
Ce l’ho qui, accanto a me, sul divano, è insieme a un pacchetto di Camel Light, un portacenere di un bel vetro, dai colori sgargianti, la solita bottiglietta di acqua minerale gasata.
E’ qui, ora.
Sto riordinando la libreria. Nell’altra stanza, la mia stanza, piccola come una cella ma dà sul giardino e non c’è niente che non sia mio, nell’altra stanza, dicevo, tanti libri son per terra.
Son riuscito a dividere i classici, gli italiani da un lato e gli stranieri dall’altro, poi ho fatto il blocco dedicato al giallo, quello alla poesia, quello alla psicanalisi, quello dedicato al teatro.
Poi mi son detto: Fatti un ripiano degli stranieri che piacciono a te.
Ho fatto in fretta: Oz, Boll, Montalban, Steinbeck, Remarque.
Ci verrà del tempo, comunque. A sistemare (tra i gialli ho visto che l’87° distretto è vicino Danila Comastri Montanari) e a scegliere cosa buttare e cosa no (Impara a suonare la chitarra facilmente, acquistato inutilmente quando avevo quindici anni lo butto o le tengo? E Come si fa una tesi di laurea di Eco?… infondo mi è servito).
Comunque.
Spostando i libri degli “americani” vedo che dai quarantanove racconti di Hemingway cade qualcosa.
Un vecchio biglietto d’autobus.
Io non prendo l’autobus, ho pensato, e questo libro, lo ricordo bene, lo acquistai nuovo nuovo, ché mi piaceva Hemingway quand’ero ragazzo.
Ragazzo?, mi son detto guardando il biglietto d’autobus.
Tac, ecco il flash back, mi sono rivisto.
L’autobus che porta in fabbrica. Impiegava lo stesso tempo che ci avrei messo andando in bicicletta, ma alle cinque del mattino, con la nebbia e il freddo era meglio l’autobus.
Dormire non potevo, c’era un cicalar ininterrotto di donne, così fumavo (allora si fumava dappertutto) e leggevo anche solo dieci minuti, ecco che mi son ricordato…
IL BIGLIETTO E’ PERSONALE E NON CEDIBILE.
VA CONSERVATO FINO ALLA DISCESA A TERRA,
eccetera, fino a
IL VIAGGIATORE SPROVVISTO, CON BIGLIETTO NON REGOLARMENTE OBLITERATO O SCADUTO IN ORARIO, SARA’ SOGGETTO A SANZIONE AMMINISTRATIVA DI L: 10.000 (L.R. 6-4-78 n. 16 art. 7).
Era il 1981.
Avevo 25 anni e prima di alzarmi salutavo mia figlia Sonia, che dormiva e che allora di anni ne aveva uno.
Il biglietto, color pesca, è rimasto per 28 anni nei 49 racconti.
Vado a metterlo nel cassetto dei ricordi, ora; badando a non inciampare sui libri.
scrivere, pubblicare, vendere: e sensazioni mie
Eventounico, in un commento sui manoscritti, ha scritto:
a mio avviso, un aspirante forse dovrebbe puntare più in basso. Perché una casa editrice blasonata dovrebbe scegliere un esordiente ? Perché fa vendere ? Ecco questa potrebbe essere una argomentazione convincente, ma cos’è che fa vendere ?
Allora, io non so rispondere.
Ci son tanti luoghi comuni, ci son tante mezze verità.
E’ comunque vero che lo scrittore che non ha mai pubblicato o che è poco noto è più facile che venga prima letto e poi pubblicato da un piccolo editore, ma ci son casi di esordienti pubblicati anche da Mondadori.
A un piccolo, ma… come dire, blasonato (mi sembra un giusto termine, sì: blasonato) editore (uno che scopre sconosciuti che poi passano alla grande editoria) un giorno domandai: qual è la tua linea editoriale, quali sono i libri che scegli?
La sua risposta fu secca, immediata.
Quelli che piacciono a me.
Dopo un attimo di stupore (pensai: tutto qui?) passai alla seconda domanda.
Chiesi (col sospetto che stavo per domandare qualcosa di poco furbo).
Ma pensi anche alle vendite quando scegli di pubblicare un manoscritto?
Anche qui. Secca, immediata e breve, anzi brevissima risposta.
Certo, devo vivere anche io.
La differenza tra il grande e il piccolo editore, alla fin fine, sta solo nel fatto che il grande lavora, appunto, con logiche da grande, lasciando la passione chiusa da qualche parte.
Il piccolo (visto io, toccato con mano anche io) no: lavora con passione.
Come scelgono i manoscritti gli editori grandi e piccoli?
Saperlo.
Poi. Chi legge i manoscritti?
Ecco, mi spiace non trovare il link, ma tempo fa lessi un’intervista interessante, a un addetto ai lavori.
Diceva. La grande contraddizione della grande editoria è che magari chi legge un manoscritto è giovane ed inesperto e magari poco pagato, così è portato a giudicare bene quello che lui conosce; se però dovesse arrivargli tra le mani un buon libro che lui non capisce, o che non è nelle sue corde, chiaro, lo boccia.
Ecco forse la differenza tra grandi e piccoli.
Mondadori boccia L’elenco telefonico di Atlantide di Avoledo, Sironi pubblica L’elenco telefonico di Atlante, il libro va bene e vende, Einaudi (del gruppo Mondadori) acquisisce i diritti (pagando, quindi) di un libro che il gruppo non aveva notato.
Resto a Sironi, che è uno degli editori che ho seguito con maggiore interesse.
Allora, tra i luoghi comuni più diffusi ci son questi due.
Uno, gli editori preferiscono pubblicare autori giovani, magari belli, magari brillanti.
Due, gli editori preferiscono pubblicare libri di 180, 240, 300 pagine al massimo, ma non quelli di 800, 1000.
Allora, cinque sei anni fa Sironi decide di pubblicare La messa dell’uomo disarmato, di Luisito Bianchi. Che è un prete (scomodo per la chiesa e per tante coscienze) vicino agli ottant’anni, che ha scritto un libro di 800 pagine.
Non solo. Quel libro era già stato editato, pubblicato in proprio, anni prima: gli amici di don Luisito, dopo il rifiuto di alcuni editori, avevano fatto stampare un buon numero di copie (mi sembra 1500, ma forse son di più) e poi l’avevano venduto (ma anche regalato).
Sta di fatto che grazie al coraggio di Paola Borgonovo cinque sei anni fa è uscito uno dei libri più belli della letteratura contemporanea (certo, lo penso io, ma non solo io).
Non ci son regole su Cosa vende o cosa non vende, io (e non solo io) però ho una certezza: che un buon titolo e una buona copertina vendono molto di più di un buon libro con un titolo e una copertina infelici.
Mi fermo, ma prima aggiungo un’altra convinzione (una cosa che ho imparato, parlando con un agenzia letteraria, una delle migliori): allora, gli autori son convinti che pubblicando tanto, magari in rete, magari con minuscoli editori, magari con piccolissimi e piccoli editori, si acquisiscano dei meriti sul campo che favoriscono l’ingresso nella grande editoria.
Non è così.
Marco Salvador non ha pubblicato tantissimi libri.
Quattro, cinque?, tra Piemme e Fernandel?
Marco Salvador però è un autore che ha mercato: ha facilità a trovare tanto un agente quanto un editore.
Semplicemente perché ha venduto, e tanto, soprattutto con il romanzo storico Il longobardo.
Marco Salvador ha, grosso modo, pubblicato gli stessi libri che ho pubblicato io; io però su quattro romanzi pubblicati (il primo non conta, ha avuto diffusione solo locale) posso vantare un ottimo esito di vendite (sopra le 5mila copie) solo con La donna che parlava con i morti.
Peggio di me stanno quegli autori che non hanno mai superato le 3mila copie o le 1000 copie. C’è una sorta di memoria, che magari passa per classifiche, inventari, bilanci che sono nei computer dei librai, che non dimentica: chi vende e chi no.
Se ai librai (razza in estinzione, ma il mercato lo fanno ancora loro) piace un autore, quell’autore venderà, perché ordineranno tante copie del suo nuovo libro, perché esporranno in vetrina il suo nuovo libro.
(Magari qualcuno non lo sa, ma le copie che gli editori stampano di un determinato libro sono decise dopo le prenotazioni che fanno i librai: che sono loro, in pratica, a decidere, quante copie verranno stampate di questo o quello).
Sta di fatto che – supponiamo – io pubblichi con Feltrinelli o Longanesi, magari due libri: bene, se i due libri venderanno poco io non avrò più – brutta parola – “mercato”, insomma, davanti alla grande editoria troverei le porte sbarrate.
Stessa cosa se io pubblico sei sette libri con editori piccolissimi: se vendo 100 copie o 400 quando è festa… sarebbe meglio non avessi mai pubblicato.
A questo proposito ricordo che, soprattutto in editoria, tutto è relativo, anche le copie vendute.
Se io vendo 1000 copie con Fernandel è una buona cosa, se ne vendo 3mila con la Newton è quasi un flop.
I librai preferiscono gli editori grandi (Mondadori e Feltrinelli e Longanesi e Rizzoli e Garzanti), poi quelli medi (come è appunto la Newton, che però a livello di copie distribuite è come una grande) e poi, se c’è richiesta, se hanno voglia, danno spazio anche ai piccoli.
Ma il discoso è lungo, credo.
Vediamo come procede.
E non so mica se ho risposto a Eventounico (penso comunque che gli scrittori siano abbastanza inaffidabili nel dire bene o male di questa o quella casa editrice: dicon bene di chi li ha trattati bene, e viceversa).
