a proposito di ripetizioni

In poche righe (meno di una pagina o, se preferite, un po’ più di mezzapagina di un tascabile Einaudi) ci imbattiamo sette volte nella parola cani, una volta nella parola cane, una volta nella parola canile.
Ripetizioni insomma, che potevano essere evitate.
In questo caso, però, sono ripetizioni d’autore, del grande Sciascia (e il libro di cui vo parlando è A ciascuno il suo).
Allora, m’è successo più di una volta, durante gli editing che faccio io, alla buona quindi, caserecci, per gli amici, di dire: Fregatene, certe ripetizioni rendono comunque la lettura fluida, inutile andare a cercare sinonimi come
gentil sesso, così da evitare di scrivere due volte donna nella stessa frase, o, appunto, l’amico dell’uomo, per evitare di scrivere due volte cane nella stessa frase.
Certo che sì: ci sono ripetizioni che stanno male, evitabili, suonano male (e se suonano male lo si capisce rileggendo, ad alta voce).
Lo stesso Borges (e mi spiace aver perso la citazione) diceva che, rileggendo e correggendo,  se era necessario sostitutiva il pronome con una ripetizione.
Sciascia, qui, fa la stessa cosa.

Questo ritorno dei cani portò il paese intero, per giorni e giorni (e così sarà ogni volta che si parlerà della qualità dei cani), a sollevare riserve sull’ordine della creazione: poiché non è del tutto giusto che al cane manchi la parola. Senza tener conto, a discarico del creatore, che se anche la parola avessero avuto, i cani in quella circostanza…

Non ci sono regole, anzi le regole, spesso, portano a scrivere dei temini.
In certe scritture, poi, penso a Bernhard, penso a Marias, l’uso delle ripetizioni è un’arte, difficile da emulare.
Ma non ho scritto quello che ho scritto per insegnare qualcosa: l’ho fatto per accogliere obiezioni, pareri.
Che poi dico la verità: la prima volta, quando lessi pagina 17 di A ciascuno il suo, mi dissi, Qui a Sciascia son sfuggite delle ripetizioni.
Lo dissi e lo scrissi: in un bigliettino, riemerso, in questi giorni.
La prima prima volta mi capitò con un libro di Lalla Romano, che avevo conosciuto. Io, allora (vent’anni fa?), pensavo che il mio sogno di scrivere sarebbe rimasto un sogno, e basta. Leggendo un suo libro mi imbattei in una ripetizione, stesso termine usato nella stessa frase (ora non rammento quale).
Pensai: le è scappato.
Tanto con Lalla Romano quanto con pagina 17 di A ciascuno il suo, col tempo, con gli anni, ho cambiato idea.

17 pensieri su “a proposito di ripetizioni

  1. Penso al Salon des Refusés destinato agli impressionisti per nulla compresi, all’epoca, dalla “cultura” parigina. O la definizione di assurdità attribuite alle opere di Beethoven da parte della critica ufficiale dell’epoca. Anche i grandi, proprio perchè tali, sono stati spesso bistrattati e incompresi. Vale anche la regola contraria, non sempre un grande è subito riconosciuto. Sì le regole bisogna conoscerle, bene, per poterle infrangere e magari crearne delle nuove. Però una cosa è molto vera di ciò che ho letto: rileggere ad alta voce aiuta molto, soprattutto per la musicalità del testo. A volte le ripetizioni sono importanti perchè sottolineano un concetto, lo rafforzano. Ma dipende dallo stile di scrittura, secondo me, che fa la differenza, tra un passaggio forte e potente e una frase che suona male non abbastanza curata.
    Buona giornata a tutti
    Sgnà

  2. impara l’arte e mettila da parte

    (entrare dall’arte, uscire dall’arte, dice un proverbio zen)

    le ripetizioni quando non stonano e sono messe ad arte, aiutano la comprensione e la musicalità del testo,
    secondo me

    (molto peggio cercare artatamente sinonimi che suonano sofisticati e, qualche volta, perfiono ridicoli)

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