cortona
pane e albicocche
Sto facendo la spesa. Ho comprato pane e albicocche, per ora. Di sicuro metterò nel carrello del riso integrale e dei fagioli, poi non so. Dipende. Se quella donna con la gonna grigia e la giacca blu si dirige verso la cassa farò anche io lo stesso. Ha un bel viso, mi piace, lineamenti tristi e austeri, lo sguardo lontano. Magari oggi è la mia giornata, magari oggi non sarà un giorno di noia. Quanto mi piacerebbe se, proprio ora, entrassero dei malviventi (chissà perché ho pensato malviventi e non banditi: devo smetterla di leggere la cronaca nera) e urlassero:
– Tutti a terra.
Chissà che farebbe Paola (perché per me, si chiama Paola, la donna con la gonna grigia). Lo so, lo so, ne sono sicuro: a differenza delle altre donne, e magari pure di qualche maschietto, non si metterebbe a strillare come una lumaca in calore (lo so, le lumache non urlano e non credo nemmeno che vadano in calore, ma m’è venuto di pensare così, penso che Beckett mi direbbe Bravo, fottitene tu del protocollo).
Paola si girerebbe verso di me e, con gli occhi sgranati, mi direbbe senza dirmi: Ho voglia di scopare con te, tu scoperesti con me?
Sono belle le albicocche che ho comprato.
si ascolta sempre troppo poco
Sono andato a vedere la “pancia” di questo blog. Ho trovato le cose scritte, poi messe da parte, perché inconcluse, magari, o da rileggere, o altro ancora.
Questa cosa quei è la più vecchia. La scrissi il 24 gennaio del 2008, 4 anni fa, insomma. Una sorta di autobiografia.
La ripropongo così com’era: refusi compresi.
La scuola, gli amici dei diciott’anni. Le prima fughe a Torino, di nascosto.
A nemmeno vent’anni la fabbrica. Sette anni. Entri che siete in 80, timbri l’ultima volta il cartellino che siamo più di 300. Li conoscevi quasi tutti. Anzi di più: facendo il sindacalista avevi conosciuto anche i turnisti disoccupati, quelli che facevano il turno dalla 4 alle 4. (Sveglia alle 4, due ore di pullman, 8 ore di fabbrica, altre due ore di pullman. Operai sfaticati).
Nel frattempo avevi ripreso a studiare. Lettere a Torino. E ti sembrava di avere a che fare con due mondi lontani: quando andavi a seguire le lezioni di Lettere la fabbrica ti sembrava lontana lontana, quando eri in fabbrica ti sembrava impossibile che tu fossi lo stesso che poche ore prima alzava la mano per fare una domanda al prof.
E poi c’era il treno, dove i due mondi – fabbrica e università – quasi si saldavano; il treno già: c’era tanta gente che si raccontava lì, e non ti faceva studiare perché preferivi ascoltare storie.
Come il bancario che – è un giorno d’inverno, il treno è pieno di gente, fuori c’è nebbia – sbotta e dice che non vede l’ora d’andare in pensione così andrà in Sicilia e farà il pescatore, e vivrà con 10mila lire al giorno, niente più treni, niente più banche, niente più smog.
Poi un giorno lasci la fabbrica, ti fai qualche mese da disoccupato (facendo di tutto, però: pulizia cantine e soffitte, per esempio) e poi trovi, anche perché hai una bima piccola, un altro lavoro: portiere di notte in un albergo.
Succede spesso, in un albergo, che a notte fonda scenda un cliente o una cliente. Sono le quattro del mattino, non riesce a dormire,quel o qualla cliente. Ha bisogno di ripensare alla sua vita. Magari è uno famoso che ha firmato autografi. Ricco. Ricco, infelice e solo.
C’è un mondo alla rovescia, spesso, di notte: prostitute che si comportano da signore, signore che fanno le prostitute.
E intanto prosegui con l’università: un giorno un docente psicanalista ti dice che percepisce la sua esistenza come di uno che entra nelle viscere di 150 persone e che, in cambio, offre le proprie viscere a quest 150 persone. E tu non glielo dici ma pensi che anche nella scrittura ci sia qualcosa di analogo.
E intanto inizia il giornalismo: altri incontri. Poi la parentesi del teatro. Poi quella del carcere. Vai a fare un corso di scrittura e ti trovi davanti un tuo compagno di classe: dentro per omicidio.
Ciao.
Ciao.
Ti scappa la domanda infelice: Come stai?
Sto meglio qui, dice.
Capisco, dici.
Ti sorride. Avete rotto il ghiacchio.
Rompi il ghiaccio con tanti, in carcere. Così altra gente ti entra dentro con le sue storie e tu le ascolti, quelle storie, e anche se fanno male vai a caccia di altre storie ancora, magari altrove: nelle corsie di un ospedale, nei bar frequentati da ragazzi di periferia, segnati dalla vita, perdenti già a sedici anni, e poi continui a conoscere e più conosci e più vorresti conoscere perché succede che più conosci e meno capisci.
Così ti metti a raccontare: degli altri.
Perché di te, in tutti questi anni, cos’hai capito?
(E ti spiace non aver ascoltato con attenzione anche prima: in fabbrica, in albergo di notte. Si ascolta sempre troppo poco…)
salone 2012
S’avvicina il salone del libro.
Ci sarò: sabato tutto il giorno e domenica mattina.
Sabato mattina, dalle 11 alle 13 sarò allo stand di Perdisa per firmar copie di Vicolo del precipizio.
Sul salone ho scritto spesso, su questo blog.
Spero che il tempo sia buono, spero di trovare qualche buon libro a prezzi bassi.
Non andrò a presentazioni, cercherò solo libri, e vedrò qualche amico. E poi se avrò da raccontare lo farò, senz’altro.
E buone cose
Belle parole
Belle parole
su Vicolo del precipizio (in questa non recensione su House of Books)
e su Bastardo posto (qui, su Books blog.it)
Link e il Vicolo
Ho tolto i link dei blog con cui sono (meglio dire ero) in contatto. Avevo in mente di farlo da tempo, dopo la dipartita di splinder.
Presto ricomincierò a reinseirne, ci tengo. Poco a poco.
Chi volesse segnalarmi il proprio link (non per altro, sono molto sbadato, io) può scrivermi a: bassini.remo(chiocciola)gmail.com
Vicolo del precipizio:
recensione di Salvo Zappulla
e intervista di Ivo Tiberio Ginevra
Certi silenzi
Passeggio nel corridoio di un reparto ospedaliero. La maggior parte dei ricoverati è gente che di anni ne ha tanti, tanti anni e tanti acciacchi. La maggior parte delle stanze, nelle quali ci sono sei posti letto, ci sono tre quattro ricoverati, più persone, familiari o badanti, che assistono.
La maggior parte delle volte che vado lì, io, ho voglia di scappare, o di andare a fumare fuori.
Poche ore fa.
Sono nervoso, sono in pensiero per una persona della mia famiglia che adesso è sotto osservazione, cammino su e giù.
All’improvviso mi sento osservato: in una stanza da sei posti letto c’è un vecchio, che mi guarda. E’ immobile sul letto, ha l’ossigeno, una flebo. Faccio avanti e indietro, ripasso davanti, vedo che mi osserva con insistenza.
Mi fa un cenno timido con la mano, un mezzo cenno, direi.
Entro nella stanza, domando: Ha bisogno? Devo chiamare l’infermiera?
Mi fa cenno di no, ma mi fa anche cenno, stavolta inequivocabile, di avvicinarmi a lui.
O mamma, penso, magari deve sfogarsi e io ne ho del mio…
Tutto molto più semplice, invece. Il vecchio mi dice che non arriva a prendere la bottiglietta dell’acqua minerale, sul comodino.
Ce n’è ancora? Me la può allungare?, di dice.
C’è poca acqua (non gasata) nella bottiglietta, la beve lentamente, quando ha finito me la porge e me ne indica un’altra (gasata, stessa marca di quella che bevo io).
Mi fa: Me la può aprire e avvicinare così dopo posso bere?
Ma certo, dico.
Lo guardo meglio. No, non è vecchio. Avrà settant’anni, forse meno. L’ospedale e l’ossigeno e la flebo invecchiano. E poi la stanza, semibuia, vuota, silenziosa.
Ci son silenzi e silenzi: questo fa male.
Lo saluto, esco.
Mi dice: Mi scusi se ho approfittato della sua gentilezza.
Si figuri, dico, e vorrei dire altro, che non mi viene.
La vecchia partigiana
Ho parlato con una vecchia partigiana, ieri. Quando posso mi abbevero delle sue storie. E della storia della sua vita: le sue battaglie, i suoi amori anche.
Sarebbe un bel libro la storia (vera) di questa vecchia partigiana. Ma – io almeno – non lo scriverò: ché lei non vorrebbe.
Fa bene al cuore conoscere persone che non amano esibirsi, che preferiscono restare nell’ombra ad accarezzare i propri ricordi. Sebbene siano grandi ricordi.
Di questo incontro, però, qualcosa ho potuto scrivere.
Mi ha dato il permesso la vecchia partigiana.
Il post su Il fatto:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/18/aprile-giovane-attivista-comunista/
Recensione
di Vicolo del precipizio.
Di Luigi Salerno.
Prima si tolse le scarpe
Sul mio blog de Il Fatto un racconto vero: di una ragazzina che decise di salutare il mondo lasciando che il mondo si domandasse: Perché?
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15/prima-tolse-scarpe/204607/
La porta del morto (e i due ceffoni)
Una lettrice di Vicolo del precipizio, tempo fa mi domandava se sapessi qualcosa della “Porta del morto” a Cortona, dove appunto il libro è ambientato.
E a Cortona ho preso informazioni.
L’origine è etrusca.
Entrando in Cortona dalla porta principale, Porta Colonia, e percorrendo via Dardano, ci si imbatte in Palazzo Mancini. C’è una porta: murata.
“La porta del morto”.
L’ultima rimasta. O della quale si sappia.
“La porta del morto” veniva murata subito dopo il passaggio del morto, così da impedire – questa è la credenza etrusca che ha resistito fino al 1600 – il ritorno della morte in quella casa.
Che se ne andasse da altre parti, la morte, a romper l’anima.
Sempre a Cortona, per sdrammatizzare.
Al ristorante.
Ho voglia di fumare un mezzo sigaro toscano.
Le coincidenze delle vita. Accanto al tavolo, dove sono con amici, c’è un signore che, altre donne che son sedute con lui, sta dicendo che avrebbe tanta voglia di fumare un sigaro toscano, anche mezzo, perché lo rilassava, poi però il dottore glielo ha proibito, e quindi, accidenti, non può, però vorrebbe, eccome se lo vorrebbe un mezzo toscano da respirare con l’aria buona, della Toscana.
Se vuoi ti rilasso con due ceffoni, dice una delle tre, la moglie insomma.
Non ha replicato, lui.

