la stretta di mano e il carillon

Tra le nove e le dieci di stamattina.
Ho parcheggiato dove c’è il viale più bello di Vercelli, ho il didietro appoggiato alla mia auto, sto aspettando qualcuno, e poiché l’attesa non sarà breve, calcolo più o meno venti minuti mezz’ora, ne approfitto per leggere.
Non è una bella giornata di sole, ma il tempo non è nemmeno malaccio, sicché sul viale un po’ di vita c’è: pensionati che vanno a spasso e, soprattutto, mamme con bimbi.
E tanti piccioni.
E io leggo, tranquillo.
Davanti a me passa un signore tra gli ottanta e i novanta: lui non sa chi sono io, io invece (basta essere un giornalista che non frequenta rotary o salotti ) so chi è lui: uno studioso, un ex insegnante, una brava persona.
Lo guardo un attimo, mi preme leggere.
Lui si avvicina e mi tende la mano.
Voglio stringerle la mano perché sta leggendo, solo per questo, mi dice, e se ne va.

Pochi minuti fa.
Sto cazzeggiando su youtube prima di rimettermi a leggere.
Trovo una canzone che pensavo di non conoscere: la ascolto, mi piace, mi fa però pensare che io, tanti anni fa, ma chissà dove e chissà come, conoscevo il ritornello, almeno quello.
Ci sono arrivato in pochi minuti.
Era la musica – e solo ora so di che musica si trattava: della colonna sonora di Giulietta e Romeo di Zeffirelli – di un carillon che regalai a mia figlia quando nacque.
Era il 1980 e io, che avevo 23 anni, volli farle il primo regalo. Sul carillon una ballerina girava su se stessa.