Scrivere, per girare al largo da me

Ho le scrivanie in perenne disordine. Quella di legno (un vecchio tavolo trasformato a scrivania) con pipe, tabacco, documenti vari, oggetti vari. Quella del mac: foto, cose scritte, una casino di screenshot.
Ogni tanto (ma tanto) riordino, trovando così anche cose di cui avevo perso memoria.
Stanotte ho trovato un appunto sul mio ultimo libro, La suora.
Prima di cancellarlo lo posto qui.
Non so quando e perché lo scrissi, so che è vero, però.

A volte, e sempre più spesso, sono stufo dei miei pensieri, delle mie frasi ricorrenti (salvo e salverò solo i ricordi, sempre), stufo di me insomma.
Ecco. Ho scritto La suora per girare al largo da me.


PS. Le info sul documento mi dicono 21 dicembre 2021.

Incontri, certe notti, in albergo

Portiere di notte la notte, poche ore di sonno, l’università di giorno, per lo più al pomeriggio.
Portiere di notte, gli incontri: artisti, calciatori che uscivano dalle loro stanze di nascosto, prostitute, quelli che di notte alle tre ti chiedevano un caffè con la scusa di raccontarti qualcosa.
Un giorno tra i clienti arriva Lui. Sorridente, di poche parole. Di notte, però, non dorme: scende dove c’è la reception, ogni tanto va fuori a fumare, ogni tanto mi chiede una birra. Senza dire, raccontare, confidare.
E’ figlio di un uomo d’affari, lavora per lui, settore alimentare. Più o meno ha la mia età.
Una notte, saranno le tre o le quattro, guardiamo la televisione. C’è una cantante che mi piace, si chiama Pat Benatar.
«Mi piace» gli dico, e Lui: «Io l’ho vista una sera, ero a New York».
E poi racconta…
Vive nella grande casa del padre ma un giorno litiga e va in Francia a vendemmiare. Poi, coi soldi guadagnati, si imbarca come clandestino, destinazione, appunto, New York.
Arriva, gira di qua e di là in cerca di un lavoretto, Lui a casa non vuole tornare, e una sera vede un concerto di Pat Benatar in un locale.
I soldi però cominciano a scarseggiare, poi finiscono, e così si ritrova a vivere con altri barboni sotto le griglie della metropolitana di New York.
Conosce così altri fuggitivi. Alcuni di loro, lo capisce con l’intuito, lo capisce da come parlano, erano dei professionisti, dei buoni borghesi, insomma. Adesso no, sono barboni: la sera tardi vanno a cercare cibo e da bere tra i rifiuti dei ristoranti, di notte tornano ai loro giacigli e al mattino «ci addormentavamo guardando la gente che correva a prendere la metropolitana. Quella gente aveva fretta, noi no…».
Gli piaceva quella vita? Non glielo domando, ho la sensazione di sì. Anzi, penso che la rimpianga.
«Un giorno è successo questo…».
Un giorno, camminando per strada si ritrova davanti il padre, che, con le giuste conoscenze, è riuscito a rintracciarlo (fa pensare, questo…). E il padre non si ferma a cercare di convincerlo di tornare a casa, no. Si limita ad allungargli del denaro e a dirgli «se vuoi tornare, questo ti basterà».
Prese così la decisione…
Tornò, era tornato, ma di notte Lui non riusciva a dormire, Lui era ancora là, sotto la griglia, accanto a un uomo «che probabilmente era un avvocato, ma che aveva preferito lasciare tutto. Se trovavamo dei cibo lo dividevamo, ma non ci facevamo domande…. eravamo lì, lontani dal mondo, eravamo io, lui e altri, tanti altri…».
Certe notti, in un albergo, alcuni incontri.
#portieredinotte
#autobiografia