Quando frequentavo lettere a Torino ogni tanto seguivo lezioni di psicologia o pedagogia, che non interessavano il mio piano di studi. Mi piaceva un pedagogista di Asti, Remo Fornaca. Una volta Fornaca raccontò della sua amicizia con Danilo Dolci. Disse (cito a memoria): A volte mi telefona di notte per chiedermi un consiglio su una virgola, se serve oppure se è meglio velocizzare la frase, non mettendola.E’ talmente grande il rispetto che Dolci ha per il lettore che arriva al punto di svegliarmi di notte.
Autore: Remo Bassini
Una pagina da “La donna di picche”
Una pagina tratta da “La donna di picche”
Caro Pietro,
da quando ci sei tu penso sempre alla morte e all’amore. Tu non lo sai, ma io sono morta una volta: una parte di me è nella bara, accanto a papà. Lui è il mio spirito guida, il mio Dio. Ma il bene che voglio a lui lo voglio anche a te. Pietro, ricordi come abbiamo fatto l’amore? Come degli dèi. Per me è stato sublime, ho toccato il cielo come non mi era mai e poi mai successo (e, ne sono certa: nessuna donna di cuori ti ha fatto provare quello che ti ho fatto provare io, vero Pietro?). Ripensa a noi. Io sono seduta su di te, tu che sei dentro di me, e i nostri movimenti sono lenti. Ci fermiamo, riprendiamo, e intanto tu mi stringi e mi fai male, ma io voglio così, stringimi ancora più forte, e tu mi capisci senza bisogno di parole, perché le tue mani sui miei fianchi sembrano morsi, perché ti piace sentire le mie unghie che affondano nelle tue spalle; e intanto la mia lingua è premuta sui tuoi denti, e abbiamo un unico respiro, un’unica saliva, e mentre facciamo l’amore con i nostri sessi e con le nostre bocche io penso, e lo penso anche adesso, e lo penso ogni volta che mi addormento, che quando morirò mi porterò dietro il ricordo dei nostri corpi, della nostra saliva, del nostro fiato, di te e di me che esplodiamo con lentezza, come un solo vulcano: e sarà l’ultima immagine.
Pietro, voglio vivere e morire con te. Lo capisci quanto ti amo?
Si è spento il sole eccetera
UnO.
Serve una luce per poter scrivere qualcosa di vero. Sono al buio, da tempo, ma non è un dramma: è.
(Il problema vero non è pubblicare o meno, vendere o non vendere. Il problema vero è scrivere qualcosa di vero.)
DuE.
L’inverno è ancora lungo, sembra. Ma non importa, io sento già profumi di primavera. Anche il mio gatto, che stanotte è uscito alle 2 per rientrare dopo le 3.
(Ho una percezione tutta mia delle stagioni. Allora, partiamo dall’inverno: per me parte da novembre e finisce a febbraio. Quattro mesi insomma. Finisce mai. Primavera: Marzo, aprile, maggio. Estate: giugno, luglio, agosto. Autunno: settembre e ottobre e basta.)
TrE.
Non mi è venuto in mente nulla di furbo dopo aver scritto TrE, e quindi un saluto a tutti quelli che passano da queste parti (nonostante le lunghe pause).
QuaTTro.
No, una cosa in mente ce l’ho da raccontare. Nel bar del panino di mezzogiorno, verso le 13 in punto arriva un uomo, ottant’anni circa. Entra con un sorriso bello stampato sulle labra. Anche gli occhi azzurri sorridono. Ordina un caffè, si mette in disparte, legge il giornale, ascolta le chiacchiere da bar. Un’oretta e poi va. E’ la sua unica ora libera. Le altre ore del giorno sono per la moglie, che non è autosufficiente. Ma per tirare avanti è sufficiente avere accanto un bel sorriso, vero, .
Il 2006, il 2019, i libri, il libro più bello
Fu un buon anno il 2006. A marzo e aprile uscirono due miei libri: Dicono di Clelia, con Mursia, Lo scommettitore, con Fernandel. A luglio mi intervistò Fahrneheit (Rai Radio3), Lo scommettitore divenne il libro del mese. Dalla Newton Compton ricevetti la proposta di pubblicare un libro ancora da scrivere.
Sembrava che stessi spiccando il volo, per Fahrenheit fui finalista anche per il libro dell’anno (vinse Saviano), il libro che scrissi per la Newton (La donna che parlava con i morti) dopo le prime 4mila copie, ebbe subito una ristampa di altre 1500.
Invece son rimasto a gravitare nella piccola media editoria.
È stato un buon anno il 2019. Con Fanucci ho pubblicato il giallo che più amo, La donna di picche, e poi sono usciti, per la seconda volta due libri.
Con I Buoni cugini di Palermo ho pubblicato Il bar delle voci rubate (un rifacimento de Il quaderno delle voci rubate, uscito nel 2002), con Il vento antico, è uscita una edizione revisionata e corretta de La donna che parlava con i morti. (Mi sembra d’essere tornato, insomma, al 2006).

In tutto ho pubblicato 12 libri, insieme a Bastardo Posto, che pubblicai con Luigi Bernardi e quindi con Perdisa Pop, i tre che sono usciti nel 2019 sono i miei preferiti.

Nel 2007-2008 non spiccai il volo anche per colpa mia. Un editore molto più grande di Perdisa Pop mi avrebbe pubblicato Bastardo posto (conservo la mail). Ma io quel libro l’avevo promesso a Luigi. Feci bene.
Scrivo, altri che scrivono bene son più sfortunati di me, altri che scrivono magari male invece son più fortunati. Succede da sempre. In questi giorni di Natale scrivo e passo più tempo che posso con mio figlio Federico Libero detto Cico: il mio capolavoro. Tante sere, io e lui, inventiamo storie.
Regalo di Natale (per me)
Un regalo di Natale per me (LEGGI QUI l’articolo “I migliori gialli del 2019 (da regalare a Natale)”.

La donna che parlava con i morti (è tornata)
Uscì nel 2007, casa editrice Newton Compton. 4000 copie, più una ristampa di 1500.
Ci fu una ipotesi di una ristampa in economica, ma la cosa naufragò anche perché il mio rapporto con la Newton s’interruppe. Passai a Perdisa Pop, con Luigi Bernardi. Anche lui ipotizzò di ristamparlo, ma poi successe che Luigi lasciò Perdisa per dedicarsi alla scrittura.
Ora La donna che parlava con i morti è tornata, pubblicata dalla casa editrice Il vento antico. Non si trova in libreria. Si può solo ordinare, tanto l’ebook quanto il cartaceo (per me viene sempre prima il cartaceo).
Il libro, prima di andare in stampa, è stato rivisto da me e da Lilli Luini. Non ho cambiato nulla, la trama quella è. Ho tolto qualche scoria e apportato qualche taglio.
Segnalazione su Fuoriasse
Novità editoriali della rivista Fuoriasse (LEGGI QUA) la segnalazione de La donna di picche.

L’orgoglio italiano, qualche volta
Perché scrivo? Bella domanda
Maggio 2006, Salone del libro. Dovevo andarci e ci andai. Non ricapiterà più, pensavo, di poter dire che al Salone ci sono due miei libri, appena usciti; Lo scommettitore, pubblicato da Fernandel, Dicono di Clelia, da Mursia.
Li avevo spediti, semplicemente spediti. Mursia era stata pachidermica: firma del contratto nel 2003, uscita del libro, appunto, nel 2006. Fernandel più veloce: la stampa del libro meno di un anno dopo il parere favorevole.
Capitò così che uscirono insieme.
Comunque, sono lì al Salone, stand di Fernandel. E c’è il mio libro, chiaro con altri libri di Fernandel. E c’è la gente che passa, qualcuno va veloce, qualcuno si ferma: guarda le copertine, il titolo. A volte compra. Qualcuno prende il mio. Arrivai a quota 12, mi pare.
Sei uno dei tanti, sei un libro tra migliaia e migliaia, cosa credevi?, ricordo che pensai.
Lascio lo stand di Fernandel e vado in quello di Mursia. Mi vedono e gentilmente mi regalano un libro. Vedo un signore che mi viene incontro festante. Guarda me, guarda il libro che ho tra le mani. Forse vorrebbe abbracciarmi. Lo bloccano: “Non lo ha comprato, glielo abbiamo regalato” gli dicono.
“Sono qui da due giorni” mi dice indicandomi la pila con i suoi libri “e non ho venduto nemmeno una copia”.
Essere scrittori vuol dire anche questo.
Ho avuto anche qualche soddisfazione? Qualche. Una soddisfazione per esempio è quella di non aver mai pietito la lettura di un manoscritto, implorato una recensione. Mando manoscritti e libri, poi quel che accade accade (certo ho la variante, adesso di avere una brava agente).
Ma il punto fermo è questo: i maldipancia, insomma.
E se sul mio profilo facebook ho scritto giornalista e scrittore è perché non so fare altro. Insegnante, giornalista e scrittore sarebbe meglio. Anche ortolano: ma non son buono (e mi spiace, dico davvero, di non aver imparato quando il mio vecchio cercava di insegnarmi. I profumi dell’orto, al mattino presto in estate, son come i profumi del mare: si ricordano).
Perché non smetti?, è la domanda che rimane in sospeso. Senza risposta.
O forse c’è. Semplice semplice: scrivo perché mi piace scrivere, e a culo tutto il resto cantava Guccini ne L’avvelenata.
Una vita fa mi prese per mano
Il bar delle voci rubate
C’era una volta un libro, “Il quaderno delle voci rubate”, il primo che ho scritto. E’ tornato,vent’anni dopo, con un nuovo titolo. Il bar delle voci rubate.
L’ho modificato, ha un altro finale e non solo.
La casa editrice si chiama I buoni cugini.
La copertina è tratta da un’opera di Lorena Fonsato.
La poesia che vorrei scrivere
Ho scritto anche io poesie, ma erano brutte. Però una poesia vorrei tanto scriverla, e dedicarla a mio figlio Federico Libero detto Cico. Una sola.
Vorrei scrivergli solo due cose, due.
Era piccolo, avrà avuto due anni, era inverno, eravamo ai giardini, dove c’era una fontana. Eramo solo io e lui. Io però non c’ero. Ero arrabbiato, ero pensieroso, ero altrove.
Guadda quacqua, mi disse lui, guardandomi. Aveva ragione. Era così bello essere lì e guardare l’acqua.
È cresciuto, ha nove anni quasi dieci, ma gli è rimasta una mania. Se ha un giocatolo rotto lo mette da parte, lo accarezza. E non vuole buttarlo perché, dice mio figlio, non ha colpa se si è rotto. E la casa è piena di giocattoli rotti, ma non si buttano, dice. Per favore.
E vorrei dirgli, insomma, scrivergli che lui è migliore di me.
Vorrei dargliela questa poesia: so che la terrebbe con cura.

