Qualcosa di me, meglio: di mio

Questa cosa l’ho scritta nel 2013. E’ qualcosa di me, meglio: di mio. Copio-incollo.

Ho sofferto di epilessia. Una tara ereditaria, pare.
Lo fu un fratello del babbo, han sofferto di epilessia due miei cugini. Anche mio fratello Moreno.
La prima crisi, il 23 settembre 1975, giorno del mio diciannovesimo compleanno.
Ultima crisi: agosto del 1991.
Ma c’è un’altra data da ricordare.
Allora, prima crisi, ho 19 anni. Ne arriva un’altra l’anno successivo, settembre 1976. Lavoravo in fabbrica.
Da allora, una crisi ogni due mesi, a volte anche una al mese.
Va a sapere tu: tutte al mattino, soprattutto di sabato o domenica. Ma qualche volta succedeva anche in fabbrica.
1980, primo maggio: nasce mia figlia Sonia.
15 di maggio, ho una crisi.
Ed è questa la data da ricordare
Ho una crisi e dico: non ne voglio più avere, non voglio avere PAURA di tenere questa bimba in braccio.
va a sapere, ma da allora niente più crisi fino al 1991.

I medici mi dicevano: cerca di fare una vita tranquilla.
Dormi almeno otto ore, non esagerare coi caffè, mangia con moderazione.
Dal 1982  la mia vita cambia: e non è per niente tranquilla. Non lo è più.
Fabbrica, palazzo nuovo ogni giorno (quindi Vercelli- Torino andata e ritorno).
4 ore di sonno, a volte anche meno.insomma, da quel 15 maggio 1980 in poi sono stato operaio-studente, ho recitato a teatro, lavorato di notte in un albergo, giocato a bowling a livello agonistico, scritto libri, letto libri: quasi sempre di notte.
Bevendo tanti caffè e fumando o il toscano o la pipa,soprattutto la notte, per restare sveglio.
Una notte (stavo scrivendo la tesi di laurea) feci che non dormire per niente. Certo, il giorno dopo ero a pezzi, ma andai a Torino, tornai a Vercelli, lavorai.
Io credo sia stato importante, per me, aver messo da parte la paura.

Nel 1983 mi iscrivo a Lettere e leggo I demoni di Dostoevskij.
Nei demoni, si dice che Maometto era epilettico perché dormiva poco.
All’epilessia di Dostoevskij, alla mia epilessia e all’epilessia di tutti gli epilettici, ancora oggi guardati di traverso e spesso con disprezzo, dedicai una poesia.
Non so scrivere poesie, io.
Ma questa mi piace:

A Dostoevskij

Epilessia,
malefica dea che insegni
ai tuoi figli bastardi
a sottrarre
secondi alla notte:
la pena di morte
è
a ogni passo.
Ad ogni passo
il viso può schiantare
nel selciato
dove
calpestati e rinnegati
crescon fiori il cui nome
nessuno conosce.

Dello scrivere oscuro

Ho scelto alcuni passi tratti da “Dello scrivere oscuro” di Primo Levi.

Non si dovrebbero mai imporre limiti o regole allo scrivere creativo…. a mio parere non si dovrebbe scrivere in modo oscuro, perché uno scritto ha tanto più valore, e tanta più speranza di diffusione e di perennità, quanto meglio viene compreso e quanto meno si presta ad interpretazioni equivoche.

E’ evidente che una scrittura perfettamente lucida presuppone uno scrivente totalmente consapevole, il che non corrisponde alla realtà. Siamo fatti di Io e di Es, di spirito e di carne, ed inoltre di acidi nucleici, di tradizioni, di ormoni, di esperienze e traumi remoti e prossimi; perciò siamo condannati a trascinarci dietro, dalla culla alla tomba, un Doppelganger, un fratello muto e senza volto, che pure è corresponsabile delle nostre azioni, quindi anche delle nostre pagine.

Come è noto, nessun autore capisce a fondo quello che ha scritto, e tutti gli scrittori hanno avuto modo di studiare delle cose belle e brutte che i critici hanno trovato nelle loro opere che loro non sapevano di averci messo

… la scrittura serve a comunicare, a trasmettere informazioni o sentimenti da mente a mente, da luogo a luogo, e da tempo a tempo, e chi non viene capito da nessuno non trasmette nulla, grida nel deserto.

Le cose si sanno

Le cose si sanno.

E’ il 1987, mi pare. Sto imparando a fare il cronista di provincia. Una domenica mi mandano in un centro del vercellese, Livorno Ferraris. Inaugurano una piazza, che viene intitolata al colonnello Enrico Possis, che era stato sindaco di Livorno Ferraris per 15 anni.
Leggono alcune pagine del suo diario.
Mi resta impressa una frase: Fa che ogni tuo giorni conti.

E’ una frase semplice e incisiva al tempo stesso.
Ci ricorda che chi odia, chi prova invidia, chi insegue il successo perde solo tempo.
Fa che ogni tuo giorno conti.
Noi sappiamo bene cosa conta.
Ci dice anche, quella frase, che siamo fottuti, se non riusciamo almeno un po’ a farla nostra.

Quelli importanti e quelli no

Quelli importanti-indaffarati non hanno mai tempo per rispondere a una mail o al telefono, giustappunto.

Ad A. dissero che aveva un tumore maligno alla tiroide. Pianse disperata. Non è giusto a neanche trent’anni.
Un mese dopo, in un altro centro, ad A. dicono che dovrà operarsi, certo, ma non si tratta di un tumore: è solo un gozzo che va asportato. A. era felice.
Giorni dopo A. è in crisi: e se avessero ragione quelli che mi han fatto la diagnosi peggiore?
E’ ora di cena, A. vorrebbe parlare con qualcuno. Così prova, e telefona a due medici del primo ospedale; è un piccolo ospedale di una città dove tutti si conoscono, fa in fretta a farsi dare i numeri. Ma i due cellulari non rispondono.
Provo a sentire qualcuno dell’Altro Ospedale, dice A. Sa che non sarà facile. L’altro ospedale è un grande ospedale di una grande città. Con l’aiuto di un amico giornalista A. recupera il numero di casa dell’oncologo dell’Altro Ospedale. Lo chiama, risponde il figlio: Mio padre sta mangiando, ma ora glielo chiamo.
A. tenne l’oncologo dell’Altro ospedale più di mezz’ora al telefono, poi sorrise e andò a dormire tranquilla.
Certe storie hanno un lieto fine, e ci insegnano che ci sono quelli importanti che non valgono niente e quelli importanti per davvero.
(E io sono convinto che anche il medico dell’Altro Ospedale andò a dormire sereno quella sera).

PS Questa è una storia vera. Ed è vera anche l’iniziale A.

Gentaglia di cuore

Disse: “E adesso che mi si è rotta la macchina come faccio ad andare a lavorare? Non posso fare venti chilometri più altri venti ogni giorno”.
Le braccia a penzoloni, gli angoli delle labbra in giù, come i bambini quando stanno per piangere o si sentono offesi.
“Ma vaffanculo, ti do la mia no? Dovevo darla dentro perprendere un altro usato, ma se ti serve una macchina te la regalo a te”.

Non sto inventando. Sto raccontando qualcosa di vero, che ho visto.

Anni fa, frequento un bar di periferia. Il peggio del peggio del peggio. Nomadi, figli di puttana poiché hanno la mamma che la puttana la fa per davvero, figli di papà quarantenni magari disoccupati ma che prima di andare a dormire si fanno una canna. Tanti ragazzi, dediti anche al piccolo spaccio. Senza cultura, senza futuro. Io ero il giornalista con cui scherzavano. Quando ci arrestano ci metti in prima pagina?
Qualcuno lavorava.
“Mi hanno assunto in una concessionaria, faccio i tagliandi, Pressione delle gomme, olio, poi mi hanno insegnato a fare finta di controllare con il computer, che non so nemmeno usare”.
Mi ritrovavo lì perché lì andava mio fratello Moreno, mi ritrovavo tante sere lì perchè vedevo cose.
Ragazzi dai quindici ai vent’anni senza cultura e senza futuro, certo, che andavano nelle sale da ballo a provocare risse e vendere pastiglie. Gentaglia. Ma che credeva nell’importanza di una stretta di mano. E che aiutava un amico con una generosità inimmaginabile per noi, persone per bene.

(A questo periodo della mia vita durato circa due anni ho dedicato un racconto, che è stato pubblicato su un libro. Un racconto che avevo scritto con troppa rabbia e troppa fretta… prima a poi lo correggo e poi lo posto qui, nel blog)

Giornalismo coraggioso

Una vecchia pagina di giornalismo da imncorniciare, a cui sono affezionato. La scrisse Ermenegildo Gallardi, direttore de La Sesia, nel 1923. La citai nella mia tesi quando sostenni l’esame da giornalista professionista.

Io ho fiancheggiato il movimento fascista del Vercellese quando era ancora un’esigua e coraggiosa minoranza; mi sono appartato da esso quando gli si avvicinarono i pescicani, gli imboscati, gli arrivisti, gli ambiziosi, i plutocrati, i contumaci dell’ora del dovere.

Potete far venire a Vercelli due, tre, diecimila squadristi dalla Provincia e fuori. Io non tacerò. Venga adunque il manganello, l’olio di ricino non è più di moda. Ma badate: bisogna picchiare sodo: perché la testa è dura e perché se mi lasciate un filo di fiato me ne servirò ancora.

Propongo al cavalier Belloni una equa soluzione della nostra vertenza. Facciamo un bel comizio pubblico in piazza, col patto civile della libertà della parola. Il pubblico non mancherà. Vuole? O preferisce il manganello che crede più persuasivo?

Donne, briciole di storie

Faccio collezioni di immagini di donne. Briciole di storie, insomma.
Uno. Firenze, non lontano dal Ponte vecchio. Serata stupenda, ho appena cenato, è domenica, peccato che me ne debba andare. Incrocio una ragazza. Sta piangendo. Ci sono diversi modi di piangere. Il suo era disperato. Tanto.
Altro flash. Sono in una birreria, da queste parti. Arriva e si siede una donna dell’est; tra un po’ inizierà a lavorare in un vicino night. Chiede un bicchiere d’acqua e poi, dopo una manciata di minuti, con un po’ di vergogna chiede se per favore le possono dare anche un pezzo di pane.
Tre. Un ricordo di fabbrica. Durante un’assemblea un sindacalista parla di rapporti di forza. Una donna, che è seduta accanto a me, mi chiede: Cosa sono i rapporti di forza? Glielo spiego, poi vado al sindacato e pongo il problema dei termini da utilizzare quando si parla agli operai. Non mi prendono sul serio. “Chi è che non sa cosa sono i rapporti di forza?”. Una donna, per esempio. Mezza giornata a lavorare in fabbrica, mezza a stirale, lavare, crescere due figlii. E guardare la televisione un’oretta, prima di crollare dal sonno.

Nostalgie

Mi manca una città con i bar aperti fino a tardi, con il cinema tutti i giorni e il piccolo negozio di alimentari. E magari (anche se non ho più l’età) i campi di calcio in periferia, senza spogliatoi, con l’erbaccia oppure spelacchiati. E le trattorie…

Poi c’è una cosa che mi manca e che non ho mai vissuto: una biblioteca aperta anche di sera.

Una cosa che non mi manca è la sanità che c’era una volta. Primari con un codazzo di medici e suore, inavvicinabili. La sanità oggi fa schifo, perché funziona bene solo per chi ha i soldi (ma funziona bene anche per i politici e per i medici stessi: gente che difficilmente sentiremo lamentarsi per le liste d’attesa), però oggi, almeno, si può alzare la voce, rivolgersi a un giornale, ribellarsi insomma.

Poi, cosa più recente, mi manca il mondo dei blog, sommerso da facebook che, alla fin fine, è soprattutto un gran casino.

Mesi fa ho sentito una donna che, parlando con qualcuno al cellulare, raccontava di un brutto incidente che aveva avuto un suo parente. “L’hanno scritto anche su facebook” ha detto. Ah.

Bastonate

Quando andava ai battesimi intonava canti tristi, chi nasce infatti è destinato a soffrire, la gente però non gradiva e lui veniva bastonato. Le sue canzoni erano gioiose ai funerali, perché chi muore ha finito di soffrire, ma la gente lo cacciava, bastonandolo.

(Lo racconta Lev Trotsky in alcuni suoi libri; dice solo che è un personaggio della mitologia russa).