Ho quattordici anni, mi chiamo Marco, faccio la terza media e gioco a calcio. Sono piccolo e veloce, il mio idolo è Ronaldo (però se divento forte come Chiesa a me va bene lo stesso).
In famiglia siamo in cinque. Papà, che adesso è a casa perché fa l’imbianchino, la mamma, pure lei a casa: fa le pulizie per una cooperativa, ma adesso deve allattare Noemi, la sorellina che è nata due mesi fa.
Poi c’è mio fratello Alberto, che fa la quarta elementare. Lui gioca a basket, ma il suo sport preferito è starmi addosso.
Abbiamo un solo computer, io ho il profilo facebook, ma la mamma mi ci fa stare solo un’ora al giorno, così non posso chattare con i miei compagni di classe e della mia squadra; insomma, mamma vuole che io studi, e, porca zozza, vuole anche che io aiuti mio fratello a fare i compiti. Mamma è triste, dice che non vede l’ora che tutto finisca, papà invece sta zitto, ma è nervoso, non gli si può dire niente. Fuma in continuazione, spalanca la finestra solo quando mamma gli dice che intossica Noemi.
Il mio pallone da calcio è in un armadio nell’ingresso, insieme a quello da basket di Alberto. Il balcone è troppo piccolo, e poi se la palla vola in strada, magari su qualche auto in sosta, son cazzi.
E quindi io resto a casa, tutto il giorno, ma la mia casa ha un piccolo problema: è di cinquanta metri quadri. Anche meno, dice papà. Che fosse di cinquanta metri quadri o anche meno lo so adesso, prima non mi importava. Scuola, oratorio, allenamento. La sera un po’ di facebook o di tv (solo che non abbiamo né Sky né Netflix, siamo in pochi in classe a non averne almeno uno. Io vorrei tanto vedere la partite della Juve, qualche film…).
Mio fratello è una rottura di palle, soprattutto adesso, perché appena la mamma spegne la luce perché è l’ora di dormire, mi assilla di domande, e poi vuole anche abbracciarmi (dormiamo in sala, in un divano letto) perché ha paura.
Certe notti, quando sentivamo che in camera da letto mamma e papà facevano le “loro cose”, Alberto mi chiedeva: Ma che succede Marco? La mamma sta male? Sta bene, sta bene, gli rispondevo. Succedeva un po’ di tempo fa, questo. Ora è diversa anche la notte.
Moriremo tutti? Mi ha chiesto Alberto due giorni fa.
Ma vaffanculo, fammi dormire, gli ho risposto.
Quando Noemi piange e papà ascolta il telegiornale a me viene voglia di scappare. Da quando c’è il coronavirus di notte non riesco a prendere sonno, nemmeno papà ci riesce: dormisse lo sentirei russare. Per me non scopano nemmeno più. Fortuna che Noemi dorme. Rompe le palle tutto il giorno ma di notte dorme.
Papà è l’unico che esce. Va a fare la spesa e a prendere le sue puzzolenti sigarette, io e Alberto, invece, litighiamo per andare a gettare via la spazzatura. Una volta per uno, ha urlato la mamma.
Ieri però papà ci ha detto che dovevamo fare due passi, ma non insieme: prima io e papà e poi Alberto e papà.
Io sono stato fortunato, non ci ha visti nessuno, ma papà e Alberto sono stati fermati dai vigili, che prima gli hanno chiesto dove abitavano e poi gli han fatto una ramanzina, dicendogli che non devono uscire senza un motivo grave; ma mentre i vigili parlavano, da un balcone una signora e poi un’altra ancora si sono messe a urlare, dicendo che papà e Alberto dovevano essere multati e dovevano vergognarsi. Alberto si è spaventato, mamma si è messa a piangere quando papà lo ha raccontato, piange per niente mamma. Non credo che papà ci porterà ancora in giro.
Io resto a casa. Fanculo.
Autore: Remo Bassini
Il dolore più grande (parlando alla finestra)
Parlare da una finestra all’altra. Non dico diventare amici, ma simpatizzare, sì, simpatizzare, provare simpatia l’uno per l’altra è il termine giusto, credo.
Lei, Paola, non c’è più. Faceva l’infermiera in oncologia. Io facevo il giornalista (dirigevo il giornale di Vercelli, La Sesia).
E succedeva spesso, specie nella bella stagione, che fumassimo insieme, lei una sigaretta io il sigaro, a distanza. Io spalancando la finestra, lei seduta per terra, sul suo balcone.
Era una bella donna, era sempre allegra, era anche un po’ pazza.
Parlava poco del suo lavoro, lo capivo. Preferiva scherzare, parlare di cani.
L’ultima volta, però, volle parlarmi del suo lavoro (fu l’ultima perché poi lasciai il giornale).
Mi raccontò una storia di un grande, immenso dolore, una storia che poi, modificata, è diventata la pagina di un mio libro (La Notte del santo).
Risento Paola che mi racconta: “C’è una giovane donna ricoverata, le manca poco. È disperata perché ha solo una figlia e non sa cosa ne sarà di sua figlia quando lei morirà. La bambina viene a trovarla con lo zaino, si abbracciano, e io mi sento così impotente…”
La storia del dolore più grande la sentii alla finestra, da Paola. Era una giornata primaverile, ancora fredda ma con un po’ di sole, come oggi.
Quelli che non possono dire Andrà tutto bene, o Io resto a casa
Il dato preoccupante: il Covid colpirà tra il 60 e il 70 per cento della popolazione italiana.
Il dato consolatorio: l’80 per cento di questo 60 per cento sarà o asintomatico e avrà un’influenza che andrà via con un po’ di febbre (che è una sorta di automedicazione) e un po’ di riposo.
Il dato estremamente preoccupante: per il 20 per cento che invece avrà problemi respiratori non ci sono abbastanza posti letto e posti nelle rianimazioni, complice una politica che dagli anni 80 a oggi ha favorito il privato a scapito del pubblico.
Dal momento che la risposta della sanità pubblica è insufficiente (in alcuni casi scandalosa: tamponi a politici e calciatori, ma non a medici e infermieri in prima linea) ognuno di noi dovrà cercare di fare in modo di non essere un portatore di virus.
Anche la “normale” influenza miete vittime, complicanze comprese si parla di 8mila morti all’anno. La grande differenza sta – purtroppo – nella facilità con cui il Covid-19 si diffonde.
Non mi piacciono i due slogan (diciamo che sono sempre stato un po’ allergico a tutti gli slogan) che sono invece adottati da tantissimi, e da tanti amici cari che ho. Spiego il perché.
Andrà tutto bene è un’affermazione che trova il tempo che trova. Certo, a mio figlio di 10 anni e a mio padre di 92 anni lo dico anche io, ma non dimentichiamoci che per qualcuno – e non giochiamo per favore con i numeri – il Covid 19 è stato letale. Ai familiari di anziani deceduti per complicanze varie, la formula Andrà tutto bene non può sonare che come una beffa. Ma dov’è finito un altro slogan, un’altra frase fatta, spesso abusata da tanta sinistra, da tanti preti e da tanti giornali che dice che siamo dalla parte dei più deboli?
E poi c’è la catastrofe economica che colpisce precari, partite iva eccetera. Che colpirà il turismo. Altroché le alghe della riviera adriatica. (E da scrittore non posso che pensare alle librerie chiuse per la felicità di Amazon e da giornalista preferisco non pensare alla crisi che si abbatterà su testate on line e cartacee, perché il mercato della pubblicità sicuramente calerà).
Anche la formula Io resto a casa trova il tempo che trova. È giusto restare a casa, ma fare le prediche no. Io resto a casa ma voglio – anzi pretendo – che tu infermiere, tu medico, tu cassiera del supermercato, tu poliziotto, tu postino, tu addetto a pulire le strade non rimanga a casa.
E poi c’è il capitolo delle fabbriche: migliaia di operai che magari vorrebbero stare a casa ma non possono, e magari lavorano gomito a gomito senza le dovute precauzioni.
Insomma, a chi vuole infrangere le regole perché se ne fotte del prossimo la formuletta Io restoa a casa fa meno di un baffo. E non va bene perché tanti vorrebbero stare a casa (così da non contagiare i propri familiari) ma non possono.
È chiaro che i comportamenti scellerati vanno combattuti. Gli assembramenti alla cazzo sono da evitare, e certo. Ma dare del cafone a un cafone non è mai servito a nulla. Meglio una campagna informativa seria, che per fortuna alcune testate (Il sole 24 ore per esempio) e alcuni singoli nei social fanno. Basta poco: una fotografia mentre si legge, o si gioca con un bimbo, o si racconta del tempi impiegato per riparare, risistemare, rivedere, ripensare anche… Pensare anche ad altro: perché farsi prendere dal panico non fa bene al nostro sistema immunitario (e quindi va bene anche un po’ di ironia, perché l’ironia ha sempre convissuto con altri momenti drammatici. Ogni giorno qualcuno nasce e qualcuno muore, qualcuno sorride qualcuno urla e piange, no? E’ la storia di sempre).
E poi ci sono gli interrogativi, che tutti noi ci poniamo. Su quanto durerà, sulle misure che dovranno essere comunque prese perché pare assodato che il virus tornerà – magari meno aggressivo, si spera – in autunno. Vedremo. Un consiglio: ascoltate tutti ma non sposate nessuna tesi. Nessun predicatore. Il Coronavirus ci ha insegnato che i predicatori, i venditori di certezze sono incerti e confusi pure loro. Però predicano. Ascoltiamo i più seri, che solitamente sono quelli che non hanno certezze. Per poi interrogarsi e continuare ad aggiornarsi, sempre. Ma pensate anche ad altro, se potete.
giorni da incubo (e due link)
Tante e tante volte mi sono lamentato, perché non ho il tempo necessario per scrivere un nuovo romanzo, o almeno provarci (ora sì, faccio il giornalista, ma a metà: telefonate, comunicati o soffiate poi da verificare con altre tefonate) e comunque: il piatto piange. Inizio a scrivere, ma poi non trovo convincente quanto ho scritto.
Sul Coronavirus: spero solo che questo incubo, questa clausura forzata divenga presto un ricordo per tutti noi.
Sulla mia bacheca facebook ho postato due articoli, che ho trovato particalarmente interessanti (tra le centinaia che mi son letto e che continuo a leggere). In sintesi condivido quanto ha scritto (sempre su fb. una mia amica giornalista, brava e informata: “ci si capisce un cazzo”.
Ecco i link.
L’intervista a Walter Ricciardi (Ancora due settimane dure…) LEGGI QUI
E un articolo (I conti non tornano) di Riccardo Cascioli LEGGI QUI
Dentro le cose che ho scritto e che scriverò
La morte, i ricordi, gli amori tormentati, i sensi di colpa, il dolore psichico e fisico, l’attrazione per i calpestati, gli sfigati, i timidi, e poi la fuga e per fuga intendo fuga verso la libertà, rottura. Ribellione verso ogni potere, ogni forma di sopraffazione, ribellione contro il consumismo e nostalgia-richiamo verso una vita – in città o in montagna o al mare non importa – più vicina alla natura, a come eravamo quando eravamo meno contagiati da questo progresso malato (malato perché non si prende cura, anzi, di questo mondo sempre più malato).
Nei miei libri, che siano gialli o meno, che siano pubblicati da Fanucci o dal Vento Antico o Dai Buoni Cugini io cerco di mettere questo.
La mia scrittura, infine. Mi interessa che arrivi, quindi cerco la semplicità cercando di fonderla con la scrittura incisiva che era così cara a Pontiggia.
Due ipotesi per un nuovo libro
Ho in mente una storia. Un giallo che è anche una storia d’amore. Una storia che ho incontrato anni fa, quindi vera, ma che intendo manipolare. Ho in mente alcuni io narranti. Ipotesi uno: uno scrittore da poco. Ipotesi due; Anna Antichi che alla tenera età di cinquant’anni ha cominciato a fare l’avvocato. Ipotesi tre: il commissario Dallavita (ma anche questa non l’ho scritta).
Quelle che seguono sono le due ipoitesi che ho buttato già stanotte. Sono da riscrivere, ma prima devo decidere. E’ da luglio che provo a iniziare questa storia, che va trattata con i guanti,
IPOTESI 1
Sono uno scrittore, ma lo sanno in pochi. Ho cinquantadue anni, e se non ci fossero i milletrecento euro al mese della pensione di papà farei la fame. Togliendo bollette, affitto e spese condominiali resta poco per la spesa e il resto, però papà, attingendo dai risparmi di una vita, mi passa un mensile di cinquecento euro che mi bastano a malapena, nonostante io conduca una vita spartana. Non esco con donne, non vado a cena fuori, non vado al cinema o a teatro. I cinquecento euro vanno via per vestirmi, per i libri (che compro alle bancherelle dell’usato), per il (vecchio) cellulare, per il pc (rigorosamente usato), per la carta e la stampante (stampo poco e uso cartucce ricaricabili). Sotto il materasso ho settecento euro di scorta. Servono per il dentista, o per i prodotti naturali che uso per curare i miai malanni. Papà ha ancora la patente, io no, non l’ho rinnovata, ma non abbiamo l’auto, di cui sentiamo la mancanza solo perché l’orto (abusivo) di papà è lontano un paio di chilometri da casa nostra.
Le ferie, io e papà, le trascorriamo lì, all’orto che è a due passi dal fiume. Papà, che da giovane ha fatto anche il taglialegna, ha costruito una baracca di legno che sembra la casa nella prateria. Dentro, oltre agli attrezzi, ci sono un tavolo e cinque sedie in saggina, un fornello per preparare da mangiare, due vecchie poltrone, che sono vicine a un camino rudimentale e che hanno un uso prettamente invernale, e due sdraie per il periodo estivo. D’inverno no, non è mai accaduto, ma nelle notti afose d’estate succede spesso che io e papà si dorma lì. Io mi porto da leggere e se voglio scrivere uso un bloc notes, facendo luce con una pila. Papà si addormenta ascoltando la radiolina.
D’inverno e d’estate, nel primo pomeriggio c’è sempre l’appuntamento con la partita a carte. Scopone scientifico. Solitamente il tavolo è composto da me, da papà, dal vicino d’orto Giulio Novembre, che fu collega di fabbrica di papà, e da Giovanna Sensi, che è una mia ex compagna di scuola e che ora fa l’avvocato. Mi piace Giovanna, ma io non credo d’essere il suo tipo, certe cose si sentono. La mia vita sentimentale è una fonte di preoccupazione per papà. Parliamo poco, io e lui. E quando ci diciamo certe cose evitiamo di guardarci negli occhi.
Mesi fa, mi pare fosse gennaio, eravamo nella baracca, mi ha chiesto: Ti risulta che il figlio del Novembre sia… insomma.
Insomma cosa papà? risposi attizzando la legna. Omosessuale?
Papà non disse più nulla, io nemmeno.
Tempo addietro mi aveva chiesto se adesso con il viagra tutti potessero andare con le donne, anche quelli con problemi gravi. Gli risposi non lo sapevo, fine delle trasmissioni.
Insomma, papà sospetta che io sia gay o impotente o tutti e due. Del resto sa che sono cagionevole di salute e strano, da sempre. A scuola mi isolavo e venivo isolato. Alle superiori l’unica eccezione era stata Giovanna Sensi. Era diversa, tanto diversa, da tutti gli altri.
Ma è stato mio padre, che era amico del suo defunto, a invitarla a venire a giocare. Quando non lavora viene sempre. Oggi, però, lavora. E non c’è nemmeno Novembre, del resto ieri aveva una tosse brutta.
Oggi è il 28 di luglio e il mio telefono sta squillando. È Giovanna Sensi. Ha messo giù, ma mi ha lasciato un messaggio.
Prendi la bicicletta e raggiungimi di corsa, sono nel mio studio, e se sei senza bici chiama un taxi, paga una mia cliente che vuole parlare con te.
«Papà ci vediamo a casa, vado da Giovanna, sembra abbia bisogno di me.»
Ciao papà, gli ho detto guardandolo: perché lui risponde solo con un cenno della testa.
IPOTESI 2
Faccio l’avvocato, faccio la fame. E sono ossessionata dai numeri; dal 39 e dal 50 e anche un po’ dal 10. Numeri negativi. Il 28, invece, è il mio numero fortunato e quel 28 luglio le cose andarono nel migliore dei modi. Il mio cliente tremava, sotto l’effetto degli psicofarmaci, il giovane pubblico ministero invece sbadigliava, perché sapeva che l’avrebbe vinta lui, non mi restava che lei, la giudice Dorina Barullo.
«Certo, il mio cliente ha avuto un comportamento deplorevole, ed è giusto che oggi debba rispondere di quello che ha fatto ed è giusto che paghi. Non si prende una ex fidanzata per le spalle e poi, una volta immobilizzata, non ci si dimena simulando un rapporto sessuale in mezzo alla strada, in pieno giorno. La ragazza giustamente si è ribellata urlando, altrettanto giustamente qualcuno ha chiamato le forze dell’ordine che, giustamente…»
«Avvocato Antichi, sulla ricostruzione è già stata detto tutto quello che c’era da dire, abbiamo perfino rivisto la scena grazie a una telecamera, concluda la sua arringa, grazie.»
«Mi scusi giudice, ha ragione, vorrei solo soffermarmi sull’ultima parola che ho pronunciato, e cioè giustamente, noi siamo qui per far sì che emerga tutto ciò che è giusto.»
«Avvocato Antichi, con la retorica da due soldi non si fanno i processi, proceda celermente per favore.»
«Giudice, ha detto celermente… Ecco, soffermiamoci solo un minuto su cosa avvenne dopo il fattaccio e sulla parola celermente. Celermente arrivarono i carabinieri che spintonarono e ammanettarono il mio cliente mentre era per terra, poi altrettanto celermente il mio cliente fu trasportato in ospedale dove arrivarono praticamente insieme, ambulanza e il TSO firmato quanto mai celermente dal sindaco di questa città… ecco, io mi domando e vi domano, se la vittima non fosse stata la figlia dell’avvocato più potente della città…»
«Avvocato Antichi, sta superando ogni limite.»
«E non è la prima volta…»
«Signor pubblico ministero, non si intrometta, per favore, avvocato Antichi, arrivi al dunque. Le ricordo che il suo cliente non deve rispondere solo quel singolo episodio…»
«Lo so, il mio cliente ha persona la testa per la sua ex fidanzata ed è accusato di stalking, ma restiamo a quel singolo episodio. Si fosse trattato di una commessa, al mio cliente avrebbero rotto il naso mentre veniva ammanettato? Si fosse trattato di una commessa…»
«Avvocato, sta esagerando…»
«… il mio cliente sarebbe stato sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio che sembra essere un avvertimento: avvinati ancora una volta alla tua ex e vedi cosa ti capita.»
«Sospendete la registrazione, mi ritiro in camera di consiglio, avvocato si avvicini.»
«Il mio cliente non ha già forse pagato per quello che ha fatto? Ma diamine…»
«Avvocato Anna Antichi si avvicini. Spegnete i microfoni, grazie.»
«Mi dica giudice.»
«Perché ha voluto complicare tutto? E parli a voce bassa, ci stanno osservando tutti.»
«Da donna a donna le dico: sono stufa delle mafiosità…»
«A cosa si riferisce?»
«Che ieri sera il signor pubblico ministero era ospite a cena dell’avvocato Forconi. E la cena non è durata poco»
«Cosa fa, spia le persone?»
«Sì giudice, ho pedinato l’avvocato Forconi perché so che controlla tutta la città. Per capire, mi è bastato nascondermi su un fosso munita di binocolo, e centro metri dalla sua villa.»
«Da donna a donna: il pubblico ministero è un gran paraculo e non ho bisogno delle tue lezioni per sapere chi è l’avvocato Forconi, ma il tuo cliente è uno spostato che sta rendendo un inferno la vita della vittima, e adesso sparisci, vedo che il signor pubblico ministero vuole conferire.»
«Si fotta.»
«Sparisci ho detto.»
Quel 28 luglio, mentre mangiavo la banana che mi ero portata dietro e attendevo che la giudice Barullo condannasse il mio cliente – non poteva che finire così – mi raggiunse un tizio.
«Sono l’ispettore Ghirlandina, mi segua, il procuratore vuole parlare.»
Pensai: in aula ho esagerato, adesso sentirò le mie. Fanculo a questo tribunale e a questa città. Mi venne voglia di fuggire, di dire Ho sbagliato tutto, scusate, non doveva fare l’avvocato, 39-10-50 sono i numeri dell’inferno.
Però era il 28 luglio, e io il 28 luglio avevo baciato il mio primo ragazzo, e il 28 luglio, a vent’anni, avevo sostenuto il primo esame a Lettere. E il 28 settembre è nato mio papà, Leone l’anarchico, quando parlano di lui, in questa città lo chiamano ancora così.
Ma mentre salivo le scale mi sentivo vecchia e inadeguata. Avevo il fiatone, avevo paura.
La donna che parlava con i morti (doppio incipit)
Ha due incipit La donna che parlava con i morti (libro è uscito a dicembre 2019 per le edizioni Il Vento Antico – Prima edizione Newton Compton nel 2007).
PRIMO INCIPIT
Si parlava poco di lei. Quando se ne parlava i vecchi dicevano – ma solo in certe occasioni, banchetti funebri, domeniche nebbiose trascorse tra amici e parenti a mangiar castagne – che era «come una santa.» Santa Nunzia del bosco. O dei castagni.
Aveva poco più di vent’anni quando lasciò il Palazzone per andare a vivere in clausura nel cascinale in fondo alla valle, costruito in una sola estate dai muratori venuti da lontano con muli e cavalli da tiro, in fretta, e un capomastro che urlava, e gente armata su cavalli e mule, a controllare.
E di lei per anni e anni si disse, ma si seppe poco. Si seppe, ma si disse poco del suo peccato: aveva tradito il marito, tre volte più vecchio di lei, per un giovane, bel fattore che poi fu trovato morto, dissero per disgrazia, in un torrente.
La pena per Nunzia la decisero, con la benedizione del marito disonorato, i suoi due cognati; clausura a vita, controllata a vista da due contadine, carceriere spietate in cambio di un piatto di minestra, vino buono, un letto per dormire e altri piaceri, chissà.
SECONDO INCIPIT
Sono tristi le risaie d’inverno, ma resterò sempre qua, tra queste nebbie che avvolgono i miei ricordi. Sono in treno, ora. Ho le cuffie, così nessuno prova ad attaccar bottone e non sento il casino degli studenti. Sto ascoltando La ballata di Sacco e Vanzetti cantata da Joan Baez.
… resterai sempre un po’ anarchica, vero Anna?
Comunque. Finalmente faccio quello che volevo fare anche se, quello che faccio, non è bello come ti fanno credere certi libri o film.
C’è sempre troppa nebbia attorno alla nostra vita. Troppo dolore.
Ho appena risolto un caso e oggi è una giornataccia.
Uno schifo di caso: una giovane madre che, dopo aver scoperto ed essersi data al sesso estremo con il vicino di casa pervertito, ha deciso di gettarsi giù dal sesto piano. Vorrei non pensarci ma devo vedere suo padre, il cliente che mi ha pagato insomma, ho appuntamento alle undici, merda. Devo dirgli la verità – per questo è una giornataccia – altrimenti quello continua a sospettare che sia il genero la causa della morte della figlia, e anche se il genero è un senzapalle che non sa da che parte è girato e che vive per andare allo stadio la domenica, è giusto che la bambina resti a lui.
Mi sto specializzando nelle morti misteriose e nella ricerca di persone scomparse.
La sveglia da anteguerra, ora, mi butta giù dal letto alle sette di mattina. Da due anni, vado in stazione, prendo un caffè e poi, aspettando il treno che in un quarto d’ora mi porterà a lavorare, fumo la seconda sigaretta della giornata.
Risaie e ricordi, risaie e ricordi, risaie e ricordi, arrivo, frenata, si scende, caffè al bar dell’altra stazione, poi terza sigaretta e via a piedi e in fretta in ufficio.
La donna alla finestra
Anni novanta, senza internet e cellulare. Leggevo e studiavo in cucina. Macchina da scrivere, radio, Marlboro, la gatta che quando mi vedeva mangiare i Fonzies impazziva e miagolava come una matta, così dividevamo. Vivevo in cucina fino a notte tarda.La cucina era anche il luogo dell’attesa: magari domattina nella cassetta delle lettere trovo la lettere di un editore che mi pubblica. Feci incetta di rifiuti (che poi mi rovinavano la giornata).
Comunque.
Quando mi facevo un caffè per stare sveglio cambiavo stanza e lo sorseggiavo davanti alla finestra. Nello stabile, davanti a me, c’era una donna che viveva alla finestra. Guardava una strada con auto in sosta, qualche raro passante. Aveva un marito e una figlia, ma la finestra, quella finestra, era la finestra della sua cucina, era solo sua. Aveva orari diversi dai miei, perché io vivo di notte (ancora adesso). I miei caffè notturni, insomma, vedevano solo finestre senza luce. Certe sere o certe mattine i nostri sguardi si incrociavano, ma non ci siamo mai salutati, né alla finestra né, se per caso, ci incrociavamo. Uno sguardo veloce, forse d’intesa.
Una notte, però, la casa della donna alla finestra era tutta illuminata. Era morto il marito, ancora giovane, tra i quaranta e i cinquanta. Vidi del trambusto, tornai in cucina, poi, ogni tanto, tornavo a vedere. Quando la notte stava per diventare giorno la vidi alla finestra, seduta però, con la testa bassa. Fu l’ultima volta. Smise di passare ore e ore davanti alla finestra.
Quando passo ore su facebook ripenso alla cucina con radio, Olivetti, Marlboro e ripenso a lei: la donna alla finestra.
Grazie, ma non ho voce in capitolo io
Anni fa, mese di agosto, sono a Cortona, è una domenica pomeriggio, tanti turisti, trattorie e ristoranti sono esauriti, io però ho prenotato. C’è un cambio di programma, deve vedere delle persone in una località sul lago Trasimeno, e quindi devo disdire. O forse no.
Una coppia molto giovane, meno di trent’anni insomma, con un bimbo o una bimba di un paio di anni mi domanda: Dove si può andare a mangiare qui a Cortona? Non faccio in tempo a rispondere, che il ragazzo viene richiamato da qualcuno; si allontana di qualche metro, ah ecco, sta parlando con degli amici. Noto che lui è molto esuberante mentre lei è timida, sta in disparte con il bambino o la bambina per mano.
Dico quindi alla ragazza che la sera è tutto prenotato, ma se vogliono posso cedere la mia prenotazione. La ragazza mi sorride, poi si volta, vede che suo marito sta ancora parlando, e piano piano e con un pizzico di vergogna (ma senza abbassare lo sguardo) mi dice: Grazie, ma non ho voce in capitolo, io.
Storie di donne e uomini sconfitti dalla vita
… storie di donne e uomini sconfitti dalla vita, ha scritto (giustamente) Annalisa Stancanelli in questa recensione che è doppia: dopo La donna di picche c’è La signora del martedì di Carlotto

Sanremo 1972
Sanremo mi ricorda Vacanze romane, che è una delle canzoni italiane che amo di più perché l’ascoltavo al mattino presto al jukeboxe della stazione, bevendo il secondo caffè della giornata e fumando la prima sigaretta mentre aspettavo il treno delle 6,58 che mi avrebbe portato a Torino porta Susa. Gli altri ricordi sono più lontani ancora. Al bar, con i miei, quando facevo le elementari. Non avevamo la televisione, quindi c’era il bar. Le donne davanti, gli uomini dietro a giicare a carte. Tv in bianco a nero. Io speravo sempre di vedere film western, figuriamoci se mi fregava qualcosa di Orietta Berti. Insomma: non sopportavo né Sanremo né i volti estasiati di mia madre e delle altre madamine. Viva Bonanza e abbasso Sanremo, pensavo allora. Però c’è un’altra canzone che mi ricorda Sanremo:Era bello il mio ragazzo, di Anna Identici. Bella la canzone, bella la voce di Anna Identici, che però non entrò in finale: era già tanto che l’avessero fatta partecipare con quel testo che parlava di morti bianche. Era il 1972, oggi sarebbe ammessa? L’ho riascoltata, proprio ieri sera
Mezzadria, padroni e donne forti
Ha 92 anni, è un pelo sordo, ha le ossa che urlano ma la memoria è buona. E’ incazzato con me, mio padre, oggi. Stasera c’è la messa della mamma, che è morta un anno fa. Io e mia sorella Silvia abbiamo deciso che dopo si va in pizzeria. Non ci vengo, ha detto lui, che aveva in animo di invitarci a casa sua per cena. Sa fare bene la carbonara, il babbo, ma bene tanto, con la pancetta ben cotta e magra, e la cottura della pasta al punto giusto. E’ il suo piatto forte, poi viene il coniglio in pastella.
A volte penso che dovrei scrivere un libro sulla mezzadria, insomma sui suoi primi trent’anni di vita. Mezzadria, che significava fame, non avere soldi per le medicine, che significava paura del padrone, anzo no, terrore, perché ti poteva cacciare. Mezzadria in cascinali isolati, lontani dal paese. Di notte, raccontava la buon’anima di mia madre, a volte sentivi urla che venivano da lontano: gente che stava male, male tanto, ma non c’era nessun 118 da chiamare e non restava che urlare dal male, cazzo.
Ma non so se gli chiederò di raccontarmi del padrone che sapeva far di conto e del mezzadro che si faceva fregare, e del fascismo, che fu una manna per i padroni di allora, razza bastarda.
“Una volta Annibale ammazzò due tordi, poi andò al mercato e li vendette, il padrone però lo venne a sapere e così li cacciò e il giorno dopo, Annibale, la moglie e i quattro figli, che erano tutti piccoli, misero i quattro stracci che avevano su un baroccio e se ne andarono. Annibale cercava di non piangere, era inverno, dove sarebbero andati? La moglie no, lei non piangeva, le donne certe volte son più forti”.
