Il vicolo visto da Lucia

Lucia Tilde Ingrosso, giornalista e scrittrice, su Vicolo del precipizio ha scritto questa nota, che è apparsa su Facebook.

Io pensavo che tutti avessero il loro luogo dell’anima. Poi, con il tempo, ho scoperto che non era così. Che il luogo dell’anima era un privilegio di pochi.
C’è chi sente così la città in cui è nato o quella in cui si è innamorato, una località di vacanza o una meta lontana. Ma il più delle volte i posti ci limitiamo a usarli, al pari di come si usa un’auto o un televisore, senza lasciarli penetrare nella nostra interiorità.
Remo Bassini un luogo dell’anima ce l’ha ed è lo stesso che ho io: Cortona. Per chi non la conoscesse, è una cittadina magica della Toscana, ai confini con l’Umbria, adagiata su una collina che domina la Val di Chiana e il lago Trasimeno. A Cortona Remo ci è nato. Io ci ho vissuto dai 2 ai 19 anni.
Che Cortona sia un elemento cardine di questo libro lo si capisce già dal titolo, dedicato a un vicoletto scosceso che sfocia in via Nazionale (Ruga piana, per i locali, in quanto una delle poche strade pianeggianti).
In Vicolo del Precipizio Remo Bassini si lancia in un quintuplo salto mortale: una narrazione che si snoda tra passato e presente, realtà e fantasia, ricordi e leggenda, Torino e (appunto) Cortona, prima persona e io narrante.
Ambizioso, viene da dire. Ma l’ambizione è un ottimo stimolo per chi ha talento da vendere.
Bassini riesce a essere lirico e crudo. Disegna un personaggio che ami e odi allo stesso tempo. Ti appassiona alla trama quanto alle atmosfere. Sorprende, indigna, diverte, commuove. E, alla fine, spiazza.
Un bel libro, davvero, opera di un autore che è anche un giornalista affermato e che usa la scrittura per comunicare a tutto tondo.
Tempo fa, colpito da una tragedia familiare, non ha potuto non scriverne. Ecco, in quelle righe, lievi e profonde, è riuscito a mettere a nudo il proprio dolore senza pietismo né autocompiacimento. Un grande atto d’amore sia per il compianto fratello che per la scrittura stessa.
Remo, che oggi vive a Vercelli e a Cortona torna sempre volentieri, in Vicolo del Precipizio ha scritto tutto il suo amore per la cittadina natale. Ci sono ricordi, suggestioni, aneddoti, sapori, luoghi che tutti i cortonesi doc hanno nel loro Dna. Ecco perché è una lettura che consiglio a loro in particolare (naturalmente dopo averlo acquistato dal Nocentini, che è anche citato nel libro).
Nel romanzo, Cortona emerge in tutta la sua spiccatissima personalità. Un luogo a cui può essere difficile tornare. Un luogo che è impossibile strapparsi dal cuore.

sveglia

Nei letti dell’ospedale, in questo reparto, ci sono soprattutto vecchi. Ottant’anni verso i novanta, Che son brutti – brutti tanto – da vedere: ti fan vedere quel che sarai-saremo tutti un giorno.

Posso avere la padella, non so se mi scappa, ma preferirei averla, dice una vecchia con la vergogna di essere vecchia, con la vergogna di dover chiedere la padella, con la vergogna d’essere malata.
L’infermiera la guarda e dice: Se non è sicura perché la vuole?

Perché quando ho la senzazione di dover cagare io vado al cesso e mi tiro giù i calzoni, anche se poi magari non cago, avrei dovuto dire io.
Ho detto niente, invece, non sarebbe servito.

E prendo l’autobus, e ci sto dentro 40 minuti a guardare la mia città. E vedo gente e ascolto gente.
E intanto rifletto sull’ignoranza: da ragazzino ho conosciuto contadini analfabeti ma laureati in gentilezza.
E c’è una ragazza non distante da me, che dorme. Ha un passeggino con un bimbo di pochi mesi, che la guarda. Sì, il bimbo, col ciuccio in bocca, guarda la mamma che dorme, ed è quasi mezzogiorno.
Dorme di brutto: quando l’autobus frena rischia di cadere, però no, ce la fa ad aggrapparsi all’ultimo decimo di secondo, poi guarda il bimbo, poi si riaddormenta: di nuovo.
La osservano in tre, scuotendo il capo. Dicono, Ma che roba, non si può. Ma varda ti (ma guarda te). I tre, due donne e un uomo, scendono. Lui però, prima, fa in tempo a gridare alla ragazza, Sveglia, sveglia, sveglia, tre volte, così la ragazza si sveglia e le altre due ridacchiano.
Mi chiede l’ora, la ragazza col passeggino con dentro il bimbo che la guarda, buono.
Non ce l’ho mi spiace.
Domanda a una ragazza negra, dietro di me, molto bella, che gentilmente le dice che è quasi mezzogiorno e mezzo.
La ragazza col passeggino mi dice: Sono stravolta, non ce la faccio più a lavorare di notte, lui poverino – mi fa indicandomi il bambino – mi vede sempre così: stravolta. Non ce la faccio più.
Ma il bimbo la guarda: tranquillo.
Scendono, si accende una sigaretta, lei, Poi si avvia verso casa: una casa popolare, di quelle brutte, brutte, brutte.

Splinder e Il Vicolo… dell’affanno

Mi spiace che chiuda Splinder, dove ho un profilo, quello di Samigliong, più vecchio rispetto al mioprimo blog,  Appunti, era su wordpress, ma era anche su un server privato: qu ando smisi di pagare sparì.
Su Splinder ho tanti messaggi privati, il più vecchio, del 2004, è di Colfavoredellenebbie. Ho anche messaggi di persone che non ci sono più, Mariastrofa per esempio.
Prima che Splinder chiuda li rileggerò tutti.

Su Toscana Libri c’è un’intervista al sottoscritto su Vicolo del precipizio (che sabato presento a Torino).

Sono di corsa: problemi personali. Anzi, diciamo che sono un po’ in affanno.

Il vicolo e il Bastardo

Oggi su La Stampa, edizione di Vercelli e provincia, c’è una bella recensione del mio ultimo libro, Vicolo del precipizio, a firma di Gianluca Mercadante.
Ma oggi, giornata uggiosa e per me zeppa di impegni fino a tarda sera (quando mi metterò a scrivere, davanti al pc) è uscita anche una recensione e una intervista di Salvo Zappulla su Bastardo posto, che è il libro a cui sono maggiormente affezionato.
Ecco il link:
http://www.art-litteram.com/index.php?option=com_content&view=article&id=476%3Abastardo-posto&catid=17%3Aletteratura-e-arte&Itemid=27&fb_source=message

stupore edicolante

Due giorni fa, domenica. Mia moglie va a messa, io col piccolo vado prima al bar per un caffè e poi in edicola.
Mi dia Il fatto…
Esaurito, mi dice l’edicolante.
Ci sta, ci sta, non dovevo arrivare dopo le undici, penso, Il fatto , non è la prima volta che va esaurito.
Non mi stupisco, insomma.
Mi dov’è il Corriere della Sera?
E’ andato a rube per l’inserto sui libri, mai successo, mi dice l’edicolante stupito.
Anche io.

Vicolo del precipizio, prima recensione

Venerdì 11 novembre, Repubblica, Torino, Massimo Novelli:

Torino e soprattutto la Toscana. Cortona ripercorsa nei ricordi della gioventù, nei volti del padre e della madre, degli amici e degli amori, inseguendo i fantasmi dei fatti di cronaca nera che funestarono il paese. E poi uno scrittore prima in crisi, autore di un solo libro, che facendo i conti con la memoria e con se stesso ritorna a scrivere, incrociando i capitoli del suo “Vicolo del precipizio” con la propria esistenza al presente.
Ecco in estrema sintesi il nuoivo romanzo di Remo Bassini, narratore di talento consolidato, che per sbarcare il lunario dirige a Vercelli il giornale “La Sesia”. Un bel libro, in ogni caso. E’ una riflessione sul mestiere di scrivere e di vivere, ma è anche un racconto che ha il profumo antico e di terra bruna del toscano che il protagonista della storia e il suo stesso creatore fumano, così come riescheggia il suono di una vecchia ballata popolare udita tante volte da bambino: quella che canta la morte della dantesca Pia de’ Tolomei, «negli anni che dei Gualfi e Ghibellini/ repubbliche a quei tempi costumava,/ batteano i Cortonesi e gli Aretini,/ specie d’ogni partito guerreggiava».
Bassini, ancora una volta, si conferma scrittore fuori dal coro e dalle mode, profondamente morale e civile nel senso pieno che Vincenzo Gioberti, più che un secolo e mezzo fa, dava al suo “Primato” degli italiani.

(Vicolo del precipizio, Gruppo Perdisa Editore, 194 pagine, 14 euro)

cose stupide

Dirigere un giornale locale significa anche questo.
Sei anni fa (non sto a spiegare perché ricordo il quando: è irrilevante, ma ricordo) sono in redazione, da solo (è sabato, e La Sesia la domenica non esce).
Ho tanto lavoro arretrato da fare: controllare le vendite, edicola per edicola, località per località; controllare i compensi ai collaboratori; studiare alcune soluzioni grafiche; rispondere a un bel po’ di mail.
Qualcuno suona, benché sia tutto chiuso.
Vado ad aprire. Una ragazzaa, avrà poco più di vent’anni, mi fa: Lei lavora qui?
Sì, ha bisogno?
Vorrei parlarle, posso?
Certo, mi segua.
Mi segue, entriamo nel mio ufficio dove, ne son certo, resta impressionata dal caos, dai bicchierini di caffè vuoti e lasciati sulla scrivania (li tolgo la sera, dopo averli contati), dal fumo del mio toscano (c’è nessuno, quindi).
Si siede, mi guarda e dice: Ho bisogno di centoventi euro per curare un gatto.
Minchia, penso io. Penso “minchia” perché ho fretta e perché temo di avere davanti a me una scassamaroni.
Guardi qua, mi dice allungadomi una busta.
Rifiuto di prendere la busta e le dico: mi racconti lei il contenuto della busta.
C’è la radiografia, il veterinario dice che si può salvare, è un gatto piccolo, guardi la foto.
Mi fa vedere la foto di un bel gattino tigrato.
E’ suo?, domando.
Mi guarda e dice: Non proprio.
Cazzo, penso…
E mi racconta. Mi racconta che il gatto è di un suo vicino di casa,
Che è un grandissimo stronzo, precisa la ragazza.
Vede, dice ancora, io ho un gatto mio, ma questo io l’ho raccolto dopo che è stato investito e l’ho portato dal suo padrone, che vive nel mio stesso palazzo. Dopo due giorni incontro questo mio vicino e gli domando, Il gatto come sta? Lui, sgarbato, mi dice che non sono fatti miei. Poi però scopro che il gatto è nella cantina, che per fortuna è aperta, di questo mio vicino…
E quindi?, domando io.
Quindi ho rapito il gatto, miagolava, era uno scheletro.
Ha fatto bene, rispondo. Continui.
Dal momento che non muoveva più le zampe l’ho portato da un veterinario gentilissimo: quando gli ho detto che non avevo un euro perché non lavoro ha visitato lo stesso il gatto e gli ha fatto le radiografie. Si può salvare, solo che c’è bisogno di un intervento chirurgico.
Due giorni dopo aprii una sottoscrizione, in pochi minuti arrivarono i cento e passa euro, il gatto fu curato, il vicino di casa a cui era stato rapito il gatto telefonò incazzato al giornale, io gli dissi che se voleva poteva anche scrivere una lettera di protesta, lettera che sarebbe stata pubblicata con una mia riposta per spiegare a tutti che lui si era comportato come una bestia, perché se non ci fosse stata la ragazza il gatto sarebbe morto.
Giorni dopo torna da me la ragazza per ringraziarmi, anche a nome del gatto.
Che adesso è mio, dice.
Nei giornali locali ne succedono di cose stupide, così.

piccola pubblicità

Vicolo del precipizo: pubblicità, piccola però

 

– Su Adnkronos.
– Margherita Fratantonio, recensione su Fuori le mura.
– Antonio Ferrara, intervista.
– Paolo Franchini, intervista (già segnalata in questo blog).

Tre presentazioni, per ora, in programma: a Torino, Bologna, Roma. Qui le date e le informazioni (su Vicolo del precipizio e su altri libri usciti per Perdisa).

Il libro esce mercoledì 9 novembre.

Nell’aletta di copertina non c’è scritto che è il libro dei libri. Non sto facendo pressioni affinché venga recensito (certo, mando e faccio mandare copie in giro). Farò presentazioni dove mi invitano. Ho ricevuto le copie omaggio (dieci mi pare) dalla casa editrice, ma ancora non ne ho data una a mio padre e mia madre: gli viene un mezzo coccolone quando capiscono che, almeno un po’, dentro il libro ci sono loro e le storie che mi hanno raccontato. Non ho dato una copia nemmeno a mia sorella. Quando qualcuno mi chiederà una dedica penserò A) che avrei bisogno di qualche minuto per scrivere qualcosa di sensato e B) che ho una grafia illeggibile (tanti, poi, mi chiederannoo: Che c’è scritto?).
Non diventerò ricco e famoso, con questo e altri libri. Di diventare ricco non mi è mai importato. Di diventare famoso forse sì, quando ero giovane e scemo. Sull’essere famosi. A Vercelli mi conosce un po’ di gente perché dirigo il giornale storico della città. Bene, faccio di tutto per evitare incontri pubblici, cene. Se deve scegliere tra due bar, vado in quello dove penso che non mi conoscano. Quando posso vado in posti dove nessuno mi conosce.
Buongiorno.
Buongiorno.
Come va?
Mah, insomma.
E torno spesso (prossima tappa la farò a capodanno) a Cortona, il mio paese, il paese dove c’è Vicolo del precipizio, ma dove non mi conosce quasi nessuno. Forse ci sarà una presentazione, a Cortona. In primavera. Sempre che i cortonesi non trovino il libro troppo irriverente.
Comunque, la quarta di copertina di Vicolo del precipizio, mi piace.
Il direttore di Perdisa Pop, Antonio Paolacci, ha scelto queste righe del libro.

Quando ripenso alla mia vita mi giro dall’altra parte. Penso ad altro. Così facendo, rischio di dimenticare persone e storie che invece vanno ricordate, perché alla fin fine, l’hanno resa più bella, la mia vita. Vanno coltivati i ricordi, ha ragione il babbo, che si è fatto vecchio. Già lo so: rincorrendoli, mi farò male.

(Dimenticavo. Ho appena finito di scrivere un dramma teatrale. Un testo teatrale che è anche un giallo. Una storia di sesso e tradimenti e sangue. Nulla di nuovo, insomma. Oddio, l’ambientazione è strana, originale (spero). Buia come la pece. E’ il primo testo teatrale che ho scritto. Dal momento che è breve (30mia battute) penso che non interesserà mai a nessuno. Però ne sono soddisfatto).

tra ricordi piovosi

Arriveranno, questione di ore, le grandi piogge, qui.
Dicono che saranno torrenziali, piogge mai viste, insomma, per alcuni giorni.
Forse la pioggia non mi piace per colpa di un ricordo.
Mi rivedo bambino, attaccato alla finestra.
Prego, guardando le gocce che si inseguono sul vetro.
Fa che smetta di piovere così la mamma mi fa uscire.
Poi la piogia mi ricorda Lilli, la gatta della mia laurea, dei miei trent’anni.
Se n’è andata un giorno d’inverno che pioveva, così quando io e mia figlia Sonia l’abbiamo salutata non potevamo sapere se piovevano lacrime o pioggia nei nostri volti.
La pioggia porta anche pensieri di morte.
Due ore fa, sono nel mio ufficio, al giornale. Sento una voce dire che è morto il tale, di 54 anni.
Il tale…
Ripenso a un nome lontano nel tempo, e lo rivedo: ha trent’anni, la sigaretta in bocca, lavora con me, in fabbrica. Parliamo di musica.
Chiedo, Ma è lui?
E’ lui, confermano, il tale, aveva 54 anni.
No, penso io, ne ha trenta di anni e stiamo lavorando in fabbrica, fumando e parlando di musica.
Devo dirgli che tra una settimana in libreria in ci sarà il mio nuovo libro. Sono vent’anni e più che dovevo dirgli che scrivo anche libri, dovevo dirlo a lui e agli che lavoravano con noi.
(Dite la verità? Vi sembravo strano…).
Invece si lascia che il tempo corra, così arriva la pioggia e ci si rinchiude tra le pareti dei ricordi piovosi, aspettando.