I sogni presi a calci (sottotitolo: da compagno a compagno)

Mentre cerca gli spiccioli per pagare il caffè, sta cercando di trovare qualcos’altro: la forza per domandare, a volte ce la fa, irrigidendosi, col cuore che galoppa e le tempie che pulsano e un tremolio, forte, va a sapere perché, alla mano e alla gamba sinistra, a volte, ma solo a volte, quando è disperato, un treno che sta partire, o la mamma all’ospedale e lui non sa dov’è, a volte, insomma, ce la fa a chiedere, a porre una semplice, banalissima domanda.
Che poi. La faccia rubiconda, sorridente e serena della proprietaria del bar  sembra dirgli, Ci facciamo due belle chiacchiere?, cosa mi racconta?
Non serve chiedere, però stavolta: davanti al bar c’è una banca, e che una volta ci fosse una casa di ringhiera, povera, con appartamenti per studenti squattrinati, lo sapeva, e bene, anche lui.
Certo…
Ma sa che certe volte viene qui una ragazza, no che dico ragazza, una donna sui quarantacinque, molto bella, occhi neri e capelli neri, la ricordo perché non è truccata ed ha sempre delle collanine e dei braccialetti, beve un latte macchiato, dice “buono, complimenti signora”, e poi mi domanda se per caso, qualche volta, viene qui un certo Luca…

Certo. Che bello sarebbe, sta pensando Luca, se la signora che sta alla cassa, e che ora è leggermente indispettita perché lui, per un caffè da 0,90 gli ha rifilato un 50 euro, mi dicesse queste parole.
Buona sera e grazie.
Nemmeno buona sera, gli ha risposto lei.

Sta guardando la banca.
Non riesce a immaginarsi i locali dentro.
Dove c’era il vecchio ingresso, sempre buio ché nessuno mai cambiava la lampadina, ora c’è una vetrata. Han demolito, poi costruito.
Cazzo.
Nemmeno una vecchia pietra può trovare stasera.

L’aveva persa lì, lui, alla Ines.
L’aveva gettata in un cassonetto dell’immondizia.
Troia schifosa, e lei piangeva, piegata in due.

Eppure lei, quando erano andati a vivere lì, glielo aveva detto: Se vuoi ti racconto, ma guarda che ti faccio male.
Non m’importa niente, le aveva risposto lui.
Lei non era vergine? Chissenfrega.
Lei era stata magari con Marco, magari con Paolo, magari con Gaetano, magari con tutti e tre insieme? Chissenfrega.
Perché lui, una donna così bella non l’aveva mai avuta.
E quando l’aveva portata al paese, non si era mai sentito così… così immenso, così… così vincente, così… invidiato, sì, invidiato e macho, lui, Luca l’imbranato, quello che faceva sempre cappelle, che aveva limonato solo con Graziella al cinema, e Graziella l’aveva poi preso in giro dicendo che puzzava d’aglio, lui, ora, agli amici poteva far vedere, mostrare cioè il trofeo: ecco a voi Ines, lucidatevi gli occhi, coglioni.

Erano gli anni delle Lotte continue e delle Avanguardie operaie.
E degli slogan stupidi.
Siamo stati in prefettura
la polizia non ci fa paura.
(Davanti al Duomo erano più carini:
Satana-Lucifero-Bel-ze-bù).

Ed erano i giorni dei sogni: “Ines, e se dopo la laurea andassimo in sudamerica?”.
Daaaii.
Erano gli anni della parità dei sessi, anche, specie a sinistra.
Tutti femministi.
Parità dei sessi. Niente più le vecchie stronzate, borghesi e fasciste, di dire che se una donna la dà via è una puttana. Il sesso va rivisto, la gelosia è un retaggio piccolo borghese, ergo, chi non scopa in compagnia è un ladro o una spia.
Forse.

Erano gli anni in cui, ogni tanto, qualcuno arrivava nella sede del collettivo e diceva: Ho un’amica che ha uno zio che lavora al ministero, il 23, giuro, c’è un colpo di stato, occhio compagni.
Erano gli anni delle idee precise abbinate alla sinistra estrema.
“Tu, adesso?”.
“Io sono con i trotskisti, ma se mi fanno girare la balle divento anarchico E tu?”.
“Lotta comunista”.
“Ma non eri di Lotta Continua?”.
“Troppo spontaneisti”.
“Ah”.

Comunque. Erano anni belli e giorni belli per due ragazzi che, invece di studiare, facevano l’amore, poi due spaghetti, poi ascoltavano la radio, poi facevano ancora l’amore.

Un venerdì, però, Ines ricevette una brutta telefonata.
Dal paese suo, profondo sud. La zia che le ha fatto da madre ha avuto un infarto, non è morta ma sta male, sta male tanto.
Lui l’accompagnò alla centrale e, dopo averla salutata, si sentì un po’ perso.
Da sette mesi, quasi otto, vive di Ines, di Lotte continue scroccate in università da leggere e poi da usare come carta igienica, perché i soldi son pochi e i pochi servono per andare ai concerti e farsi qualche canna e qualche sigaretta, sono, insomma, stati sette grandi mesi (solo che i grandi mesi mica te lo dicono che sono grandi: uno se ne accorge anni dopo, quando son partiti pure loro, come Ines).
Voglia di andare a casa non ne aveva, al collettivo c’erano i soliti invasati che rileggevano per la settantaduesima volta Stato e rivoluzione.
Optò per un chinotto, nel locale dove l’aveva conosciuta.
Avrebbe rivisto chi non voleva rivedere, gli ex di Ines, insomma.
Una voce gli diceva, Non andare.
Non l’ascoltò.
Entrando, e vedendo che non c’erano né Paolo né Marco né Gaetano, quasi quasi, no, via quel quasi quasi: tirò un sospiro di sollievo: non c’erano. Grande.
“Lucaaa”.
Ocazzo.

Gli pare di sentirla la voce di Gaetano, adesso mentre fissa l’interno della banca, ma è buio.
Sì che c’era lui; era stato assunto come cameriere, “mi son rotto i coglioni della filosofia” gli aveva detto, per poi aggiungere: “E Ines?”.

Inutile restare davanti alla vecchia banca.
Chissà che fine avrà fatto Ines, si sta chiedendo, ora, fumando la decima sigaretta quotidiana (sta sgarrando oggi; non deve superare le sette, il medico è stato chiaro).

Che stronzo che era stato quella sera ad aspettare Gaetano.
“Dai, resta qui, leggi Il Corriere o La gazzetta dello sport, e aspettami, che poi ci facciamo un paio di birre”.
Gaetano aveva le chiavi del locale e, alle cinque del mattino, gonfi di birra e ubriachi, cantavano Bandiera Rossa, la Locomotiva, El pueblo unido, Fratello partigiano compagno cittadino, Che roba contessa all’industria di Aldo…
Verso le sei, Gaetano, dopo aver vomitato concesse il bis: vomitò, e senza ragione, che ormai le birre le aveva sputate fuori, altro.
Discorsi insomma da compagno a compagno.
“Ma dimmi un po’, Ines le pompe te le fa bene come le faceva a me?”.
Dopo risate e confidenze stupide a Luca venne un senso di fretta: aveva voglia, ora, di vomitare lui, che di birre ne aveva bevute solo due, e a malincuore, ma non se l’era sentita di dire che era un estimatore di chinotto.
Si salutarono per strada come due vecchi amici, Luca e Gaetano.
Gran bella notte. Spuntava il sol dell’avvenire, ora.

Sta salendo sulla macchina, in questo momento, ma il coraggio di guardare in alto, verso la stanza, non c’è  (ogni volta che ha sentito Paoli cantare “Questa stanza non ha più pareti…” gli viene il magone. Vent’anni di magone, no di più: ventiquattro).
Risente qualcos’altro, si risente.
“Sei una troiaaa”.
Erano gli anni, quelli, in cui a volte succedeva di prendere a calci un sogno, per poi pentirsene.
Per un ventennio e più.

(Pare l’abbia ritrovata: Su Facebook).

d’improvviso, alla finestra

Ogni tanto passo sotto una vecchia casa in cui ho vissuto per anni. Guardo in su, verso la finestra, al quarto piano.
Per anni non ho avuto che il lavoro, i libri e quella finestra. Oltre quei vetri scorreva una vita che io non potevo permettermi: non avevo tempo.
Da quella finestra vedevo la neve o sentivo i gatti in calore, in primavera; vedevo gente arrivare o partire, vedevo il signore che, tutte le mattine, prima di andare al lavoro, con uno straccio puliva i vetri della sua automobile, ma dire puliva è cosa ingiusta, perché era talmente dolce ché sembravano carezze le sue; poi, finito di pulire, guardava la sua automobile bianca di cui non sapre dire la marca, che io di auto non capisco niente, e a piedi s’incamminava verso l’ufficio.
Una sera, però, dopo un esame, era un venerdì sera, ero uscito: pizza e birra con alcuni amici.
Tornato a casa, sarà stata l’una di notte, sono attratto da quel che c’è oltre la finestra.
Oltre la finestra, proprio davanti a me, la casa al quarto piano, è tutta illuminata: la cucina, la sala, la camera da letto.
Di giorno, spesso, durante le mie pause di pipa o sigari o sigarette (non mi faccio mancare niente) appostato alla finestra, vedevo, appostata alla sua finestra la signora del quarto piano, casalinga.
Ci eravamo scambiati sguardi, mai parole o saluti, non per altro: avremmo dovuto urlare, che c’era pure una magnolia di mezzo, oltre la strada.
Una volta, invece, avevo scambiato due parole col marito, che mi aveva detto: Al mattino quando io mi alzo lei è ancora sveglio, la vedo sempre che studia, sa che certe volte sento anche che batte a macchina?
Si sente tutto o quasi, appostati alle finestre, specie d’esate.
Io non gli potevo certo dire che dal palazzo di fronte, cioè il palazzo dove viveva lui, sentivo russare, nonostante la magnolia, nonostante la strada, e non potevo soprattutto dirgli che il sospetto, solo il sospetto certo, che fosse lui a russare era forte.
Torno a quella sera.
La casa dei miei dirimpettai è illuminata: perché lui è morto, improvvisamente.
Meno di cinquant’anni.
La signora (che io allora chiamavo Una donna alla finestra) è, insieme a un’altra donna, in camera da letto: stanno svestendo e poi rivestendo il morto.
Lo lavano con una spugna.
Hanno anche una figlia, avrà avuto vent’anni, forse meno: era seduta, in cucina, a guardare il pavimento.
Era una sera d’estate, le loro finestre era aperte, come la mia.
Difficile che passassero auto. Una ogni venti minuti. Si sentiva il silenzio, e bene, magari interrotto dai treni della linea Torino Milno, in lontananza.
Dopo aver rivestito il morto le due donne raggiunsero la ragazza, in cucina, poi la madre, cioé la donna alla finestra, preparò del caffè, e c’era un silenzio che quasi faceva male.
Nè piangevano né parlavano: era peggio, però, così: quando c’è un morto in casa ci si dispera, no?
Mi sembra quasi di vedere la scena, e dentro, nella scena, ci sono anche io: io, che dalla mia finestra, aperta, ma al buio, vedo quella casa che non è più la stessa casa che intravvedo, tra un libro di storia e uno di letteratura.
Ci sono io che guardo, dall’altro lato della strada.
Ci son tre donne, in cucina, che non piangono né parlano né nulla; c’è poi una stanza vuota, la sola; c’è infine la camera da letto, con lui steso, vestito di tutto punto, l’ultimo vestito.
C’è tanta luce, mi sembra di rivederla.
Troppa. E troppo silenzio.

Incipit (invece) di libri da rileggere

Tutte le sere il giovane pescatore prendeva il mare e gettava le reti nell’acqua.
Quando il vento spirava da terra non pescava nulla, o ben poco, ché quello era un vento acuto e veloce e grosse onde impedivano di avanzare. Ma quando il vento spirava verso la spiaggia, i pesci venivano su dal fondo e si gettavano fra le maglie delle sue reti, ed egli li portava al mercato e li vendeva.
Il pescatore e la sua anima, Oscar Wilde.

Nell’accingermi alla descrizione dei recenti e così strani avvenimenti accaduti nella nostra città, che nulla ha mai fatto distinguere finora, sono costretto, per la mia inesperienza, a cominciare un po’ da lontano, e precisamente da certi particolari biografici sul geniale e molto riverito Stepàn Trofìmovic Verchovenskij. Valgano questi particolari solo d’introduzione alla presenta cronaca; la storia, poi, che intendo narrare, verrà in seguito.
I demoni, di Fedor Dostoevskij.

Il procuratore Varga era impegnato nel processo Reis, che durava da circa un mese e si sarebbe trascinato per altri due, quando in una dolcissima sera di maggio, dopo le dieci e non oltre la mezzanotte secondo testimonianze e necroscopia, lo ammazzarono.
Il contesto, di Leonardo Sciascia.

Penso che questa storia della mia lunga lotta col padre, che un tempo ritenevo insolita per non dire unica, non sia in fondo tanto straordinaria se come sembra può venire comodamente sistemata dentro schemi e teorie psicologiche già esistenti, anzi in un certo senso potrebbe…
Il male oscuro, di Giuseppe Berto.

Sono, questi quattro libri, qualcosa di più di semplici libri, per me. Hanno il profumo di momenti precisi della mia vita, di momenti intensi, particolari.
L’incipit che preferisco è quello di Sciascia, il libro che ho letto e riletto, forse tre, forse quattro volte, è Il pescatore e la sua anima (una raccolta di racconti di Wilde). La prima volta lo lessi che avevo ancora i calzoni corti, me lo prestò un mio amico, insieme a un Salgari. Mi piacque, non solo: mi restò impresso (che i libri più belli sian quelli che restano impressi?). Era un prestito, lo restituii.
Una ventina d’anni dopo rividi Il pescatore e la sua anima (stampato da Bietti) in una bancarella, lo comprai e lo rilessi. Capii cose che vent’anni prima non avevo capito, ma per paura di non avere colto tutto anche stavolta feci quello che non ho mai fatto con nessun libro: lo rilessi subito, due volte di seguito, insomma, come si usa fare quando un libro lo si deve studiare o portare all’esame.
Ho quindi scelto i libri più che gli incipit.
Che poi: rileggendo alcuni vecchi libri che vorrei rileggere ho trovato degli incipit che mi “invogliavano zero” a ricopiarli. Brutti, insomma. Ma di libri “tantissimamente belli” (come L’inverno del nostro scontento di Steinbeck).
L’incipit insomma non fa primavera.

incipit di libri da leggere

La notte mi circonda / dalle finestre spente dell’inverno / mi nascondo alla vita
Attraversamenti verticali, di Cristina Bove, edizioni Il Foglio, 2009

Se non mangio tutto poi arrivano i Cariolanti. Quando li sogno sono in due, un uomo e una donna vestiti male, scavati fino all’osso e con tutti i capelli appiccicati sulla faccia.
i Cariolanti, di Sacha Naspini, Elliot 2009

Eravamo troppi.
Otto figli, madre, padre, suocera, più vari animali domestici. Duecentotrenta metri quadri non bastavano per una banda di moccisoi venuti uno dietro l’altro senza che nessuno avesse il tempo per tirare il fiato.
Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, di Monica Viola, Rizzoli 2008

Chiaro, scuro, luce, buio, chiaro, scuro, luce, buio. Nel finestrino del treno si alternano veloci fotogrammi di massicciate cotte dal sole, il nero delle gallerie, prati deserti, il nero delle gallerie, il profilo di una montagna e ancora il nero delle gallerie.
Pioggia battente, di Massimo Cassani, Sironi 2009.

un articolo scritto strano

Quando scrivo un libro o mi appresto a farlo nella mia mente scatta qualcosa: so che userò una scrittura particolare, da libro.
Succede la stessa cosa quando scrivo un articolo sul mio giornale: la tecnica giornalistica è cosa diversa dalla narrazione, ha regole precise (che hanno origine da quando i giornali venivano composti con il piombo).
E quando scrivo un post so di non avere regola alcuna: scrivo di fretta, scrivo quel che mi pare, scrivo da… post.
Ieri mi son detto, stavo lavorando e dovevo scrivere un articolo: ora scrivo questo articolo, ma lo scrivo come se fosse un post.
Eccolo.

Martedì 8 dicembre. Sono impegnato, dal mattino e fine alle 17, con i premi di Bontà. Poi vado a Trino, nella tenda allestita dai lavoratori del call center Phonemedia. Poi torno a casa, a Vercelli. Mangio, porto a spasso il cane, poi esco ancora: maledetto vizio del fumo, ho finito i sigari. Faccio due passi, incontro una persona che non vedevo da anni. Una donna, un po’ più giovane di me. Lei sa cosa faccio io, io di lei so poco. Parliamo. Le dico della mia giornata. Le racconto, le dico che per un’ora sono stato con i dipendenti di Phonemedia, gente che non riceve soldi da due mesi, gente giovane, tra i venti e trenta, ma anche tra i quaranta e cinquanta, donne soprattutto, molte di loro sole, con un figlio, un mutuo, le bollette da pagare e, stringi stringi, persone che non sanno dove andare a sbattare la testa, perché il futuro non fa presagire nulla di buono, perché in questi giorni devono pensare a vivere e sopravvivere, e non sanno come.
Ho perso il lavoro anche io, mi dice questa persona e, mentre lo dice, tira fuori dal portafogli 10 euro, “ma sto meglio di loro”, precisa, porgendomi quei soldi.
Mi ha letto nel pensiero questa donna: volevo, da mercoledì 9 dicembre, iniziare una raccolta di fondi per i lavoratori di Trino, comininciado a chiederli questi soldi al personale che lavora con me. Così ho fatto.
Mercoledì 9 dicembre. Entro in redazione, al giornale. Le prime persone che incontro sono la segretaria e due dipendenti della grafica. Dico (e lo dirò poi ai miei giornalisti) che a Trino ci sono già due iniziative. Un conto corrente del Comune di Trino, che poi distribuirà quanto incassato tra i lavoratori, in parti uguali, e una cassa lì, alla tenda, dove ho scoperto (prima non lo sapevo) che un numero elevato di lavorati sono di Vercelli città (gli altri sono di Trino, Santhià, Crescentino).
Non inizia, oggi, una colletta autonoma della Sesia. Oggi noi cominciamo a raccogliere dei soldi, chi può dare 10 euro li dia, chi un euro va bene lo stesso, tanta gente, purtroppo, non potrà dare niente.
I soldi che raccoglieremo li gireremo, poi, in parti uguali al conto corrente del comune di Trino e alla cassa dei lavoratori. Una cassa che serve loro per la benzina, fare la spesa. Trascorreranno questo mese in tenda, giorno e notte, aspetteranno il Natale, Capodanno e, soprattutto, qualche buona notizia per il loro futuro.
Noi possiamo fare molto poco per loro. Questa raccolta, lo spazio sul giornale.
Ringrazio la persona che ho incontrato martedì sera, sotto i portici di piazza Cavour. “Son messa male, ma loro stanno peggio”.
Finché si incontra gente così c’è speranza.

mamma ho scritto un libro, forse

Avrò avuto tre, quattro anni. Ho un ricordo vago vago di quei giorni. Quando i miei genitori mi mandarono, per una ventina di giorni, dai miei nonni materni, a Cortona. Piccola parentesi: mia madre, che da ragazza votava Pci ma di nascosto perché il padrone non doveva saperlo, è una donna timorata di Dio. Va in chiesa, fa la comunione, è una credente insomma.
Non è stupida, mia madre. Quando venne a prendermi per riportarmi a casa, non disse nulla quando sentì che io, in quei venti giorni, avevo imparato soprattutto una cosa: a bestemmiare.
Mia madre pensò: lo lascio fare, faccio finta di niente, così smette, è meglio fare così coi bambini, spesso.
Io però ero un bambino insistente, un bambino rompicoglioni, insomma. Non mi chetai: continuai, per ore, a parlare intercalando madonne varie.
A un certo punto (qui il ricordo c’è, non è vago) sentii sulla faccia il bruciore noto (ma stavolta bruciava di più) di un ceffone, improvviso. Guardai mia madre, vidi che non sorrideva più, che aveva uno sguardo cattivo cattivo che non prometteva nulla di buono. Ero un bambino rompicoglioni ma anche sveglio, credo: perché capii, immediatamente, che di certe madonne era meglio che io mi dimenticassi.

Nei mesi scorsi ho scritto un libro. Che ha due possibili titoli, mi piaccion tutti e due. Vicolo del precipizio, oppure, altro titolo, Di bestemmie e folli amori.
L’ho inviato a una quindicina di case editrici, grandi, medie, piccole.
Tre (due medie, una piccola) mi han già risposto picche. Altre quattro mi hanno comunicato che sono in lettura.
Lo spunto per scrivere queste storie me l’ha dato lei, mia madre. Il quaderno di mia madre. Metti che qualcuno mi pubblichi e il libro esca con il titolo Di bestemmie e folli amori, lei, mia madre, come la prenderà?
Comunque: sul “quaderno di mia madre” nel settembre 2007 scrissi un post.
Odio i link, io, preferisco i taglia e incolla.
Eccolo, quel post.

Quando ero piccolo mi terrorizzava, bastava un suo sguardo.
Dovevo essere ordinato e puntualissimo: Se ti ho detto che devi tornare a casa per le sette, devi arrivare almeno con cinque minuti di anticipo.
A volte, questa mia dura madre, era esasperata: e ricorreva al battipanni.
Picchia, le dicevo, fingendo di non aver paura di lei; invece ne avevo, e mi sentivo solo e abbandonato quando non ero protetto dalla complicità di mio padre (ce n’erano anche per lui di rimbrotti).
Ha avuto una vita di inferno mia madre.
Di tanta povertà e di tanta, troppa, sensibilità.
Figlia di mezzadri, da piccola andava a “guardare le pecore”, oppure i maiali. Quando arrivava il momento di far festa, perché si ammazzava il maiale, lei scappava via, e piangeva. Di nascosto, sempre. Perché bisogna essere forti…
Dura, durissima madre.
Leggi e studia, leggi e studia, mi dicevi.
E non ti lamentare, mi dicevi sempre, ché c’è sempre chi sta peggio di noi.
E non ti lamentare se hai mal di pancia, “non fiezzare”, che non serve. Non serve piangere.
Non pianse, lei, quando le morì un figlio, mio fratello Fabrizio. Avevo sei anni. Non un lacrima ma poi, quando vide che la piccola bara bianca veniva ricoperta di terra nera, le gambe cedettero e fu sorretta da mio padre. Solo un attimo, ché si riprese, poi.
E non pianse nemmeno quando, solo due anni fa, perdette un secondo figlio. Nessuna lacrima: mai di fronte agli altri.
E poi ci sono io, vero mamma?, che ti ho fatto piangere tante volte. Anche negli anni scorsi…
Speravo che crescessi, ma non cresci mai, mi dici. Fortuna che hai avuto Silvia, la mia sorellina. Che ti ha inondato d’affetto.
Tu non hai famiglia, sei uno zingaraccio, mi dicevi, severa e adirata, quando ero piccolo.
(Ricordi quanta paura ti feci prendere quando, a sei anni, scappai di casa per ore e ore? Risento il tuo abbraccio, quando mi rivedesti).
Ora non è più una dura madre. E’ un madre mite.
Sono stata troppo dura con te, mi dice.
Mamma, sai che su un cosa che si chiama blog ho scritto di te, e dei cantastorie.
Non ha detto nulla, mia madre, mentre le dicevo “ho scritto di te”.
Giorni fa mi si presenta davanti. Con un bloc notes.
Mi dice: Lo sai che io non ho scuole e faccio gli sbagli.
Leggo.
Ci sono i canti che da ragazza aveva imparato.
Nel tempo che dei guelfi e ghibellini….
E ci sono storie contadine, d’amore e di povertà.
Ha fatto solo la terza elementare mia madre. I suoi genitori, analfabeti, la sgridavano: perché nel quaderno di matematica sprecava carta, c’erano troppi spazi bianchi tra un’operazione e un’altra.
Solo la terza elementare fatta nei giorni pari, perché in quelli dispari c’erano da guardare i maiali, ma, mentre leggo, vedo che i congiuntivi son giusti. Perché mia madre sapeva ascoltare “le belle parole della gente istruita”.
Basta orecchio, a volte.

bella

Dal momento che non ho niente di interessante da dire sono andato nel mio vecchio blog, alla ricerca di qualcosa di magari-anche-solo-un-po’- interessante, per esempio un vecchio ronzino da riproporre.
Tra le cose che ho riletto ho scelto questa cosa qui.

Quando ero ragazzo, sui 17, 18 anni, avevo un rituale la domenica mattina. Mi svegliavo verso le 9 e poi, con un libro, andavo nel bar dove ero solito incontrare alcuni amici.
C’era una salettina con 15, 16 sedie, un paio di tavolini, un telefono a gettone, la luce soffusa e, in fondo, un juke boxe.
C’è un po’ di pioggia e il cielo è grigio nel ricordo di quelle mattine.
E c’è il mio bicchiere di latte tiepido accanto alle mie sigarette (Ms o Gitanes).
E c’ero solo io, lì dentro, a sognare, tra una pagina e l’altra
E c’è una canzone, colonna sonora del ricordo

bella, col fermaglio tra i capelli a forma di stella
gli anni, sono quelli che ci fregano dentro sono gli anni
che ci lasciano soltanto e solo dei ricordi
che ci lasciano qualcosa che non tornerà
sei sempre bella, passa il tempo….

non entrò mai nessuna ragazza con un fermaglio a forma di stella

Qualcosa sui miei libri (e un po’ di scommettitore)

Qualcuno, con mail o sulla bacheca di facebook, mi chiede dei miei libri.
Allora.
Inutile chiedere del mio ultimo libro in libreria: La donna che parlava con i morti è fuori catalogo, esaurito credo (e un po’ lo spero e un po’ mi spiace che non ci siano più copie). Nel magazzino di Roma, mesi fa, non ce n’erano più (così mi han detto, quando ho chiesto una copia che volevo inviare a un critico che me l’aveva chiesta).  Inutile cercare anche Il quaderno delle voci rubate, si trova solo a Vercelli; spero in una ristampa, di un altro editore.
Penso che Dicono di Clelia, invece si possa ordinare, così come si può ordinare in libreria la raccolta di racconti Tamarri, e il mio terzo romanzo, Lo scommettitore. Che si può ordinare scrivendo a Fernandel: arriva tramite posta ordinaria, senza spese aggiuntive.

Una presentazione, ora, del personaggio Scommettitore: non ha nome, è semplicemente uno che scommette su quello che fa: lavorando per questo o quel candidato politico.

Il ballottaggio, lo scontro tra due candidati, era un po’ la sua droga.
Due candidati. Uno contro l’altro, come due pugili sul ring.
Vince il più scaltro, sono ammessi colpi proibiti.
Vince il più intelligente.
In mezzo ai due candidati c’è il caos: galoppini, portaborse, servi.
E poi consulenti-esperti di tutto, di come farsi fotografare, di cosa dire, di che colore la cravatta, dello slogan da coniare; e di sondaggi, di previsioni. Oppure ci sono investigatori, o spioni. A volte, più spesso di quanto si immagini, ci sono anche delinquenti, organizzazioni criminali; loro e gli spioni lavorano nell’ombra, i politici e gli esperti invece, tra un sondaggio e una previsione, una previsione e un altro sondaggio, cercano di capire come vive e cosa pensa la gente: poi, finito il can can, dopo il voto, arrivederci e grazie.
Dietro ogni candidato c’è una strategia e uno stratega.
Se accanto allo stratega ce ne sono altri è un suicidio: perché fanno confusione, si annullano, litigano.

E poi c’è il popolo elettore.
Che sceglierà: uno dei due.
Per uno dei due lavora lui, lo scommettitore.
È lo stratega, la mente del suo candidato.
Il resto è contorno. Solo lui, con la sua intelligenza, si spaccherà la testa per prevedere, contrastare, annientare le mosse dell’altro, giorno e notte, sempre, fino a quando la gente va a votare e sta ancora votando: nell’ultimo giorno e nelle ultime ore c’è ancora tempo per un ultimo colpo basso e, soprattutto, per parare quelli altrui. E poi si aspetta, si aspetta lo spoglio dei voti.
A quel punto il suo candidato è al centro del ring. Pronto per alzare le braccia al cielo, Ho vinto, ho vinto.
Lui in quel momento di solito è in albergo a fare le valigie.

Ancora una pagina, tratta sempre da Lo scommettitore

Un mattino Ornella, entrando nella sua stanza per spazzare, spolverare, aprire la finestra, notò, dal momento che fuoriusciva dalla tasca esterna della bella valigia sistemata ai piedi del letto, un’agendina gialla. La prese in mano, senza esitazioni: in fondo quell’uomo le aveva detto troppo poco di sé, aveva il diritto di spulciarla.
Trovò numeri, sicuramente conti.
E s’immaginò, Ornella, che la scritta DP per affitto, significasse Da parte per affitto. Non per altro:
accanto c’era segnata la cifra più grossa, 45 euro, superiore a DP per spesa, 13,50, a DP per vestiti, 6, a DP per senza filtro, 1,15, a Varie, 0,30.
Seguivano alcune pagine bianche. Nella rubrica telefonica, in fondo, neanche un numero di cellulare o di un apparecchio fisso. Prima di riporla, e sistemarla com’era prima, Ornella diede un’ultima controllata, veloce veloce, non voleva essere sorpresa da Giacomo.
E quando vide che nei fogli interni, con una grafia brutta e piccola, c’era scritto altro, decise di mettersela in tasca e di andare in bagno a leggere, con tutta tranquillità. Aveva paura di scoprire qualcosa di poco piacevole, Ornella, in quell’agendina gialla, con fogli senza le righe, spessi, di bella carta.
E invece in quell’agenda c’era la vita del suo inquilino.

POSSIBILI LAVORI
Il commesso.
L’aiutante in un distributore di benzina.
La maschera in un cinematografo.
L’autista per piccoli trasporti.
Il lavapiatti.
Il portiere di notte.
L’imbianchino.
Il fattorino (consegna giornali, pane o altro).
Pulire cantine.
Pulizia scale condomini.
DA VALUTARE
Fare le pulizie dove ci sono cessi.

DA EVITARE
Prostituirmi con donne anziane.
Lavorare per avvocati o investigatori.
Chiedere l’elemosina.

QUESTA ESTATE
Vendita bibite e panini a turisti.
Vendita bibite a chi prende il sole al fiume.

IDEE
Portare in giro cani di altri (se mordono?).
Fare annunci sul giornale (che telefono lascio? Ornella?).
Comperare giornalini e libri usati da rivendere (dove?).
Acquistare capi d’abbigliamento da Zagor e rivenderli (dove e a chi?).
Ornella tirò un sospiro di sollievo. Era grosso modo l’uomo che lei si era immaginata. Anche se non capiva quel non voler lavorare per avvocati o investigatori.
Ma la cosa più brutta era “Prostituirmi con donne anziane”.
Anziane quanto? E poi: esistono donne che pagherebbero per portarsi un uomo a letto? si domandò Ornella.
Io non lo farei mai, pensò, non pagherei.

prima dell’appuntamento

Sono nei giardini di un grande ospedale, a cento chilometri da dove vivo io.
Devo vedere un primario, per motivi professionali, di lavoro, diciamo.
So come si chiama, e basta.

La giornata è una bella giornata. C’è il sole, non fa troppo freddo. Accendo un mezzotoscano, appoggio il sedere alla panchina, sono in anticipo, ho con me l’iPhone e un libro, ma preferisco guardare gli alberi e in lontananza, il miscuglio di sole e foschia; l’ospedale, il grande ospedale, è alle mie spalle.
Hai un mezzotoscano?, mi fa una voce, secca, un po’ roca.
Mi volto: un barbone.
Ha una camicia rosa, stropicciata ma pulita (ma non ha freddo?), ha un paio di jeans col cavallo basso basso (perché non se li tira un po’ su?), ha la barba lunga bianca ed è spettinato (nessun interrogativo, qui; qui va bene), ha lo sguardo da pazzo: gli occhi sono spalancatissimi.
Mai negato del fumo un barbone, così gli allungo un mezzotoscano, ma prendendolo io dal pacchetto, con le mie dita, son schizzinoso, chissà quanti germi ci sono nelle sue mani, meglio evitare contatti.
Quando però mi chiede d’accendere il contatto c’è: perché quando tendo l’accendino (acceso, chiaro) verso le sue labbra, le sua manacce, a mo’ di imbuto, toccano il dorso della mia mano.
Poco male, dopo aver fumato andrò in bagno, mi laverò con cura, penso mentre se ne va dopo avermi salutato con una scrollata di capo.
Proseguo a fumare, poi, con un po’ d’anticipo, dopo aver lavato le mani, salgo alla ricerca del primario con cui ho l’appuntamento.
Ascensore, sala d’attesa, corsia,  infermieri, parenti e pazienti: solite scene d’ospedale.
Chiedo, un infermiere o dottore, insomma uno col camice, mi indica l’ufficio del primario,
“vada avanti, il primo sulla destra”
“grazie”.
Busso, c’è nessuno. Guardo se c’è un campanello che magari non vedo, macché.
Omminchia chi si rivede, riecco di nuovo il barbone di prima, si sta dirigendo verso di me, il mezzosigaro non l’ha fumato tutto, ne ha ancora un pezzo (spento, chiaro) tra le labbra, lo sta masticando, è a un metro da me, dalla tasca tira fuori la chiave dell’ufficio, il suo ufficio: già il barbone.
“Lei è?”
“Sono”.
Con la testa mi fa cenno di entrare. La camicia rosa, prima non ci avevo fatto caso, dietro, non è mica infilata bene nei pantaloni.

Lo stesso libro: 300 copie, poi 100mila

L’articolo che segue è di Luigi Bernardi, editore, scrittore, scopritore di talenti, traduttore. Ha scritto uno dei libri più belli usciti in Italia: Senza luce, edizioni Perdisa.
E’ un vecchio articolo, del 2002, ma Bernardi lo ha riproposto due giorni fa, sulla sua pagine di facebook.
Perché è sempre valido. A me ha fatto pensare, leggendolo, che la differenza tra un manoscritto dimenticato e un libro di successo la fa la fortuna.
Ho fatto il titolo del post pensando da giornalista. Ogni articolo, ogni post, ogni libro, cinema eccetera può avere un titolo più appropriato.
Ecco, penso che un titolo più appropriato poteva essere “la propensione alla leccaculaggine”.
Buona giornata e buona lettura.

Nel 1993 facevo l’editore, ero indipendente. Niente e nessuno condizionava le mie scelte, neppure il mercato perché ero bravo ad accontentarlo. Lo compiacevo con i prodotti giusti, loro mi restituivano la possibilità (i soldi) di togliermi i piccoli piaceri della professione. Per esempio, pubblicavo fumetti giapponesi e investivo i guadagni nel lancio di nuovi disegnatori e scrittori.
Nel 1993, quando facevo l’editore, pubblicai un romanzo di Giuseppe Ferrandino, si intitolavaPericle il nero ed era molto bello. Aveva uno stile e una storia, entrambi potenti. Con quel romanzo avrei sfondato anche nella narrativa, pensavo io, già reduce dalla pubblicazione di Carlo Lucarelli e Marcello Fois, Paco Ignacio Taibo II e Léo Malet. Macché: Pericle il nerovendette poco più di trecento esemplari ed ebbe una sola recensione, casuale perché non generata dal centinaio di copie inviate a giornalisti e critici. Nel 1998, quando la mia casa editrice era ormai fallita, Adelphi ripubblicò Pericle il nero. Era lo stesso testo di cinque anni prima. Vendette oltre centomila copie, i recensori fecero a gara per parlare del libro, lo osannarono, lo riverirono. Ne fecero il caso editoriale dell’anno.
Ho pensato più volte a questo fatto. L’indipendenza è una condizione forse necessaria, certo non sufficiente. Anche Adelphi è una società senza vincoli, nata proprio come gesto di rottura di alcuni collaboratori dell’Einaudi, che consideravano troppo monolitica, persino asservita, la politica editoriale dello «struzzo». Non è solo questione di indipendenza, c’è dell’altro, soprattutto quando la libertà di qualcuno va a cozzare contro l’assoggettamento di altri. Tornando al mio esempio, è chiaro che i giornalisti culturali, sottovalutando un testo proveniente da una piccola casa editrice, operarono una sorta di censura. O quantomeno un’equivalenza arrischiata: testo di piccola casa editrice = piccolo testo. I giornalisti sportivi la chiamano sudditanza psicologica, e la addebitano agli arbitri quando sono chiamati a giudicare le azioni di un calciatore di una squadra blasonata. La sudditanza psicologica spingerebbe gli arbitri a fischiare a favore della compagine più forte, mai di quella più debole. Non sempre è così, però la sudditanza esiste, forse ancora di più nel mondo culturale che in quello sportivo.
I critici che recensirono la ristampa di Pericle il nero, dopo averne ignorato la prima edizione, di sudditanze ne subirono addirittura due: la prima del marchio Adelphi, la seconda di quello Gallimard. Cos’era successo? Era successo che l’ufficio stampa Adelphi aveva lanciato la ristampa del romanzo di Ferrandino come conseguenza del grande successo ottenuto dalla traduzione francese del libro, pubblicata da Gallimard, Era una trappola per gonzi, i critici vi caddero come sprovveduti. Se c’è un nome che mette sull’attenti i giornalisti culturali è Gallimard, chiedete loro perché. Pericle il nero ai francesi l’ho venduto io. So che la pubblicazione di Gallimard è passata pressoché inosservata, avrà raggranellato poco più di mille copie. Altro che grande successo o caso letterario, altro che i soliti francesi che per primi scoprono gli italici talenti… Si è trattato solo di una campagna promozionale bene orchestrata, che ha messo a nudo il nervo scoperto del giornalismo culturale italiano: la predisposizione alla leccaculaggine. Così alla fine, forse, il problema non sta nell’indipendenza, quanto nell’intelligenza e, soprattutto, nell’onestà.

Luigi Bernardi
da Tribù astratte, 2002

Oggi è il 2 dicembre, caro papà, ricordi?

(racconto “di un attimo” in forma epistolare e ispirato da qualcosa di vero)

Ti scrivo, caro papà,
ma stasera, quando passerò sotto la tua villa, non si mica se avrò la forza di imbucare questa lettera.
Sai papà, e anche se lo dimentichi lo sai, che la persone che più ti vuole bene a questo mondo sono io.
Quando ero piccolo tu mi facevi ridere, stravedevo per te, volevo solo te, ti sognavo.
Così quando te ne andasti provai solo tanta rabbia, contro la mamma, contro me stesso e mio fratello, se tu avevo scelto un’altra donna, un’altra famiglia, era perché io la mamma e Francesco non eravamo alla tua altezza, non eravamo intelligenti e spensierati come te (ricordo ancora quando tornavi a casa e facevi capriole sul pavimenti), non eravamo belli come te (ho le tue foto, tu capitano dell’esercito, tu in motocicletta, tu in costume da bagno, le accarezzo ancora, sai papà?, e quando io penso a un uomo bello penso a te. Oggi hai sessant’anni ma sono sicuro che se io e te andassimo in un posto pieno di donne loro si volterebbero a guardare te: se solo riuscissi a muovermi con la tua eleganza, un’eleganza distratta…
Tutto questo, comunque, o già lo sai o te l’immagini.

Oggi però è il 2 dicembre, caro papà, il giorno del mio compleanno.
E’ anche il giorno in cui – e son passati vent’anni – io sono diventato un perdente.
Tu, oggi, con tua moglie e i figli, miei fratellastri che odio e sempre ho odiato, di sicuro non ricorderai che è il mio compleanno, non ti ricordasti vent’anni fa, figuriamoci se oggi vai a pensare che.
E’ ancora più sicuro che tu non sappia, né credo saprai mai, che il 2 dicembre di vent’anni fa io sono diventato quello che sono: un perdente che affonda la testa.
Sul lavoro, con le donne, dovunque io sono un perdente, caro papà.
Vent’anni fa, già.

Facevo prima Liceo e tu, da tre mesi (ricordo tutte le date, sai papà, anche il giorno in cui te ne andasti) già non vivevi più con noi. Però ti sentivo al telefono e tu al telefono mi facevi ridere e tu al telefono mi facevi sentire bene: ero ancora il tuo “grande Paolino”.
Con mamma non parlavi e con Francesco parlavi poco, sono due musoni, sono tristi, ma con me sì. Mi dicevi cose belle papà, e io quando mi addormentavo mi addormentavo bene, perché ripensavo e risentivo la tua voce.
No, sempre bene no: perché quando ti telefonavo sentivo la voce di quell’arpia che hai sposato, certo, più bella di mamma, ma ha due occhi cattivi quella donna quando vi incontravo, e al telefono ti metteva fretta, era gelosa.
(Diciamocelo papà: la tua vita è piana di successi e di scopate, lo so e lo sa tutta la città, ma hai sposato due donne da poco).
In ogni caso la notte del primo dicembre di vent’anni fa io ero felicissimo quando andai a dormire.
Risentivo le tue parole. Come un disco, una canzone il cui ritornello ti ha conquistato.
Domani vengo a prenderti a scuola e facciamo una grande festa, solo noi due.
Sto piangendo, ora, papà mentre scrivo.
Mi rivedo, rivedo il bambino che aspetta, era una giornata brutta, grigia.
L’avevo detto a tutti a scuola che tu saresti venuto ma all’una nessuno dei miei compagni ti aveva visto, che importa, pensavo, tu arrivi sempre in ritardo.
Piango papà, ho pena di me: mi rivedo che ti aspetto un’ora, due, tre, e tu non arrivi.
Saranno le quattro del pomeriggio e, davanti alla scuola, passa una macchina. Qualcuno mi saluta con la mano: è un mio compagno, lo chiamavamo Frassica perché non sapeva né scrivere né parlare in italiano, ma era comunque il figlio di un imprenditore. E io a Frassica l’avevo detto: Oggi festeggio con mio papà.
Sai che feci, papà, quando vidi che Frassica mi salutava con la mano?
Mi voltai verso il muro, pensa che scemo.
Sono vent’anni, caro papà, che, ma sì, penso sia la cosa più giusta da dire, mi volto e guardo le crepe di un muro, è successo anche la settimana scorsa quando con Anna siamo andati dall’avvocato per la separazione, a lei la coca e i cocainomani, così mi ha detto, fanno schifo.
(Lei non si è mai dovuta girare verso un muro, però).