Di un mio libro, Vicolo del precipizio (storie contadine ambientate a Cortona e narrate da un ghostwriter) ho un ricordo carino. Prima di proporlo a Luigi Bernardi e a Perdisa lo proposi anche a due altri editori. Uno mi rispose che la storia era bella, mail finale era da riscrivere e ripensare, l’altro mi scrisse che il libro non era convincente, eccetto il finale, davvero bello. Succede. Chi legge in una casa editrice non è Dio in terra. Fa valutazioni sue, punto (lo spiega bene Pontiggia in un suo racconto). Ma la editor che elogiò il mio finale scrisse anche un’altra cosa: che la mia biografia (scuola, poi fabbrica, poi studente lavoratore, poi disoccupato, poi portiere di notte, poi giornalista( era interessantissima. Forse dovrei usare parte della mia mia biografia, e magari poi prestarla a un personaggio. Magari a uno scrittore che per campare fa il cameriere.
Ecco cosa ho scritto stanotte.
Sto piangendo mentre mangio un Buondì Motta. Sono a scuola, frequento la seconda elementare. Non è un giorno qualunque. Il maestro, severissimo, oggi mi ha dato il permesso di mangiare il mio Buondì prima dell’intervallo. L’ha fatto perché poche ore fa è morto mio fratello Fabrizio, che aveva solo dieci mesi. Quando mamma mi ha svegliato mi fa: Remo, devo dirti una cosa. Allora non sapevo che Fabrizio era malato, però quando mamma pronuncia quelle parole – Remo, devo dirti una cosa – capisco che a Fabrizio è successo qualcosa di brutto. Piansi ininterrottamente, quel giorno, prima a scuola e poi a casa. Ero attaccatissimo a Fabrizio. Quando mamma si assentava per fare la spesa badavo io a lui. Lo cullavo, gli facevo il solletico, qualche volta gli davo qualche “granellino” di parmigiano grattugiato. Tornato a casa da scuola, pensai: e se l”avessi ucciso io? Non avrei dovuto darglielo qual parmigiano, la mamma non avrebbe voluto. Arrivò il fotografo, che abitava nel nostro stesso condominio: l’unica fotografia della breve vita di Fabrizio è la foto di Fabrizio che, tutto vestito di bianco, dorme per sempre. Poi arrivarono le suore, maledette. Mi presero in giro, mi dissero che Fabrizio adesso era felice su una nuvola «guarda in cielo, è là», così io smisi di piangere, dissi «che bello, Fabrizio è là», nemmeno al funerale piansi. Ma non dimentico. La bara bianca scende, le gambe di mamma non la tengono in piedi, sta per cadere, ci pensa mio padre a sorreggerla. Il peggio fu tornare a casa: non piangevo più, ma la casa senza Fabrizio non era più la stessa.
Anni dopo, sono da una psicologa. E’ molto bella, molto brava, molto sensibile. E io sono un soggetto molto interessante, per lei. Sgrana gli occhi quando le dico che…
(non so se continua) (però accetto consigli) (la foto di Fabrizio è incorniciata e appesa alla mia sinistra)
Uno anno fa contavo i giorni: si avvicinava l’uscita de La suora. Da allora ho provato a scribacchiare qualcosa ma non ho partorito nulla. Avrò scritto l’incipit di una ventina di romanzi interrotti a due, tre massimo quattro pagine. È la seconda volta che mi blocco. La prima volta successe venticinque anni fa, dopo aver scritto il mio primo libro: Il quaderno delle voci rubate (ripubblicato e in gran parte riscritto con il titolo Il bar delle voci rubate). Per anni, inviavo il manoscritto agli editori ricevendo o rifiuti (ho ancora in mente il primo: di Frassinelli) o nemmeno un rigo. E intanto mi dicevo: forse non sei uno scrittore. Il secondo blocco è di pochi anni fa, dopo l’uscita de La donna di picche. Il mio editore (Fanucci) mi disse: il prossimo libro che scrivi deve essere bello almeno come La donna di picche. È una parola, pensai. Ma quando finii di scrivere La suora pensai: è bello come La donna di picche, forse di più. La scommessa, adesso, sarebbe quella di scrivere un romanzo che – a mio avviso s’intende (ma sono severissimo con me stesso) sia all’altezza de La suora. Dal momento che non ci sto riuscendo non mi resta che continuare a parlare in questo blog o di libri d’altri o di libri miei, de La suora in particolare. A un anno di distanza un libro è dimenticato, sommerso dalle nuove uscite. Ma non mi arrendo, io. Oddio, prima che uscisse una voce mi diceva: vedrai, farà la stessa fine dei libri a cui tieni di più (Bastardo posto e La donna di picche). Ma voglio insistere, io. Magari comprerò un po’ di copie e poi andrò a venderle scontate in qualche posto lontano, con poco chiasso e magari il mare non lontano, perché mi ha sempre fatto bene guardare e respirare il mare. Cosa c’entri il mare con La suora non lo so, però mi andava di scriverlo, tanto.
Per quanto riguarda i libri che leggo e che scrivo ho una predilezione per quelli che leggo, predilezione che diventa scelta per le cose che ho scritto in passato: dai libri, e soprattutto dei gialli, mi piacciono le atmosfere. La Milano di Renato Olivieri, con il commissario Ambrogio che andava a mangiare le uova strapazzate in una trattoria ai Navigli, o la Parigi e certe cittadine della Vandea nei Maigret di Simenon, o la Bretagna descritta nei libri di Jan-Luc Bannalec, oppure la Torino o la Vercelli dei gialli che ho scritto per Fanucci – La notte del santo, e La donna di picche. Descrivere i luoghi, respirarli, dipingerli nella mente, leggendo o scrivendo. In un mio giallo (Vegan, le città di Dio) c’è la città di Narbonne: c’è, perché ci sono stato. Non ci sono, nei miei libri, città o luoghi tratti da internet. Non mi va, per scelta. Mi succede, certo, di usare internet, ma quando mi succede lo scrivo.
Più il passato e i legami sono tenuti lontani dall’isola di San Giulio e meglio è: le suore possono così dedicarsi completamente al dialogo con Dio, pregando. Su YouTube ci sono tanti filmati, con sporadiche interviste, cerimonie. I volti delle suore di clausura di San Giulio sono sempre sereni, felici. Il loro sorriso è un sorriso sincero. Vuol dire che hanno ragione loro. Lì, in quell’isola, dev’esserci Dio.
Lo scommettitore, che fu pubblicato da Fernandel nel 2006, è il libro che ha ottenuto il maggior numero di recensioni, tutte positive. Fu anche “libro del mese” e finalista al “libro dell’anno” della trasmissione Fahrenheit. Perché ne parlo, oggi. Sullo scrivere un libro si dicono tre cose: che bisogna avere un’idea di partenza, magari una scaletta nebulosa. Che dopo aver scritto una cosa è meglio prendersi una pausa, lasciar decantare, insomma, parole e pagine. Per poi rivederle e fare un editing. E che nella fase di editing è importantissimo tagliare. Allora: iniziai a scriverlo senza avere la minima idea di dove andassi a parare. Non solo: le prime pagine che scrissi, poi, le collocai a metà manoscritto. Iniziai così.
Rileggendo la lettera anonima per l’ennesima volta, don Alberto pensò che se avesse potuto avrebbe fatto bene a fotocopiarla, ma non c’era tempo per studiare il modo di mandare qualcun altro, poteva mica andare lui in copisteria. Non era roba da prete perbene. Lui non lo era, un prete perbene. Piccolo, grasso, vicino ai settanta, aveva ancora una voglia matta di donne. Certo, ne aveva una, ma troppo in là con gli anni, solo cinque meno di lui. Don Alberto avrebbe dato chissà che per una bella trenta-quarantenne. Anche il quadro di valore, di artista ignoto ma di epoca rinascimentale, unica cosa degna di nota in quella chiesa scalcinata: tanto poi avrebbe detto che erano stati i ragazzi dell’oratorio, che non sopportava, a rubarglielo. Con la sua quasi coetanea, poi, era una cosa penosa, e tanto. Doveva ricorrere al Viagra e a dosi massicce di fantasia. Per questo la lettera gli era piaciuta così tanto. Perché, miracolosamente, gli aveva provocato un rigonfiamento, per di più naturale, che per lui non era certo cosa da tutti i giorni. Sapere che l’avvocato penalista più famoso della città lega la moglie al letto, nuda, col sedere che dà verso l’alto dei cieli, e che quel sedere, bene in mostra a tutti i santi del paradiso grazie a due cuscini sotto la pancia della signora, viene trafitto dal manico di una scopa, a don Alberto provocava una sorta di preorgasmo. Che aumentava, leggendo di frustate e sputazzate sulla schiena della signora, lei sì bella e, da quanto ricordava, sui trentasei-trentasette, massimo trentotto anni. Era un’immagine sacra, da tenere a mente, in vista della prossima penosa puntata con la quasi coetanea.
Insomma, un primo capitolo scritto senza sapere dove andare, al buio. Ma poi, scrivendo, mi venne in mente il personaggio dello scommettitore. E quel primo capitolo scritto rimase lì, a galleggiare, finché non lo ripresi sistemandolo a metà libro. Che scrissi in una settimana. Ma in forma ridotta. C’era tutto, ma era una sorta di Bignami del libro. Insomma: invece di tagliare aggiungevo. Il tutto in due mesi. Lavoravo e appena potevo pensavo al libro e appena potevo (di notte) scrivevo. Lo inviai a Fernandel, a Giorgio Pozzi, che mi aveva già bocciato un libro (Dicono di Clelia, pubblicato da Mursia). Gli piacque, lo pubblicò in poco tempo….
Il vero incipit è questo:
Dieci euro, neanche tanto tempo fa, li aveva regalati alla bambina che aveva aiutato i nonni a portare le posate in tavola. Aveva arrotolato, piegato e pigiato la banconota così da farla sembrare un bastoncino, in modo da ritardare la sorpresa: Guarda, ho un bigliettino per te. In quella trattoria di un paesino isolato, di bassa collina, lambito dalla nebbia della vicina pianura, aveva incontrato per la prima volta Carmen Severi, la candidata. Un anno e quanti mesi prima? Preferiva non pensarci, lui, meglio perdere il conto del tempo che ti separa da un ricordo che fa male, quasi un incubo. A scegliere il posto era stata Carmen; la trattoria era dei suoi zii che, nell’occasione, avevano chiuso il piccolo ristorante, così da evitare occhi indiscreti, ma tenuto aperto il bar, per i vecchi incalliti giocatori di scopone scientifico. La bambina gli aveva detto che faceva la terza elementare. Faceva pure tenerezza, per via della macchinetta ai denti e della montatura degli occhiali, rosa su lenti spesse. Restò sorpresa, finita la cena, quando ricevette la banconota travestita da bigliettino; non disse nulla, andò in cucina, poi tornò, opportuna- mente istruita: La ringrazio signore, non doveva. Era dolce come la zia, la cuginetta di Carmen. Già: dieci euro. E neanche tanto tempo fa. Un anno e qualche mese. Per lui era normale lasciare dieci euro di mancia al ristorante. Ora invece con dieci euro ci campava. In un discount aveva fatto la spesa come minimo per due giorni: una confezione con quattro würstel, due scatole di fagioli, due mezzi litri di latte, due bottiglie d’acqua, tre scatolette di tonno, una scatola gran- de di carne in gelatina, un litro di succo di frutta al pompelmo, del pancarré, un paio di calze di spugna grigie. Totale otto euro e ottantun centesimi. Poco più di un euro di resto, sufficiente per un caffè al bar tabaccheria dove, inaugurando una banconota da cinque, com- prò il solito pacchetto di Esportazioni senza filtro: si era abitua- to a fumarle con un bocchino, così da stemperare quel tabacco acre. Quelle sigarette, che di bello avevano solo il pacchetto, ver- de con un veliero disegnato, le aveva fumate da ragazzo. Rubate dalla tasca della giacca del nonno, intento a vangare nell’orto. Che puzzassero così non lo ricordava. Dopo aver bevuto il caffè e pagato, guardando fuori oltre la vetrina ebbe un sussulto: una donna che, da dietro, era simile a Carmen Severi. Piccola di statura, magra e coi capelli neri neri, cortissimi, da maschietto. Sapeva che non poteva essere lei: non aveva né l’andatura un po’ ciondolante né lo zainetto nero, che Carmen non abbandonava mai; a tracolla, oppure ai suoi piedi, era come se fosse parte di lei. In strada si accorse che quell’immagine lo aveva distratto al punto che era uscito dal bar dimenticandosi di portar via, non era rubare quello, un bel po’ di tovagliolini da utilizzare come carta igienica: non voleva usare quella della signora Ornella, la sua padrona di casa. Il pensiero di Carmen, ricorrente perché non era la prima volta che credeva di vederla ben sapendo che non era lei, la dimenticanza dei fazzolettini e un leggero mal di testa, probabilmente provocato da una birra scadente bevuta di notte, lo innervosirono, tant’è che da quel pacchetto tirò fuori e accese la sigaretta che si era ripromesso di fumare appena rincasato, ste- so sul letto ad ascoltar la radio. Sentendosi improvvisamente irritato rispolverò un gesto che apparteneva al suo passato, quando, teatralmente, voleva far in- tendere a tutti che non era giornata. Si tolse dalle labbra la siga- retta e la buttò per terra. Un gesto improvviso, stizzito. Una volta l’avrebbe polverizzata con un movimento brusco e veloce della suola di cuoio; ora invece la suola di gomma delle scarpe comprate a buon prezzo al mercato accennò un movimento im- percettibile, poi interrotto, frenato. Non poteva più permettersi di fare e pensare come prima. Così si chinò a recuperare il boc- chino, barattato al mercatino dell’usato con una cravatta. La sigaretta finita per terra no, resto lì: Morirò schizzinoso, pensò.
Tre mesi prima, scendendo dal treno ancora non sapeva se si sarebbe fermato in quella città.
Questa è un’intervista a Gialcarlo Caselli, il “signor Golem” insomma, che è anche il mio editore. Ci siamo parlati una volta, quando andai a Torino per definire l’uscita di Forse non morirò di giovedì, primo libro uscito con Golem, poi ci siamo incrociati a un salone del libro, poi solo mail di servizio. Ho avuto maggiori rapporti con Fabrizio Falchero, che Caselli cita nell’intervista, anche perché Fabrizio Falchero lesse il manoscritto di Forse non morirò di giovedì e poi mi contattò e poi l’ho visto e sentito altre volte, e con Paola Tombolini, che mi ha fatto da (paziente) editor per entrambi i libri che ho pubblicato con Golem: Forse non morirò di giovedì e La suora. Non so se pubblicherò ancora con Golem, non so nemmeno se scriverò qualcosa, ora come ora ne dubito. Ma è mia intenzione intervistare persone (editori, editor, scrittori) e questa (che è stata pubblicata anche da Infovercelli24 e da Torinoggi) è la mia prima intervista.
Giancarlo Caselli e la casa editrice Golem, nata a Torino qualche anno fa e che ha sede in Piazza De Amicis. Cominciamo con Giancarlo Caselli, psicologo e poi editore. Come nasce l’idea di vivere un’esperienza nel mondo editoriale? Direi quasi per caso… sono sempre stato un grande appassionato di libri e nel 2012 ho avuto l’occasione di acquistare una libreria che era stata aperta da pochi mesi. Mi sono buttato nell’avventura che mi ha fatto venire voglia di essere artefice del prodotto che ho sempre amato e che avevo iniziato a vendere però mancava l’occasione che si è materializzata una sera con una persona che è entrata in libreria dicendomi di essere stato consigliato da qualcuno del Circolo dei Lettori di venirmi a parlare in quanto aveva scritto un libro e voleva capire come fare per pubblicarlo. Lui voleva diventare un autore, io un editore e il 5 dicembre 2013 entrambi abbiamo realizzato il nostro sogno.
Golem: perché questo nome e un po’ di storia della casa editrice. Il Golem è un mito della tradizione e della cultura ebraica, difende gli oppressi e, oggi diremmo, i subalterni e noi fin da subito avevamo chiaro che il nostro obiettivo era fare un mix di intrattenimento e di cultura dando spazio a che ha dei valori da condividere ma, magari, fatica a trovare voce Tornando a quel 5 dicembre fu subito un piacevole successo anche grazie a Margherita Oggero che fu madrina di quella serata al Circolo dei Lettori in cui presentammo il nostro progetto editoriale. Sei mesi dopo eravamo al Salone del Libro, ancora con poche proposte ma di qualità. La svolta avvenne poi nel 2017 con l’inizio della distribuzione nazionale da parte di Messaggerie.
Golem vuol dire Giancarlo Caselli ma anche altre persone. Chi sono a cosa fanno? Golem è una realtà in movimento che conta su una serie di collaborazioni diverse. Io rappresento, in qualche modo, il frontman ma le scelte sono sempre collegiali, condivise in primis con il mio socio Fabrizio Falchero ma spesso dettate dai giovani che rappresentano l’ossatura della casa editrice a partire da Carolina, Luigi, Valentina e le due Chiara che sono entrate come tirocinanti universitarie e in pochissimo sono diventate una risorsa importante. Un particolare ringraziamento poi va a Valentina Catto, la nostra grafica, che cura le copertine dei libri.
Golem sta proponendo diversi libri all’anno. Quanti all’anno? Anche di qualità. Proposte editoriali di autori contemporanei, ma non solo. Oggi siamo sui 50 libri all’anno, un numero esorbitante per una piccola casa editrice e che richiede uno sforzo considerevole. È vero, tendenzialmente pubblichiamo autori contemporanei italiani ma ci sono anche alcune eccezioni come quando andiamo a ripescare autori dimenticati come è stato il caso di Jarro che ha scritto nel 1850 forse il primo “giallo” italiano, anzi pre-italiano in quanto ancora ambientato nel Granducato di Toscana. Ora stiamo lavorando a una collana dedicata al giallo centro-sudamericano e la prima uscita sarà un libro di Amir Valle, il più importante giallista cubano mai pubblicato in Italia.
Romanzi, gialli, saggi. Anche raccolte di racconti? E la poesia? Qualche raccolta di racconti e due di poesie ma i nostri gusti sono più orientati verso storie di lungo respiro e sia i librai sia i lettori oramai ci identificano con un certo tipo di scelte editoriali, ma mai dire mai. Per le piccole e medie realtà editoriali c’è un grande problema, quello della distribuzione. Sicuramente la distribuzione è uno dei nodi principali del mondo editoriale. Noi abbiamo scelto, e siamo stati scelti da Messaggerie Libri che ci consente di essere presenti, almeno potenzialmente, su tutto il territorio nazionale. Dico potenzialmente in quanto la scelta di quali libri tenere o non tenere è sempre ad appannaggio della singola libreria per cui tutti i librai possono avere i nostri libri ma, ovviamente, non tutti li hanno anche perché in Italia escono circa 200 novità al giorno e sarebbe impossibile per chiunque avere l’intera scelta. Ovviamente una distribuzione importante, con relativa promozione, ha dei costi elevati che sono molto più facilmente sostenibili da grandi gruppi che non da editori indipendenti. Ma il campo di gioco è questo e se vogliamo giocare…
Com’è il rapporto con la città di Torino? Sono nato e cresciuto a Torino e quindi il rapporto non può che essere viscerale però fin da subito abbiamo cercato di smarcarci dall’etichetta di casa editrice locale, non per snobismo ma perché io non amo i confini e gli steccati (di nessun tipo) e quindi le scelte sono sempre state improntate alla ricerca della qualità più che della localizzazione geografica. Poi è naturale che attiriamo maggiormente autori piemontesi che si identificano con la nostra realtà ma se guardo all’anno che sta per chiudersi oltre il 50% dei nostri autori vengono da altre regioni.
Quando si parla di una casa editrice tanti aspiranti scrittori si chiedono: questa casa editrice accetta e legge i manoscritti? Da un lato mi pare una domanda assurda: se una casa editrice non accettasse e non valutasse manoscritti cosa pubblicherebbe? Il problema deriva dal fatto che la quantità di proposte che si ricevono è esorbitante rispetto alla capacità di pubblicare, l’ordine di grandezza, nel nostro caso, è di 10 a 1 e quindi i tempi si allungano e, onestamente, diventa impossibile valutare attentamente tutte le proposte, Un consiglio agli aspiranti autori è di essere incisivi e sintetici nelle lettere di accompagnamento che rappresentano la prima chiave di accesso alla valutazione.
Un bilancio di questi primi anni. Le cose positive e quelle meno. E le prospettive. La cosa più positiva è stata una crescita sostenibile e non centrata sui numeri ma sulle persone, ecco perché ci piace parlare di casa Golem. Il rammarico è di non poter fare abbastanza per tutti i nostri libri e, a volte, qualcuno viene magari un pochino trascurato ma stiamo lavorando proprio perché ciò non accada. Confidiamo di proseguire nel nostro percorso di crescita, magari lento ma continuo, e per il 2023 abbiamo in animo di raddoppiare la collana di narrativa (Mondo) che è arrivata al numero 100 e quindi la differenzieremo in una più pop e una più profonda con un restyling delle copertine. E, come detto, avvieremo una collana di gialli centro-sudamericani.
Certe cose Il Corriere della Sera e Repubblica non le scrivono. Certe cose appaiono solo sui giornali locali. Sul vecchio blog avevo creato una sezione “Cose di giornale”, Erano gli anni in cui dirigevo La Sesia, testata storica di Vercelli. Quelle “Cose di giornale” non sono andate perse (come succede spesso nel web) perché le avevo conservate facendo il copia incolla. Ne riproporrò qualcuna. La prima non sembra vera. Sono appunti miei, ma il resoconto di questo episodio su La Sesia di allora c’è. Ecco cosa scrissi.
E successo pochi giorni fa. Un uomo di mezzetà, né alto né basso, né bello né brutto, si presenta in una piccola banca e, arrivato il suo turno, mostra un foglio alla cassiera.
Questa è una rapina, mi dia l’incasso, sono vittima degli usurai.
La cassiera lo guarda. Ha un difetto, o un pregio chissà, quelluomo: ha la faccia di un buono. Che non fa paura. Non sembra nemmeno uno fuori di testa. E uno che non sembra niente, ecco. Così la cassiera gli dice: Mi spiace la cassa è chiusa. Lui allora risponde: Va bene, allora vado via. E scappa.
Ora lo stanno cercando. Se lo beccano è comunque tentata rapina. Delle balle, ma tentata rapina è.
Ogni giorno vorrei mettermi a scrivere, ma. Scrivere significherebbe due cose: stare meglio, andare lontano con la testa. Ci provo, scrivo qualcosa, ma poi non continuo. Ho centinaia di file con incipit e romanzi appena abbozzati, nella, però, che mi abbia convinto a continuare. E son cose che dimentico di averle scritte. Ieri per esempio ho trovato un racconto incompleto. Si intitola Lo strano. C’è qualcosa di buono e qualcosa che non va in questa bozza di racconto. La cosa che va. Rileggendolo mi sono chiesto: ma l’ho scritto io? È una storia che non ricordo… E questo è positivo: quando scrivi qualcosa e poi ti sorprendi potresti essere sulla strada giusta. La cosa che non va. Non mi convince al punto di continuare. Insomma, il letargo prosegue. Del resto un lungo letargo l’ho già vissuto. Tra il primo libro che scrissi, era il 1995 (Il quaderno delle voci rubate, ora ripubblicato con il titolo Il bar delle voci rubate), al secondo, era il 2003 (Dicono di Clelia) passarono otto anni. Per sette, otto anni continuavo a chiedermi: ma tu sei sicuro di essere uno scrittore?
“Remo Bassini gioca con i piani temporali e spaziali, passando da una decina d’anni fa al tempo attuale, il lockdown dell’inizio dell’anno 2020, tornando al 1945, tra il lago d’Orta, la Valsesia, Vercelli, Cuneo, punte di Puglia e cenni di Milano, con sapienza e maestria. Non soltanto: gioca con i generi, incominciando con una storia d’amore per poi sprofondare, con meccanismi narrativi precisi come la geometria di un frattale, nella profondità del giallo puro. La prosa è quella di uno scrittore che ha affinato il talento con l’esperienza, che sa scegliere come una massaia accorta quel che serve, lasciando fuori la chincaglieria.”
Il nostro è il lavoro più bello del mondo, dicono alcuni giornalisti. Il direttore Antonio Sovesci, protagonista di “Forse non morirò di giovedì” (Golem) non è proprio d’accordo. Ecco cosa dice a una sua ex giornalista, durante un’intervista
“L’aspetto nobile della professione è denunciare il marcio ed essere i portavoce della sofferenza e delle ingiustizie. Ma c’è il rovescio della medaglia, inutile nascondersi dietro a un dito. Noi giornalisti siamo peggio dei becchini, siamo sciacalli che si avventano sulle disgrazie altrui, fingendo poi, con un’espressione contrita, di essere partecipi del dolore che diventerà un articolo con titolo e fotografia.” Mi scusi direttore, ma davanti a certe tragedie emerge anche la sensibilità dei giornalisti. “Ha ragione, anche gli sciacalli a volte piangono.” Non le sembra di essere troppo duro? “Quando si viene a sapere che a una persona nota i medici hanno dato poco da vivere, lei sa, vero, cosa fanno i giornalisti? Si precipitano a cercare informazioni e fotografie, la morte degli altri non dovrà coglierli impreparati.” Funziona così da sempre. “Al mio giornale non funziona così.” Perché? “Perché non voglio.”
Due foto in alto, scattate in Valsesia, a Riva Valdobbia, due sotto, a Orta: Durante il primo lockdown, una sera, passeggiando con il cane in una città nebbiosa e deserta ho avuto nostalgia di questi due luoghi, a cui sono particolarmente legato. Così tornai a casa e scrissi dell’incontro a Orta tra Romolo Strozzi e Nora, che presto, ma Romolo Strozzi non lo sa, diventerà una suora di clausura. Romolo Strozzi ha in animo di trasferirsi in Valsesia, Nora di diventare Suor Bealtrice nel convento benedettino dell’isola di San Giulio, appunto a Orta. Scrissi quelle pagine, ma non sapevo ancora che sarebbero diventate un romanzo. Scrissi per fuggire.
«Ti sto leggendo, sono proprio curiosa di sapere come va a finire…». Le tre di notte, sto per andare a dormire. Le mie quattro ore di sonno. Su una delle mie pagine su facebook (ne ho creata una per ogni libro) leggo questo messaggio. E penso, e mi chiedo: Lela come stai? Da quanto tempo… Da quanto tempo che non ci scambiavamo saluti e commenti. C’era stima reciproca. Dal 2012 fino a… Sono sulla sua pagina. Vedo la sua foto: il suo profilo, Lela guarda avanti. Leggo alcuni commenti: Lela non c’è più. Da mesi, forse da maggio.
Passo un’ora a leggere i suoi post, anche vecchi, poi vado a dormire, con l’amaro in bocca. La follia di facebook: arrivi a 5000 contatti, ma è da tempo che dici che sarebbe meglio averne 50, 100, non di più. In quei 50, 100 lei, Lela, ci sarebbe stata… (…ci saresti stata per la tua dolcezza, per le nostre affinità…) Era più giovane di me, era una bella persona, credo sia morta per una crisi respiratoria, forse Covid. E non mi ricordo e mi spiace non ricordare quand’è che abbiamo cominciato a sentirci. Era meglio il mondo dei blog. Pochi contatti, sapevi. Sulla sua pagina ho solo scritto: Manchi, ciao.
Sabato (per motivi miei, personali) non potrò andare a Monastero Bormida a ritirare il premio Monti (con La suora, sono arrivato terzo). Non potrò così conoscere Bruno Vallepiano, altro autore della scuderia Golem il cui libro (La donna con la pistola) è tra i premiati, non potrò salutare il mio amico Giorgio Bona, che è arrivato secondo (con Da qui all’eternit) e soprattutto non potrò conoscere il segretario/organizzatore del premio Roberto Chiodo. Vorrei conoscerlo. Ecco cosa ha scritto (era agosto) sul suo profilo per presentare una delle tante iniziative che ruotano a Monastero Bormida. Quello che ha scritto Chiodo, chiaro, lo sottoscrivo: una sorta di vangelo ribelle. Anche il protagonista de La suora la pensa così.
Io non ho l’abbonamento a sky e vado a vedere le partite al bar Io non ho netflix e vado ancora al cinema Io non faccio ricerche su wikipedia ma mi informo sui libri Io leggo libri cartacei e non ebook Io non ho il navigatore Sul mio cellulare ho scaricato 4 app, strettamente necessarie Non mi interessano i likes quando scrivo qualcosa Non mi interessano i follower su instagram Ci siamo riempiti di cose inutili e siamo schiavi del tempo, sempre ad inseguirlo questo tempo e poi non guardiamo la realtà. La realtà di un quartiere dove tutto è chiuso. Chiusa la piscina comunale, chiuso l’Hotel, chiuse le terme, chiusa la discoteca, chiuso il bar e di quanto avremmo invece bisogno anziché di chiuderci in casa a coltivare l’effimero, di riaprire i locali dismessi, di riappropriarci dei nostri spazi, ovvero i luoghi dove ci si conosce per davvero, luoghi adatti per le varie forme di creatività. Lo so che le stelle, nemmeno più le stelle, cadono il 10 agosto, ma stasera anziché guardare la tv o perdervi nelle vostre belinate di chat, lasciatevi catturare dalla curiosità di un evento in un castello medievale, lasciatevi alle spalle le negatività, la stanchezza e prendete la strada per Monastero Bormida, prendetela per davvero e non resterete delusi…..