Giornalisti a volte becchini, sciacalli

Il nostro è il lavoro più bello del mondo, dicono alcuni giornalisti.
Il direttore Antonio Sovesci, protagonista di “Forse non morirò di giovedì” (Golem) non è proprio d’accordo.
Ecco cosa dice a una sua ex giornalista, durante un’intervista

“L’aspetto nobile della professione è denunciare il marcio ed essere i portavoce della sofferenza e delle ingiustizie. Ma c’è il rovescio della medaglia, inutile nascondersi dietro a un dito. Noi giornalisti siamo peggio dei becchini, siamo sciacalli che si avventano sulle disgrazie altrui, fingendo poi, con un’espressione contrita, di essere partecipi del dolore che diventerà un articolo con titolo e fotografia.”
Mi scusi direttore, ma davanti a certe tragedie emerge anche la sensibilità dei giornalisti.
“Ha ragione, anche gli sciacalli a volte piangono.”
Non le sembra di essere troppo duro?
“Quando si viene a sapere che a una persona nota i medici hanno dato poco da vivere, lei sa, vero, cosa fanno i giornalisti? Si precipitano a cercare informazioni e fotografie, la morte degli altri non dovrà coglierli impreparati.”
Funziona così da sempre.
“Al mio giornale non funziona così.”
Perché?
“Perché non voglio.”

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