Ciao Lilli

Quando piove ripenso spesso – mica sempre sempre: “spesso” – ripenso, dicevo, a quel giorno d’autunno o forse di inverno del 2003 o forse 2002….
Così a volte, vado e da lontano guardo quell’orto dove, un mattino d’autunno o forse d’inverno del 2003, io e mia figlia Sonia seppellimmo Lilli, la gatta nera che aveva vissuto vent’anni.
Pioveva quel giorno e quindi io, a volte, quando piove, passo di lì e dico Ciao Lilli, abbassando il finestrino dell’auto, e se mi pigliano per scemo non importa, tanto succede solo a volte che io vada lì, però ci penso spesso, insomma ci penso quando non ci vado e quando mi ricordo: direi spesso.

(Dico anche ciao Giuditta, c’è anche Giuditta lì, il cane di mia sorella Silviia, che tiene compagnia a Lilli, specie quando piove)

(E mentre scavavo per seppellire Lilli pioveva, ci pioveva sul viso a me e a Sonia ma tanto lo sapevamo tutti e due che insieme alla pioggia piovevano lacrime).

Qualche complimento sparso qua e là

Così, cazzeggiando su facebook dopo aver controllato la posta elettronica (nessuna nuova) e le classifiche dei miei libri (in particolare La suora) su Amazon (vendite da depressione) mi ritrovo sul profilo di una mia amica argentina, si chiama Mirta, che ha postato una foto che le hanno scattato al mare mentre sta leggendo La suora, e così, dopo averla ringraziata, guardo distrattamente le sue foto e, tornando indietro, scopro di averla taggata – era il 20 novembre del 2020 – quando postai, sul mio profilo, la recensione al libro Bastardo posto che Livia Profeti scrisse su Left.
E mi accorgo che tra i commenti, Cristina Bove, poetessa che ho incrociato nei blog e su facebook, scrisse (su Bastardo posto): l’ho letto, Paola, e mi sono più volte sorpresa a chiedermi se non stessi leggendo un “grande”…
devo dire che il martellante ripetere del nome ha un effetto che turba, che amplifica la suspence, e imprime il ritmo a tutto il romanzo.
i luoghi si imprimono con una loro dolenza visionaria, i vissuti si intrecciano con sapiente piglio giornalistico.
insomma, non so se si è capito, mi è piaciuto un sacco!!!

Mi ha fatto piacere leggere quel commentoi in una giornata bigia, di pioggia.
Bastardo posto, La donna di picche, La suora: i libri che “sento di più” e che, in fatto di vendite, non sono andati (o non stanno andando, con riferimento a La suora) bene.
Non mi resta che accontentarmi di qualche complimento, sparso qua e là.

L’incipit di Bastardo posto (che so a memoria) in questo video.
Piove sulla prima pagina di Bastardo posto, come qua, ora.

Persone semplici

Miei parenti, belle persone.
No attenzione: i miei parenti non sono tutti delle belle persone. Alcuni, però, lo sono.
Due cugine che non rivedevo da anni e anni. Tanti anni.
Qualche telefonata, ma vera, affettuosa.
Da ragazzi abbiamo vissuto tante belle sere d’estate, spensierati.
Loro due, io, un cugino che non c’è più…
Due cugine sempre sorridenti. Persone semplici. Lavori semplici. La famiglia e la vita che corre in un piccolo paesino vicino a Firenze.
Qualche incontro, ogni tanto. Ecco, io sempre scontento, amareggiato, loro sempre sorridenti. No, non solo. Felici.
Mentre siamo insieme – dopo un abbraccio eterno – mi fanno vedere le fotografie dei figli che crescono, segno del tempo che passa. E poi si parla (come fa quella canzone di Guccini? Dieci anni da narrare l’uno all’altro) di parenti, di luoghi.
E c’è pure posto per qualche lacrima.
Una di loro mi dice: «Guarda che io lo dico a tutti che ho un cugino importante.»
(Me lo dice ogni volte che ci siamo incontrati: un matrimonio, un funerale una visita lampo…)
Le dico: «No, sei tu che sei importante per me, ricordi cosa diceva mia madre di te? Che infondi allegria…»
«Macché tu dici…»
(Guarda che lo penso davvero, vorrei dirle).
Persone semplici. Grandi protagonisti della vita.
Loro la vita l’hanno vissuta per davvero. Respirandola, attimo dopo attimo dopo attimo dopo attimo…

Ferragosto con “La suora”

Breve estratto (estivo) de La suora


«Che ti è successo? Dimmi come stai, non farmi stare in pensiero.»
(…)

Era il pomeriggio del 14 agosto, mi trovavo in Puglia, a Gallipoli, dove ero andato a trovare la mamma. Ha una cugina che, da quando è rimasta vedova e i figli han messo su famiglia, ogni estate la ospita nella sua grande e vuota casa. Mentalmente, non ero pronto a rivedere Nora: la sognavo spesso, forse ogni notte, ma a ogni risveglio mi ripromettevo di dimenticarla. Rivederla poteva essere pericoloso per la mia salute mentale, ma dovevo, dovevo. Era un’amica, no, di più. Era Nora.
Sull’omicidio non sapevo cosa pensare. Non avevo elementi. Risuonavano nella mia testa le parole di Nora. Non riesco a crederci, forse non ci crederò mai. Era lei che mi preoccupava. E comunque non mi spiaceva lasciare una Gallipoli chiassosa e invasa dai milanesi: amo il Salento, ma non ad agosto e men che meno a Ferragosto, il giorno più stupido dell’anno. Meglio quindici ore di auto: mi piace viaggiare da solo, mi piace fermarmi negli autogrill per un caffè, guardare se ci sono sconosciute dallo sguardo triste, che fissano il vuoto.
Stavolta era diverso: solo tappe per pipì e caffè. Avevo fretta. Arrivai di primo mattino, anche Orta era in preda alla follia ferragostana. Faticai a trovare un posto per l’auto, poi dovetti aspettare un’ora e mezzo prima di trovare un posto su un motoscafo che mi portasse all’isola.

Il capitolo che traina

Ci sono libri – ma sia chiaro: è una mia percezione – il cui punto forte è il primo capitolo.
Vai avanti nella lettura e il libro ti piace, certo, ma tu continui ad avere in mente le prime pagine, e sarà così fino alla fine. Alla fine, chiuderai il libro e per prima cosa ti verranno in mente le prime pagine, il primo capitolo, insomma.
Mie percezioni, ripeto.

Posso dire che eri una mia amica?

Ogni tanto ripenso a lei. Soprattutto, ripenso a lei, quando su facebook rilancio qualche canzone o brano musicale presi da youtube.
Anni fa, prima di andare a dormire, e andare a dormire per me vuol dire mai prima delle tre, su facebook postavo due magari anche tre canzoni.
E lei, che si alzava presto, presumo verso le sette, quando io dormivo, le ascoltava quelle canzoni che postavo e, a volte, mi scriveva per ringraziarmi.
«Ma che belle le tue canzoni…» leggevo al risveglio.
Ci eravamo conosciuti per lavoro, telefonate e mail, poi una volta ci siamo anche visti, poi ancora mail e telefonate e l’ipotesi di incontrarci, magari per la presentazione di un mio libro, e io di presentazioni nella sua città ne ho fatte, da allora, almeno tre, solo che io, quando ci sono presentazioni, non dico niente a chi conosco, nemmeno ai parenti, e così io e lei non ci siamo più incontrati e – con l’arrivo di covid e di lockdown – ci siamo sentiti sempre meno meno meno.
M’han detto che si è uccisa, penso sia vero (è successo mesi fa). Era una persona sola, una bella persona e in fatto di musica avevamo gli stessi gusti e in pratica io, da un po’ di tempo, quando vedo un link di youtube su facebook, praticamente ogni giorno, ripenso a lei. No, non eravamo amici, al telefono parlavamo di lavoro, politica e nostri malanni, e mi spiace perché se lo fossimo stati, amici, l’avrei conosciuta un po’ meglio.
Ma mi piace ripensarla.
Posso chiamarti amica mia, oggi?

Julie: un libro che non consiglio, ma di Don Robertson leggerò altro

“Julie” di Don Robertson, autore poco noto nato nel 1929 e morto nel 1999, è un libro da raccontare.
E’ un libro che definirei particolare: può piacere un sacco o può non piacere. A me è successo questo. All’inizio non mi ha entusiasmato e quindi ha fatto quel che faccio con le serie tv che non mi conviconono: sono andato avanti di fretta, saltando anche qualche pagina. A un certo punto il libro, però, ha cominciato a convincermi, e tanto anche, così è successo che ho ingranato la retromarcia per recuperare parole e pagine perse.
Il libro, scritto in prima persona e ambientato negli anni della Grande Depressione, racconta la storia di questa Julie, pianista che ha paura del pubblico e quindi preferisce fare altro (tante scopate occasionali, per esempio). La storia di questa donna può colpire o meno (di sicuro scrorre bene, con rimi elevati) ma più che la storia colpisce lo stile di Don Robertson. Una scrittura che non è uguale a nessuno, ha scritto Nicola Manuppello, che ha tradotto questo e altri libri per Nutrimenti.
Un libro che era un manoscritto e che è stato lasciato così, con possibili incongruenze, senza i tagli e le modifiche che magari l’autore avrebbe fatto (oppure no)
Una curiosità su Don Robertson: nei suoi settant’anni di vita ebbe due infarti, succede che la gente abbia due infarti, lui, però, li ebbe proprio nel giorno in cui uscirono due suoi libri.
No, non lo consiglio, a qualcuno potrebbe non piacere la scrittura – a volte dai lunghi periodi quasi un flusso di coscienza a volte no – di Don Robertson, però una cosa la voglio dire: è il primo libro che leggo di questo autore, bene: ne seguiranno altri.
Ultima annotazione. In quarta di copertina si legge questa frase, che è una frase di Julie: Io amo più di quanto mi ricordi davvero di avere amato.
È la frase-simbolo scelta dalla casa editrice (sempre meglio di capolavoro eccetera)
A me Julie, mentre leggevo, ha detto altro. Una frase che nel libro non c’è. Ho amato e vissuto per caso, senza nemmeno essermene resa conto.
Succede.
E comunque. Don Robertson non è uno scrittore che in vita fece incetta di premi e riconoscimenti. E quando morì, nonostante fosse un autore amato da Stephen King, fu dimenticato in fretta.
“Con questo inedito, oggi Don in qualche modo è tornato” scrive Nicola Manuppelli nella post fazione. Mi sembra giusto.

“Julie” di Don Robertson, Nutrimenti.

La prima frase che diventa l’ultima

Le ossessioni non sono mai belle, eccetto Nora.
La Suora, Golem edizioni, prima frase.
[E’ la prima frase, certo, che però ho scritto solo durante l’ultima revisione del libro]

Sono la donna di picche, quella che non dimentichi.
La donna di picche, Fanucci, ultima frase.
[Ultima frase, ma in realtà è la prima: l’ho pensata prima ancora di iniziare a scrivere La donna di picche].

Anna mi disse: Sarò sempre al suo fianco

Oggi è il 10 agosto, sono a Cortona. Nel 2009 ero in Salento, passeggiavo sulla battigia fumando un sigaro. Squilla il telefono, è un medico, so che non saranno buone notizie. Infatti: «Ciao, Anna è morta».
Facevo il giornalista allora. Dirigevo un giornale. Mesi prima Anna mi aveva scritto una lettera che, più o meno, diceva: Io, paziente oncologica, questa mattina non sono stata curata…
Anna era una maestra elementare di 54 anni. Una madre di famiglia. Una donna coraggiosa:
Firmi pure la mia lettera, mi disse.
Per quella lettera (e altre, di altri pazienti)venni querelato da una primaria. Richiesta danni: 330mila euro. Per anni, avanti e indietro con il mio avvocato, in tribunale.
Venni assolto, primo e secondo grado.
Per anni avanti e indietro, dicevo. Non ero solo. C’erano medici e anche alcuni pazienti. «Finché vivrò sarò sempre al suo fianco» mi disse Anna il giorno in cui testimoniò, nonostante la metastasi ossea e gli attacchi di panico.
E io non ti dimenticherò, cara Anna.
(Il 10 di agosto, per me, è il tuo giorno.)

Vorrei vivere in un camper, io

Vorrei vivere in un camper. Così da svegliarmi e trovare, davanti a me, un ruscello, e sorseggiare il primo caffè del giorni ascoltanto il suono dell’acqua che corre e che scorre.

E guardare, più in là, un bosco e, più in là ancora, delle montagne, e non importerà se sarà un giorno di pioggia, che mi costringerà a stare dentro, sicuramente a leggere o ad ascoltare musica friggendo due uova, o di sole.
Comunque lontano dalla pazza folla e dai social, anche.
Un camper, insomma (che non so guidare), dovunque.
Lontano.

Mai stato in un camper, io, ma conoscevo la storia di una persona, anni fa, un uomo, che ne aveva uno.
Era un uomo che si innamorava spesso e aveva donne diverse, che lo ospitavano. Non lo faceva per sesso o per farsi ospitare, no: lui si innamorava spesso e per davvero, solo che, dopo un po’, va a sapere perché, le donne si stufavano di lui, così lui, tra una donna e l’altra, tornava al suo camper.

A pensarci bene c’è il problema neve, d’inverno, da risolvere. Uno il caffè lo beve dentro il camper e poi, per qualche ora, deve farsi un culo tanto a spalare.
Hanno un costo certe scelte.

Babbo, “guadda” l’acqua

Il libro La suora l’ho dedicato a mio figlio.
Ho scritto: A Cico, che mi ha insegnato ad ascoltare l’acqua.

Anni prima, successe questo. Mia madre si ruppe il femore e quindi non poteva guardare il bimbo mentre io ero al giornale. Presi delle ore di ferie (ferie si fa per dire) e il mattino, dalle 9 alle 11, portavo Cico ai giardini pubblici. Poi, alle 11, l’avrei consegnato alla baby sitter. Avrà avuto due, tre anni.
Un mattino ero con lui, ma benché fossi in ferie lavoravo, perché il mio cellulare squillava incessantemente. Telefonate, perlopiù, dei miei giornalisti (dirigevo La Sesia, allora). In genere erano grane.
Insomma ero con lui ma… non c’ero.
Un mattino, mentre sono al telefono che parlo, sento la sua voce che dice qualcosa. Non gli bado. Sento vagamente che dice “babbo, babbo…” Mentre parlo, però, vedo che mi sta indicando la fontana (che ora non c’è più).
Finita la telefonata lo ascolto. Mi guarda serio e dice: “Babbo, babbo, guadda l’acqua”.
Aveva ragione lui. Per esserci dovevo guardare (e quindi ascoltare) l’acqua.