Ecco qua.

In libreria il 2 maggio. Lo presento al Salone del libro sabato 11, ore 19,30, sala rossa con altri due autori Fanucci (Angelo Marenzana e Corrado Pelagotti) e con il giornalista Fabrizio Fulio-Bragoni.
| Nelle dediche e nei ringraziamenti ho scritto questo:
|
Un ringraziamento particolare va al Colonnello della Riserva dell’Arma dei carabinieri Fulvio Maraviglia, prezioso nella fase di revisione del libro. |
.
Il senso di vuoto arriva dopo il funerale. Nei giorni che seguono.
Lunedì abbiamo salutato mamma, era vecchia tanto, 91 anni, e negli ultimi tempi non era più lei. Pensavamo quindi di essere pronti, macché. Per mio padre, 91 anni pure lui, mia sorella e me è stata comunque una botta.
Copio e incollo “Il quaderno di mia madre”, che scrissi 12 anni fa.
Buona cose a tutti quelli che passano di qui,
Quando ero piccolo mi terrorizzava, bastava un suo sguardo.
Dovevo essere ordinato e puntualissimo: Se ti ho detto che devi tornare a casa per le sette, devi arrivare almeno con cinque minuti di anticipo.
A volte, questa mia dura madre, era esasperata: e ricorreva al battipanni.
Picchia, le dicevo, fingendo di non aver paura di lei; invece ne avevo, e mi sentivo solo e abbandonato quando non ero protetto dalla complicità di mio padre (ce n’erano anche per lui di rimbrotti).
Ha avuto una vita di inferno mia madre.
Di tanta povertà e di tanta, troppa, sensibilità.
Figlia di mezzadri, da piccola andava a “guardare le pecore”, oppure i maiali. Quando arrivava il momento di far festa, perché si ammazzava il maiale, lei scappava via, e piangeva. Di nascosto, sempre. Perché bisogna essere forti…
Dura, durissima madre.
Leggi e studia, leggi e studia, mi dicevi.
E non ti lamentare, mi dicevi sempre, ché c’è sempre chi sta peggio di noi.
E non ti lamentare se hai mal di pancia, “non fiezzare”, che non serve. Non serve piangere.
Non pianse, lei, quando le morì un figlio, mio fratello Fabrizio. Avevo sei anni. Non un lacrima ma poi, quando vide che la piccola bara bianca veniva ricoperta di terra nera, le gambe cedettero e fu sorretta da mio padre. Solo un attimo, ché si riprese, poi.
E non pianse nemmeno quando, solo due anni fa, perdette un secondo figlio. Nessuna lacrima: mai di fronte agli altri.
E poi ci sono io, vero mamma?, che ti ho fatto piangere tante volte. Anche negli anni scorsi…
Speravo che crescessi, ma non cresci mai, mi dici.
Fortuna che hai avuto Silvia, la mia sorellina. Che ti ha inondato d’affetto.
Tu non hai famiglia, sei uno zingaraccio, mi dicevi, severa e adirata, quando ero piccolo.
(Ricordi quanta paura ti feci prendere quando, a sei anni, scappai di casa per ore e ore? Risento il tuo abbraccio, quando mi rivedesti).
Ora non è più una dura madre. E’ una madre mite.
Sono stata troppo dura con te, mi dice.
Mamma, sai che su un cosa che si chiama blog ho scritto di te, e dei cantastorie.
Non ha detto nulla, mia madre, mentre le dicevo “ho scritto di te”.
Perché ho scritto di lei, allora. Giorni fa mi si era presentata davanti. Con un bloc notes.
Lo sai che io non ho scuole e faccio gli sbagli, mi aveva detto porgendomolo.
Lessi.
C’erano i canti che da ragazza aveva imparato.
Nel tempo che dei guelfi e ghibellini….
E c’erano storie contadine, d’amore e di povertà.
Ha fatto solo la terza elementare mia madre. I suoi genitori, analfabeti, la sgridavano: perché nel quaderno di matematica sprecava carta, c’erano troppi spazi bianchi tra un’operazione e un’altra.
Solo la terza elementare fatta nei giorni pari, perché in quelli dispari c’erano da guardare i maiali, ma, mentre leggevo, constatavo che i congiuntivi erano giusti. Perché mia madre sapeva ascoltare “le belle parole della gente istruita”.
Basta orecchio, a volte.
A volte ci ripenso. Una mattina di circa dieci anni fa, o magari dodici, o magari otto. Esco, vado non so dove. Su un manifesto funebre leggo il nome di una donna.
Avevo sedici anni, lei quindici. La conobbi l’estate in cui Mia Martini cantava Minuetto. La conobbi insieme ad altri ragazzi, erano gli anni delle “compagnie”, passavamo il tempo sulle panchine, nei bar, al cinema. Piaceva a tutti i ragazzi, della mia “compagnia” quella ragazza. Tutti che le morivano dietro, Io no. Ma per timidezza. E lei scelse me. La ragazza del primo bacio. Il ricordo di un’estate.
Poi ci incrociavamo, ci salutavamo, a volte parlavamo, poi più nemmeno un saluto, poi di lei sentti dire cose poco belle. Ma non è questo il punto. Il punto è che quel mattino, leggendo il manifesto funebre, ripensai a Mia Martini che cantava Minuetto.
1982 mi iscrivo a Lettere. Frequento. Studio in treno, in fabbrica (quando vado in bagno, nella mezz’ora di pausa pasto).
Il lunedì seguo i corsi di geografia storica, che non mi entusiasmano, e quelli di Storia della letteratura moderna e contemporanea, con Stefano Jacomuzzi, che invece sì, mi entusiasmano.
Jacomuzzi ci fa studiare tanto Fogazzaro, un po’ di Carducci, tantissimo Pascoli.
Myricae, in particolare.
Scopro così che Pascoli è un grande poeta e un grande innovatore.
Il sogno è l’infinita ombra del vero (Alexandros).
E Novembre, va a sapere perché, la ricordo ancora adesso.
Il 5 novembre del 2014 sul mio profilo facebook scrivevo questa cosa qua.
Tra un po’ il giornale La Sesia celebrerà i premi di Bontà. La gente segnala altra gente, poi una commsssione decide. Nel 2005 mi arriva una segnalazione. Ho un cancro (e credo che non mi rimanga molto da vivere, direttore, ma questo lei non lo scriva). Purtroppo sono sola e bloccata a letto, non posso quindi fare la spesa, non posso andare a gettare la spazzatura, non posso andare in farnacia… Adesso, però, tutto è risolto. Ho la fortuna di avere due angeli custodi che vivono accanto a me. Sono due ragazzi di colore, che parlano a mala pena l’Italiano. Non hanno lavoro. Ma passano da me tutti i giorni e mi fanno la spesa e mi gettano via la spazzatura… Gli unici a offrirsi in tutto il palazzo sono stati loro.
Quella donna è morta, ma il ricordo della sua lettera l’ho portato con me. E ricordo anche quando i due “angeli custodi dalla pelle nera” vennero a trovarmi in redazione. Uno di loro pianse per la commozione. Avrebbe ricevuto un premio di bontà.
Si può fare politica senza una tessera di partito. E non è indispensabile candidarsi. E non è nemmeno necessario credere in qualcosa. In un ideale o, peggio, in un leader.
Fare politica significa scegliere ma, soprattutto, significa amare (o difendere, va bene lo stesso) il proprio territorio.
Si può e si deve fare politica alzando anche solo la voce.
Per quasi tre anni ho fatto anche io politica – quella vera, quella seria -: candidato sindaco, consigliere comunale, segretario per un paio di mesi di sel, poi assessore all’ambiente per 14 mesi.
Non sono fatto per la politica vera e seria, io.
Ma posso e continuerò a fare politica scrivendo.
La mia vita non è stata sempre facile. Spesso i casini me li sono andato a cercare io (sembra la mia specialità). Ma quando avevo dodici anni e leggevo Tex e leggevo Salgari, e quando ne avevo quindici e leggeva Remaque, Steinbeck e Pratolini a chi mi chiedeva cosa avrei voluto fare da grande rispondevo: scrivere.
Scrivere – ma anche leggere – è un po’ come pregare. Fa bene allo spirito.
Franco Berrino, recentemente a Vercelli, ha raccontato l’aneddoto dell’uomo occidentale che al vecchio saggio orientale domanda: ma come fai a stare bene?
Il vecchio risponde: Perché quando mangio, mangio; quando lavoro, lavoro; quando dormo, dormo.
L’altro replica: Ma anche io.
Il vecchio: No, tu quando mangi magari guardi la televisione e quando dormi ti porti dietro le tue preoccupazioni.
Io quando scrivo, scrivo, e quando leggo, leggo. E almeno in questi momenti sto meglio.
Sono quasi le due di notte, vado a leggere ora.
Ho conservato le sue mail, molte sono amare: «E’ un bastardo posto l’editoria» mi scrisse; e ho conservato il ricordo delle sue telefonate.
Mi tirava giù dal letto verso le otto del mattino, a volte anche prima. Era talmente contento di sentirlo che non gli ho mai detto che a quell’ora, io, sono nella fase conclusiva del mio dormire, dal momento che vado sempre a letto verso le 4, a volte anche le 5.
Ho scritto, questo, oggi di Luigi Bernardi.
Siamo in tanti che gli dobbiamo dire grazie.
E comunque: lunga vita a “L’intruso”, l’ultima sua fatica letteraria.

Sul sito della Rai ci sono dei film. Ho appena visto “Il segreto dei suoi occhi”, film argentino del 2010. E’ nella categoria dei thriller. In realtà è un libro di ricordi, di amori perduti e di vicende di polizia, un giallo, insomma. Ma prima vengono ricordi e amori perduti. Penso che il mio libro La notte del santo sia un po’ così.
Il commissario Pietro Dallavita ricorda soprattutto, mentre vive.
Tanti miei libri – non tutti – viaggiano sul filo dei ricordi.
Dalla sceneggiatura di un altro film, Treno di notte per Lisbona, tratto dall’omonimo romanzo di Pascal Mercier:
Lasciamo sempre qualcosa di noi quando ce ne andiamo da un posto. Rimaniamo lì anche una volta andati via.
E ci sono cose di noi che possiamo ritrovare solamente tornando in quei luoghi…
Ho appena riletto una vecchia intervista, che rilasciai nel 2010.
A marzo del prossimo anno dovrebbe uscire un mio nuovo libro. La donna di picche. Un giallo. Il mio dodicesimo libro. Un libro a cui tengo molto, per tanti ragioni. Perché penso sia il mio miglior giallo, non ci dormivo la notte nel pensare e ripensare alla trama, perché alla protonista, La donna di picche, io, anche se non esiste, voglio un gran bene.
E quindi, certo, non vedo l’ora che esca, che venga letto.
Ma non è come pensavo barra sognavo da ragazzo.
I libri, oggi, “resistono” poco. Quanto ne restaranno di questi anni?
Nel 2006 dopo aver presentato un mio libro fui avvincinato da un signore, avrà avuto una decina d’anni più di me. Aveva lavorato in una casa editrice, quindi conosceva i meccanismi del mondo editoriale e che, anche per i libri, siamo in piena epoca di “usa e getta”. Eppure quel signore mi disse: Vorrei tanto scrivere un libro, ci terrei tantissimo.
Ci penso spesso a quell’uomo e alle sue parole. So che non ha pubblicato nessun libro (non so se ne aveva una nel cassetto). Anche se io non sogno più, a sognare si fa sempre bene. Che forse, alla fin fine, sono i sogni e i ricordi le cose più belle della vita.
Sto recuperando commenti di Enrico Gregori a vari miei post. Sono delle autentiche chicche. Ecco la seconda parte.
27 agosto 2009
In un mio post intitolato “Editoria, stessa storia da sempre, o quasi”, Enrico Gregori interveniva così.
la realtà è questa… nel mondo. quel che vale per i libri, vale anche per i film, per i quadri, le sculture, i dischi et cetera.
Sono sempre stato piuttosto perplesso di fronte ai cipigli severi nei confronti dei prodotti (cosiddetti) di serie B. Prendiamo ad esempio Moccia.
conosco federico. è sincero e modesto. dato il successo di vendite che ha avuto ci sono alcune cose inconfutabili:
1- il suo successo è trasversale. i suoi libri vengono letti da chi ha la licenza elementare e da chi aspira al Nobel per l’astrofisica, anche se quest’ultimi, magari, in pubblico mascherano il romanzo di Moccia con la copertina dell’Ulisse di Joyce.
2 – qualcuno ha scelto i romanzi di Moccia per cominciare a leggere libri. Oggi Moccia e, magari, tra un anno Kafka. Chi sa?
Condivido raramente le palate di merda che si lanciano contro libri “semplici” e di successo. Per me, una certa importanza ce l’hanno. E, nel caso specifico, lo dico anche se di Moccia ho letto cinque righe e poi non ne ho voluto più sapere.
Da ragazzino i miei primi libri furono di Salgari, Dumas, Verne e Kipling. Questo c’era, e fui fortunato. Se avessi trovato un Moccia anni ’60, magari avrei iniziato a leggere grazie a lui. E non me ne sarei vergognato. Forse, coi soldi incassati con Moccia, un editore si può permettere di far esordire un nome nuovo. Qualcuno che scrive quei romanzi solipsistici e tormentati che piacciono all’autore medesimo e al suo psicanalista.
Su altro versante, molti “film d’autore” sono stati prodotti grazie ai soldi incassati con le pellicole di Bud Spencer e Terence Hill, o di Tomas Milian e Bombolo. Per non parlare delle valanghe di denari piovuti con i film di Alvaro Vitali.
Tornando a bomba, personalmente ho fatto indigestione di Woodhouse, Jerome K Jerome, di gialli Mondadori e di Segretissimo. Tra tutto ciò, non ricordo alcuna opera d’arte. Ma mi sono piaciuti, mi hanno divertito. E ho imparato. Spero di imparare ancora, perché io ne ho bisogno.
12 giugno 2009
remo, fai leggere al giudice un tuo libro. l’assoluzione per infermità mentale non te la leva nessuno :-)
12 aprile 2009
i giornali sono più liberi di quanto i lettori pensino, e meno liberi di quanto i giornalisti vorrebbero. ciò detto, sono felice di essermi occupato sempre di cronaca nera. a me nessuno mi ha mai chiesto di far passare per semplicemente ferito un mort’ammazzato. non si può. mi occupo di sangue e merda: le cose più pulite del giornalismo.
8 aprile 2009
c’è qui a due passi dal messaggero una pizzeria-kebab e cazzi vari gestita da un negro. non so esattamente di dove minchia sia, ma è bravo e intelligente. qualche giorno fa mangio qualcosa e lui mi chiede 6 euro. avevo solo una banconota da 50. “non ho resto amico, non c’è problema”, dice. io te li porterò, tranquillo, ché sto qui al messaggero. “va bene, non fa niente, amico”.
stamattina sono andato con i sei euro. “ma dai, non c’era problema”, insiste. comunque riesco a dargli i 6 euro e lui mi regala una crocchetta di patate. le crocchette mi piacciono, ma a quell’ora avrei preferito mangiare una manciata di chiodi. comunque la ingoio e lo saluto.
una settimana fa, in un bar di italiani bianchi dovevo pagare 4,60 euro. ne avevo spicci 4,50. “o questo oppure ho una banconota da 50”, ho detto.
hanno preso la banconota e hanno fatto il giro dei negozi per cambiarla in modo da farmi pagare esattamente 4,60.
spero che a quel bar si sfasci il cesso e vada a male come minimo tutta la maionese.
15 gennaio 2009
grande la banda e grande buscaglione.
fred era l’unico, ma proprio unico idolo di un mio amico, Rino Gaetano.
Morì in macchina contro un palo Fred, morì in macchina contro un palo Rino. Coincidenze….forse.
Nella macchina di Rino, quella notte ci dovevo essere anche io. Ma questa è un’altra storia.
«non vorrei sembrare saccente né invadente. ma un post, una parola, un pensiero, una bestemmia, una cazzo qualunque sulla morte di agota kristof, no? scusami remo per l’irruenza, ma in questo paese c’è chi lacrima se la Avallone arriva seconda allo Strega e a nessuno frega una minchia se è morta una scrittrice imprescindibile. E che cazzo».
Le parole di Enrico Gregori erano così: dirette come un treno. Quello che avete letto lo scrisse (luglio 2011) in un commento, in questo blog.
Se n’è andato, mi manca e mi mancherà.
Ieri su facebook ho scritto, quando ho saputo della sua morte, che ora, per me, Roma non è più la stessa. Confermo. Poi ho cercato altre parole di Enrico, su questo blog. Eccone alcune.
Ciao Enrico, ciao amico mio. Un abbraccio
15 novembre 2009
ci ho passato anni nei pronto soccorso, di notte, per raccontare sul giornale il giorno dopo quello che accadeva. sembra strano dirlo ora. ma ai tempi persino Roma era una città dove raccontare di un ragazzino salvato per miracolo da un attacco d’asma, interessava e faceva notizia. a parer mio la farebbe ancora, sapendo raccontare e non scrivere pisciandosi addosso. basta eliminare tutto ciò che è demagogico e banale.
ricordo una notte al san giovanni. non accadeva nulla se non qualche ubriaco o qualche prostituta menata dal pappone. poi arriva little tony con una crisi cardiaca. “scriverò – mi dissi – e se qualcuno titolerà il mio pezzo mettendoci dentro cuore matto, gli spacco il culo”.
12 ottobre 2009
forse hemingway era il campione mondiale delle ripetizioni e direi che come esempio basta e avanza. la mia personalissima opinione è che le parole siano un po’ come le note musicali. se in una “frase” musicale ci sta 6 volte un “La minore” non mi pare un fatto rilevante, se la frase musicale ha armonia e melodia.
Più o meno questo vale anche per lo scritto.
2 novembre 2009
io un biglietto dell’autobus dovrei cercarlo nell’odissea. è dal ginnasio che non salgo su un mezzo pubblico
ne ho scelti alcuni, prendendoli dalle prime due pagine di commenti; ce ne sono altre ventisei di pagine con parole che Enrico mi regalò…