una grande storia d’amore: che fa male, però

A proposito di storie vere. Alcuni di voi questa storia l’avranno già letta. La postai sul blog che ho nell’on line de Il Fatto.
Aitan lesse e commentò così:
Se non fosse vera, sarebbe proprio una bella storia, edificante, di quello che nonostante tutto ti fanno sorridere di ottimismo.
Purtroppo è vera.
Sebbene – soprattutto a chi l’ha vissuta – sebbene faccia male, dicevo, è una grande storia, perché c’è tanto amore dentro.

Anche se era primavera, fu un giorno bruttissimo per Cetty. Il peggiore che lei ricordi. Perché Salvatore, Salvo per lei e per gli amici, tornando a casa, aveva parole e occhi di pianto, il peggiore pianto: quello che non vuole trattenere le lacrime, anzi.

La gemelline, Sara e Martina, giocavano di là, nell’altra stanza, nel box. Camminavano già, ma non bene.

Salvo e Cetty, siciliani, vivevano al nord da circa un anno. Da quando, cioè, lui aveva trovato lavoro all’ospedale di Vercelli come medico ematologo. Il suo primario gli aveva detto: organizzami l’ambulatorio. E lui l’aveva fatto nel migliore dei modi. Con scrupolo. E soprattutto con tanta umanità, perché chi ha la leucemia, si sa, ha più possibilità di farcela se ha un medico che lo segue come un fratello, se ha un medico che lo prende sottobraccio e gli dice: guarda che ce la farai, ce la faremo.

Lottava con i propri malati, insomma Salvo. E il primario, i colleghi, Fabio soprattutto, stravedevano per lui. Così bravo, così giovane, così umano. Farà strada, dicevano. Così fortunato: due belle bimbe e Cetty, la donna della sua vita, dopo il lavoro.

Ma ecco che arriva il giorno buio. Il nero. Sono malato, gravemente, dice Salvo a Cetty, un brutto giorno di primavera. Si abbracciano, piangono insieme, per ore. Poi parlano piangendo. E decidono che tutto deve continuare come prima, che nessuno, insomma, deve sapere (perché Salvo, gli accertamenti, li ha fatti fare da una persona amica, che starà zitta).

Così, la vita continua, in casa, con le gemelle che crescono e hanno voglia di giocare, e in ospedale, dove Salvo continua, in ambulatorio, a fare forza ai propri pazienti. Tutti i giorni. Ce la farai, ce la faremo.

Finché ha avuto forza così ha fatto. Vivendo da eroe gli ultimi mesi della sua vita. Cetty, dopo averlo assistito fino alla fine, è tornata a Siracusa. Insegna ora. E cresce le due bimbe. E non pensava che sarebbe tornata a Vercelli, città che a lei fa male, quando ci pensa, eppure l’ha fatto, è tornata giorni fa, un anno dopo la morte di Salvo, portandosi appresso le gemelline. Che sgambettano sicure, ora.

Doveva prenderle in braccio e mostrare loro qualcosa, Cetty. Con orgoglio.
La targa dove si legge Dottor Salvatore Berretta, ambulatorio e Ematologia. La direzione dell’ospedale ha organizzato la giornata, ma la targa l’hanno voluta (e pagata) i malati.

Ce la farai…

(Questa storia, purtroppo, è vera. Questo post è dedicato a Cetty, alle due gemelline, Sara e Martina e ai genitori del dottor Salvatore Berretta).

perduto amore

E’ un pomeriggio d’estate. In una casa di riposo del vercellese vedono arrivare una signora in taxi. E’ una donna ricca, è vedova, arriva dal nord est.
Avrà ottantantacinque anni, portati benissimo.
E’ arrivata lì per rivedere il suo perduto amore che di anni ne ha novanta ma è come se ne avesse duecento, o forse più.

Sono giovani. Vent’anni lui, nemmeno sedici lei. Lui è di buona famiglia, lei è figlia di gente che lavora i campi. Del loro amore le rispettive famiglie nemmeno lo sanno.
Lui è a rischio-cartolina, e in effetti arriva la chiamata dell’esercito italiano.
L’addio – come migliaia di altri addii – è tra lacrime e promesse d’amore eterno.
Per un po’ l’attesa della ragazza è l’attesa di una lettera: che arriva, puntuale, per essere baciata, letta e riletta, conservata con cura sotto il cuscino.
Finché ne arriva una, dolce come le altra ma destinata ad essere diversa: è l’ultima lettera.
La ragazza pazienta, prega, timidamente chiede.
Nessuno sa dirle nulla.
Finché un giorno un amico della famiglia l’avvicina e le dice che il suo amore è disperso, come tanti.
Ricomincia l’attesa, paziente e testarda. Ma poi finisce la guerra e di lui non resta che quell’ultima lettera che non doveva essere l’ultima.
La ragazza si rassegna, lascia il paese, va nel nord est, conosce un uomo facoltoso, si sposano.
E quando, ormai ottantenne, rimane vedova, ripensa al suo perduto amore di quando aveva sedici, diciassette anni.
Ha soldi, e quindi può permettersi di cercarlo. Si affida a un avvocato, l’avvocato si affida a un investigatore privato.
Dopo qualche ricerca, alla signora arriva l’esito della ricerca, che è… positivo: il suo perduto amore è ancora vivo.
Da militare non si era comportato da uomo: lo avevano infatti congedato come un inetto, una femminuccia che ha paura di morire e della guerra. E, tornato a casa, i familiari si erano talmente vergognati di lui che lo avevano rinchiuso.

Si sono rivisti, due anni fa. Gli occhi lucidi della donna e quelli spenti di lui, forse per un attimo, si sono incontrati.

(Questa è una storia vera al novanta per cento. L’inizio e la fine son veri; in mezzo mi son preso delle libertà).

Facevamo sempre troppo tardi

Restano solo i ricordi, ho scritto in Vicolo del precipizio.

Ne ho di nuovi.
Piove, e ai giardini siamo rimasti solo io e Federico Libero detto Cico. (Se qualcuno gli chiede come si chiama, risponde: Federicoliberodettocico).
Mamme, nonni e bambini sono andati via, tutti; io metto Cico sull’altalena e lo riparo con con l’ombrello rosso.
Sempre ai giardini, stavolta è una bella giornata di sole, arriva un tipo su un calesse trainato da un pony; le mamme lo guardano e magari pensano, questo è pazzo; io invece mi avvicino, prendo Cico in braccio, salgo sul calesse; il tipo fa trottare il pony veloce veloce sull’asfalto del campo di basket, dove non c’è nessuno. Un po’ mi pento, sta andando troppo forte, magari questo è un pazzo penso anche io. Cico però dice, Ancora ancora. Dopo qualche minuto rallenta (e io sospiro) e si ferma. Gli allungo due euro, gli chiedo, Bastano? Mi fa, anche troppo. Cico, mentre scendiamo, dice, Ancora ancora (per la verità dice: ancoa, ancoa).
Ne ho di vecchi.
Parigi, 1989.
Tutte le mattine al risveglio, in un bar dopo un indecente caffè francese, gioco a flipper con una bambina, Sonia; ha nove anni, è mia figlia, è abituata ad avere un babbo bambino. Giochiamo in silenzio. Io col pulsante sinistro, lei con quello destro del flipper. Eravamo bravini.
Al mattino, nei mesi in cui devo portarla a scuola, Sonia sa che le farò fare tardi perché ho fatto le ore piccole (a studiare, o leggere; o anche solo ad ascoltar la radio…). Ha imparato a farmi il caffè, a prepararsi da sola. Mi porta il caffè, poi mi dice, Babbo dormi ancora cinque minuti ma poi andiamo, sennò facciamo tardi. Intanto si carica la cartella sulle spalle.
Babbo, ancora cinque minuti e poi andiamo…
Facevamo sempre tardi.

primavera, cani, laureati, insonnia (voluta)

Stanotte non ho acceso la stufetta qui, accanto alla mia scrivania. Eppure piove e caldo non fa. Ma solo ora mi sono accorto di non averla accesa, insomma sta arrivando la primavera anche se non senbra.
Tra poche ore porto il mio vecchio cane dal veterinario, poi andrò a lavorare e poi andrò a riprenderlo. Sarà senza testicoli, domani sera il mio cane che soffre di prostata (e a volte urla, di notte, così io devo vestrmi in fretta e portarlo in giro).
E poco fa ho visto su facebook un grillino che vantava l’alta percentuale dei laureati nel movimento5stelle.
Io sono laureato (lavorando in fabbrica prima e in un albergo, poi, e al giornale, infine), ma non me ne vanto. Tanti amici miei, figli di operai (come me), non hanno potuto laurearsi. Io volevo, e poi soffro di insonnia voluta. Invece di dormire mi dico, Stai sveglio e sto sveglio, come ora, che andrò in cunina a farmi un tè nero e leggere, mezz’ora un’ora, fumando la pipa.
Ci son quelli che si dicono Stai calmo e s’incazzano ancora di più, no, se io mi dico qualcosa a volte, specie di notte, mi obbedisco.
Poi quando scrivo mi obbedisco ancor di più.
E buona giornata (o notte)

ma il lupo Rodolfo è su youtube?

A mio figlio Cico, tre anni e un mese, ho raccontato, inventandola ( e senza pensarci troppo), la storia del lupo Rodolfo.
Il lupo Rodolfo era un lupo molto buono, ma dal momento che era un lupo tutti scappavano via.
(E Cico, quando dico, lupo Rodolfo, dice: No, no, no).
Si avvicinava alle persone e diceva: Ma io sono un lupo buono, uffa, e ululava.
(Qui Cico tace, e ascolta).
Però nessuno, nessuno voleva giocare con lui, e lui diceva: Ma uffa, io sono un lupo buono.
(Cico si convince: Rodolfo è un lupo buono).
Un giorno, però, arriva il gatto Bergamino. Che non ha paura del lupo. E gli dice: dai, giochiamo insieme.
(Cico applaude):
E giocano a nascondino.
I gatto Bergamino conta, uno, due, tre, quattro… fino a dieci, e il lupo Rodolfo si nasconde dietro a della legna.
Intanto si è fatta notte. IL gatto Bergamino cerca il lupo dietro a una panchina, dietro all’altalena, ma non lo trova. Poi vede la legna e prova a vedere se il lupo Rodolfo, per caso, è lì.
Quando però il gatto Bergamino vede il lupo nascosto tra la legna, si spaventa, e scappa via pure lui.
Noooo, noooo, non scappare anche tu, dice il lupo Rodolfo.
(A Cico, qui, viene da piangere).
Guardando la luna e le stelle, alla fine il lupo Rodolfo si addormenta. E mentre dorme piange, perché sogna di vagare solo per le strade, con le persone che fuggono quando lo vedono.
A un tratto però, una carezza sveglia il lupo Rodolfo.
Si tratta di Clarissa, la padrona del gatto Bergamino, che dice al lupo: Il gatto Bergamino mi ha detto di te, mi ha detto che sei un lupo buono, vuoi venire a vivere con noi?
Ma certo, dice il lupo Rodolfo, che la segue felice. Arrivano a casa e prima si mette a giocare col gatto Bergamino, e poi mangia una scodella di latte insieme al suo amico gatto. Clarissa, che invece mangia un piatto di pasta al pomodoro, li osserva e sorride.
(E poi? Mi domanda Federico Libero detto Cico. E poi basta, dico io. E lui: senti, andiamo a vedere il lupo Rodolfo su youtube?).

quando una recensione

cosa ci spinge a leggere un libro? il passaparola (risposta scontata), il profumo della carta (risposta romantica), il titolo e la copertina (risposta dei più), le prime pagine (risposta esatta), frasi lette a caso (risposta rischiosa).

e le recensioni?
raro che mi convincano (anni fa, però, mi fidavo di Beniamino Placido)
questa recensione, però, mi ha convinto e domani cercherò questo libro (e se non lo troverò lo prenderò su ibs, mi ci sto abituando a ibs: questo perché, nella mia città, non ho più una mia libreria).
la recensione, dicevo
http://www.claudiapriano.com/2013/02/libredine-leggete-stoner-john-williams.html

penso, dopo aver letto la recensione, che potrebbe piacermi come lettore e che potrebbe insegnare qualcosa alla mia scrittura.
la scrittura ha sempre sete, ed è sempre sempre nel deserto, con la gola arida

di Grillo (e d’altro)

A Bersani vorrei domandare: come la mettiamo con l’alta velocità? Ai grillini invece voglio chiedere: ma se e come allearsi col Pd lo decide uno solo?

Ho scritto questa cosa qua, tanto su facebook quanto su twitter.
Che il Movimento5stelle potesse andare bene l’avevo scritto due giorni prima del voto, sul mio giornale.
http://www.lasesia.vercelli.it/stories/Cronaca/3194_grillo_far_il_botto_comunque_sia_c_sfiducia/

Sul fenomeno Grillo sarà il futuro a dirci di più.
Ora è tutto un gran parlare e sparlare.
Penso che gli stessi grillini si stiano interrogando…

Parlando d’altro.
Sto leggendo “Lo stato delle cose” di Richard Ford. Lettura che non decolla. Lo trovo lento, macchinoso, sebbene ben scritto.
E sto scrivendo un nuovo romanzo, o forse no: non decolla nemmeno quello.

Buone cose a tutti quelli che passano di qui (prima di fecebook erano tanti, dai 400 ai 500 al giorno; ora, quando ci sono 100 visitatori è festa; 150 è natale o pasqua, a scelta)

Vecchi

C’è un post drammatico, oggi, su il fattoquotidiano.it. (firmato da Marina Sozzi)
La storia di un ottantenne di San Mauro che prima uccide la moglie malata e poi se stesso.
Ecco il post.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/25/ottantenni-suicidi-e-problema-del-fine-vita/511597/
Tanti commenti.
Tra i commenti c’è un certo querty che scrive.
ricordo che i vecchi hanno già vissuto. I giovani devono ancora vivere. I vecchi hanno già avuto la loro parte, hanno avuto tutto, lavoro e famiglia, magari senza neanche uno straccio di laurea. Basta. Non devono rubare dal piatto degli altri.
A quelli che osano lamentarsi che prenderanno la pensione “solo” a 70 anni, ricordo che i giovani non la prenderanno mai.
L’eutanasia? Io non ho mai parlato di eutanasia. Chi ha già vissuto dovrebbe proprio capire di togliersi di mezzo da solo, non scaricare perfino questa responsabilità sugli altri.

internet fa pensare.

Lo scommettitore: sogno “vaticano”

Avrebbe voluto piantarla con aspiranti sindaci, presidenti di provincia, parlamentari, europarlamentari. Avrebbe voluto di più. Avrebbe voluto che si sapesse della sua bravura anche nelle alte sfere, in alto in alto, dove non era mai arrivato.
 Al Vaticano.
Qualcuno lo convoca, magari a Parigi – no, meglio in un castello nelle vicinanze di Praga – e gli dice che deve lavorare silenzio, da solo, per anni, affinché Tizio venga eletto Papa. E per fare questo lui, da solo, deve contrastare Caio. Annientarlo.
Avrebbe accettato di corsa, perché sarebbe stato il modo migliore per chiudere la carriera da scommettitore. Avrebbe accettato senza badare ai soldi, non si era mai preoccupato di diventare ricco.
Era il suo sogno proibito, che faceva ad occhi aperti: microspie nei confessionali, donnine che scuciono indiscrezioni sbottonando qualche veste cardinalizia, incontri nei sotterranei del Vaticano. Roba da fil, o da libro giallo.

estratto (pagine 73 e 74) da Lo scommettitore, Fernandel 2006.