al salone con perdisa
Sabato prendo un giorno di ferie così, in tarda settimana, sarò al Salone del libro.
Mi fermo a adormire a Torino e, il giorno dopo, domenica, sarò allo stand N80 padiglione 2 dove c’è Perdisa a firmar copie di Bastardo posto.
Di sicuro comprerò un bel po’ di libri, dal momento che gli acquisiti on line non mi piacciono.
E’ il mio sesto o settimo salone, non ricordo. Ci sarà con me Federico-Libero detto Cico, mio figlio, di quindici mesi: per lui sarà la seconda volta.
NOVECENTO69
Le scene di questo film per me sono vere, insomma a me sembra vero, se guardo, dimentico che sia Novecento di Bertolucci.
Nel 1969 partecipai anche io a una battitura.
Ricordo anche il giorno: era il 28 luglio. Quel 28 luglio seppi che una bella ragazzina della mia età, avevo tredici anni, andava dicendo in giro che aveva un fidanzato di Vercelli…
Ero di sana e robusta costituzione fisica, mio padre mi aveva insegnato a sgobbare, presi anche io il forcone. A torso nudo, facevo anche un po’ lo spaccone: c’era una bella ragazzina che mi guardava.
Avevo due zii, mezzadri, il sessanta per cento del raccolto sarebbe stato loro, il quaranta del padrone. Io ero lì per le ferie. Quando partivamo non dicevamo “andiamo a Cortona”, ma, chissà perché, dicevamo “andiamo in Toscana”.
Che poi: i miei zii stavano in una frazione, Fratticciola, che da Cortona disterà una decina di chilometri.
Mio padre, operaio, era il fratello non dico ricco, ma che comunque stava bene. Perché i miei zii vivevano in una casa in cui ci si riscaldava con la legna, perché non c’erano i servizi igienici, perché i loro figli dovevano lavorare, altrimenti era fame assicurata. Uno di questi miei zii aveva una apecar, l’altro andava al mercato in bicicletta (e col vestito nuovo).
La trebbiatura. Arrivava tanta gente, altri mezzadri. Chi ospitava, in cambio del lavoro offriva da bere e da mangiare. Ci si divideva in turni. Si sudavasull’aia, sotto il sole e poi ci si andava a riposare all’ombra delle querce, vicino a un ruscello in secca, bevendo un bicchiere di vino, parlando.
Ho detto che erano poveri. Però quando parlavano, raccontavano di quando, bambini, avevano sofferto la fame.
La mi pora mamma piangea di nascosto quando un’avea manco un tozzo di pane per noialtri….
Mi sembra di sentire ancora le voci dei racconti mentre, all’ombra, sono con la squadra che si sta riposando e che presto riprenderà a sudare.
Rivedo che arriva il padrone: è in moto, sorride.
Scende dalla moto, quando parla lui i contadini tacciono, guardano in basso.
Gli sorridono. Non ce l’hanno mica con lui perché è nato ricco.
Certo, quando loro erano piccoli e pativano i morsi della fame lui stava al caldo e aveva pane e companatico.
Ma il mondo stava cambiando, nel 1969. Qualche contadino, a rate, aveva addirittura comperato un televisore. Così d’inverno, invece di stare a raccontare le tristezze passate, quelli senza televisione sarebbero andati a casa di quello che invece ce l’aveva. a vedere Rischiatutto e i festival di Sanremo.
… banane
Stavo cercando informazioni in rete per scrivere una cosa.
Mi sono imbattuto, succede, in tutt’altro.
Sulle… banane.
Mi sembra interessante. Proverò e, come si usa dire, negli ambienti del volontariato e su facebook, condivido.
Ogni amore è fantasia
Ogni amore è fantasia:
inventa l’anno, il giorno,
l’ora e la sua melodia;
inventa l’amante e anche
l’amata. Non è una prova
contro l’amore che l’amata
non sia mai esistita.
Antonio Machado
Il peggior 68
Il Sessantotto, parliamone.
Quando è iniziato e quando è finito, innanzitutto?
Io penso che negli anni Ottanta c’era ancora qualcosina, mica è durato un anno solo il Sessantotto.
Io penso che vive ancora il Sessantotto, magari con tanti acciacchi ma vive. Ed ha pregi ed ha difetti.
Settimane fa è venuto a Vercelli lo scrittore (e giornalista di Repubblica) Valerio Varesi.
Abbiamo, io e lui, presentato il suo libro, E’ solo l’inizio commissario Soneri.
Che è un giallo. E quindi ci sono morti e ammazzati e quindi anche i o il colpevole. Parla del ’68, questo giallo di Varesi. Non solo: il colpevole, alla fine, pensandoci bene, è proprio il ’68.
Allora è successo questo.
A me il libro è piaciuto. Poi è piaciuto anche lui, Valerio Varesi.
Nel libro il ’68 esce un po’ con le ossa rotte; ma inizialmente predomina l’elemento nostalgico.
Per forza direte voi. Per dirla alla Vecchioni
e dammi indietro i miei vent’anni la mia Seicento e una ragazza che tu sai…
erano, quelli del dopo sessantottto, gli anni miei e di Varesi, insomma, per forza che siamo nostalgici, io e Varesi rimpiangiamo la Vespa 50 che a vent’anni non abbiamo mai avuto
(per dirla alla Lolli
… quelli che noi, che son venuti su un po’ strani
e non hanno mai avuto tante donne per le mani).
E siamo cresciuti, io e Varesi (anche lui credo), leggendo Marx, Engels, e Gramsci. E magari Spinosa.
In” E’ solo l’inizio commissario Soneri” Varesi fa una distinzione: il sessantotto fatto dagli studenti figli di papà (allora i figli di operai mica andavano all’università) e il sessantonove della grande mobilitazione sindacale delle fabbriche.
E il sessantotto, che idealizzava la fabbrica, con il movimento operaio legò poco. Magari qualcuno ricorderà gli studenti che venivano presi a male parole davanti alla fabbriche quando andavano lì con Il Manifesto o Il quotidiano dei lavoratori a diffondere il verbo delle rivoluzione.
Vai a cagare si sentivano dire (non sempre, ma spesso).
Ecco io non so se il Sessantotto sia vivo o morto, ma qualcosa è rimasto, la cosa peggiore: la saccenza.
E’ il male di tanta sinistra salottiera che non sa dialogare, la sinistra salottiera non divide il mondo in sfruttati e sfruttatori ma in chi sa e in chi non sa, e lei, la sinistra salottiera, sa.
Sempre tutto.
Un esempio concreto.
Perché le donne che lavoravano in fabbrica con me (dal 1975 al 1983) avevano in uggia le femministe?
Perché si sentivano dire che dovevano ribellarsi al marito padrone, che dovevano svegliarsi (che dovevano nascere imparate, aggiungo io).
L’ignoranza è una piaga, certo, ma c’è modo e modo di affrontarla.
Il Sessantotto, secondo me, è saccente e urla anche quando non urla, perché bacchetta, fa smorfie, risatine.
Ha la faccia di D’Alema, il Sessantotto.
Ha la voce di chi dice: Ma come si fa anon aver letto…
Ma come si fa a pensare che…
Ero sropreso, io, nel sentire che Valerio Varesi la pensasse come me. Poi no, ho capito. A un certo punto ha detto: Sono figlio di un operaio e di una donna che faceva la serva.
Come me, già.
Però attenzione: ha detto “serva”.
In quegli anni le donne delle pulizie erano serve, ed è giusto chiamarle così.
Ho assiduamente cercato di imparare a non ridere delle azioni degli uomini, a non piangerne, a non odiarle, ma a comprenderle.
Spinoza
Eco-pensiero su internet o carta?
E tanto per restare al dilemma lettura su carta lettura in rete sentiamo cosa ne pensa Umberto Eco
Ovviamente sono un utente di Internet, ho ben otto computer nelle varie case dove capito,ma difendo i diritti e il futuro del libro per una ragione semplicissima: abbiamo la prova scientifica che un libro può durare 550 anni. Prendi un incunabolo, lo apri, sembra stampato ieri e ti permette persino la previsione che forse, se lo lasci in un ambiente poco umido, può durare altri 500-1000 anni.
Non abbiamo nessuna prova scientifica che un dischetto, una chiavetta possano durare più di dieci anni, non tanto perché si possono smagnetizzare,ma perché nel frattempo sarà cambiato il tipo di computer. I computer di oggi non leggono più i dischetti di quindici anni fa.
Profumano, i libri
Ho 14 anni, faccio prima media. Di notte, sotto le lenzuola, con l’aiuto di una pila, rileggo aI pirati della Malesia, di Salgari
Ho 17 anni, e decido di fare taglia da scuola, Mi rintano in un bar, ho paura che entri qualcuno che mi conosca e che possa poi raccontare ai miei genitori che ho marinato la scuola. Il tempo non passa mai. Fortuna che ho con me L’inverno del nostro scontento, di Steinbeck.
Mi rimandano, quattro materie, cazzo.
Ho sempre 17 anni, è il mese di agosto, compirò 18 anni a settembre. Sono a Cortona, ospite di un mio zio. Ho i libri di scuola, certo, ma quando mi incontro con M, di cui sono innamorato, mi porto appresso Lavoro, salariato e capitale, di Marx. Se mi promuovono (mi promuoveranno) ti vengo a trovare a Roma, a settembre, dico a M. Che mi dà il suo numero di telefono: 06.52xxxxx. Lo scrivo a matita sul libro.
Agosto dell’anno successivo, sono a Celle Ligure, ospite di un mio compagno di classe, ci siamo appena diplomati. Lui va al mare, io vado in giro. Ho sempre con me Il profeta armato di Isaac Deutscher. Gran bel libro di 500 pagine, gran bella copertina. Ho fatto crescere la barba, funo delle sigarette cjhe si chiamano Belga. Penso, andando a spasso, che quel libro mi possa aiutare a fare colpo sulle ragazze.
Un giorno ne vedo una che piange, ha appena litigato con il suo ragazzo. E’ una bella ragazza, e io so di essere un bel ragazzo. Timido. Che faccio? Nulla. Vedo che però, merda, un ragazzo della mia età si avvicina alla ragazza che piange, sconsolata, sul lungomare di Celle, fregandosene della gente. Mi incazzo con me stesso quando vedo che quel ragazzo si avvicina a lei, le dice qualcosa e poi, mentre lei continua a piangere, le posa una mano sulla spalla. Mi do del coglione e dell’imbranato. Dura un attimo. La ragazza infatti non gradisce le attenzioni del ragazzo disinvolto: e gli molla un ceffone e poi se ne va, lasciandolo ad accarezzarsi la faccia. No, non pensai d’averla scampata. Ricordo che pensai che ero un imbranato, punto.
Ho 25 anni, lavoro in fabbrica, faccio il turno del pomeriggio, dalle 14 alle 22. Di mattina sto con mia figlia Sonia, che ha due anni. E’ buona, silenziosa. E un mattino è più buona e silenziosa del solito. Vado a vedere che fa: bene, anzi male, mi ha succhiato la copertina di Vicolo Cannery di Steinbeck. la copertina e le prime pagine di quel libro sembrano le impronte che prende un dentista. Ho la tentazione di gettare via il libro, poi invece non lo faccio, e ne son contento, oggi…
E qua mi fermo.
Scrivo, ora, nel mio piccolo studio, accerchiato dai miei libri. Tanti di loro, tante copertine, tanti titoli, profumano di ricordi come nessun e-book profumerà mai.
Profumano, i libri.
Una vecchia foto, finita chissà dove
Ho rivisto Effe, stamattina. Occhi scuri, orecchini da zingara.
Ora che sei diventato importante non saluti più?, mi fa sorridente.
Indovina indovinello, che sono?, dice ancora divertita, allungando il collo verso di me, a pochi centimetri da me.
Provo a dire, ma poco convinto, Sei Effe?
E poi ci siamo abbracciati.
E poi le chiedo la cosa più stupida, Effe ma quant’anni c’hai?
Quarantotto, come li porto? A quarantotto si può anche dire cinquanta…
Ma sei sempre bella, le ho detto.
Ma vado incontro ai cinquanta, m’ha detto.
Ma io pensavo tu ne avessi di meno, ti pensavo parecchio più giovane di me, le ho detto.
L’avevo vista per l’ultima volta trent’anni fa: a diciott’anni si era già sposata e aveva un bimbo appena nato. Ma era stata la visita di un attimo…
Io ho dodici anni, lei sei. Effe è mia cugina prima, figlia di un fratello di mio padre morto giovane.
Ho una foto nella testa, ma non so dove sarà finita quella foto: io, lei, un suo fratello e un cane, Battaglia, a cui un altro fratello di mio padre aveva insegnato a salire sugli alberi.
Su Battaglia, e Battaglia, un segugio impuro, sembrava un gatto, e noi bambini si guardava lo spettacolo e una volta mio padre con la Kodak ci immortalò, e poi finì non male ma nemmeno bene, tanto per Battaglia quanto per Effe.
Battaglia fu visto da un turista romano, che s’imnpressionò a vederlo salire sugli alberi e diede un bel po’ di soldi a mio zio che glielo vendette (e io questa cosa la qui la racconto nel prossimo libro che uscirà a novembre per Perdisa, Vicolo del precizio, la racconto perché ci restai male, tanto).
Effe invece andò a vivere con un suo lontano parente che l’adottò ed era una buona persona, dissero che era stata fortunata Effe, perché poteva crescere bene, lontana dalla povertà, così la persi di vista, la rividi solo una volta, quando divenne una giovanissima mamma.
Fu fortunata, ma anche no: perché a sette otto anni andò a vivere lontana dai suoi fratelli. Ha un altro cognome, Effe.
Ma a Cortona succede questo: io vado e mi raccontano di persone che ho conosciuto, persone che ho conosciuto vanno e sanno di me, e succede che non ci si veda, io con queste persone, però sappiamo gli uni degli altri, e io sapevo di Effe e lei sapeva di me, e io sapevo che Effe è rimasta legata al ceppo di origine, ai suoi fratelli e anche ai fratelli del suo povero babbo che morì quando lei avrà avuto due anni.
Vuole riappropriarsi del suo vecchio cognome, mi hanno detto, spesso.
lei stamattina, prendendomi sottobraccio, mi ha detto, Sai mi sento sempre una Bassini. Che è un cognome povero, proletario, contadino.
Senti, m’ha detto, vediamo di metterci d’accordo, la prossima volta ci si incontra tra sei sette anni, che se ci si vede fra trent’anni magari siam bell’e che rincoglioniti.
E poi senti, mi ha detto seria, meglio morire prima che mori vecchi e rincoglioniti, che dici?
Poi è scappata via, sul suo fuoristrada; e solo allora mi sono reso conto che aveva fatto chilometri per rivedere me.
Ha sempre sorriso, stamattina.
Nella foto dove ci siamo io, suo fratello e il cane Battaglia aveva il viso di una bimba sperduta.
Chissà che fine ha fatto quella foto. Ma ci sono foto che non si dimenticano.
la processione comunista del venerdì santo
Sono a Cortona, ho appena fatto la spesa, quanto mi serve per il pranzo, giornali, sigarette.
Per pranzo ho preso pecorino di Pienza media stagionatura, dei grossi carciofi sott’olio, pane toscano e Nero d’Avola.
Per strada ci sono due donne che stanno rincasando, avranno settanta e forse più anni.
Si stanno facendo gli auguri.
A voce alta (come si usa a Cortona).
Finita la tiritera del salutami questo e quest’altro una dice:
Allora ci si vede.
E l’altra: Mah speriamo.
E ridono. Potrebbero salutarsi, lasciarsi così e andare incontro ai preparativi pasquali, invece quella che ha detto “Mah speriamo” dice a quell’altra: “Ma hai saputo della pora Rosa, l’han trova morta in casa”.
E ripigliano a cicalare.
(Non è un racconto, è tutto vero, salvo il nome, Rosa, che è inventato; si chiamava così mia nonna paterna, che riposa nel camposanto di Cortona).
Più bello un siparietto serale. Una giovane coppia, in auto (una Smart) domanda a un pensionato se sta arrivando la Processione del venerdì santo.
Non siamo di qui, precisano (e in effetti l’accento è nordista).
Lui li guarda e dice, Arriva arriva, ma fate attenzione, son tutti del partito comunista.
I due si guardano increduli e poi guardano l’uomo che si incammina: devono chiedere indicazioni ad altri.
Io per la cronaca ero fuori da una trattoria a fumare. Verdure sott’olio come antipasto, gnocchi con carciofi e taleggio di primo, due bicchieri di Chianti, cantuccini e vin santo prima del sipario.
Mi sono allontanato dalla piazza mentre arrivava la banda e la Processione comunista del venerdì santo.
