Maria Lucia

L’abito non fa il monaco nemmeno nell’editoria. La bontà di un libro, insomma, non la fa il marchio stampato in copertina.

Maria Lucia Riccioli ha scritto un libro, pubblicato da Perrone.

Ho conosciuto Maria Lucia, di persona, qualche anno fa, a Siracusa, dove vive. Poi l’ho letta, quando ha partecipato, in questo blog, ai racconti a quattro mani.
Mi piace come scrive, mi piace (anche se non c’entra) come persona Maria Lucia Riccioli.
Io del suo libro ho letto l’incipit, qualche pagina, la quarta di copertina.
E così, a scatola chiusa, mi sento di consigliarlo.
E un grande in bocca  Maria Lucia.

Zia d’america (e pezze al culo)

E’ morta la mia zia d’america.
Fu lei a scattare la prima fotografia dove mi si vede con babbo e mamma. Loro hanno trent’anni, io meno di due. Siamo a Sant’Angelo, Cortona.
Mia zia, dicevo.
Se ne andò da Cortona con, come si usa dire, le pezze al culo, tornò da signora con, come si usa dire, la puzza sotto il naso.
Se ne andò da Cortona perché mio nonno, che aveva giocato e perso a carte la casa e il podere, aveva bisogno di soldi per cercare di ricomprare quel che aveva dilapidato giocando a scopone. Non servì: perchP mio nonno perse tutto e lui e i suoi figli da poveri agricoltori divennero poveri mezzadri; lei, invece, divenne la zia d’america. Negli anni cinquanta, sessanta e settanta, con suo marito, un istriano di nome Gus che aveva conosciuto in Francia, è stata proprietaria di un ristorante a New York.
A Cortona è tornata definitivamente una ventina d’anni fa.
Ho tanti ricordi di lei.
Anni settanta. Lei e il marito arrivano a Cortona con – addiritttura – una valigia piena di sigarette, regalo per i miei zii e mio padre, grandi fumatori. Era bello vedere il colore di quei pacchetti di sigarette e vedere il volto dei miei zii, sembravano me davanti alla Nutella, che si pregustavano grandi fumate. Macché, ne accesero di una marca, di due, di tre: non sapevano di niente quelle sigarette, ché loro erano abituati a fumare il trinciato forte e, nei giorni di festa, le alfa o le esportazioni senza filtro.
Ricordo che una volta mi regalò un dollaro con il volto di Kennedy: la persi e mia madre mi sgridò.
Ricordo che quando parlava di poltica i suoi fratelli scuotevano la testa, non la riconoscevano più: ché parlava male dei comunisti e dei negri.
Ricordo che raccontò di una rapina, nel suo albergo. A mano armata. E originale. I malviventi, appena entrati con volto coperto e pistole puntate su clienti e camerieri, oridinarono agli uomini e alle donne di togliersi pantaloni e gonne.
Ricordo che – anni novanta – si vantava di avere ancora tutti i suoi denti sani. Ma ricordo anche che un mio parente le disse che non era vero, e in effetti aveva ragione lui: aveva impianti e capsule.
Ricordo che – fine anni novanta – fu ricoverata all’ospedale di Cortona. Divenne famosa. Appena si svegliava faceva ginnastica, tra lo sguardo divertito e sarcastico delle altre vecchine ricoverate con lei.
Ricordo che quando rideva rideva come un’americana: sguaiata.
Anche suo marito, Gus, me lo ricordo che ride come un matto: diceva delle emerite stronzate (per esempio: strofinando una sua scarpa sul pelo di un cane, gli diceva: Lucidami la scarpa, aha ,aha, aha, aha) ma rideva solo lui.
Ricordo che quando, sto tornando agli anni settanta, disgustata, parlava dei negri mio padre – che adesso è a Cortona, tra qualche ora la zia d’america, cioé sua sorella, viene sepolta – le disse, come si usa dire: e non ti ricordi che anche tu una volta avevi le pezze al culo?

Ora le spiego perché mi commuovo

Nessuno bada a me, o meglio: se badano a me lo fanno per qualche secondo, c’è niente di male.
Sono le tredici e qualche minuto di domenica e io sono dentro un bar che mangio un panino. Federico Libero detto Cico, il mio bimbo, appena entrati, ha pensato bene di addormentarsi. Tanto meglio. Altrimenti il panino lo avrei mangiato correndogli dietro: ha un anno, cammina da un mese, diciamo che barcolla da un mese.
Lui però è convinto d’essere rambo: e corre, e se vede una scala cerca di farla.
Così io mangio un panino con bresaola e leggo anche il giornale: hanno solo La Stampa, prendere o lasciare.
Non è che per caso ha visto se c’è La gazzetta dello sport?, mi domanda un signore anziano, mingherlino, occhiali con montatura nera, cappotto blu e, cosa che non vedevo da anni, dei batuffolini di cotone nelle orecchie.
La frase – Non è che per caso ha visto se c’è La gazzetta dello sport? – l’ha pronunciata guardando il bimbo; solo quando gli dico, Mi spiace, non ho visto La gazzetta dello sport, mi degna di un piccolo veloce sguardo.
Sembra ipnotizzato dal bimbo che dorme beato.
Però torna a sedersi e io continuo a mangiare con Federicolibero-dettoCico in braccio.
A un tratto – sbadato che sono – vedo che La gazzetta dello sport è in una sedia del mio tavolino. La prendo, mi volto, chiamo il signore, gliela mostro, e lui tutto contento si alza e viene verso di me.
Ma quando gli allungo il giornale mi guarda e, imbarazzato, mi dice: Posso guardare un po’ il bambino?
Certo, gli dico, e lo guardo in faccia.
Non mi guardi la prego, sa, sto per commuovermi.
Dico niente, io.
Si toglie gli occhiali e, in effetti, con la manica del suo cappotto blu, pultio ma un po’ liso, si asciuga il volto da quaklche lacrima.
Tenta di cambiare discorso.
Quanti anni mi dà?
Dico (pensando al mio vecchio): Ottantatré.
Sorridendo mi dice: Novantuno.
Poi, altra domanda. “La domanda”.
Sa perché mi commuovo?
Dico niente, aspetto.
Perché mio padre è morto quando io avevo otto mesi.
Guarda ancora il bambino, un po’ sorride, un po’ torna a commuoversi.

“Bastardo posto” tra gli argini di Sermide

Sul blog di Zena Roncada (Colfavoredellenebbie) si parla di Bastardo posto.
Qualcuno dice che la scrittura di Zena sia la più bella scrittura in rete: forse è vero, anche se la scrittura, di questo ne son convinto, è sempre un incontro.
(Banalizzo, perché il vero lettore sa apprezzare anche le scritture a lui distanti).
Comunque.
Zena, nella sua Sermide, e io quando penso a Sermide penso sempre agli argini, al Po che è grasso e generoso e potente, e ai suoi argini, e se penso agli argini vedo il papà di Zena, grande capo comunista della zona che, nonostante gli anni, va in bicicletta d’inverno tra gli argini e scivola e si fa male, tanto, morirà a seguito di quella caduta, ma prima di morire ai suoi figlii che lo hanno sgridato, “Papà, alla tua età, in bicicletta tra argini d’inverno”, ai suoi fiigli dirà – semplicemente – “sono un uomo libero, io”, e quindi Zena nella sua Sermide, stavo dicendo, presenterà il sottoscritto e Bastardo posto il 18 di questo mese.
Ci son già stato, ospite del comune e della biblioteca, un paio d’anni fa, a presentare La donna che parlava con i morti.
Ci sono presentazioni che lasciano il segno .- e non c’entra né quanta gente c’era né c’entra quanti furono i libri venduti; c’entra solo la gente che ti ascolta e poi parla con te -, come a Sermide, appunto.
Era febbraio, non ricordo se di due o tre anni fa.
Poi Sermide mi è cara per un’altra – piccola – cosa.
Lino, che ha piantato una piccola quercia, dove c’è scritto F. Libero, mio figlio di un anno insomma.
Libero.
Come il papà di Zena.

Bastardo posto segnalato da «il Fatto Quotidiano»

Il “Fatto quotidiano” nella rubrica Libri
(giovedì 3 febbraio pagina 17)

Bastardo posto di Remo Bassini, Perdisa editore, 14 euro

“Bastardo posto” è un giallo sociale che parla di impotenza del giornalismo di fronte ai poteri fortie occulti (mafia al nord e massoneria), e di fronte anche a peccati di cui non si parla (pedofilia pretesca). Mimmo Candito su L’Indice ha scritto che oltre a essere un romanzo è una sorta di manuale di giornalismo, da portarsi appresso.
La copertina di Bastardo posto raffigura un manichino ed è un omaggio a Sciascia. Per Remo Bassini infatti il mondo si divide in uomini e manichini (red).

senza perdere la dignità

Fa freddo e c’è la nebbia. E il cane non fa la cacca: meglio, c’è poca luce e per raccoglierla dovrei abbassarmi troppo.
Mi viene in mente un possibile titolo di un libro, ché mi piace o inventarne nuovi oppure storpiarne di vecchi, poer l’appunto: A piedi nudi sul porco (argomento attuale, no?)  (quando arriverò a casa google mi dirà che qualcuno ci ha già pensato: per un film a luci rosse, pare).
Sono invitato a cena da gente simpatica: ho declinato.
Meglio andare a spasso col cane: non mi chiede come va, almeno.
Mi viene in mente una storia, mentre passeggiamo tra la nebbia, io e Toby.
Mentre passeggiavo tra la nebbia a un tratto ho rivisto Maria, ha frenato quando mi ha visto, mi ha fissato, ma forse no, non era lei, sono passati vent’anni da quando ci siamo visti l’ultima volta, possibile che non sia cambiata? (eccetera) è l’incipit e la storia procede, dico tra me: quando arrivo a casa la scrivo (cosa che non accadrà) sebbene manchi il finale (poteva essere un racconto lungo).
Poi, rincasando, mi viene in mente il titolo di questi giorni miei.
Senza perdere la dignità.
Occhio a non perderla, mi dico.
Non la perderò, costi quel che costi, mi rispondo.
Bene, concludo.
Fine del monologo-dialogato.
Il cane intanto, siamo vicini a casa, mi strattona, ché sta per correre dietro a un gatto.
Coglione, gli dico, non vedi che è Mioumiou, ossia il mio nostro gatto: ogni sera, lui, esce, per rincasare verso le quattro di notte, perché sa Mioumiou che io vado a dormire a quell’ora.
Se ne accorge anche il cane che è il mio-nostro gatto, e la smette di strattonare.
C’è nebbia, lo perdono.

segnalazioni e gramsci

Tre splendide poesie di Sandro Penna (… mi nasconda la notte)  su GraphoMania

Su Bastardo posto vi segnalo questa recensione (grazie Anna Maria).
Domani (lunedì) dovrebbe uscirne una su carta su Bari sera (lo dico per i pugliesi).

E’ in libreria l’ultimo libro di Luigi Bernardi, una raccolta di racconti dal titolo Niente da capire.
Bernardi prende le distanze dal genere giallo-noir, che è comunque il genere di cui è esperto. Tredici storie senza “il solito mistero” svelato magari dal solito commissario alternativo…

Nevica. Se mi passa il mal di testa mi metto a leggere Lettere dal carcere di Gramsci. Mi hanno regalato una edizione Einaudi del 1948, zeppa di appunti scritti da chissà chi. Libro già letto, quando avevo vent’anni. Rimosso completamente.
Buona domenica

Poi la mazzata

Sto andando al giornale, sono quasi le tredici (il martedì mattina e la domenica – ma non sempre – sono le mie pauese lavorative). Ho mangiato un pezzo di focaccia, bevuto due caffè.
La giornata è grigia-ma-non-troppo, non fa nemmeno freddo, è piacevole camminare. E io, per andare in redazione, faccio una strada alternativa: quella dove solitamente non incontro gente.
Non tanta, ma un po’ di fretta ce l’ho, e ho “cose” per la testa, e poca voglia di parlare.
E invece incontro C.
Siamo cresciuti insieme io e C.
Litigavamo sempre, spesso ci prendevamo a botte.
Crescendo, io e C., ci siamo frequentati, ma abbiamo tenuto sempre le distanze.
Diciamo che c’è dell’affetto tra me e lui, ma le incompatibilità son di più.
Andavo più d’accordo con suo fratello P., io.
Io e P. ci scambiavamo i libri di Salgari e le prime confidenze sui primi, timidi amori.
Era il mio grande amico, P., e nemmeno lui andava d’accordo con suo fratello C.
E mi spiace che P., da anni, viva lontano. So poco di lui, non usa internet, quel che so lo so da C., da suo fratello.
Comunque, sono in strada e vedo C.
Parliamo un po’ del più e del meno.
Poi la mazzata.
C. mi dice.
P. ha avuto… non è più lui, vegeta da alcuni mesi, non si riprenderà dicono i medici.
Io dico solo «cazzo» e mentre penso a P., ai pomeriggi interminabili passati a parlare e sognare anche, sento come in lontananza la voce di C., che è passato ad altro argomento.
Guardo l’ora: è tardi davvero.
Ciao C.
Ciao.
(Cazzo, penso. E non mi piace dire o pensare cazzo, ma tant’è)

un anno fa

Il silenzio fa bene, mi fa bene, ne sono certo. Talmente bene che, certe notti, ritardo il sonno per gustarne un po’ di più di silenzio, e ascoltare, in lontananza e se il vento lo permette, il rumore di un treno.
E mi piace il silenzio al risveglio. Assoluto. Silenzio, caffè, una sigaretta o la pipa, posta elettronica magari spalancando la finestra, se il clima lo consiglia.
I miei risvegli, da un anno, però, sono diventati rumorosi.
Sento un cosino che o mi tira i capelli o mi strattona il pigiama e che mi chiede cose.
Federico Libero detto Cico cammina, da un mese.
Ma al mattino gli è rimasta l’abitudine: di svegliare suo padre (a volte anche alle 7) e farsi portare davanti al pc per ascoltare musica e guardare le fotografie.
(Chiaro: non si fuma; oddio, la pipa gli piace tanto ma tanto; la prende, vorrebbe portarsela alle labbra, oppure cerca di usarla come fosse un martello…).
Guardando le fotografie, si ricorda meglio Cico. Per esempio del mare.
E quando due domenica fa, eravamo a Bari (cico e sua madre vengono sempre con me quando vado a presentare il libro), lo ha rivisto si è ricordato del mare d’agosto, di quello delle foto sul computer insomma. E si è incavolato Federico Libero detto Cico: ché voleva fare il bagno a tutti i costi.

Un anno fa nasceva Federico Libero (detto Cico).
Oggi faremo festa, dieci minuti, qui in redazione.
Verso le diciotto credo. Poi tornerà a casa e poi, dopo aver cenato, si addormenterà. Non faccio in tempo a vedere Cico quando chiudo il giornale (e mi viene in mente la canzone-presagio che cantavo a mia figlia Sonia, e scusa, scusa se ci vedremo poco e male); (e a volte – ma lui fa finta di niente – gli dico: da quando sei nato tu leggo di meno, scrivo di meno, fumo di meno, cazzeggio di meno davanti al pc; niente, se ne frega lui della mie lamentazioni).
Domattina però lo vedrò. Meglio: sentirò i suoi piccoli pugni sulla mia schiena, e il suo pigolio.