Due recensioni e prossime presentazioni

Ieri su Mangialibri, recensione di Bastardo posto

Oggi invece c’è questo articolo su Repubblica, Torino

Dopo le recenti presentazioni (a Martina Franca e Bari), le prossime presentazioni di Bastardo posto saranno:
– venerdì 18 febbraio, ore 21, a Sermide (Mantova), al Centro Auser in via Togliatti, 8, con Zena Roncada (Colfavoredellenebbie).
– sabato 26 febbraio, ore 18,30, a Bologna, alla libreria Irnerio, in via Irnerio 27, con Luigi Bernardi.
– martedì 22 marzo, ore 18,30, a Milano, alla libreria Centofiori, piazzale Dateo 5, con Laura Bosio.
– martedì 29 marzo, ore 21, a Santhià (Vercelli), nella biblioteca comunale, con Luigi Zai.

 

 

 

 

E poi.
Una delle mie case editrici preferite è senz’altro Marcos y marcos; su affaritaliani c’è questa intervista, che segnalo.

E poi ancora.
Questa intervista a Luigi Bernardi volevo segnalarla da tempo. Luigi dice cose diverse da quel che si legge nelle solite interviste, ed è schietto.
Ho finito di leggere il suo ultimo libro, Niente da capire, che presto sarà in libreria. Ne riparlerò.

Buona giornata

una lettera di rabbia

Non so quanto durerà ancora la mia permanenza alla direzione del giornale (molto dipende dalla libertà che fino a ora, magari litigando, i miei editori mi hanno concesso), non so se e quando pubblicherò ancora libri (molto dipende da Perdisa, dalla mia agente, da Luigi Bernardi).
E’ cosa questa che ho scritto in una lettera privata, pochi giorni fa.
Una lettera rabbiosa, anche. Incazzata.
E quando uno s’arrabbia finisce per vantarsi, anche; come ho fatto io.
A un certo punto, infatti, ho scritto: posso vantarmi d’essere sempre quello di trent’anni fa. Quando nella mia città vado nei posti dove quelli che sono conosciuti passano davanti a quelli che non sono conosciuti, bene, io resto tra questi.
Nulla di evangelico: beati gli ultimi una beata fava.
No: è che ho le allucinazioni, io, soprattutto se faccio la coda.

Mi è successo per la prima volta cinque anni fa. Allora.  Sono diventato direttore del giornale da poco.
Ho comprato due vestiti nuovi, anche abbastanza costosi, certo niente cravatta, e barba e capelli come sempre, sull’incolto, ché il pettine e le lamette mi danno sui nervi.
E vado a fare controllare la macchina (nuova, una chilometri zero presa a rate, però).
Attendo il mio turno, ho fretta, un meccanico mi ha appena detto che in un quarto d’ora mela caverò. E infatti è il mio turno, senonché.
Senonché, già.
Arriva un tipo, pure lui vestito nuovo, ma pure cravatta e auto di grossa cilindrata, che sorride al capo officina: basta un sorriso a volte; e il capo officina dice, fingendo che io non esista: Ma è lei dottore.
E il tipo mi passa davanti.
Cazzo, penso tra me e me, sono pure il dottore, e sono pure il direttore del giornale più importante, e scendo dall’auto, guardando di brutto il “dottore”, che continua a sorridere, e l’altro, che sorride come sorridono i servi.
L’allucinazione era in agguato.
Mi volto e mi vedo. Sono io a vent’anni, con una Fiat Cinquecento di terza mano, grigia. Ho la barba lunga, pantaloni e giubbotto di jeans. Un camicia di tinta unita, magari viola, magari blu, magari rosa, ché mi piacevano così.
(Che poi: se invece devo andare a lavorare in fabbrica ho i jeans e la blusa blu d’ordinanza, della fabbrica).
Mi ri-vedo, ri-vedo soprattutto i miei occhi: orgogliosi. Di chi non passerà mai davanti a nessuno.
Di chi andrà dal capo officina e dirà solo quel che c’è da dire: Non è giusto, toccava a me.

In questi cinque anni è successo spesso che qualcuno mi abbia detto, Poteva dirmelo, la facevo passare.
Mica sono stato lì a spiegare che quando sto in mezzo alla gente c’è sempre un ragazzo – fa l’operaio, sogna un mondo migliore – che severo mi osserva.
E se qualche rara volta magari l’ho tradito a quel ragazzo è stato per un attimo: e gli ho chiesto scusa, poi.

Questo ho scritto nella lettera.

Stefania, suggeritrice involontaria

Su Bastardo posto c’è questa recensione di Stefania Mola che è anche una mia cara amica ed è anche una lettrice dei miei libri quando sono ancora manoscritti.
Detto questo parto da lontano, dal mio primo libro, Il quaderno delle voci rubate. Lo feci leggere solo quando lo ritenni un libro fatto e finito, prima, quando era ancora da rivedere, era qualcosa da tenere sottochiave.
Torno a Bastardo posto.
Ho un comitato di lettura, io, adesso.
Ne fanno parte mia moglie, Francesca Rivano (che è una divoratrice severa di libri e che non ha il pallino della scrittura), la blogger, nonché esperta di cose letterarie, Zena Roncada, una mia cara amica che di professione fa la farmacista in ospedale, Mariapia Massa e, appunto, Stefania Mola.
Quando scrissi Bastardo posto, però, il comitato di lettura fu ampliato.
Feci leggere (praticamente mentre scrivevo) alla blogger Lucia Saetta, feci leggere, fu una delle prime, a Laura Bosio, scrittrice ed editor.
Se scrivo la colpa o merito è tutta di Laura, che lesse Il quaderno delle voci rubate e mi consigliò di continuare a scrivere.
Gente questa di cui mi fido: perché tutti (tutte: son donne) o prima o dopo mi hanno mosso critiche anche severe (ché i complimenti alla fin fine fanno solo male, tanto male).
Stefania Mola e Laura Bosio mi fecero dei complimenti, ma con qualche riserva sui personaggi (e quindi sulla struttura).
Ma i più erano complimenti: anche della casa editrice che doveva pubblicare il libro (ma poi le cose andarono diversamente) anche con altri addetti ai lavori.
Io però sentivo che c’era qualcosa che non andava: e non capivo cosa.
Finché un giorno, ta-ta-ta, vedo una mia collega  (fa la grafica) che, durante la pausa panino, sta leggendo un libro di King (ne aveva appena letto uno di Faletti). E’ una ragazza che non ha molto tempo per leggere, un libro al mese, anche due mesi, perché oltre al lavoro in redazione deve badare ai suoi vecchi che son malconci.
Le chiedo di leggere il manoscritto e di segnare con dei punti interrogativi tutti i passaggi poco chiari.
Lo fa, io prendo atto che sono un po’ troppi, ma prendo anche atto che il libro va rivisto, con una scrittura più popolare. A me non importa di piacere agli addetti ai lavori: mi interessa che il mio libro si capisca.
Dopo averci rimesso mano ripenso alle osservazioni, che coincidevano, di Laura Bosio e Stefania Mola: e modifico – ma a modo mio – il libro.
Ricordo che mandai una mail a Stefania, che ci restò anche male: non le andava quel tipo di revisione.
Quel finale.
Ma a me sì.
Insomma, stavolta questo libro ha dei debiti di riconoscenza.
E Stefania è stata una suggeritrice involontaria.

L’Indice e Martina Franca

Nell’ultimo numero de L’Indice, Mimmo Candito (reporter di guerra, scrittore, docente di giornalismo nonché direttore de L’Indice), parlando di Bastardo posto, dice che sì, un romanzo lo è, ma è, al contempo, un libro da portarsi dietro con altre “letture di comunicazione”.
Scrive Candito: Bassini mette al centro del suo romanzo un cronista tormentato e disilluso, una sorta di alter ego che lungo cinque notti (quasi una memoria tenue delle “notti bianche” traDostoevskij e Visconti) incrocia la propria storia con certe vicende misteriose e inquietanti che inchiodano la vita di una città di provincia a personaggi emblematici del nostro tempo d’oggi, dove sesso, sogni, redenzione e lotte ambiziose di potere distruggono ogni forma di possibile speranza.

Sabato presento Bastardo posto a Martina Franca (meglio: mi presenta Giorgia Lepore, archeologa e scrittrice), domenica a Bari.
Poi, il 18 di febbraio a Sermide, nella terra di Zena (Colfavoredellenebbie).

Bastardo posto recensito su Argo

La malvagità dell’indole umana pervade il romanzo, le tenebre ne sono una puntuale e appuntita metafora. Così come il manichino nudo e senza sesso, l’unico che non distoglie mai lo sguardo dalla strada. Niente sesso, niente bassezze umane, niente coscienza: l’unico modo per sopravvivere in un bastardo posto.Negli edifici sotto il portico ci sono le crepe nei muri; crepe che sanno di lenta logorazione ma che uniscono gli edifici e le loro storie come vecchie ferite. Qual è la partenza e quale l’arrivo, si chiede Limara, che non lo saprà mai. I personaggi feriti si muovono in atmosfere surreali, di notte sotto le crepe, feriti come i muri per vergogna, per paura, per amore, ma non solo.

Un passo della recensione, di Silvia Agogeri, apparsa su Argo.

L’intera  recensione.

E buone cose

la storia continua

Le vedo da lontano, sono le otto di mattina passate da pochi minuti. Ci son solo loro due, una ragazza sui trent’anni e una signora sulla cinquantina, e io, per strada.
Loro son ferme davanti al negozio della signora cinquantenne, io avanzo lentamente, la strada è in salita, sto fumando la pipa, ho appena preso il secondo caffè.
Quando mi avvicino sento che la ragazz dice: Ma come? Ma mi spiace, non dài.
E l’altra: No guarda, ho bell’e che deciso da tempo, io a capodanno sto da sola perché voglio stare da sola.
Passo, non badano a me. Vedo che si sorridono.
E mi lasciano la sensazione che ci sia dell’affetto tra loro.
E proseguendo mi immagino come va a finire il capodanno della signora.
Da quando scrivo – bene, male, così, non importa: scrivo- vivo così: vedo qualcosa che spesso resta, e poi la storia prosegue nella mia testa.
(No, dapprima ho pensato: per dire “Voglio stare da sola” – e in modo sereno, pacato e sorridente – vuol dire che la signora sta bene con se stessa, ché quando non si sta bene il modo migliore di far passare il tempo è far baldoria.
Poi no…: la storia è continuata in un altro modo mentre giravo per la piazza).

Il “suono” dell’acqua

A corto di parole. Anche per una sorta di pudore, ché magari mi metto a scrivere una cosa e poi mi vien (diciamo) da ridere per quanto poco importante sia quel che ho scritto.
Mi vien da ridere, ho scritto. Da piangere no, perché… non lo conoscevo così bene. La mia età, anzi due anni in meno. L’ultima e unica volta che l’ho visto sembrava spensierato. Macché: per sua moglie e per i suoi figli sapeva di avere i giorni contati.
Mi vergogno, insomma, a scrivere di libri.
Certo, la vita continua, c’è il momento per ridere e quello per piangere e quello per lottare.
Gli adulti sanno.
Io guardo mio figlio, il mio secondo figlio, Federico Libero, undici mesi.
Starebbe per delle ore a guardare l’acqua che zampilla da una fontana.
La vede e dice “oh”, e non batte ciglio.
E costringe pure me a guardare i giochi dell’acqua che sale verso il cielo, “oh”, e ridiscende e fa rumore, “oh”.
Rivedo qualcosa che avevo dimenticato, e risento quanto dolce sia ascoltare, per minuti e minuti, il “suono” dell’acqua.
Se la fontana non va Federico Libero piange.
Certo, diventerà adulto. Capirà. Ma ha ragione lui.

l’ombra di natale

Vedo un’ombra. Non so se di donna o uomo, non so che età abbia. Magari è un’ombra bambina, oppure no, è un’ombra di vecchio o vecchia.
E’ sola – questo sì, è sicuro – quest’ombra, in una stanza, e non so se ci siano altre stanze, magari abitate da persone, gatti o fantasmi, né so dire se fuori, oltre la finestra s’intravveda un lembo di mare o di monte o di pianura.
Fuori – anche questo è sicuro – il tempo è inclemente, e c’è pure un po’ di vento, adesso.
Quest’ombra si siede,  è un’ora imprecisata della vigilia di Natale, è un’ombra che ha deciso di concedersi forse un minuto forse un intero giorno e un’intera notte di pausa: nell’ombra.
Fissa il vuoto. Magari ricorda, magari piange, magari sorride perché stasera sarà una bella sera, magari sente una musica che solo lei, l’ombra intendo, sente.
A quest’ombra io dico buon natale.
E buon natale a chi passa di qua.

Due recensioni in un giorno solo

Su Mentelocale, recensione di Bastardo posto scritta da Alberto Pezzini.
E’ cosa breve.
Dà una lettura diversa sul finale del libro.

E poi, in bouvet et pécuchard, recensioni in disordine sparso, c’è questo su Bastardo posto.
(Scura non più Chiara è un gran bel titolo).

Fortuna che esiste la rete (per me), ché sui giornali ci finisco poco, io. Ma non mi lamento, giuro che non mi lamento. Che poi piove, è Natale quasi, sto lavorando e ho fame…