Il monastero della risaia

Allora, Bastardo posto (Perdisa Pop).
A gennaio faccio due presentazioni in Puglia: sabato 15 gennaio, ore 19, a Martina Franca nella sede dell’università popolare. Mi presenterà la scrittrice Giorgia Lepore.
Domenica 16 invece, a Bari, sempre alle 19, incontro (organizzato dalla Libreria del Teatro di Bitonto) alla Taverna del Maltese.

Oggi intanto SenzaPatria, un nuovo editore che si è già affacciato sulla scena (pubblicando, cito a caso, autori come Luigi Bernardi, Barbara Garlaschelli, Nicoletta Vallorani, Valter Binaghi) annuncia che è disponibile un mio racconto lungo: Il monastero della risaia.

Buona giornata

Nascosta nel negozio, di notte

Magari tra un po’, sta pensando Viola Rodesi, davanti al manichino vedrà, per un attimo, la sagoma ingobbita del geometra, un geometra dipendente del Comune, che, da quando è rimasto solo, certe notti le trascorre a passeggiare nervosamente, a testa bassa, avanti e indietro come un ossesso lungo i portici facendo rumore, coi tacchi sembra voler sfondare la pavimentazione di chiara epoca fascista o anche precedente. Era sposato, ha lasciato moglie e tre figli per mettersi con una ragazza giovane, sposata pure lei, non da tanto. La loro decisione di andare a stare insieme aveva provocato clamori, scintille e scandalo. Ma era durato niente, perché lei, dopo nemmeno un mese di vita in comune, l’aveva abbandonato per tornare dal marito, costretto su una sedia a rotelle da una malattia degenerativa. Il geometra da allora è disperato perché lei, oltre ad abbandonarlo, è arrabbiata con lui. Gli ha detto, urlato, che la deve lasciare in pace, per sempre.
Oppure, da un momento all’altro, può spuntare l’Eugenio, davanti al manichino; stasera potrebbe passare perché l’Eugenio passa solo se non fa freddo e se non piove; passa e canta, ad alta voce; una volta faceva l’idraulico, aveva famiglia. Poi la moglie si è suicidata e i figli l’hanno lasciato solo, e comunque non si sa se la moglie si sia gettata sotto il treno perché lui aveva cominciato a dar di matto o se invece lui ha cominciato a dar di matto e a cantare a squarciagola – ha la fissa del Barbiere di Siviglia – quando è rimasto solo.
Ci sono uomini feriti che passeggiano sotto i portici e le loro crepe. Donne no, non ne ha mai viste. Solo Marina, aveva visto di notte, ma Marina, così aveva saputo Viola Rodesi perché così si diceva in giro, era lì per sfidare Filippo Tuddia.
Le donne, ha pensato spesso Viola osservando passare davanti al manichino quei relitti che una volta erano uomini, le donne i loro peccati e le loro ferite le vivono in clausura; ma non lei, non Viola Rodesi, che da piccola giocava sempre coi maschi, e combatteva quando c’erano guerre con le cerbottane.

Brano tratto da Bastardo posto, Remo Bassini, Perdisa Pop, 2010

come finisce questa storia?

Insomma, erano sette anni, oramai, che non riusciva più a concludere, eppure ci provava tutte le sere, da dopo cena, per l’asattezza dopo il telegiornale su canale 5, fino alle due, anche le tre di notte a scrivere, mettere giù frasi, parole singole o avvinghiate tra loro, con tante virgole oppure ignude, ma niente, niente di niente, quell’ultimo capitolo, sia che scrivesse con il pc sia con la penna stilo che gli aveva regalato suo padre per la prima comunione, quell’ultimo capitolo, si diceva, non (gli) veniva come il resto del libro, ché il resto del libro era buono, lo sapeva lui e glielo avevano detto tutti quelli che l’avevano letto (gente che ne masticava di libri, mica lo aveva chiesto alla mamma e agli amici di infanzia, lui, un parere, che poi, che poi: aveva già scritto due libri, e due libri son due libri).
Poi però, attenzione, una sera incontrò Luisa, grandi tette e un culo ancor più ingombrante di un tir che ti taglia la strada, e fu un bell’incontro, ciao come stai? bene e tu? insomma, e che fai in giro a quest’ora solo? mah guarda, sgranchisco un po’ le gambe, e tu? io sono una golosona di caffè, cazzo anche io…
Alt, importante precisazione. Il fato aveva suggerito quell’incontro avvenuto per caso facendo sì che quella sera lui – dopo la bellezza o bruttezza fate voi di sette anni; e se sette anni vi sembran pochi provate provate… – uscisse disperato di casa dal momento che
a – era rimasto senza inchiostro per la penna stilo.
b – aveva esaurito le bestemmie dopo che un virus gli aveva impiantato il pc.
Fu lei che lo prese per mano, dopo un caffè, una pizza, un altro caffè e un altro caffé ancora, lo prese, dicevamo (no, forse meglio scrivere dicevo, o si diceva, ecco: facciamo si diceva alla toscana, maremma maiala) per mano e gli disse, con una voce attizzante: Casa tua o casa mia?
Mia, rispose lui (attizzatissimo).
E lei, appena entrarono, se lo scopò (diciamolo, perché per onestà si deve dire tutto, facendo anche una certa fatica).
Nacque una storia insomma, tra lui e Luisa e lui, quasi quasi, stava per dimenticarsi del libro perché, cavolo se gli piaceva, perché, diciamolo, a lui ogni sera piaceva strofinare il coso o tra le grandi tette di lei o tra le chiappe ingombranti (mi son sempre piaciute, pensava lui, le chiappe ingombranti) di Luisa…
A Luisa, però, tuttisticazzidipreliminari sminchiavano, sicché una sera gli rimise il coso tra le mutande e gli disse: Parliamo.
Occazzo, disse lui (parzialmente attizzato), vuoi mica metterti a parlare di letteratura?, ridendo.
Luisa seria: E perché no? Anche se ho solo un diplomino pensi che io non sia all’altezza di quei segaioli con cui ogni tanto parli al telefono?
(Oddio, pensò lui, prima che arrivassi tu il più segaiolo del gruppo ero io…).
Sta di fatto che quella notte invece di fottere (dopo tre ore di preliminari sbadigliati da parte di lei) lui le raccontò il libro.
Arrivato al capitolo che mancava le disse, Sai non riesco ad arrivare mai fino in fondo (e Luisa pensando al coso di lui annuì, o se annuì, ma tra sé e sé, ché Luisa era comunque una femmina sensibile sensibile, quasi sensibilissima).
Sta di fatto – il lettore scafato a questo punto se lo immagina, no? – che fu la Luisa che gli disse cosa doveva scrivere nell’ultimo capitolo e, a questo punto, il lettore scafato, ma io stesso che scrivo e non sono uno scrivente scafato, mica so di preciso come va a finire tra i due.
Vediamo un po’: chi muore dei due?
Voglio dire: se muore lei son cazzi per lui, che due tette e due chiappe ingombranti mica si trovano con tanta facilità, che poi, son chiappe pensanti più che ingombranti, oddio, si sa che le chiappe non pensano, va bé chi legge ha capito (Luisa se muore è un casino perché oltre al bendidioedellamadonna che si ritrova è una da ultimo capitolo), e se invece muore lui, bé sì, forse è meglio che muoia lui, magari facciamo un censimento su come farlo morire – morte romantica, morte scema e morte manzoniana, vale a dire bestemmiando per il gran male? – così almeno è uno scrittore in meno e un libro in meno che non se ne può più non se ne può.
PS Però facciamolo morire bene, magari di crepacuore mentre è indaffarato col suo coso tra le cose di Luisa (che sta leggendo, e nemmeno se ne accorge della di lui dipartita). Oppure mentre mangia la Nutella, senza star lì a cercare finali complicati.

sul pubblicare un libro

Allora, uno va nel sito di una casa editrice e legge le indicazioni per l’ìnvio dei manoscritti.
Per esempio.

Il gran numero di romanzi, racconti e poesie che arrivano ogni giorno in casa editrice è per noi motivo di soddisfazione, e ringraziamo gli autori della fiducia che ci dimostrano. Purtroppo però le nostre forze sono limitate e non ci permettono di leggere tutto con la dovuta attenzione né di rispondere in modo adeguato a chi ci scrive, per questo motivo vi preghiamo di considerare respinte quelle proposte che dopo sei mesi dall’invio del manoscritto non avessero ancora ottenuto risposta.
Ci teniamo a sottolineare che un rifiuto da parte nostra non implica necessariamente un giudizio di valore, perché dobbiamo rifiutare anche opere di indubbia qualità letteraria, se non altro per ragioni numeriche: quanti libri nuovi si possono pubblicare in un anno?
Il modo migliore per sottoporci una proposta editoriale è di inviarla in forma dattiloscritta, aggiungendo al testo una presentazione schematica dell’opera e una breve notizia biografica sull’autore. I manoscritti e altro materiale inviato spontaneamente alla casa editrice non verranno restituiti. Grazie della comprensione.

Ma aumenta sempre più il numero di case editrici che di indicazioni non ne danno: far leggere i manoscritti costa. Con gli stessi soldi si possono fare tante altre cose. E la maggior parte dei manoscritti, si sa, o sono scritti male (18 su 20?) o non sono considerati (99 su 100) meritevoli di pubblicazione.

Si dice che le case editrici – vecchio, trito e ritrito lei motiv – pubblichino i raccomandati, e certi autori (politici, giornalistici, cantanti, calciatori, spogliarelliste) già noti al pubblico, ma per altro.
Da quanto ne so io di raccomandazioni magari ce ne sono ma che vadano a buon fine non mi risulta; il personaggio già noto, invece, spesso è pubblicato.
Comunque.
Stanotte, rileggendo il mio vecchio blog ho letto un post di tre anni fa; scrivevo, vantandomene, di aver rifiutato l’invito di un editore a partecipare a una grigliata con qualche altro scrittore.
Altre volte mi pare d’aver scritto che non partecipo mai a premi, salotti, incontri.
Nulla di più sbagliato.
Chi vuole pubblicare deve conoscere, perché spedire un manoscritto senza essere stato segnalato o da un agente o da uno scrittore o, meglio, da un editor, è tempo perso o quasi.
Non sempre, ovvio: io, che ho semplicemte spedito, penso d’essere stato fortunato.

la nostra “cultura”

diceva che la nostra cultura è corruttrice; per questo, sosteneva, le migliori persone son quelle che non hanno fatto la quarta elementare.

Noi intellettuali tendiamo sempre a identificare la ‘cultura’ con la nostra cultura: quindi la morale con la nostra morale e l’ideologia con la nostra ideologia. Questo significa: 1) che non usiamo la parola ‘cultura’ nel senso scientifico, 2) che esprimiamo, con questo, un certo insopprimibile razzismo verso coloro che vivono, appunto, un’altra cultura.

Pier Paolo Pasolini

amica di un anno

La morte c’è, ricordatelo sempre, ma non aver paura di lei, pensa ai tuoi sogni.
Ci sei tu, amica di un anno, dietro a questa frase.

Io avevo ventisette anni, vivevo di fretta, avevo degli obiettivi, una scommessa da vincere. Laurearmi lavorando, laurearmi senza essere mai bocciato a un esame.
Avevo scommesso con me stesso: se mi bocciano a un solo esame prendo il libretto e lo distruggo.
Letteratura moderna e contemporanea, 28.
Psicologia dinamica, 30.
Storia medievale, 27.
Storia romana, 30.
Geografia, 29….
Il primo anno, lavorando in fabbrica, non c’è male, no?

Tu avevi diciannove anni.
Tutti trenta e lode il primo anno.
Latino, Greco e non ricordo.
L’anno successivo (per te il secondo) seguimmo un corso insieme, Glottologia.
Ricordo la prima volte che ti vidi. Pensai: cazzo ha questa da ridere sempre?
Non sapevo: avevi scommesso anche tu.
Che saresti vissuta, sopravvissuta.
Ma lei signorina, ti aveva detto l’oncologo, è sicura di arrivare a questa estate?
Eri sicura: volevi andare in Olanda e ci andasti.
Mi portasti un aquilone.
Ma restiamo a quell’anno, quando ti conobbi.

Un giorno a Torino, abbiamo un’ora buca.
Prima ci compriamo una focaccia, poi.
Che dici, facciamo due passi al Valentino?, mi dicesti.
E così fu.
Era primavera.
Mi domandasti, mentre raccoglievi un fiore: Ma tu li senti questi profumi?
Mica li sentivo.
E poi mi dicevi di quel che avresti fatto dopo la laurea (e io che pensavo al tuo medico, alla tua felpa, ché sotto c’erano i lividi per via delle flebo).
Hai vinto una grande scommessa amica che vedo raramente, a distanza di anni.
Ma mi insegnasti tanto, sai?
A pensare alla morte, sempre, e a non pensarci.

(Ma a quel medico hai raccontato che dopo 25 anni hai sempre voglia di andare in Olanda?)

breve dialogo rubato e il complimento

Una coppia, suppongo. Sui quaranta, forse più. Ipotizzo, dal momento che li vedo solo di spalle perché stanno camminando, davanti a me.
– Lei: Ma hai mal di stomaco?
– Lui: Perché dovrei avere mal di stomaco?
– Lei: Vedo che te lo stai toccando.
– Lui: E se mi tocco le palle cos’ho? male alle palle?
– Lei:  Che stronzo che sei.
A questo punto ho sorpassato.

Questo è successo mercoledì otto, dalle parti di un teatro dove il mio giornale aveva organizzato una manifestazione.
Alla fine della quale sono stato avvicinato da uno che mi fa:
– Mi raccomando continui così.
Penso: il solito complimento in offerta speciale.
Lo guardo, il mio sguardo è una sorta di invito a spiegarsi meglio, e infatti il tipo dice ancora:
– Continui a non abbassare la testa.
Spero si tratti di un complimento vero. Forse per un giornalista è uno dei migliori.

leggenda di natale

Non ricordo quanto lo pagai, forse 1500 lire forse 3000.
Facevo terza media, era Natale, il regalo che feci a me stesso fu Tutti morimo a stento (tristissimo) di de André.
E la canzone che più mi piacque fu Leggenda di Natale. Ricordo che la copiai sull’atlante di geografia, in fondo. In stampatello. Andavo malissimo in geografia.

LEGGENDA DI NATALE

Parlavi alla luna giocavi coi fiori
avevi l’età che non porta dolori
e il vento era un mago, la rugiada una dea,
nel bosco incantato di ogni tua idea
nel bosco incantato di ogni tua idea.

E venne l’inverno che uccide il colore
e un babbo Natale che parlava d’amore
e d’oro e d’argento splendevano i doni
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni.

Coprì le tue spalle d’argento e di lana
di pelle e smeraldi intrecciò una collana
e mentre incantata lo stavi a guardare
dai piedi ai capelli ti volle baciare
dai piedi ai capelli ti volle baciare.

E adesso che gli altri ti chiamano dea
l’incanto è svanito da ogni tua idea
ma ancora alla luna vorresti narrare
la storia d’un fiore appassito a Natale
la storia d’un fiore appassito a Natale

uno, due e tre

UNO.
Ha scritto tanti bei libri, gli ultimi due, nell’ordine di tempo, sono: Non ti voglio vicino, edito da Frassinelli, e Davi, edito da Senzapatria.
Sono contento di essere amico di Barbara Garlaschelli, che oggi mi ospita nel suo blog (e, su Bastardo Posto, Barbara scrive
è una brutta storia di provincia, di dolore, omertà e amore. Nessuno vince, in questo romanzo, e la giustizia non trionfa. Forse è per questo che, leggerlo, fa anche male.
In una scrittura dolente e poetica, Remo Bassini disegna personaggi che restano nella testa, anche molto dopo aver chiuso il libro.)
Ringrazio Barbara per aver scritto che a leggere Bastardo posto ci si fa male: io mi son fatto male, scrivendolo.

DUE.
Arriva una nuova casa editrice, e il mio amico Antonio Consoli spiega (su mio invito) come saranno i primi passi.
Valjean Edizioni è una micro casa editrice da combattimento, come amiamo definirla da queste parti. E’ nata nel luglio del 2010 e il suo piano editoriale prevede la pubblicazione di tre libri cartacei entro il 2011 – 2012. Ma Valjean è una casa editrice ibrida. I suoi libri vivranno anche in versione digitale, vivranno nella rete e si nutriranno di essa. Pur non avendo reclusioni o barriere di sorta, prediligeremo le narrazioni che siano in grado di raccontare il presente in tutte le sue declinazioni. Cerchiamo autori sensibili, appassionati, impegnati. Vogliamo scritture che costringano il lettore a riflettere e a porsi delle domande.

Tre le collane principali, dalla narrativa italiana e francese contemporanea alla saggistica. E un progetto di rivista che si concretizzerà entro i primi mesi del 2011.
L’indirizzo della casa editrice è:
http://valjean.it.

TRE.
Trent’anni dopo, avevo 23 anni la prima volta, mi ritrovo a fare il papà (preferisco babbo). Federico Libero, che ha dieci mesi, proprio in questi giorni comincia a camminare, seppure col supporto di una mano. Barcollando, riesce anche a fare due metri da solo. Per ora è cascata solo tre volte, o quattro.
Comunque.
Federico Libero mi ha fatto ricordare le canzoncine dimenticate: me le cantavano da piccolo e io poi le ho cantate ai miei fratelli, Silvia e Moreno, e a mia figlia Sonia.
Filastrocche che la mia mente aveva archiviato e che ora, invece, ha rispolverato.

questo è l’occhio bello
questo è tuo suo fratello
questa è la guancia bella
questa è sua sorella
(… poi basta, ché non mi ricordo più)
(questa invece dondolando il bimbo)
staccia minaccia
domani si fa la ciaccia
la ciaccia del bubù
prendi federicolibero e buttalo giù

oggi me ne sono ricordata un’altra

Din don domani è festa si mangia la minestra
la minestra non mi piace si mangia pane e brace
la brace è troppo nera si mangia pane e pera
la pera è troppo bianca si mangia pane e panca
la panca è troppo dura… si va a letto addirittura

Intervista sull’editoria

Cosa vuol dire, oggi, essere uno scrittore?
Due risposte, la prima. Io scrivo, ho al mio attivo cinque romanzi e altro (poca cosa) ma mi sento scrittore solo da poco tempo: da quando, cioè, riesco a resistere, ad avere un mio numero, seppur ristretto, di lettori. Una volta essere scrittori significava aver pubblicato uno o due libri, oggi, che escono 170 libri al giorno, è scrittore chi resiste. Chi quindi pubblica ed è presente in libreria.
Ripeto: è quindi scrittore chi riesce resistere.
Ma c’è una possibile seconda risposta (che preferisco): è scrittore chi scrive, e basta. Chi ha un manoscritto nel cassetto, chi ha una storia in testa, sono scrittori anche certi blogger (solitamente quelli che se la tirano di meno).
Insomma, oggi la parola scrittore significa ben poco, nonostante gli scrittori si riempiano la bocca nel pronunciarla. C’è un’offerta grandissima (tutti che scrivono) e poca richiesta (legge più nessuno oggi). Mi spiego meglio: è un po’ come un a strada con tante prostitute (scrittori) e poche auto (lettori) che passano. C’è un cazzo (scusate ma il termine è appropriato) da fare.

Che tipo di messaggio ritieni di trasmettere ai lettori?
Scrivo storie del mio tempo e contro il mio tempo.
Poi mi interessano altre tematiche: la morte e il sucidio, in particolare. Ma anche la nostalgia del 1900, di quando non c’era internet, insomma, eccetera.

Pensi che l’Italia possa offrire ancora scrittori degni di tale nome?
Per poter giudicare dovrei leggere tutto, o quasi tutto, quello che esce di nuovo. Io comunque – ma qui parlo come lettore – dico che nel panorama narrativo italiano ci sono voci interessanti.  

Gli scaffali delle librerie continuano a essere saturati da proposte insulse e banali, analogamente a quanto accade in televisione coi programmi spazzatura. Tale orientamento rispecchia davvero i gusti del pubblico?
Penso proprio di sì. Berlusconi, con la complicità della sinistra, è riuscito a rincoglionire un bel numero di persone. Oddio, ogni tanto mi domando: ma quelli che comprano Saramago lo comprano per leggerlo o perché fa fico?

Che spazio avrebbero, oggi, scrittori come Pavese, Calvino, Moravia, Pasolini, Gadda, Buzzati, Sciascia, Silone, Carlo e Primo Levi?
Certe case editrici come Marcos y Marcos oppure scrittori-editor come Luigi Bernardi (direttore di Perdisa Pop) e Giulio Mozzi (che collabora con Laurana) li pubblicherebbero, ne sono certo. Di altri non so dire, mai avuto nulla da spartire con Mondadori-Longanesi-Feltrinelli…

Esiste un modo differente dal compromesso per approdare alla grande industria editoriale?
Parlo di me, ora. Ho pubblicato con Mursia, Fernandel, Newton Compton, Perdisa inviando dei manoscritti in lettura, null’altro.
No un momento: ho anche speso un bel po’ di soldi per inviare manoscritti ad editori che non credo mi abbiano mai letto. Per farsi leggere, ma questo è comprensibile perché la case editrici sono sommerse da richieste, occorre che qualcuno ti presenti. Io stesso ho fatto segnalazioni alla Newton Compton, segnalazioni che poi son diventate anche libri. Ribadisco: a me non ha mai segnalato nessuno, quindi è sbagliato dire che l’editoria non legge le proposte editoriali. Diciamo che legge poco, che ne legge alcune, che legge in fretta. E che alcuni editori, magari piccoli, si fanno un bel mazzo per valutare i manoscritti. Insomma, è una situazione complessa quella dell’editoria.

La situazione stagnante dell’editoria italiana favorisce il proliferare degli editori a pagamento. Qual è il tuo parere in merito?
Che bisognerebbe cominciare a chiamarli stampatori a pagamento; gli editori son quelli che rischiano e che, nella peggiore delle ipotesi, non pagano le royalties.

Tanti scrittori inesperti cascano nelle grinfie di personaggi senza scrupoli, pronti a dissanguarli con promesse di servizi e promozioni che non potranno mai garantire: spesso non hanno neanche una rete distributiva. Nei casi più fortunati, l’autore ottiene delle copie che potrà rivendere ad amici e conoscenti, ma si renderà subito conto di aver buttato via i propri soldi. A volte, il libro non verrà nemmeno stampato. Molti scrittori noti ne sono a conoscenza ma, eccetto rarissimi casi (Umberto Eco ne “Il pendolo di Foucault”), preferiscono tacere. Non credi che “parlarne” sarebbe un modo efficace per arginare il fenomeno?
Parlarne bisogna, parlarne serve poco: se un ignorante-arrogante si crede Prosut c’è poco da fare.

Il filosofo-matematico Bertrand Russell annovera l’invidia tra le principali cause di infelicità che affliggono l’uomo e la considera un male endemico tra colleghi. È forse questo che rende gli scrittori affermati così indifferenti?
Non conosco scrittori affermati. Conosco dei bravi scrittori, che però so mica se son felici o indiifferenti. Posso dirti di me: sì, a volte sono stato invidioso.

Il problema, in verità, è più generale: una sorta di “nonnismo” diffuso nei confronti dei giovani – oggi dilagante attraverso nuove forme di sfruttamento (laureati assunti per tre mesi nei call center, contratti a progetto, etc.) – un fenomeno che riguarda non solo il mondo letterario, ma anche le professioni, il lavoro dipendente, la finanza, la ricerca (fuga dei cervelli), il giornalismo… Non pensi che i giovani potrebbero costituire una risorsa preziosa per il paese?
Allora, io conosco degli scrttori giovani che sono bravissimi (Sacha Naspini, Paola Ronco, Francesca Bonafini, Nadia Terranova) ma credo che essere giovani (o donna, o anziani) non voglia dire nulla. Il nonnismo io non l’ho mai toccato con mano. Piuttosto: ho la sensazione (e non solo…) che la case editrici tra un bel trentenne e un cinquantenne preferiscano il trentenne, ma questa è la diretta conseguenza del tempo che stiamo vivendo: siamo nell’era delle veline e del rincoglionimento, credo.

queste domande mi sono state inviate via mail da Pasquale Giannino di New Writing Factory