La sveglia suona verso le 9. Solitamente ho dormito cinque ore, a volte di meno. Colazione, pc per contrallare la posta elettronica, lavoro in redazione, ritorno a casa, ancora redazione, a volte fino alle 18, a volte fino alle 23, dipende.
Poi passo più tempo possibile col bimbo (Federico Libero proprio oggi compie dieci mesi), faccio una passeggiata col cane, mi piazzo davanti al pc (suppergiù dalle 23 all’una), mi sposto in cucina a leggere (fino alle quattro).
Certo, faccio unlavoro che è fatto anche di incontri: gente che viene, e che mi racconta. Di tutto.
Qualcosa finisce sul giornale, tante cose no.
Quest’anno poi è stato un anno bastardo: son venuti in tanti da me a chiedere se sapevo di un lavoro. Ho visto gente piangere, insomma. Posso fare niente, io.
Ma ho come la sensazione che la vita scorra lontano da me.
Mi mancano le sale di aspetto della stazione, mi mancano i bar di periferia dove andavo a rintarnarmi con un libro, mi manca il girare a vuoto di notte in macchina, e poi, e poi: soprattutto mi manca la strada.
Senza la strada mi restano i ricordi che, va bene, sì, possono aiutarmi a scrivere uno, due libri, ed è quello che ho fatto fin’ora (che se si esclude Bastardo posto i miei romanzi son tutti romanzi di nostalgie, anche se non solo) ma senza la strada son niente, io, son vuoto, insomma.
E non è che in strada uno deve incontrare chissà che: basta vedere, basta respirarla la strada.
l’ira (seconda perla)
un po’ di Giuseppe Giusti
(…)
Fossi Papa, scusatemi, a momenti
L’ira la metterei tra’ Sacramenti.
Cristo, a questo proposito, ci ha dato,
Dolce com era, un bellissimo esempio
(E lo lasciò perchè fosse imitato),
Quando, come sapete, entrò nel Tempio
E sbarazzò le soglie profanate
A furia di santissime funate.
sei solo… (prima perla)
Sei solo. Non lo sa nessuno. Taci e fuggi.
da
Il poeta è un fingitore
duecento citazioni di Fernando Pessoa scelte da Tabucchi
Gatti che fanno bestemmiare (la pioggia son le lacrime dei morti)
Sarà che pioveva quel giorno, quando io e Sonia (mia figlia) sotterrammo Lilli, sta di fatto che quando piove, nei giorni invernali, a me prima viene in mente una frase bislacca (la pioggia son le lacrime dei morti) e poi viene in mente lei, Lilli, la “sorellina” che ha dormito nel letto di Sonia per vent’anni, la gatta che però, quando sentiva che io ero sveglio, mi raggiungeva in cucina facendomi bestemmiare, perché o voleva saltare prima sulle mie ginocchia per poi adagiarsi sopra il libro che stavo leggendo o studiando, oppure perché voleva che io dividessi con lei il mio pacchetto di fonzie’s, che a me servivano, con marlboro e caffè, per star sveglio, mica per altro, “lasciami in pace Lilli, fammi studiare” le dicevo.
Quando è morta io non c’ero in casa, non vivevo più lì.
Ma l’abbiamo sepolta insieme io e Sonia.
E pioveva.
Ed era un giorno di pioggia come lo è stato ieri e come lo è ora.
Ora ho un gatto maschio, si chiama Miou Miou.
Non aspetta altro, lui, di notte: che io raggiunga il computer; così, poi, con l’insistenza dei gatti mi chiede o di uscire in cortile e, poi, quando rientra, i croccantini.
Solo gatti che fanno bestemmiare ho, io.
crisi
Ha ancora un sorso di vino nel bicchiere, il mio vecchio. Sta parlando, sta raccontando qualcosa, io però sono concentrato su quel suo bicchiere e so che se lo gusterà quel resto di vino e penso che mio padre è strano: alcune cose le cambia sempre (elettrauto, meccanico, elettricista, macellaio, banca dove è costretto ad avere un conto corrente per rivecere una piccola pensiona di quando faceva il boscaiolo in francia) altre invece no (il libretto di risparmio postale, sempre lo stesso posto dove andare al mare, ossia Follonica, e cantina sociale, che sta a Casorso, dove andare a prendere il vino, poi da imbottigliare).
Quando mi mette ad ascoltarlo mi son perso qualcosa…
Sta raccontando di essere stato in una concessionaria di auto (non so quale non so nemmeno il perché, dal momento che ha una Fiat Uno da vent’anni e forse più) e di aver visto una donna piangere.
Ha portato la sua macchina, una Punto del
(non ricordo l’anno, ero ancora piuttosto distratto)
con tredicimila chilometri, una bella Punto, ha chiesto quando gli davano e quando ha sentito che gli davano solo duemila euro si è messa a piangere…
Come si è messa a piangere?, interrompo
Oooh… (pausa), poi (altra pausa) è venuta da me e mi fa, me la prenda lei, me li darebbe duemilaecinquecento euro?
E tu?
Io mi sono scusato… non è per i duemilacinquecento euro, è che son vecchio, va a sapere quanto guido ancora, a me va bene la Uno, quando la Uno si ferma io piglio e vado in bicicletta
Ma piangeva?
Piangeva
E aveva bisogno di soldi?
Sììì (guardandomi torvo)
Ed era giovane?
Era giovane, sì.
E com’è finita?
Che ha accettato i duemila euro, che poteva fa’?, ma avessi visto come piangeva.
(Non ho poi fatto caso se e come abbia gustato l’ultimo sorso, il mio vecchio)
nel 1983
Sono a casa in malattia, non succedeva da dieci anni almeno, forse più. Tosse, febbre, che sta passando. La tosse no, fa resistenza, colpa, credo, anche delle troppe sigarette (oggi comunque vado di pipa).
Con tosse e febbre per anni sono andato lo stesso lavorare, comunque.
Con tosse e febbre penso sempre a due cose, io.
A quando ero ragazzo, mi ammalavo mai. Dal momento che perdevo sempre gli ombrelli che piovesse o nevicasse io percorrevo i due chilometri che mi separavano da casa a scuola in bicicletta, andando veloce e basta, arrivando quindi zuppo, ma andava bene così. E tanti pomeriggi giocavo a pallone in oratorio sotto la pioggia, non solo: m’arrabbiavo con quelli che preferivano non giocare.
La seconda cosa a cui penso è un anno, il 1983.
Lavoravo in fabbrica, e mi ero iscritto a lettere, a Torino. Frequentando.
La mia vita era: sveglia alle 6, treno alle 7, lezioni a Torino dalle 9 alle 11, poi treno da Torino a Vercelli, pasto veloce (solitamente una mozzarella o un po’ di verdura e un bicchiere di vino), poi pullman che mi portava in fabbrica, poi fabbrica per otto ore, poi pullman, poi mezz’ora con mia figlia, poi sveglio fino alle 3 di notte (avrei dormicchiato sul treno).
Ecco quell’anno: non beccai nemmeno un raffreddore. Volevo stare bene e stetti bene. Non persi una lezione dei quattro corsi che seguii (Letteratura moderna e contemporanea, Geografia storica, Psicologia dinamica, Storia Romana), non persi un giorno di lavoro in fabbrica.
Non solo. Io dal 1976 al 1980 ho avuto qualche crisi epilettica (malattia ereditaria, nel mio caso). I medici, oltre ai farmaci, mi diedero un’indicazione precisa: dormire almeno sette ore, avere insomma una vita regolata.
Bene, nel 1983 mi abituai a dormire 3-4 ore e fare brevi pennichelle di pochissimi minuti durante la giornata; mi ci abituai senza paura: sentivo che sarei stato bene.
Solitamente sto bene anche quando scrivo o riscrivo un libro. E quando qualcuno mi chiede “dove lo trovi il tempo?” io, anche in questo caso, ripenso al 1983.
Certo, non credo di aver mai visto la televisione quell’anno, e la domenica era un giorno di clausura sui libri, e che fosse primavera me ne accorgevo guardando la finestra, ma tant’è.
E buona giornata
PS Ne scrivo con orgoglio del 1983; so bene che chi si loda s’imbroda ma è un pensiero costante che mi fa bene tenere a mente.
tre cose su Bastardo posto
Due, anzi tre cose su Bastardo posto:
1 – la recensione che ha scritto Milvia Comastri nel suo blog.
2 – dal sito di Perdisa, le prime pagine del libro, per chi volesse leggerle
3 – e questa settimana esce una mia intervista su Left
Rispetto agli altri mie libri su Bastardo posto ci son poche cose, sia su carta che in rete.
Credo però (è un credo dubitativo) che al libro possa aver giovato il passaparola che c’è stato su Facebook; anche perché negli ultimi tempi gli accessi a questo blog sono raddoppiati.
Non mi lamento, quindi.
Farò altre presentazioni, inoltre.
Domenica 12 dicembre a Trino Vercellese.
A metà gennaio 2011 a Martinafranca e a Bari.
Sempre a gennaio (data da definire), a Livorno Ferraris (altro centro vicino a Vercelli).
A fine febbraio a Sermide.
E adesso, con una buona dose di mal di testa causa il troppo fumo e il troppo poco sonno, mi metto a lavorare, che è una giornataccia, oggi.
Fortuna che c’è unpo’ di sole.
Buona giornata
brutta bestia la cronaca nera
Una volta, insomma quando ho iniziato io, non c’erano regole: e, alla faccia della privacy, sui giornali si scriveva di tutto.
Oggi – almeno per me – il confine tra cosa si può scrivere e cosa invece non si può scrivere è nebuloso. Col risultato che alcuni colleghi sono stati condannati con motivazioni assurde, col risultato che tanti altri colleghi preferiscono non rischiare e arrivare al 27.
E’ successo questo nella mia città. Un commerciante è stato denunciato: palpava le sue commesse.
I giornali ne hanno dato notizia, senza nome.
Stamani un piccolo giornale (concorrente al mio, che a Vercelli è il più letto) esce con alcune interviste (anonime) ad alcune commesse palpeggiate e, a caratteri cubitali, in prima pagina è comparso questo titolo (vado a memoria): Ci toccava il sedere.
Oggi ricevo una mail personale. Un lettore, indignato, mi dice che è stato sbattuto il mostro in prima pagina, mi dice che articoli di questo genere non sono certo… evangelici.
Gli ho risposto dicendogli che, uno, quel titolo non garba nemmeno a me, due, che, due, il rischio di sbattere il mostro in prima pagina lo corrono tutti i giornali che fanno cronaca nera e che, tre, la notizia del commerciante palpeggiatore era giusto darla.
Senza nome e cognome del molestatore?
Questo sì che è un gran quesito (rispondete, se volete, vi leggerò, ma non credo che commenterò).
Una decina di anni fa, forse dodici, sempre nella mia città successe questo. Un tipo cominciò a ricattare una dipendente di una cooperativa che faceva le pulizie dove lui lavorava.
Lei lo denunciò e i carabinieri lo arrestarono mentre stava per tirarsi giù i pantaloni.
Fu arrestato, i giornali pubblicarono il suo nome e il suo cognome.
Lui, dopo aver ammesso tutto, invece di tornare dalla moglie e dal figlio andò a gettarsi sotto il treno.
Gran brutta bestia la cronaca nera.
Un conto sono le minacce dei potenti: di quelle un buon giornalista non deve o non dovrebbe curarsi.
Un conto è la propria coscienza.
A un mese esatto dall’uscita di Bastardo posto
Reggio Emilia, incontro nello spazio espositivo con più scrittori: c’era Michele Giuttari, c’era un caporedattore de Il Giornale che la sera prima aveva litigato ad Annozero, c’ero io: 15 persone ad ascoltarci, mogli comprese.
Vercelli, cento persone circa, forse novanta.
Alessandria, Livorno, Torino: una media di dieci persone a presentazione.
Roma, venticinque persone.
Recensioni, diciamo, importanti: Pulp, su carta, e La poesia e lo spirito, in rete.
La prossima settimana esce una mia intervista su Left.
Domani, domenica, Alberto Gaffi mi intervista nel corso della sua rubrica culturale, Carta vetrata, a Radio città futura.
La casa editrice comunque è soddisfatta: dopo nemmeno venti giorni dall’uscita del libro non c’era più magazzino e, quindi, era stata ipotizzata una ristampa.
E poi. Non passa giorno che, o su Face o sulla posta elettronica, qualcuno mi scriva per dirmi o che lo ha preso o che lo ha letto.
Alcuni invece, soprattutto dal sud (specie dalla Campania) mi dicono che il libro non si trova.
Chiaro: se il libro lo avesse editato la Newton Compton (così doveva andare, così non è andata) magari avrei ottenuto maggiori riscontri.
Più vendite, probabilmente, qualche recensione in più? Non so, ché l’ufficio stampa di Perdisa funziona, e bene.
Ieri, alla presentazione del libro che ho fatto a Torino, ho raccontato come sono arrivato a Perdisa.
Allora, il 27 gennaio di quest’anno concordo con la Newton Compton la rescissione del contratto.
Lo stesso giorno invio il libro in lettura a: Sironi, Stampa Alternativa, Perdisa, Elliot, Marcos y marcos.
Mando una sinossi e il file. Dico che il libro doveva uscire per la Newton che però, viste le poche prenotazioni (850, nell’aprile 2009) aveva rimandato senza poi ritentare.
Luigi Bernardi, direttore editoriale di Perdisa, è il primo a leggere Bastardo posto. Batte tutti sul tempo. Oddio, parrebbe ben intenzionata anche la Marcos y marcos, che per me è una delle migliori case editrici italiane. Massimiliamo Governi (allora editor di Elliot) mi risponde che lo leggerà, nessuna risposta da Sironi e Stampa Alternativa.
Bernardi mi propone anche una data di uscita: 13 ottobre 2010.
Mi consulto con la mia agente, Juliane Roderer, che è tedesca.
Mi dice che Marcos y marcos è una gran bella possibilità, ma mi dice anche che il nome di Luigi Bernardi è una garanzia, anche sul mercato straniero, e quindi va bene così, Perdisa insomma.
Sono soddisfatto, ora, di questa scelta.
L’ho sempre detto, almeno qui, in questo blog, e agli amici: non mi interessa il grande editore, mi interessa l’editore serio.
Anche perché, così pare, il mio destino si incrocerà con Marco y marcos; ma ne parlerò a tempo debito.
A fine mese, comunque, per Senzapatria uscirà una mia farsa anticlericale dal titolo, Il monastero della risaia.
Resta invece da vedere che fine farà il mio sesto romanzo, Vicolo del precipizio. In lettura da Perdisa, per ora.
Insomma, questo è un primo bilancio (sincero, credo) a un mese esatto dall’uscita di Bastardo posto.
su Bastardo posto
Venerdì presento Bastardo posto alla libreria Massena 28, a Torino.
Si comincia alle 18,30, mi farà qualche domanda Isabella Novelli, giornalista.
Domenica alle 10,45, per una ventina di minuti sarò ospite della trasmissione Carta vetrata, condotta da Alberto Gaffi, che è anche un editore (che ha letto il mio libro), su Radio città futura.
E sono stato intervistato da Left, ma non so ancora quando pubblicheranno.
lo stipendio da scrittore
Sì, io lo scrittore a tempo pieno lo farei.
Vivere di scrittura, però: quanta gente ci riesce?
Sul blog di Loredana Lipperini c’è stata questa interessante discussione.
Estrapolo dal post la cosa che più mi è piaciuta. Questa.
(Son cose scritte da Raffaella De Santis e Dario Pappalardo per Repubblica)
C´è chi un mestiere non vuole proprio abbandonarlo. È il caso di Cristiano Cavina, che racconta la provincia emiliano-romagnola dove vive in romanzi come Nel paese di Tolintesàc (Marcos y Marcos), 30 mila copie vendute. «Se mi chiedono che lavoro faccio, dico il pizzaiolo», spiega. «Eppure con un libro ogni due anni riuscirei a vivere, soprattutto se accettassi anche altri lavori che rifiuto: articoli e sceneggiature. Per ogni titolo prendo un anticipo di 40 mila euro, poi ci sono gli incontri: ogni partecipazione mi viene pagata 300 euro, ma nelle scuole e nelle librerie degli amici vado gratis. Però non abbandonerei mai il mio posto al forno della pizzeria. Diventerei un pallone gonfiato. Per me è importante ricordarmi da dove vengo. Vivo ancora in affitto nell´appartamento delle case popolari dove sono nato. Gli aiuti agli scrittori? Non mi piacerebbe che lo Stato ci aiutasse. Lavorare davvero è più utile».
Tra i commenti, invece, scelgo questo di Valerio Evangelisti.
Conduco una vita soddisfacente, non mi manca nulla. Mi definirei benestante. Certo, bisogna scrivere molto e sempre. Sono altrettanto importanti, naturalmente, la forza dell’editore, le capacità dell’agente letterario, il tipo di narrativa cui ci si dedica, ecc.
Mi stupiscono le lamentazioni di alcuni miei colleghi, molto più famosi di me e tradotti in tutto il mondo. Forse hanno bisogni superiori a quelli che ho io. O, più semplicemente, dicono bugie.
Torno a me, alla mia frase: Potessi, vivrei di scrittura.
Lo farei, in primo luogo, per avere quel tempo che ora non ho. Ora lavoro dieci, a volte otto ma a volte dodici ore al giorno, e il tempo che mi resta per leggere libri, studiare, leggere manoscritti, scrivere è poco. Lo ricavo di notte, ché sono abituato a dormire poco, cinque ore mi bastano e avanzano, lo ricavo dai festivi, dalle ferie.
Quanto vorrei guadagnare, io.
Quanta guadagna un operaio metalmeccanico. Quando lo ero per davvero, metalmeccanico, punto primo facevo un lavoro che mi sottraeva più tempo di adesso e, punto secondo, facevo un lavoro che non mi piaceva.
La fabbrica può piacerti un mese, due, sei, poi l’alienazione la senti scorrere nelle tue vene, e non c’è bisogno di leggere Sartre per capirla.
Guadagnassi 1300 euro al mese scrivendo magari farei altro per arrotondare, lavori umili, mica intellettuali.
La mia scrittura ha bisogno di essere a contatto con la vita, i posti di lavoro, i bar, i treni, le sale d’aspetto; e le biblioteche, anche.
A Livorno
Malconcio sto lavorando, malconcio domani sarò a Livorno per presentare Bastardo posto.
Non so se sarò solo, ché anche il piccolo s’è beccato un po’ di questa influenza intestinale.
La presentazione avverrà nella libreria La gaia scienza, a partire dalle ore 18,30.
Malconcio riprendo a lavorare in una redazione malconcia e falcidiata dalle assenze.
Non vedo l’ora di chiudere il giornale, tornare a casa, mangiare del riso in bianco, bere tè, piazzarmi davanti al pc.
A volte basta poco.
