domani forse piove

C’è un bel sole oggi ma quelli che lavorano con me dicono che domani piove, perché così dicono le previsioni del tempo. E domenica pure (e pensare che io domani volevo fare un salto a Genova).
Non le guardo mai le previsioni del tempo, non le sopporto. Mi piace svegliarmi, sentire la pioggia e cristonare perché chissà dove ho messo l’ombrello, oppure sorridere come uno scemo in direzione del cielo.
Comunque le previsioni del tempo a volte non ci azzeccanno e quando non ci azzeccano ne son contento.
Poi.
Tramite fecebook (dal profilo di Antonio Prudenzano) ho appena scoperto un blog che, punto primo, non conoscevo, punto secondo, mi pare interessante, punto terzo, segnalo a tutti coloro che si cimentano con la scrittura.
La vera editoria, si chiama.
Leggete questo post, per cominciare.

Aggiornamento: il blog in questione è per davvero interessante.
Leggete anche questo post (intanto il sole è andato via…).

L’indiano e la cosa bruttissima

Vita di redazione / 2
Una mia vicina di casa nei giorni scorsi mi dice: Alcuni miei parenti ospitano un indiano, che per la prima volta è qui a Vercelli, le interessa per il giornale? Magari un’intervista…
Vede, la signora, che non sono troppo entusiasta della cosa: di indiani, magari interessati alle risaie del vercellese, ne vengono spesso.
Poi. Sempre nei giorni scorsi un collaboratore del giornale mi aveva chiesto un incontro.
Ho un problema, mi aveva detto, ho invitato dieci indiani e loro vorrebbero tanto andare a Roma a vedere il Papa, è la prima volta che vengono in Italia, forse l’ultima. Il mio collaboratore mi aveva quindi domandato se ero disposto ad aprire una sottoscrizione per pagare l’aereo da Milano o da Torino per Roma, così da pagare il viaggio ai dieci indiani.
Gli avevo detto di no; spiegando che le sottoscrizioni sono quasi sempre mirate a bimbi malati, o a casi disperati.
Il mio collaboratore (scrive da un paesino , deluso, aveva aggiunto: Ho provato a chiedere anche in Vaticano, mi dice, ma mi hanno risposto picche.
Te pareva. dico.
Ma torniamo all’indiano della mia vicina di casa. Stamani vengo a sapere che effettivamente è un indiano: un capo della tribù dei Piedi Nero, un pellerossa insomma.
Cazzo, ed è già partito.
Certo che lo avrei fatto intervistare. Gli avrei fatto chiedere cosa pensa di film come Balla coi lupi o, meglio, come Soldato blu.
E magari gli averi fatto chiedere (ma forse forse avrei voluto intervistarlo io) se ha letto il bellissimo libro di Vittorio Zucconi dedicato a Crazy Horse, Gli spiriti non dimenticano.
Del libro ricordo un particolare: che la Chiesa smise di mandare missionari tra i Sioux perché succedeva che invece di convertire si convertissero alla religione del Grande spirito.
Ero dalla parte dei pellerossa, io, da ragazzo. Sempre. E lo sono ancora.

Ieri sera mi arriva un SMS. E’ di uno dei sette giornalisti della redazione, “lo sportivo”.
Leggo: è successa una cosa bruttissima…
Vado avanti a leggere: è morta una bimba di due anni, quando aveva due mesi le avevano diagnosticato un tumore al cervello; le cure al Meyer di Firenze non sono servite.
Il giornalismo di provincia è (anche) fatto di queste così.
Sei “più dentro”.

Gli angeli esistono, a volte

Vita di redazione.
Chiedono di essere ricevute da me, sono giovani, timide, gli abiti lisi.
Vorrebbero che il giornale si occupasse del loro caso: stanno per essere sfrattate, questione di giorni, e non sanno dove andranno a vivere.
Poi mi raccontano un po’ della loro vita, del padre che ha perso il lavoro, dei debiti, della mamma che è morta.
Va bene, dico, uscirà un articolo.
Senza il nostro nome?, domandano.
Senza il vostro nome e cognome, dico.
Prima di andare, ormai sono in piedi, la sorella più grande dice alla minore: Ti va di fargliela leggere?
A testa bassa, vergognosa, la ragazzina, fa le medie ha tredici anni, me la porge (e mentre me la porge la sorella più grande, un po’ agitata, mi dice: L’ho trovata io, tra i suoi libri).
Dopo averla letta sono io che faccio una proposta: Posso pubblicarla, naturalmente senza il vostro nome?
Senza il tuo di nome, aggiungo, guardando la più giovane.
E’ una lettera che lei ha scritto alla mamma, morta da anni.
Dice mamma che stai in cielo aiutaci tu, eccetera eccetera.
Il mio giornale pubblica la lettera, e questa storia, per fortuna, è a lieto fino, anzi no, ha un doppio lieto fine.
Primo lieto fine: una signora, dopo aver letto l’articolo, ci telefona.
Almeno le due sorelle posso ospitarle io, la mia casa è grande, dice.
Secondo lieto fine. Si fa viva la padrona di casa. Aspetterà, ha letto anche lei l’articolo, niente sfratto immediato. Forse non sapeva…
Non sono più venute in redazione le due sorelline: anche se ho difficoltà a scriverlo credo proprio che la loro mamma badi a loro.

Bastardo posto sul sito di Franco Abruzzo

L’hai studiato l’Abruzzo?
Cazzo, gli esami all’università erano niente al confronto.
Però “l’Abruzzo”, testo sacro che i giornalisti praticanti devono studiare per sostenere l’esame da Professionisti, è una sorta di bibbia, certo, da aggiornare, ma da riconsultare poi, quando fai il mestiere.
L’Abruzzo per la verità si chiama “Codice dell’informazione
e della comunicazione” ed è, appunto, opera di Franco Abruzzo,” voce” dei giornalisti italiani.
Giornalista, scrittore, docente universitario, sindacalista: la sua biografia la trovate qui sull’apposita pagina del suo sito.
Sempre nel suo sito – e lo dico con orgoglio – ci sono, da oggi, due recensioni di Bastardo posto: quella di Laura Costantini, pubblicata sulla pagina di cultura del Corriere nazionale, Scrittura e pensieri (curata da Stefania Nardini) e quella apparsa giorni fa su Il Fatto Quotidiano (il giornale di Marco Travaglio, insomma).
Le recensioni le trovate qui.

A parte Bastardo posto, il sito di Franco Abruzzo – che è una miniera di informazioni per chi fa il giornalista ma è interessante anche per chi giornalista non è – per me è una lettura quotidiana o quasi, dipende dagli aggiornamenti, che a volte sono più d’uno nell’arco di una giornata, di Franco Abruzzo.
Da oggi, insieme alle ultime sul Corriere della Sera, sui giornali stranieri, e sulle assemblee infuocate al Sole 24 ore, c’è anche qualcosa sul mio romanzo, del resto Abruzzo ospita spesso recensioni di libri scritti da giornalisti.

Sermide, poi Bologna, poi Milano

In questa pagina, della casa editrice che ha pubblicato Bastardo posto, cioé Perdisa, c’è il calendario, con tutte le informazioni, delle presentazioni dei libri Perdisa nei prossimi due mesi.
Domani, quindi, sarò a Sermide mi presenterà Zena Roncada, la blogger nota con il nick Colfaredellenebbie.
Zena è, insieme a Stefania Mola e altre due persone, la persona che meglio conosce tutto quello che ho scritto; non solo: degli ultimi due manoscritti (La donna che parlava con i morti e Bastardo posto), Zena mi ha fatto una sorta di pre-editing.

Sabato prossimo, invece, sarò a Bologna, per una presentazione che è stata organizzata, ma forse sarebbe meglio dire “fortemente volute” da Milvia Comastri (blog Rossiorizzonti) e Anna Maria Riva, addetta stampa di Perdisa. Sabato, prima della presentazione farò un corso nel circolo culturale Armonie e verrò intervistato da radio Città del capo, giornata piena insomma.
Mi presenterà Luigi Bernardi, scrittore, editor, “anima” di Perdisa.
Quando, all’incirca un anno fa, ottenni la restituzione di Bastardo posto dalla Newton Compton (casa editrice che avrebbe dovuto pubblicarlo), inviai il manoscritto ad alcune case editrici, cinque per l’esattezza.
Una non mi rispose (eppure è gente che conosco), una disse no grazie dopo due mesi, una disse Mi interessa, una disse Mi interessa e posso pubblicarlo agli inizi del 2011, Bernardi disse, Mi interessa e lo pubblico a ottobre 2010.
La casa editrice che mi aveva detto Mi interessa e posso pubblicarlo agli inizi del 2011 è una delle case editrici che preferisco, scelsi però di far uscire Bastardo posto con Perdisa che per me significa Bernardi. Lo conoscevo da un anno circa, mi piaceva il suo modo di fare. E sono contento di lavorare con lui anche perché da lui ho solo da imparare.
E’ appena uscito il suo libro, Niente da capire, che ho recensito.

Poi a marzo ètesenterò Bastardo posto a Milano, libreria Centofiori (ne dirò quando sarà ora). Mi presenterà Laura Bosio.
Correva l’anno 1997, io avevo scritto Il quaderno delle voci rubate: e non sapevo dove sbattere la testa. E non sapevo, soprattutto, se era il caso di continuare a scrivere oppure no.
Laura Bosio, allora, aveva appena pubblicato il suo primo libro per Feltrinelli (I dimenticati) e stava cominciando ad essere apprezzata com editor. Viveva a Milano, vive a Milano, ma a Vercelli tornava e torno. Sapevamo ognuno dell’esistenza dell’altro. Così un giorno mi decisi, e le inviai il manoscritto de Il quaderno delle voci rubate. Mi rispose qualche mese dopo, telefonandomi. Mi diede delle dritte sul libro, mi disse che dovevo scrivere, e fu molto convincente. Prima di lei avevo avuto giudizi lusinghieri di parenti e amici, ma non mi ero fidato. Se scrivo lo devo a lei, ché se lei avesse detto che Il quaderno non era un buon libro io avrei smesso non dico di scrivere, questo mai, ma di proporre cose mie alle case editrici.
Laura Bosio ha letto Bastardo posto quando era solo abbozzato.

Tre preentazioni dunque, poi seguirà una quarta a Santhià, che è poco distante da casa mia, con tre presentatori particolari.

Maria Lucia

L’abito non fa il monaco nemmeno nell’editoria. La bontà di un libro, insomma, non la fa il marchio stampato in copertina.

Maria Lucia Riccioli ha scritto un libro, pubblicato da Perrone.

Ho conosciuto Maria Lucia, di persona, qualche anno fa, a Siracusa, dove vive. Poi l’ho letta, quando ha partecipato, in questo blog, ai racconti a quattro mani.
Mi piace come scrive, mi piace (anche se non c’entra) come persona Maria Lucia Riccioli.
Io del suo libro ho letto l’incipit, qualche pagina, la quarta di copertina.
E così, a scatola chiusa, mi sento di consigliarlo.
E un grande in bocca  Maria Lucia.

Zia d’america (e pezze al culo)

E’ morta la mia zia d’america.
Fu lei a scattare la prima fotografia dove mi si vede con babbo e mamma. Loro hanno trent’anni, io meno di due. Siamo a Sant’Angelo, Cortona.
Mia zia, dicevo.
Se ne andò da Cortona con, come si usa dire, le pezze al culo, tornò da signora con, come si usa dire, la puzza sotto il naso.
Se ne andò da Cortona perché mio nonno, che aveva giocato e perso a carte la casa e il podere, aveva bisogno di soldi per cercare di ricomprare quel che aveva dilapidato giocando a scopone. Non servì: perchP mio nonno perse tutto e lui e i suoi figli da poveri agricoltori divennero poveri mezzadri; lei, invece, divenne la zia d’america. Negli anni cinquanta, sessanta e settanta, con suo marito, un istriano di nome Gus che aveva conosciuto in Francia, è stata proprietaria di un ristorante a New York.
A Cortona è tornata definitivamente una ventina d’anni fa.
Ho tanti ricordi di lei.
Anni settanta. Lei e il marito arrivano a Cortona con – addiritttura – una valigia piena di sigarette, regalo per i miei zii e mio padre, grandi fumatori. Era bello vedere il colore di quei pacchetti di sigarette e vedere il volto dei miei zii, sembravano me davanti alla Nutella, che si pregustavano grandi fumate. Macché, ne accesero di una marca, di due, di tre: non sapevano di niente quelle sigarette, ché loro erano abituati a fumare il trinciato forte e, nei giorni di festa, le alfa o le esportazioni senza filtro.
Ricordo che una volta mi regalò un dollaro con il volto di Kennedy: la persi e mia madre mi sgridò.
Ricordo che quando parlava di poltica i suoi fratelli scuotevano la testa, non la riconoscevano più: ché parlava male dei comunisti e dei negri.
Ricordo che raccontò di una rapina, nel suo albergo. A mano armata. E originale. I malviventi, appena entrati con volto coperto e pistole puntate su clienti e camerieri, oridinarono agli uomini e alle donne di togliersi pantaloni e gonne.
Ricordo che – anni novanta – si vantava di avere ancora tutti i suoi denti sani. Ma ricordo anche che un mio parente le disse che non era vero, e in effetti aveva ragione lui: aveva impianti e capsule.
Ricordo che – fine anni novanta – fu ricoverata all’ospedale di Cortona. Divenne famosa. Appena si svegliava faceva ginnastica, tra lo sguardo divertito e sarcastico delle altre vecchine ricoverate con lei.
Ricordo che quando rideva rideva come un’americana: sguaiata.
Anche suo marito, Gus, me lo ricordo che ride come un matto: diceva delle emerite stronzate (per esempio: strofinando una sua scarpa sul pelo di un cane, gli diceva: Lucidami la scarpa, aha ,aha, aha, aha) ma rideva solo lui.
Ricordo che quando, sto tornando agli anni settanta, disgustata, parlava dei negri mio padre – che adesso è a Cortona, tra qualche ora la zia d’america, cioé sua sorella, viene sepolta – le disse, come si usa dire: e non ti ricordi che anche tu una volta avevi le pezze al culo?