Finale con l’e-book

con l’e-book dei

Racconti a quattro mani, 21010

Il prossimo anno si replica con due varianti:
– commenti in moderazione
– una giuria esterna che affiancherà i partecipanti-votanti; la giuria, però, avrà un “peso specifico” maggiore

Grazie a t. che ha realizzato l’e-book, grazie a mario bianco per la copertina, grazie a tutti.

buona giornata

PS Il link con il pdf dei raccontyia4mani 2010 si troverà sempre in prima pagina, nel colonnino dei link, sotto la voce e-book

A 4 mani, ecco tutto

Annalisa Ferrari – Donatella Righi Contrazioni 86
Piera Ventre – Nicoletta Buonapace Il primo figlio 69
E.l.e.n.a – Bobboti Complesso vocale 59
Sandra Mazzinghi – Fabrizio Tummolillo Due zone diversamente influenzate 40
Francesca Ramacciotti – Gloria Gerecht Take away 38
Paola Mattiazzo – Cristina Vezzoli Anni sereni 36
Luciano Celi – Francesca E. Magni Antiferesi 30
Euro Carello – Daniele Gouthier La Confraternita della bañacauda 26
Sandra Mastore – Remo Bassini L’ultimo giorno 20
Bobboti – Marosit Il tempo necessario 17
Anfiosso – Irene De Sanctis Il mio amico Osvaldo 17
Cristina Bove – Fausto Marchetti La casa del mais 14
Sonia Sacrato – Morena Fanti Strategie di mercato 14
Maria Lucia Riccioli – E.l.e.n.a Beautiful monster 12
Milvia Comastri – Cristina Bove Istantanee d’anniversario 8
Melania Ceccarelli – Fausto Marchetti I giorni difficili 8
Laura Calì – Marinella Scordo Duevoci 6
Francesca E. Magni – Andrea Blasina Wisteria 3
Anna Maria Curci – Marta Forno Andirivieni 1
Silvia Nottoli – Daniela Poesini A caccia di arcobaleni 0
Susanna Bonaventura – Simonetta Bumbi E poi 0

Racconti a 4 mani: venerdì si vota (qui)

Venerdì 3 settembre, dalle 10 del mattino fino alle 16, si vota per i Racconti a quattro mani.
Non verranno considerati validi i voti che arriveranno prima delle 10 o dopo le 16 di venerdì.
Chi venerdì fosse impegnato ma volesse votare può comunque farlo, inviandomi una mail a
raccontiaquattromani@gmail.com
mail che poi renderò pubblica, copiandola.
Ricordo che si vota qui, nei commenti.
Ricordo che se si vota si vota per sei racconti, non per uno, tre o quattro.
o tutti e sei oppure il voto viene annullato.
Ricordo che al primo racconto verranno assegnati 6 punti
5 punti al secondo
4 punti al terzo
3 punti al quarto
2 punti al quinto
1 punto al sesto.
I primi sei racconti verranno poi impaginati per primi nell’e-book dalla mia amica “t”.
Do per scontato che nessun partecipante voti per se stesso…
La copertina sarà di Mario Bianco.
Nell’e-book non ci sarà nessun riferimento alla votazione; ci sarà sarà solo scritto che I racconti a quattro mani 2010 si sono svolti in questo blog.
Grazie a tutti e buon settembre

A 4 mani. Ci siamo

I 21 racconti, grazie a tutti i partecipanti.
Mancano: il voto e l’e book.
Vi tango aggiornati

1 – Il primo figlio (12lug10)

2 – A caccia di arcobaleni (13lug10)

3 – La Confraternita della bañacauda (19lug10)

4 – La casa del mais (20lug10)

5 – E poi (21lug10)

6 – Il tempo necessario (23lug10)

7 – Anni sereni (24lug10)

8 – Strategie di mercato (27lug10)

9 – Antiferesi (28lug10)

10 – Take away (29lug10)

11 – Istantanee d’anniversario (30lug10)

12 – Beautiful monster (05ago10)

13 – Wisteria (08ago10)

14 – L’ultimo giorno (09ago10)

15 – Complesso vocale (10ago10)

17. I giorni difficili (14ago10)

16 – Due zone diversamente influenzate (12ago10)

17 – I giorni difficili (14ago10)

18 – Contrazioni (15ago10)

19 – Andirivieni (17ago10)

20 – “Il mio amico Osvaldo” (18 ago10)

21 – “Duevoci” (19ago10)

A 4 mani, 21° racconto: “Duevoci”

Caro diario,
non è la prima volta che apro le tue pagine bianche per riempirle con le mie parole piene di angoscia e di tormento contrastato. Sono dimagrita di un altro chilo, ormai non riesco più a controllare il mio peso perché ho perso l’interesse per il cibo, come per qualunque altra cosa che non riguardi lui. Lui, il mio amore e la mia trappola. Mi sento legata ad un qualcosa che non mi appartiene più da molto…forse da sempre.
Lo guardo, ma lui non mi vede, è così sicuro di avermi accanto a sé che non sposta il viso per accertarsi della mia presenza nella sua vita. Non tende più la mano per toccarmi, siamo come legati da un filo invisibile che però ha il peso di una catena. Sento che essa sta andando a fondo, sempre di più, trascinando i nostri corpi senza vita, che non osano opporsi, che avvertono l’oscurità che li circonda, ma non reagiscono.
Ho parlato tanto in questi anni, ma ogni mia parola si è schiantata nel vuoto di uno schermo che non ha mai ascoltato, è arrivata ad un cuore gelido che non ha mai voluto il mio calore.
Ho amato questo cuore più di quanto lui amasse me, ma ormai la mia mano e me stessa siamo diventati freddi. Freddi in ogni senso, freddo è ormai il mio sentimento, come il suo sguardo quando gli sono davanti. Anche quando dice di amarmi, il suono di queste parole mi sembra freddo.
Non riesco a mettere la parola “fine”, troppo tempo abbiamo passato insieme e troppe cose ci hanno legato, uniti fin dal mio primo bacio alla sua prima volta, provando insieme forti esperienze…o forse erano solo tappe necessarie di un percorso di vita…mi chiedo sempre come sarebbe stato affrontarle con qualcun altro.
Chi può dire se amore o curiosità ci hanno spinti l’uno nelle braccia dell’altro e se abitudine o vera unione ci abbiano legato insieme per così tanto tempo.
E’ una ragnatela, mi sento in trappola tra i fili di questa prigione che più mi allontano e più mi richiama a sé, sono inerme in questa gelida gabbia confusa con sentimento.
Non ho il coraggio di prendere quelle forbici che attendono la mia presa, per tagliare i fili di questa ragnatela e scrollarmi le catene che porto addosso, per cominciare a volare.
Ho bisogno di volare.
Anche se dovessi avere vita breve come una farfalla dalle ali ramate, la vivrei libera senza catene, sentendo sul mio viso l’aria fresca che mi accarezza e che mi fa sentire nel corpo quel brivido che ormai, da troppo tempo, non riesco più a provare.

Caro diario,
rileggendo queste pagine ormai ingiallite e dimenticate dall’esigenza di vivere, non riesco ad indossarne, ormai, nemmeno una parola… saranno,forse, i chili abbondantemente ripresi dal germogliante riverbero delle mie ali. Ebbene sì.
Ho finalmente imparato a volare. Da sola.
Ho imparato l’arte dell’equilibrio e le acrobazie tra i rivoli di vento…mentre fingi di assecondarlo in realtà stai preparandoti ad andargli contro,o incontro, forse. Sapessi che sensazione! Gli entri dentro d’improvviso e sinuosamente, come in un tango, che ti cinge e ti volteggia come fa la passione con gli amanti. Una danza che balli da sola,conducendoti.
Da tempo non costeggio più le rive dei miei ricordi. Ho capito che non serve, nemmeno camminare su quell’orlo in punta di piedi per timore di disturbare la malinconia, quella che ad un tratto, furtiva come una ladra, ti getta addosso i coriandoli dei giorni passati, senza chiederlo.
Per questo evito gli orli e le rive.
Preferisco i campi di grano, il fruscio indorato delle sue spighe, gli spazi aperti dei campi sui quali correre a piedi scalzi, senza direzione, se non quella scombinata di passi incerti.
Come potevo preferire le sbarre certe dell’abitudine all’incertezza della libertà? Come potevo scegliere lui a me, con l’illusione che si trattasse di un noi? Mi trattenevo vigliacca dietro la sottana dell’amore, senza il coraggio di rivelarne la sua crudele nudità. Il mio corpo scheletrico ricoperto a stento da un’ipocrita sottana di seta, riluceva di bugie, seducendo solo la mia inettitudine, l’idea di un desiderio fantasma, mentre lui spegneva la abatjour e voltandosi dall’altra parte si addormentava.
Non leggevamo più, come facevamo un tempo, prima di addormentarci e i nostri dischi non accompagnavano più il caffè la domenica mattina o le sere di pioggia le nostre cene, quando l’umidità profumava di muschio la nostra casa. Quando raramente lo facevamo era un consenso implicito alla consapevolezza di una fine.
Quello che mancava ad entrambi non aveva nulla a che vedere con l’amore. Mancavamo a noi stessi. Semplicemente. Eravamo l’uno la morsa dell’altro. L’ombra indistinta di due corpi troppo vicini per distinguersi.
L’amore non può fondarsi sulla dipendenza, se non nella misura in cui la si vuole. Io pendevo letteralmente dalle sue labbra. Senza iniziativa. Senza un desiderio che non fosse il suo. Non osavo chiedere, solo rispondere alle sue voglie.
Prenderne consapevolezza fu doloroso. Le abitudini dell’amore, per quanto le disprezziamo vivendole, sono le prime a mancarci, a toglierci il fiato alle volte. Il suo pigiama a righe, il suo spazzolino, la sua vecchia pipa e tutti quegli oggetti così quotidiani, assumono la sacralità delle reliquie. Oggetti  che ti ricordano chi eravate, o pensandoci oggi, chi ancora non eravate. La distanza era l’unica soluzione possibile. C’è voluta tanta forza per rimanere ferma e coerente alla decisione presa, ma per ambire ad un amore maturo, dovevo necessariamente cadere dal suo albero per essere pronta.
Tutti i sospiri che attanagliavano le mie notti, oggi sono respiri a pieni polmoni.
Ho imparato a desiderare, a soddisfare le mie voglie.
Ho imparato ad amarmi.
Sono pronta ad amare.

A 4 mani, 20° racconto: «Il mio amico Osvaldo»

Questo dovrebbe essere l’incipit di questo racconto, ma è stile indiretto libero, perché infatti l’amico di Veniero personalmente non conosce nessun Osvaldo. È Veniero che conosce Osvaldo, e che stasera, 20 luglio 2010, non riesce ad uscire dal cerchio soffocante dell’aneddotica corriva a proposito di costui, che in teoria è assente, dando molto sui nervi al suo amico. Che
– A parte il fatto, – gli dice, – che “Veniero” è un nome da cretino!
– Pazienza, – risponde serafico Veniero, – a te sembra forse che Gernando sia un nome intelligente? A proposito di nulla, Osvaldo l’altro giorno…
– Non mi chiamo Gernando – fa presente l’altro molto seccamente.
– Non ha nessunissima importanza – ribatte Veniero, da autentica carogna, – facevo un esempio: come dire: se mi fossi chiamato Gernando sarei stato, essenzialisticamente, alcunché di meglio? O Samuele? O Babila? O Ermintrude? O…
– Vacci piano, – lo interrompe l’altro. – Mia zia acquisita si chiama Ermintrude!
– E la mia no, – conclude Veniero. Soggiungendo minaccioso: – Hai qualcosa da ridire, forse?
– Senti – gli dice l’altro, mollando giù il boccale della birra, che è una moretti; nel toccare con un secco ss-tòck! il tavolo con la spessa base, il boccale spedisce un lungo baffo dorato verso l’alto, che nella luce violaceo-petulante del localino modajuol-scorreggione in cui si trovano acquista riflessi cangianti, poco addicevoli a qualunque cosa sia nata per essere ingerita, – io mi sono emeritamente rotto il cazzo di sentir parlare del tuo amico Osvaldo; o me lo fai conoscere, e allora la cosa è diversa, oppure mi metto io a parlare del mio amico Osmino con tutti quanti, per un mese da ora, in ogni momento della veglia, ovunque io trovi un pajo d’orecchie in cui versare le più squallide res gestae relative.
– Aspetta, – gli fa Veniero, alzando una di quelle due mani tozze e grassocce che lo rendono simile a un putto, con la faccia dai tratti tondi, gli occhî a mandorla soffocati nelle palpebre rosacee dalle lunghe ciglia corvine, le gote bombate, la bocca fiorita, la fossetta sul mento, – non tanta fretta. Questa è l’ultima che ti racconto. Ora, Osvaldo è ipertricotico, e ha sempre avuto il cruccio di una certa disidratazione alla peluria delle braccia, dell’interno coscia e dell’epigastrio, essendo abituato a lavarsi con genuino sapone Pears, mattina e sera. Ha rimediato facendosi lo shampoo, anche sul corpo…
– E quando ha cominciato a mettersi i bigodini ai peli delle orecchie?
– … Mai, che io sappia. Ma – dice, e s’illumina, estraendo il telefonino – potrebbe essere un’idea. Anzi, sai che quasi quasi lo chia…
L’amico gli strappa l’apparecchio di mano.
– Veniero, – intìma, – tu non chiamerai Osvaldo. Non stasera, non da qui, non in mia presenza.
– Non avevi detto di volerlo conoscere, qualche secondo fa?
– E adesso ti dico che se lo incontro ammazzo te e lui.
– A proposito, Osvaldo mi ha d…
– Osmino, invece, è solito sostenere…
– Aspetta. Quando O…
– No! egli suole…
I due lasciano le rispettive voci a sopraffarsi a vicenda, rimanendo liberi di alzarsi, guardarsi in cagnesco, rimboccarsi le maniche, l’uno fumando dal naso, l’altro dalle orecchie. Intravedo il cameriere che si protende nella loro direzione, per sentire che piega stanno prendendo le cose, pur non abbandonando il bancone – almeno non finché la situazione non sia degenerata nella maniera più scandalosa.
Ma non è lui ad interrompere questo scambio di vedute.
È Osvaldo, difatti, che poi sarei io, e sono arrivato qua or è mezz’ora, inseguendo una voglia di moretti. Mi ricordo vagamente una pubblicità della stessa, c’era una tizia biondissima, direi con le gambe da cavalla. Che invidia. Invidio le gambe dei cavalli, intendo. Corrono veloci. Mi piace correre veloce, a me. Io del cavallo ho solo il crine. Ed è così che ho visto Veniero, laggiù al bancone, chiacchierare con quel tizio cólla faccia da sociopatico paffuto, con la zazzerina nera, e le maniglie dell’amore che la posizione sullo sgabello mette in mostra così bene. Veniero, quel testadicazzo fissato con le battute – mi ha perseguitato, da quando mi conosce, con ‘sta storia dei peli.
Poi gli s’è scaldato il sangue. Divertente!, mi sono detto, massì.
– Ciao, Veniè.
Eccolo che si volta.
– Non ci posso credere! Ecco, questo è Osvaldo – e m’ìndica all’amico suo. L’amico di Veniero mi guarda fisso per un minuto buono e non dice niente. Allora, chi ammazzi, tu?
– Che mi racconti, Osvaldo?
Che ti racconto?
– Mah, solite storie, e tu?
– E come va cól tuo vello bestiale? – ride.
Ecco che comincia.
– Bene. Anzi: un pochino meglio.
Il tizio continua a fissarmi. Con aria divertita, anzi proprio da presa per il culo.
– Non ti si vede mai in certi giorni, che fine fai, dove ti nascondi?
– Sto a casa, guardo la TV.
– Beh, noi andiamo a fare un giro. Vieni?
– Ok. – Paghiamo e usciamo. Veniero avanti, dietro di lui l’amico – che non so nemmeno come si chiama, ora che ci penso –, e io a chiudere la fila con quelle maniglie dell’amore che m’ondeggiano davanti, ben visibili anche adesso che non è più sullo sgabello.
È notte fonda, c’è una bella luna. Ed ecco che mi prende il solito prurito su tutto il corpo e una specie di bollore in bocca, e quel fastidio ai denti.
Che mi stanno crescendo, così come i peli, d’altro canto.
Dopo altri tre passi decido di azzannare Veniero. Lo faccio rapidamente.
– Oddio – fa in tempo a dire l’altro.
Ma io sono addosso anche a lui, e lo inchiodo a terra con le zampe. Adesso mi fissa, sì, ma cól terrore negli occhi, non più con sarcasmo. Tutto sfolgorante di bel pelo fulvo luccicante sotto il plenilunio, prima di recidergli la carotide gli chiedo:
– Scusa, ma com’è che ti chiami, poi?
Con una vocetta strozzata:
– Osmino,
risponde.

Questo dovrebbe essere l’incipit di questo racconto, ma è stile indiretto libero, perché infatti l’amico di Veniero personalmente non conosce nessun Osvaldo. È Veniero che conosce Osvaldo, e che stasera, 20 luglio 2010, non riesce ad uscire dal cerchio soffocante dell’aneddotica corriva a proposito di costui, che in teoria è assente, dando molto sui nervi al suo amico. Che

– A parte il fatto, – gli dice, – che “Veniero” è un nome da cretino!

– Pazienza, – risponde serafico Veniero, – a te sembra forse che Gernando sia un nome intelligente? A proposito di nulla, Osvaldo l’altro giorno…

– Non mi chiamo Gernando – fa presente l’altro molto seccamente.

– Non ha nessunissima importanza – ribatte Veniero, da autentica carogna, – facevo un esempio: come dire: se mi fossi chiamato Gernando sarei stato, essenzialisticamente, alcunché di meglio? O Samuele? O Babila? O Ermintrude? O…

– Vacci piano, – lo interrompe l’altro. – Mia zia acquisita si chiama Ermintrude!

– E la mia no, – conclude Veniero. Soggiungendo minaccioso: – Hai qualcosa da ridire, forse?

– Senti – gli dice l’altro, mollando giù il boccale della birra, che è una moretti; nel toccare con un secco ss-tòck! il tavolo con la spessa base, il boccale spedisce un lungo baffo dorato verso l’alto, che nella luce violaceo-petulante del localino modajuol-scorreggione in cui si trovano acquista riflessi cangianti, poco addicevoli a qualunque cosa sia nata per essere ingerita, – io mi sono emeritamente rotto il cazzo di sentir parlare del tuo amico Osvaldo; o me lo fai conoscere, e allora la cosa è diversa, oppure mi metto io a parlare del mio amico Osmino con tutti quanti, per un mese da ora, in ogni momento della veglia, ovunque io trovi un pajo d’orecchie in cui versare le più squallide res gestae relative.

– Aspetta, – gli fa Veniero, alzando una di quelle due mani tozze e grassocce che lo rendono simile a un putto, con la faccia dai tratti tondi, gli occhî a mandorla soffocati nelle palpebre rosacee dalle lunghe ciglia corvine, le gote bombate, la bocca fiorita, la fossetta sul mento, – non tanta fretta. Questa è l’ultima che ti racconto. Ora, Osvaldo è ipertricotico, e ha sempre avuto il cruccio di una certa disidratazione alla peluria delle braccia, dell’interno coscia e dell’epigastrio, essendo abituato a lavarsi con genuino sapone Pears, mattina e sera. Ha rimediato facendosi lo shampoo, anche sul corpo…

– E quando ha cominciato a mettersi i bigodini ai peli delle orecchie?

– … Mai, che io sappia. Ma – dice, e s’illumina, estraendo il telefonino – potrebbe essere un’idea. Anzi, sai che quasi quasi lo chia…

L’amico gli strappa l’apparecchio di mano.

– Veniero, – intìma, – tu non chiamerai Osvaldo. Non stasera, non da qui, non in mia presenza.

– Non avevi detto di volerlo conoscere, qualche secondo fa?

– E adesso ti dico che se lo incontro ammazzo te e lui.

– A proposito, Osvaldo mi ha d…

– Osmino, invece, è solito sostenere…

Aspetta. Quando O…

No! egli suole…

I due lasciano le rispettive voci a sopraffarsi a vicenda, rimanendo liberi di alzarsi, guardarsi in cagnesco, rimboccarsi le maniche, l’uno fumando dal naso, l’altro dalle orecchie. Intravedo il cameriere che si protende nella loro direzione, per sentire che piega stanno prendendo le cose, pur non abbandonando il bancone – almeno non finché la situazione non sia degenerata nella maniera più scandalosa.

Ma non è lui ad interrompere questo scambio di vedute.

È Osvaldo, difatti, che poi sarei io, e sono arrivato qua or è mezz’ora, inseguendo una voglia di moretti. Mi ricordo vagamente una pubblicità della stessa, c’era una tizia biondissima, direi con le gambe da cavalla. Che invidia. Invidio le gambe dei cavalli, intendo. Corrono veloci. Mi piace correre veloce, a me. Io del cavallo ho solo il crine. Ed è così che ho visto Veniero, laggiù al bancone, chiacchierare con quel tizio cólla faccia da sociopatico paffuto, con la zazzerina nera, e le maniglie dell’amore che la posizione sullo sgabello mette in mostra così bene. Veniero, quel testadicazzo fissato con le battute – mi ha perseguitato, da quando mi conosce, con ‘sta storia dei peli.

Poi gli s’è scaldato il sangue. Divertente!, mi sono detto, massì.

– Ciao, Veniè.

Eccolo che si volta.

– Non ci posso credere! Ecco, questo è Osvaldo – e m’ìndica all’amico suo. L’amico di Veniero mi guarda fisso per un minuto buono e non dice niente. Allora, chi ammazzi, tu?

– Che mi racconti, Osvaldo?

Che ti racconto?

– Mah, solite storie, e tu?

– E come va cól tuo vello bestiale? – ride.

Ecco che comincia.

– Bene. Anzi: un pochino meglio.

Il tizio continua a fissarmi. Con aria divertita, anzi proprio da presa per il culo.

– Non ti si vede mai in certi giorni, che fine fai, dove ti nascondi?

– Sto a casa, guardo la TV.

– Beh, noi andiamo a fare un giro. Vieni?

– Ok. – Paghiamo e usciamo. Veniero avanti, dietro di lui l’amico – che non so nemmeno come si chiama, ora che ci penso –, e io a chiudere la fila con quelle maniglie dell’amore che m’ondeggiano davanti, ben visibili anche adesso che non è più sullo sgabello.

È notte fonda, c’è una bella luna. Ed ecco che mi prende il solito prurito su tutto il corpo e una specie di bollore in bocca, e quel fastidio ai denti.

Che mi stanno crescendo, così come i peli, d’altro canto.

Dopo altri tre passi decido di azzannare Veniero. Lo faccio rapidamente.

– Oddio – fa in tempo a dire l’altro.

Ma io sono addosso anche a lui, e lo inchiodo a terra con le zampe. Adesso mi fissa, sì, ma cól terrore negli occhi, non più con sarcasmo. Tutto sfolgorante di bel pelo fulvo luccicante sotto il plenilunio, prima di recidergli la carotide gli chiedo:

– Scusa, ma com’è che ti chiami, poi?

Con una vocetta strozzata:

– Osmino,

risponde.

il 18 agosto, un’eccezione

Ci sono i miei ricordi cortonesi, i miei ricordi degli anni della fabbrica ma, in questo blog, sebbene io racconti di incontri o di scampoli delle mie giornate, in questo blog, dicevo, non parlo quasi mai della mia vita.
Questo blog è soprattutto un piacevole passatempo ed è anche un luogo virtuale che mi ha permesso, poi, di conoscere per davvero persone speciali.
Nacque, questo blog, per scherzo. Dissi a un mio cugino acquisito: Stanno per uscire due miei libri, fammi un sito.
Mi disse, Aspetta, e comincia a vedere come ti trovi con questa cosa qua.
Era il 23 marzo del 2006…
Dicevo, questo blog non è un diario.
Qui scrivo quel che mi passa per la testa…
Io, lo sapete, scrivo: articoli e libri (magari non per molto…).
Il 18 agosto del 2005 morì mio fratello Moreno, aveva trent’anni.
Scrissi una lettera (che prima apparve sul giornale che dirigo), che per me è una preghiera.
Da rileggere, da condividere, anche.
E’ nella sezione ricordi (il primo) di questo blog, si intitola Fratello fragile.
Questo blog non è un diario ma il 18 di agosto di ogni anno lo è, almeno un po’.
Solo per un giorno.

A 4 mani, 19° racconto: Andirivieni

Cara amica mia,
ho sempre l’impressione di non avere mai abbastanza tempo per te. Ti penso, mi dico che avrei voglia di vederti, e poi di colpo è trascorso un altro mese. Ho nostalgia di quando ragazzine avevamo quei lunghi pomeriggi per noi, le domeniche e le vacanze: quanto abbiamo parlato e quante cose ci siamo raccontate…ecco, oggi vorrei un po’ di quello che è stato e la lontananza non aiuta.
Da qualche giorno qui fa un caldo feroce e io sono più stanca del solito. Non riesco a concentrarmi né a trovare lo slancio per avanzare nel mio lavoro. Puoi immaginare la fatica di essere ripartita da zero e il ricostruirmi pezzo dopo pezzo. Tutto ciò ha assorbito gran parte delle mie energie e la solitudine mi pesa. Mi capita da un po’ di tempo di osservare le coppie che incontro per strada. Mi commuovono quelle di anziani che hanno ancora gesti di tenerezza e di affetto: una porta tenuta aperta nonostante il procedere incerto, mani scarne che si intrecciano, dita nodose che sistemano un colletto piegato male, un braccio offerto per attraversare una strada. Le guardo e penso che vorrei per me proprio quella cosa lì, adesso e anche fra quarant’anni, invece del deserto affettivo in cui vivo.
Ti abbraccio


Mia carissima amica,
mi colpisce l’espressione ‘deserto affettivo’. Sono le stesse parole che uso per riferirmi agli studenti che vedo vagare per i corridoi della scuola con gli occhi gonfi di pianto o con lo sguardo di sfida trepida. A casa un po’ se la ridono, un po’ alzano le braccia quando mi sentono ripetere questa accoppiata sostantivo-aggettivo. Forse avrebbero cominciato seriamente a preoccuparsi per la mia salute mentale, se l’altro giorno avessero sbirciato il mio commento in un inglese stentato all’intervento dell’esperto in Risoluzione costruttiva di conflitti a scuola sul blog School mobbing and emotional abuse. Tra le cause dei disturbi del comportamento menzionavo la nostra (posso dire nostra?) formula, spacciandola per emotional desert. Una bidella con il pallino della psicoterapeuta fa ridere e i miei non riescono a farsene una ragione. Scrivi dell’impressione di non avere tempo sufficiente per me. Ti devo smentire. Tu scrivi e in me cresce il desiderio di riprendere il filo dei nostri racconti infiniti. Non ce la facciamo proprio a vederci?

Ecco, vedi, cara e paziente amica lontana, quando scrivo ‘deserto affettivo’ penso a qualcosa di molto concreto. Quando tu esageri o ti preoccupi troppo, hai i tuoi accanto che ti riportano alla realtà, magari ridendo di te o sbuffando. Loro ci sono, sono una realtà e ti fanno da specchio, da argine, da sostegno, a volte forse da ostacolo. Li vedi, li senti, li tocchi, puoi persino annusarli. Io, invece, di specchio ho solo quello vero, davanti al quale mi faccio le domande e mi dò le risposte. E ci metto tutto, da sola: la comprensione, l’ironia, l’affetto, la severità… ma proprio non mi basta.
I ragazzi della tua scuola vagano nei corridoi presi da altri pensieri, credo. Noi adulti non possiamo certo sollevarli dai loro dolori e le nostre esperienze individuali non possono proteggerli dalle loro sofferenze. Questo del resto vale per tutti, ma troppo spesso ce lo dimentichiamo e pensiamo che gli altri debbano alleviare le nostre pene.
Ora ti saluto e vado a spasso con il cane. Gliela devo questa passeggiata mattutina nel bosco: è l’unico che si sempre è sorbito le mie elecubrazioni e inquietudini, senza mai dar segno di cedimento. Al massimo, ha mostrato il suo dissenso sbadigliando.
Ho tanta voglia di incontrarti, ma sarà in autunno o in inverno. Salutami la tribù.

E allora non sarà né l’autunno, né l’inverno del nostro scontento. Non vedo l’ora di vederti. La carta, anche quella virtuale, è troppo indulgente e insieme troppo opaca per quello che devo, che voglio, che posso dire solo a te. Qui non capirebbero, lo interpreterebbero come un atto di accusa nei loro confronti. So che tu avrai la pazienza di ascoltarmi e di aspettare…


Gentile Silvia,
vedo dall’elenco dei messaggi di mia moglie che quello inviato a lei è l’ultimo prima del suo malore. La prego di non allarmarsi, ma mi sento in dovere di comunicare a lei, per l’antica amicizia che vi lega, quello che le è successo ieri. Nel primo pomeriggio ricevo una chiamata dal cellulare di Verena. Qualcuno mi pregava di andarla a prendere in località Borghi. Può immaginare il mio stupore poiché il luogo dista chilometri dalla scuola dove lavora. L’ho trovata lì, incapace di dirmi come ci fosse arrivata. Al pronto soccorso, dove abbiamo atteso per ore, non sono andati oltre la formula generica di ‘stato confusionale’. Hanno comunque disposto un ricovero per accertamenti. Da mesi, ormai, Verena passa ore al pc, spesso con uno strano sorriso che tenta di nascondere quando mi avvicino a lei. Non so di che cosa si tratti; sono certo che comprenderà il divieto che ho imposto a Verena di usare il computer, ora che è in ospedale e in seguito, a casa. La saluto,
Saverio


Caro Saverio,
grazie di avermi informato delle condizioni di Verena. Anche se di lei so solo quello che Verena in tutti questi anni mi ha raccontato, sono sicura che saprà aiutarla al meglio. Mi permetta però qualche riflessione, proprio da vecchia amica. I medici parlano di ‘stato confusionale’. Io non sono in grado di fare diagnosi, ma forse si tratta più di uno smarrimento e di tanta stanchezza: da mesi mi scrive dei suoi pensieri ‘strani’, così come mi ha sempre scritto di lei e dei ragazzi, del lavoro, della sua vita, con realismo e buon senso. È una donna sensibile che coltiva il suo mondo interiore, ma è anche una persona concreta. Vietarle del tutto l’uso del computer, delle email e dei suoi amatissimi blog, è un po’ come tagliarle le ali. Le stia vicino, le dimostri che il ‘deserto affettivo’ di cui tanto ci siamo scritte non è per lei la realtà quotidiana, che intorno a sé ha persone in carne ed ossa che le vogliono bene e che non è sola.
Mi tenga informata e appena possibile riprenderò i contatti con Verena.
Silvia

A 4 mani, 18° racconto: Contrazioni

Il podere Landini era l’ultimo del giro di vendita per quella giornata. Era situato a ridosso della golena e per arrivarci era necessario seguire la sterrata che si srotolava sopra l’argine maestro come un nastro ondeggiante.
Giorgio imprecò contro le buche che costellavano il fondo ghiaioso, maledicendo la polvere bianca che si sollevava densa per poi ricadere sul cofano e sui vetri dell’auto.
Era stanco di quel lavoro che lo portava a viaggiare da un punto all’altro della pianura, per convincere i proprietari delle aziende agricole all’acquisto dei mangimi e degli integratori zootecnici Moroni:
la nostra filosofia è dare enfasi ai prodotti di salvaguardia della salute delle vostre bestie.
Ne avrebbe avuto bisogno lui, di qualcosa che lo enfatizzasse: gli costava sempre più fatica mettersi in auto, macinare chilometri lungo strade che si perdevano tra distese di granturco e campi di barbabietole e trifoglio, per incontrare bovari e contadini e sfoderare la sua parlantina a promettere mirabolanti risultati.
Inoltre, da qualche giorno, sentiva uno strano tremolio alla palpebra destra, una vibrazione incontrollabile che si presentava a tratti, un fremito fastidioso che lo portava a strizzare gli occhi ripetutamente. Come in quel momento. Con la mano libera dalla guida si allentò il nodo della cravatta, sbottonò il colletto della camicia e lanciò un’occhiata allo specchietto retrovisore sperando di intercettare quella corrente nervosa che portava l’occhio a titillare sgradevolmente…
Nulla da fare. La palpebra si contrasse di nuovo, ma ciò che poteva vedere nel rettangolo bombato dello specchietto era solo la strada. Polvere, granturco, una roggia che qualche camparo aveva appena aperto, un mucchietto di stracci rossi e qualche cespuglio. Rallentò di colpo. Mucchietti di stracci rossi che apparivano all’improvviso alle sue spalle non rientravano nel panorama usuale delle sue giornate!

Rallentò ancora, sino a fermarsi. La polvere si depositò, l’occhio diede un altro tremolio, e lui tornò a fissare la strada. Deserta, con la sua auto in mezzo ai piedi e il mucchio di stracci rossi di fianco alla carreggiata.
Giorgio non era un uomo di fegato e lo sapeva. Aveva frequentato l’istituto agrario del paese per non affrontare il viaggio in treno alla ricerca di qualcosa di più soddisfacente. Aveva interrotto gli studi di medicina per evitare lo stress degli esami e le code alla mensa. Si era adagiato nella routine della filosofia Moroni per non tenere testa alla figlia del capo, sua moglie, che premeva per il posto sicuro nella ditta del paparino. A dirla tutta, amava persino distribuire lo zimoferment (
prodotto innovativo formulato allo scopo di migliorare l’efficienza delle bovine), anche perché, in caso di problemi, chi ci avrebbe rimesso sarebbero state soltanto le interiora di una povera mucca, mica quelle di un cristiano. I suoi prodotti, beninteso, erano comunque capaci di performance eccezionali: anche le vacche stavano al sicuro.
Scosse la testa, allontanò i pensieri e diede una nuova sbirciata allo specchietto: il mucchio rosso era ancora là. Immobile.

Stracci, un mucchio di insignificanti resti… una vecchia camicia, una giacchetta perduta da un trattorista troppo preso dal lavoro… Forse una sacca, con qualche attrezzo decrepito… Non vale la pena fermarsi”.
Eppure rimaneva incollato a quella porzione di vetro che rifletteva nelle sue pupille il cumulo colorato. Spostò lo sguardo di qualche centimetro e incontrò finalmente i suoi stessi occhi. Erano quelli di sempre, l’identica sfumatura nocciola dell’iride, la piega obliqua del sopracciglio, l’arrendevolezza che lo faceva apparire mite e remissivo. Troppo. Insignificante e inetto: così appariva agli altri e, da qualche tempo, a se stesso.
Girò la chiave e finalmente spense il motore, senza staccarsi da quella immagine di sé che lo osservava.
Si rivide molti anni addietro, quando con i suoi compagni di gioco si sfidava ai tuffi dal ponte sulla Fiuma, il grande canale di irrigazione che costeggiava il paese. Rievocò il momento in cui sarebbe bastato poco, un nulla, per afferrare la mano di Riccardo che scivolava sotto. Sarebbe stato
sufficiente allungarsi, sporgersi in precario equilibrio, sfidare il coraggio vero, non quello artificioso del gioco, sentirsi capace di aiuto… Era rimasto fermo e aveva sentito lo scrollone di Giulio, che lo superava di corsa sbattendolo da parte, e si spenzolava, strappava su l’amico e lo metteva al sicuro.
Ma sei scemo? –, aveva urlato come un pazzo, ancora chinato su Riccardo che tossiva e sputava acqua dappertutto. – Sei scemo?? Non hai visto che andava sotto?”
Era rimasto ancora fermo, guardando i due, uno sdraiato, l’altro al suo fianco in ginocchio, e pensando a quello che aveva detto la maestra la mattina:

Il coraggio, se uno non l’ha, non se lo può dare”.
Ecco, se lo diceva la maestra, era vero, no? Questo voleva spiegare, ma era stato zitto, con Giulio che tirava in piedi Riccardo, occhi rossi e naso che colava, e l’occhiata che gli lanciarono entrambi, e poi la processione silenziosa fino a casa. Alla Fiuma non erano andati più.
Lo riscosse dai ricordi lo stridio di qualche uccello. Tornò a guardare lo specchietto, notò un movimento. Il rosso aveva mutato posizione?
Mise la mano sulla maniglia della portiera e spiò ancora il fondo della strada. C’era silenzio e sole e qualche ronzio lontano e se avesse visto il mucchio spostarsi, sarebbe sceso e sarebbe andato a controllare.
Ecco: un altro fremito, un debole svolazzo.
Fissò la mano poggiata sul volante, poi la strada bianca davanti a sé con i cespugli di rovi che si agitavano piano. C’era un’aria leggera, calda, quasi soffocante. Sufficiente a far muovere una vecchia camicia abbandonata sul terreno?

Sufficiente, sì”, mormorò piano.
Lasciò la maniglia, riprese il volante e rimise in moto. Il podere Landini non era lontano e quel pomeriggio avrebbe fatto buoni affari. Si concentrò sulla guida, mentre il muscolo della palpebra si contraeva ritmicamente.

riscrivo

Il 21 luglio avevo scritto
Arrivano i racconti, bene: mi raccomando, insieme al racconto anche delle brevi note sugli autori, grazie.

Alle ore 2 e 16 minuti del 14 agosto scrivo quanto segue:

Arrivano i racconti, bene: mi raccomando, insieme al racconto anche delle brevi note sugli autori, grazie. Almeno la metà di chi mi invia i racconti o mi scrive “te l’ho già mandata”, oppure “va bene quella dewll’anno scorso”, oppure mi scrive niente.

E poi: grazie a una persona che ha fatto il lavoro per me ora è possibile rivedere tutti i racconti di quest’anno, qui.

A 4 mani, 17° racconto: I giorni difficili

“I giorni difficili passano come tutti gli altri.”

Livia esce dal lavoro con quindici minuti di anticipo sul previsto senza dire il perché. In macchina mette il solito Vinicio Capossela. Guida con calma, aprendo completamente i finestrini dell’auto perché, ovviamente, l’aria condizionata si è rotta proprio ora che è estate. Controlla se ha la cartelletta verde sul sedile del passeggero. Bene, non l’ha dimenticata.

Paolo apre la custodia e mette il cd nel lettore dell’impianto Hi-Fi
Capossela mi è sempre stato sulle palle. Non riesco a capire come faccia Livia ad amarlo così tanto. Lei sicuramente avrà il volume al massimo in macchina mentre sta andando a fare quest’ultimo esame. Mi sono preso il pomeriggio di permesso ma non ha voluto che l’accompagnassi,  non era il caso dice, perdere mezza giornata di lavoro. Volevo starle  vicino come sempre, soprattutto ora che la vedo così in forma.

Sono quasi le quattro e l’appuntamento in Ospedale è per le cinque. Ferma al semaforo, i finestrini aperti senza l’effetto vento della velocità fanno solo entrare aria calda. Il tipo alla guida dell’auto accanto a lei gira un istante la testa, per darle un’ occhiata di sfuggita.
In quel periodo della sua vita Livia è un po’ troppo grassa. Ingrassare era una tragedia, fino a trent’anni. Tutti a dirle che non era importante, ma lei si ribellava a quell’ affronto estetico, come se fosse più importante di quello biologico.
Ora che i trenta sono passati, il peso è diventato un dettaglio trascurabile.

Paolo si siede sul dondolo in vimini, all’ombra sul balcone, una caraffa di acqua e menta colma fino all’orlo di cubetti di ghiaccio,  preme il telecomando dello stereo. Con la musica  inizia anche  il movimento oscillatorio della sedia.
Livia evita lo specchio ultimamente, dice che le medicine l’hanno fatta ingrassare. Non so. Io la trovo desiderabile  con quel vestitino bianco così leggero, io…Speriamo torni alla svelta  e su di morale così magari incrociamo le gambe stasera. Anche se da questa malattia non guarirà, i medici continuano a rassicurarci e incoraggiarci a vivere una vita normale.

I primi anni di matrimonio lei non si fidava di Paolo, del suo amore. Nei periodi in cui era più grassa poi, era certa che fingesse. Non può essere, pensava, che continui ad amarmi, che voglia ancora stare con me. Un ritardo di dieci minuti era perché un’altra lo aveva trattenuto.

Paolo ha amato quella ragazzetta dalla prima volta. Non riusciva a starle lontano, nonostante lei facesse di tutto per essere sgarbata. Alla fine glielo aveva detto della malattia cronica che l’avrebbe perseguitata per il resto della vita. Cosa importava, gli piaceva troppo, l’amore avrebbe superato tutto, il desiderio di stare con lei era più forte di ogni ostacolo.

La  mano di Livia esita sulla maniglia della porta della sala di attesa: sa già quello che l’attende. I volti sconosciuti che si trova davanti hanno l’ espressione di sempre: un sorriso strappato sulla bocca, i denti arenati sulla secca delle labbra, nella profondità degli  occhi riflessa, come specchio, l’immagine della propria angoscia.

E a veder che crudel destino ora ne viene
ma che l’ombra ora ci prenda più mi addolora
il mio cuore mi dice che non può seguirti ancora
e nemmeno questa angustia sopportar

Paolo pensa che Vinicio si sbaglia, o non è mai stato innamorato. Nascondendo il dolore dietro una maschera per  non esserle di peso, perchè non si preoccupasse anche per lui, soprattutto nei lunghi periodi d’isolamento in ospedale, il suo cuore non ha mollato mai davanti a  nessun ostacolo.

Ecco, pensa Livia, i momenti più difficili sono passati. Paolo è sempre meno angosciato. Paolo è ancora con lei.
Non c’è stato modo di farlo desistere, e sì che le ha provate di tutte.
Ad essere insofferente, insopportabile, cattiva. A mandarlo a quel paese. Lui si incazzava e contraccambiava, provava a trattarla male ma poi tornava sempre   all’ Ospedale, a casa, nel loro letto.
Ogni volta che Livia tornava a casa dall’ Ospedale, non importa quanto debole fosse, facevano l’amore. Non appena rientrati in casa, qualunque ora fosse, riaffermavano così il loro diritto ad amarsi anche quando la paura blocca lo spirito.

Che farò lontan da te pena dell’anima
senza vederti, senza averti, né guardarti

Un amore impossibile? No, forse per te pianista mangiaparole . Le parole comunque le scegli giuste, la musica mi piace un po’ meno, ma forse devo ancora farci l’orecchio. All’inizio la tua musica era l’unico ostacolo tra me e Livia. Quando arrivavo in casa lei subito spegneva lo stereo, sapeva che mi davi i nervi. Ora, sta a vedere che comincio ad apprezzarti.
E’ l’ora della pennichella per Paolo, dondolìo  e musica sono i preliminari per il sonno.
Vai vai tanto non è  l’amore che va via
Vai vai l’amore resta sveglio anche se é  tardi e piove
ma vai tu vai rimangono candele e vino e lampi sulla strada del destino.
Paolo è decollato.
Corse in ospedale, flebo,  prelievi,  attese,  lacrime…
e poi abbracci, baci, carezze, mani che scivolano sui corpi, sussurri,sospiri…
e poi di nuovo stanze vuote, silenzi, eco di passi  assenti nella casa, colazioni tristi, cene in piedi…
e poi  lenzuola pulite, profumo di fresco, tenerezze , orgasmi.
Si sveglia in un lago di sudore, la musica sta finendo…

E’ arrivato il turno di Livia, il numero sul display è di una unità più basso di quello che ha in mano. Quando arriva l’ infermiera, distaccata e gentile lei le va incontro e quella le fa cenno di seguirla.

Ma non è l’amore che va via
il tempo sì ci ruba e poi asciuga il cuor.

Cosa? Il tempo rubato? Asciuga il cuor? No no, credo di non averla capita questa, ne parlerò con Livia. Tutto questo tempo  di sofferenze, la pazienza necessaria al tempo dell’attesa e del non-ancora ha contribuito a farci conoscere l’entità del nostro amore e la possibilità di continuare a godercelo a piccoli morsi,  piccoli passi nelle semplicità delle piccole cose che ogni giorno offre.

Nell’ambulatorio il medico non c’è ancora e l’ infermiera le fa le domande di rito: età, peso, allergie particolari a farmaci. Lei è in età fertile, dice infine: se è incinta l’esame non si può fare, danneggerebbe il feto.

Ed ecco perché quell’ infermiera sconosciuta, distaccata e gentile ha avuto la notizia della sua gravidanza prima di Paolo, suo marito.