Tra cinque-sei giorni esce (finalmente) Bastardo posto, casa editrice Perdisa Pop.
Finalmente perché il libro sarebbe dovuto uscire per il salone del libro 2009, con la Newton compton, ma è storia vecchia, questa.
Nel frattempo mi sono cimentato con altro, un racconto lungo (o romanzo breve) dal titolo “Il monastero della risaia”: una farsa anticlericale travestita da giallo che, presto, dovrebbe uscire per Senzapatria.
Ma in questi giorni ho terminato di riscrivere Di bestemmie e folli amori, il mio sesto romanzo.
Ho cambiato il titolo: Vicolo del Precipizio.
Allora, questo libro è il primo libro che mi viene rifiutato dalle case editrici.
E’ un libro che alterna due piani di lettura. Da un lato ci sono storie contadine toscane (il passato del protagonista), dall’altro c’è la storia di un uomo alle prese con la scrittura (il protagonista è un ghost writer che vive a Torino e che lavora per un agente).
Il finale è da libro giallo.
Le case editrici che lo hanno letto mi contestano soprattutto i discorsi legati alla scrittura (il presente del protagonista).
Il protagonista, infatti, ha un moto di repulsione verso l’editoria in genere, e, nello specifico, verso gli scrittori leccaculo, verso gli agenti che controllano il mercato, verse le case editrici, specie quelle grosse, che il protagonista ritiene incapaci di proporre prodotti editoriali seri: perché ragionano come ragiona un salvadanaio.
Il mio protagonista fa di peggio: mette in discussioine pure se stesso, la sua mente, i suoi tarli.
E questo succede mentre scrive i ricordi legati a Vicolo del precipizio, insomma alla sua infanzia toscana e ai ricordi tramandati, di storie vere e punto vere tramandate di padre in figlio.
Torno sui pareri delle case editrici che lo hanno letto (tre, su trenta invii, effettuati più di un anno fa).
Mi contestano che il mio protagonista contesti un mondo che poi, alla fin fine, sappiamo tutti come funziona.
Stringi stringi chi pubblica dice che l’editoria avrà i suoi lati negativi ma comunque funziona; chi non pubblica si sa quel che dice…
E poi: è anche vero che chi pubblica e vive di scrittura preferisce criticare Berlusconi.
Comunque: io ho scritto quel che mi sentivo di scrivere, senza condizionamenti.
Poi se il libro resta nel cassetto va bene così.
Giorgia, suo papà, il sole
La morte di un padre, il saluto della figlia.
Mesi fa è successo a una mia cara amica, che spesso lascia segni, qui, poi alla scrittrice Barbara Garlaschelli, e, giorni fa (credo) è successo a Giorgia.
Giorgia è bella, una bella famiglia, ama ciò che è bello, semplice.
Ama leggere, le passeggiate, il sole.
E’ una bella giornata, ci raggiungete?
Roma, cinque anni fa, mi pare. Appena sveglio, è una domenica, ricevo questo sms.
E’ una bella giornata, ci raggiungete?
E’ una bella giornata…
Conobbi Giorgia. Passammo una bella mattinata, di sole, prima a villa Pamphili, poi in un bar, mangiando panini.
Conoscevo già Giorgia: nel suo blog lei parla di quanto è bella la vita, nel suo blog lei parla anche del cancro, con cui combatte, da anni.
Ho ricevuto questa sua mail, da poco.
La copio incollo. Con affetto.
Care e cari tutti,
come molti di voi sanno mio padre mi ha lasciato domenica scorsa, proprio quando stavo per pubblicare il libro che ho scritto ormai da molto tempo. Avrei tanto voluto che lo leggesse: ma io ho tergiversato troppo, e la sua malattia invece si è messa a correre.
S’intitola “Come una funambola. Dieci anni in equilibrio sul cancro”, e ho deciso di stamparlo attraverso il sito di autopubblicazione Ilmiolibro, perché dei tortuosi percorsi editoriali mi sono stufata e avevo voglia che i miei diari di battaglia circolassero il prima possibile.
Potete acquistarlo attraverso il sito, dopo esservi registrati – consigliabile se non avete problemi a fare acquisti online e se potete dare un recapito sicuro per la spedizione tramite corriere (ci mette al massimo 5 giorni lavorativi) – oppure ordinarlo in qualunque libreria Feltrinelli (tra qualche giorno).
Un abbraccio, e buona lettura
come un vu’ cumprà
Quando vedo un vu’ cumprà penso che io non sarei capace di fare il suo mestiere, fossi disperato son convinto che piuttosto mi siederei su uno scalino e, a testa bassa per la vergogna, poggerei un cappellino ai miei piedi, una monetina grazie.
Allora, il 13 ottobre esce il mio nuovo libro, Bastardo posto, per una piccola casa editrice (ma diretta da un grande uomo, Luigi Bernardi).
Per quanto una casa editrice piccola possa essere ben attrezzata succederà di sicuro che qualcuno andrà in libreria e non troverà il mio libro. Se è successo con la Newton Compton (e i libri della Newton si trovano anche negli autogrill e nei supermercati) figuriamoci se non succederà con Perdisa.
E così succederà che dal 13 ottobre alla primavera del 2011 farò un bel po’ di presentazioni.
L’ho imparato in questi anni: se vuoi muovere le vendite, internet serve a poco, cinquanta?, cento copie?. Qualcosa aiutano le recensioni, molto di più aiuta il passaparola e con le presentazioni, anche solo con sei sette persone dinnanzi, un po’ di passaparola, poi, c’è: specie se chi ti legge poi apprezza il libro.
Fare una bella presentazione per un libro che non vale niente – altra cosa imparata – serve a un tubo.
Ne frò ho detto: a Vercelli, Reggio Emilia, Alessandria, Roma, Torino, Livorno, Sermide, in Puglia a gennaio.
Andrò nei paesini del vercellese, nelle scuole, se mi inviteranno (dove si vende un fico secco ma dove mi piace andare).
Ma mi sentirò come un vu cumprà.
da vedere
rubato (era su facebook) alla editor Cristina Tizian.
Interessantissimo.
Le porte del mondo non sanno
Le porte del mondo non sanno
che fuori la pioggia le cerca.
Le cerca. Le cerca. Paziente
si perde, ritorna. La luce
non sa della pioggia. La pioggia
non sa della luce. Le porte,
le porte del mondo son chiuse:
serrate alla pioggia,
serrate alla luce.
Sandro Penna
Finale con l’e-book
con l’e-book dei
Racconti a quattro mani, 21010
Il prossimo anno si replica con due varianti:
– commenti in moderazione
– una giuria esterna che affiancherà i partecipanti-votanti; la giuria, però, avrà un “peso specifico” maggiore
Grazie a t. che ha realizzato l’e-book, grazie a mario bianco per la copertina, grazie a tutti.
buona giornata
PS Il link con il pdf dei raccontyia4mani 2010 si troverà sempre in prima pagina, nel colonnino dei link, sotto la voce e-book
A 4 mani, ecco tutto
-
Annalisa Ferrari – Donatella Righi Contrazioni 86 Piera Ventre – Nicoletta Buonapace Il primo figlio 69 E.l.e.n.a – Bobboti Complesso vocale 59 Sandra Mazzinghi – Fabrizio Tummolillo Due zone diversamente influenzate 40 Francesca Ramacciotti – Gloria Gerecht Take away 38 Paola Mattiazzo – Cristina Vezzoli Anni sereni 36 Luciano Celi – Francesca E. Magni Antiferesi 30 Euro Carello – Daniele Gouthier La Confraternita della bañacauda 26 Sandra Mastore – Remo Bassini L’ultimo giorno 20 Bobboti – Marosit Il tempo necessario 17 Anfiosso – Irene De Sanctis Il mio amico Osvaldo 17 Cristina Bove – Fausto Marchetti La casa del mais 14 Sonia Sacrato – Morena Fanti Strategie di mercato 14 Maria Lucia Riccioli – E.l.e.n.a Beautiful monster 12 Milvia Comastri – Cristina Bove Istantanee d’anniversario 8 Melania Ceccarelli – Fausto Marchetti I giorni difficili 8 Laura Calì – Marinella Scordo Duevoci 6 Francesca E. Magni – Andrea Blasina Wisteria 3 Anna Maria Curci – Marta Forno Andirivieni 1 Silvia Nottoli – Daniela Poesini A caccia di arcobaleni 0 Susanna Bonaventura – Simonetta Bumbi E poi 0
Racconti a 4 mani: venerdì si vota (qui)
Venerdì 3 settembre, dalle 10 del mattino fino alle 16, si vota per i Racconti a quattro mani.
Non verranno considerati validi i voti che arriveranno prima delle 10 o dopo le 16 di venerdì.
Chi venerdì fosse impegnato ma volesse votare può comunque farlo, inviandomi una mail a
raccontiaquattromani@gmail.com
mail che poi renderò pubblica, copiandola.
Ricordo che si vota qui, nei commenti.
Ricordo che se si vota si vota per sei racconti, non per uno, tre o quattro.
o tutti e sei oppure il voto viene annullato.
Ricordo che al primo racconto verranno assegnati 6 punti
5 punti al secondo
4 punti al terzo
3 punti al quarto
2 punti al quinto
1 punto al sesto.
I primi sei racconti verranno poi impaginati per primi nell’e-book dalla mia amica “t”.
Do per scontato che nessun partecipante voti per se stesso…
La copertina sarà di Mario Bianco.
Nell’e-book non ci sarà nessun riferimento alla votazione; ci sarà sarà solo scritto che I racconti a quattro mani 2010 si sono svolti in questo blog.
Grazie a tutti e buon settembre
A 4 mani. Ci siamo
I 21 racconti, grazie a tutti i partecipanti.
Mancano: il voto e l’e book.
Vi tango aggiornati
1 – Il primo figlio (12lug10)
2 – A caccia di arcobaleni (13lug10)
3 – La Confraternita della bañacauda (19lug10)
4 – La casa del mais (20lug10)
5 – E poi (21lug10)
6 – Il tempo necessario (23lug10)
7 – Anni sereni (24lug10)
8 – Strategie di mercato (27lug10)
9 – Antiferesi (28lug10)
10 – Take away (29lug10)
11 – Istantanee d’anniversario (30lug10)
12 – Beautiful monster (05ago10)
13 – Wisteria (08ago10)
14 – L’ultimo giorno (09ago10)
15 – Complesso vocale (10ago10)
17. I giorni difficili (14ago10)
16 – Due zone diversamente influenzate (12ago10)
17 – I giorni difficili (14ago10)
18 – Contrazioni (15ago10)
19 – Andirivieni (17ago10)
20 – “Il mio amico Osvaldo” (18 ago10)
21 – “Duevoci” (19ago10)
A 4 mani, 21° racconto: “Duevoci”
Caro diario,
non è la prima volta che apro le tue pagine bianche per riempirle con le mie parole piene di angoscia e di tormento contrastato. Sono dimagrita di un altro chilo, ormai non riesco più a controllare il mio peso perché ho perso l’interesse per il cibo, come per qualunque altra cosa che non riguardi lui. Lui, il mio amore e la mia trappola. Mi sento legata ad un qualcosa che non mi appartiene più da molto…forse da sempre.
Lo guardo, ma lui non mi vede, è così sicuro di avermi accanto a sé che non sposta il viso per accertarsi della mia presenza nella sua vita. Non tende più la mano per toccarmi, siamo come legati da un filo invisibile che però ha il peso di una catena. Sento che essa sta andando a fondo, sempre di più, trascinando i nostri corpi senza vita, che non osano opporsi, che avvertono l’oscurità che li circonda, ma non reagiscono.
Ho parlato tanto in questi anni, ma ogni mia parola si è schiantata nel vuoto di uno schermo che non ha mai ascoltato, è arrivata ad un cuore gelido che non ha mai voluto il mio calore.
Ho amato questo cuore più di quanto lui amasse me, ma ormai la mia mano e me stessa siamo diventati freddi. Freddi in ogni senso, freddo è ormai il mio sentimento, come il suo sguardo quando gli sono davanti. Anche quando dice di amarmi, il suono di queste parole mi sembra freddo.
Non riesco a mettere la parola “fine”, troppo tempo abbiamo passato insieme e troppe cose ci hanno legato, uniti fin dal mio primo bacio alla sua prima volta, provando insieme forti esperienze…o forse erano solo tappe necessarie di un percorso di vita…mi chiedo sempre come sarebbe stato affrontarle con qualcun altro.
Chi può dire se amore o curiosità ci hanno spinti l’uno nelle braccia dell’altro e se abitudine o vera unione ci abbiano legato insieme per così tanto tempo.
E’ una ragnatela, mi sento in trappola tra i fili di questa prigione che più mi allontano e più mi richiama a sé, sono inerme in questa gelida gabbia confusa con sentimento.
Non ho il coraggio di prendere quelle forbici che attendono la mia presa, per tagliare i fili di questa ragnatela e scrollarmi le catene che porto addosso, per cominciare a volare.
Ho bisogno di volare.
Anche se dovessi avere vita breve come una farfalla dalle ali ramate, la vivrei libera senza catene, sentendo sul mio viso l’aria fresca che mi accarezza e che mi fa sentire nel corpo quel brivido che ormai, da troppo tempo, non riesco più a provare.
Caro diario,
rileggendo queste pagine ormai ingiallite e dimenticate dall’esigenza di vivere, non riesco ad indossarne, ormai, nemmeno una parola… saranno,forse, i chili abbondantemente ripresi dal germogliante riverbero delle mie ali. Ebbene sì.
Ho finalmente imparato a volare. Da sola.
Ho imparato l’arte dell’equilibrio e le acrobazie tra i rivoli di vento…mentre fingi di assecondarlo in realtà stai preparandoti ad andargli contro,o incontro, forse. Sapessi che sensazione! Gli entri dentro d’improvviso e sinuosamente, come in un tango, che ti cinge e ti volteggia come fa la passione con gli amanti. Una danza che balli da sola,conducendoti.
Da tempo non costeggio più le rive dei miei ricordi. Ho capito che non serve, nemmeno camminare su quell’orlo in punta di piedi per timore di disturbare la malinconia, quella che ad un tratto, furtiva come una ladra, ti getta addosso i coriandoli dei giorni passati, senza chiederlo.
Per questo evito gli orli e le rive.
Preferisco i campi di grano, il fruscio indorato delle sue spighe, gli spazi aperti dei campi sui quali correre a piedi scalzi, senza direzione, se non quella scombinata di passi incerti.
Come potevo preferire le sbarre certe dell’abitudine all’incertezza della libertà? Come potevo scegliere lui a me, con l’illusione che si trattasse di un noi? Mi trattenevo vigliacca dietro la sottana dell’amore, senza il coraggio di rivelarne la sua crudele nudità. Il mio corpo scheletrico ricoperto a stento da un’ipocrita sottana di seta, riluceva di bugie, seducendo solo la mia inettitudine, l’idea di un desiderio fantasma, mentre lui spegneva la abatjour e voltandosi dall’altra parte si addormentava.
Non leggevamo più, come facevamo un tempo, prima di addormentarci e i nostri dischi non accompagnavano più il caffè la domenica mattina o le sere di pioggia le nostre cene, quando l’umidità profumava di muschio la nostra casa. Quando raramente lo facevamo era un consenso implicito alla consapevolezza di una fine.
Quello che mancava ad entrambi non aveva nulla a che vedere con l’amore. Mancavamo a noi stessi. Semplicemente. Eravamo l’uno la morsa dell’altro. L’ombra indistinta di due corpi troppo vicini per distinguersi.
L’amore non può fondarsi sulla dipendenza, se non nella misura in cui la si vuole. Io pendevo letteralmente dalle sue labbra. Senza iniziativa. Senza un desiderio che non fosse il suo. Non osavo chiedere, solo rispondere alle sue voglie.
Prenderne consapevolezza fu doloroso. Le abitudini dell’amore, per quanto le disprezziamo vivendole, sono le prime a mancarci, a toglierci il fiato alle volte. Il suo pigiama a righe, il suo spazzolino, la sua vecchia pipa e tutti quegli oggetti così quotidiani, assumono la sacralità delle reliquie. Oggetti che ti ricordano chi eravate, o pensandoci oggi, chi ancora non eravate. La distanza era l’unica soluzione possibile. C’è voluta tanta forza per rimanere ferma e coerente alla decisione presa, ma per ambire ad un amore maturo, dovevo necessariamente cadere dal suo albero per essere pronta.
Tutti i sospiri che attanagliavano le mie notti, oggi sono respiri a pieni polmoni.
Ho imparato a desiderare, a soddisfare le mie voglie.
Ho imparato ad amarmi.
Sono pronta ad amare.
A 4 mani, 20° racconto: «Il mio amico Osvaldo»
Questo dovrebbe essere l’incipit di questo racconto, ma è stile indiretto libero, perché infatti l’amico di Veniero personalmente non conosce nessun Osvaldo. È Veniero che conosce Osvaldo, e che stasera, 20 luglio 2010, non riesce ad uscire dal cerchio soffocante dell’aneddotica corriva a proposito di costui, che in teoria è assente, dando molto sui nervi al suo amico. Che
– A parte il fatto, – gli dice, – che “Veniero” è un nome da cretino!
– Pazienza, – risponde serafico Veniero, – a te sembra forse che Gernando sia un nome intelligente? A proposito di nulla, Osvaldo l’altro giorno…
– Non mi chiamo Gernando – fa presente l’altro molto seccamente.
– Non ha nessunissima importanza – ribatte Veniero, da autentica carogna, – facevo un esempio: come dire: se mi fossi chiamato Gernando sarei stato, essenzialisticamente, alcunché di meglio? O Samuele? O Babila? O Ermintrude? O…
– Vacci piano, – lo interrompe l’altro. – Mia zia acquisita si chiama Ermintrude!
– E la mia no, – conclude Veniero. Soggiungendo minaccioso: – Hai qualcosa da ridire, forse?
– Senti – gli dice l’altro, mollando giù il boccale della birra, che è una moretti; nel toccare con un secco ss-tòck! il tavolo con la spessa base, il boccale spedisce un lungo baffo dorato verso l’alto, che nella luce violaceo-petulante del localino modajuol-scorreggione in cui si trovano acquista riflessi cangianti, poco addicevoli a qualunque cosa sia nata per essere ingerita, – io mi sono emeritamente rotto il cazzo di sentir parlare del tuo amico Osvaldo; o me lo fai conoscere, e allora la cosa è diversa, oppure mi metto io a parlare del mio amico Osmino con tutti quanti, per un mese da ora, in ogni momento della veglia, ovunque io trovi un pajo d’orecchie in cui versare le più squallide res gestae relative.
– Aspetta, – gli fa Veniero, alzando una di quelle due mani tozze e grassocce che lo rendono simile a un putto, con la faccia dai tratti tondi, gli occhî a mandorla soffocati nelle palpebre rosacee dalle lunghe ciglia corvine, le gote bombate, la bocca fiorita, la fossetta sul mento, – non tanta fretta. Questa è l’ultima che ti racconto. Ora, Osvaldo è ipertricotico, e ha sempre avuto il cruccio di una certa disidratazione alla peluria delle braccia, dell’interno coscia e dell’epigastrio, essendo abituato a lavarsi con genuino sapone Pears, mattina e sera. Ha rimediato facendosi lo shampoo, anche sul corpo…
– E quando ha cominciato a mettersi i bigodini ai peli delle orecchie?
– … Mai, che io sappia. Ma – dice, e s’illumina, estraendo il telefonino – potrebbe essere un’idea. Anzi, sai che quasi quasi lo chia…
L’amico gli strappa l’apparecchio di mano.
– Veniero, – intìma, – tu non chiamerai Osvaldo. Non stasera, non da qui, non in mia presenza.
– Non avevi detto di volerlo conoscere, qualche secondo fa?
– E adesso ti dico che se lo incontro ammazzo te e lui.
– A proposito, Osvaldo mi ha d…
– Osmino, invece, è solito sostenere…
– Aspetta. Quando O…
– No! egli suole…
I due lasciano le rispettive voci a sopraffarsi a vicenda, rimanendo liberi di alzarsi, guardarsi in cagnesco, rimboccarsi le maniche, l’uno fumando dal naso, l’altro dalle orecchie. Intravedo il cameriere che si protende nella loro direzione, per sentire che piega stanno prendendo le cose, pur non abbandonando il bancone – almeno non finché la situazione non sia degenerata nella maniera più scandalosa.
Ma non è lui ad interrompere questo scambio di vedute.
È Osvaldo, difatti, che poi sarei io, e sono arrivato qua or è mezz’ora, inseguendo una voglia di moretti. Mi ricordo vagamente una pubblicità della stessa, c’era una tizia biondissima, direi con le gambe da cavalla. Che invidia. Invidio le gambe dei cavalli, intendo. Corrono veloci. Mi piace correre veloce, a me. Io del cavallo ho solo il crine. Ed è così che ho visto Veniero, laggiù al bancone, chiacchierare con quel tizio cólla faccia da sociopatico paffuto, con la zazzerina nera, e le maniglie dell’amore che la posizione sullo sgabello mette in mostra così bene. Veniero, quel testadicazzo fissato con le battute – mi ha perseguitato, da quando mi conosce, con ‘sta storia dei peli.
Poi gli s’è scaldato il sangue. Divertente!, mi sono detto, massì.
– Ciao, Veniè.
Eccolo che si volta.
– Non ci posso credere! Ecco, questo è Osvaldo – e m’ìndica all’amico suo. L’amico di Veniero mi guarda fisso per un minuto buono e non dice niente. Allora, chi ammazzi, tu?
– Che mi racconti, Osvaldo?
Che ti racconto?
– Mah, solite storie, e tu?
– E come va cól tuo vello bestiale? – ride.
Ecco che comincia.
– Bene. Anzi: un pochino meglio.
Il tizio continua a fissarmi. Con aria divertita, anzi proprio da presa per il culo.
– Non ti si vede mai in certi giorni, che fine fai, dove ti nascondi?
– Sto a casa, guardo la TV.
– Beh, noi andiamo a fare un giro. Vieni?
– Ok. – Paghiamo e usciamo. Veniero avanti, dietro di lui l’amico – che non so nemmeno come si chiama, ora che ci penso –, e io a chiudere la fila con quelle maniglie dell’amore che m’ondeggiano davanti, ben visibili anche adesso che non è più sullo sgabello.
È notte fonda, c’è una bella luna. Ed ecco che mi prende il solito prurito su tutto il corpo e una specie di bollore in bocca, e quel fastidio ai denti.
Che mi stanno crescendo, così come i peli, d’altro canto.
Dopo altri tre passi decido di azzannare Veniero. Lo faccio rapidamente.
– Oddio – fa in tempo a dire l’altro.
Ma io sono addosso anche a lui, e lo inchiodo a terra con le zampe. Adesso mi fissa, sì, ma cól terrore negli occhi, non più con sarcasmo. Tutto sfolgorante di bel pelo fulvo luccicante sotto il plenilunio, prima di recidergli la carotide gli chiedo:
– Scusa, ma com’è che ti chiami, poi?
Con una vocetta strozzata:
– Osmino,
risponde.
Questo dovrebbe essere l’incipit di questo racconto, ma è stile indiretto libero, perché infatti l’amico di Veniero personalmente non conosce nessun Osvaldo. È Veniero che conosce Osvaldo, e che stasera, 20 luglio 2010, non riesce ad uscire dal cerchio soffocante dell’aneddotica corriva a proposito di costui, che in teoria è assente, dando molto sui nervi al suo amico. Che
– A parte il fatto, – gli dice, – che “Veniero” è un nome da cretino!
– Pazienza, – risponde serafico Veniero, – a te sembra forse che Gernando sia un nome intelligente? A proposito di nulla, Osvaldo l’altro giorno…
– Non mi chiamo Gernando – fa presente l’altro molto seccamente.
– Non ha nessunissima importanza – ribatte Veniero, da autentica carogna, – facevo un esempio: come dire: se mi fossi chiamato Gernando sarei stato, essenzialisticamente, alcunché di meglio? O Samuele? O Babila? O Ermintrude? O…
– Vacci piano, – lo interrompe l’altro. – Mia zia acquisita si chiama Ermintrude!
– E la mia no, – conclude Veniero. Soggiungendo minaccioso: – Hai qualcosa da ridire, forse?
– Senti – gli dice l’altro, mollando giù il boccale della birra, che è una moretti; nel toccare con un secco ss-tòck! il tavolo con la spessa base, il boccale spedisce un lungo baffo dorato verso l’alto, che nella luce violaceo-petulante del localino modajuol-scorreggione in cui si trovano acquista riflessi cangianti, poco addicevoli a qualunque cosa sia nata per essere ingerita, – io mi sono emeritamente rotto il cazzo di sentir parlare del tuo amico Osvaldo; o me lo fai conoscere, e allora la cosa è diversa, oppure mi metto io a parlare del mio amico Osmino con tutti quanti, per un mese da ora, in ogni momento della veglia, ovunque io trovi un pajo d’orecchie in cui versare le più squallide res gestae relative.
– Aspetta, – gli fa Veniero, alzando una di quelle due mani tozze e grassocce che lo rendono simile a un putto, con la faccia dai tratti tondi, gli occhî a mandorla soffocati nelle palpebre rosacee dalle lunghe ciglia corvine, le gote bombate, la bocca fiorita, la fossetta sul mento, – non tanta fretta. Questa è l’ultima che ti racconto. Ora, Osvaldo è ipertricotico, e ha sempre avuto il cruccio di una certa disidratazione alla peluria delle braccia, dell’interno coscia e dell’epigastrio, essendo abituato a lavarsi con genuino sapone Pears, mattina e sera. Ha rimediato facendosi lo shampoo, anche sul corpo…
– E quando ha cominciato a mettersi i bigodini ai peli delle orecchie?
– … Mai, che io sappia. Ma – dice, e s’illumina, estraendo il telefonino – potrebbe essere un’idea. Anzi, sai che quasi quasi lo chia…
L’amico gli strappa l’apparecchio di mano.
– Veniero, – intìma, – tu non chiamerai Osvaldo. Non stasera, non da qui, non in mia presenza.
– Non avevi detto di volerlo conoscere, qualche secondo fa?
– E adesso ti dico che se lo incontro ammazzo te e lui.
– A proposito, Osvaldo mi ha d…
– Osmino, invece, è solito sostenere…
– Aspetta. Quando O…
– No! egli suole…
I due lasciano le rispettive voci a sopraffarsi a vicenda, rimanendo liberi di alzarsi, guardarsi in cagnesco, rimboccarsi le maniche, l’uno fumando dal naso, l’altro dalle orecchie. Intravedo il cameriere che si protende nella loro direzione, per sentire che piega stanno prendendo le cose, pur non abbandonando il bancone – almeno non finché la situazione non sia degenerata nella maniera più scandalosa.
Ma non è lui ad interrompere questo scambio di vedute.
È Osvaldo, difatti, che poi sarei io, e sono arrivato qua or è mezz’ora, inseguendo una voglia di moretti. Mi ricordo vagamente una pubblicità della stessa, c’era una tizia biondissima, direi con le gambe da cavalla. Che invidia. Invidio le gambe dei cavalli, intendo. Corrono veloci. Mi piace correre veloce, a me. Io del cavallo ho solo il crine. Ed è così che ho visto Veniero, laggiù al bancone, chiacchierare con quel tizio cólla faccia da sociopatico paffuto, con la zazzerina nera, e le maniglie dell’amore che la posizione sullo sgabello mette in mostra così bene. Veniero, quel testadicazzo fissato con le battute – mi ha perseguitato, da quando mi conosce, con ‘sta storia dei peli.
Poi gli s’è scaldato il sangue. Divertente!, mi sono detto, massì.
– Ciao, Veniè.
Eccolo che si volta.
– Non ci posso credere! Ecco, questo è Osvaldo – e m’ìndica all’amico suo. L’amico di Veniero mi guarda fisso per un minuto buono e non dice niente. Allora, chi ammazzi, tu?
– Che mi racconti, Osvaldo?
Che ti racconto?
– Mah, solite storie, e tu?
– E come va cól tuo vello bestiale? – ride.
Ecco che comincia.
– Bene. Anzi: un pochino meglio.
Il tizio continua a fissarmi. Con aria divertita, anzi proprio da presa per il culo.
– Non ti si vede mai in certi giorni, che fine fai, dove ti nascondi?
– Sto a casa, guardo la TV.
– Beh, noi andiamo a fare un giro. Vieni?
– Ok. – Paghiamo e usciamo. Veniero avanti, dietro di lui l’amico – che non so nemmeno come si chiama, ora che ci penso –, e io a chiudere la fila con quelle maniglie dell’amore che m’ondeggiano davanti, ben visibili anche adesso che non è più sullo sgabello.
È notte fonda, c’è una bella luna. Ed ecco che mi prende il solito prurito su tutto il corpo e una specie di bollore in bocca, e quel fastidio ai denti.
Che mi stanno crescendo, così come i peli, d’altro canto.
Dopo altri tre passi decido di azzannare Veniero. Lo faccio rapidamente.
– Oddio – fa in tempo a dire l’altro.
Ma io sono addosso anche a lui, e lo inchiodo a terra con le zampe. Adesso mi fissa, sì, ma cól terrore negli occhi, non più con sarcasmo. Tutto sfolgorante di bel pelo fulvo luccicante sotto il plenilunio, prima di recidergli la carotide gli chiedo:
– Scusa, ma com’è che ti chiami, poi?
Con una vocetta strozzata:
– Osmino,
risponde.
il 18 agosto, un’eccezione
Ci sono i miei ricordi cortonesi, i miei ricordi degli anni della fabbrica ma, in questo blog, sebbene io racconti di incontri o di scampoli delle mie giornate, in questo blog, dicevo, non parlo quasi mai della mia vita.
Questo blog è soprattutto un piacevole passatempo ed è anche un luogo virtuale che mi ha permesso, poi, di conoscere per davvero persone speciali.
Nacque, questo blog, per scherzo. Dissi a un mio cugino acquisito: Stanno per uscire due miei libri, fammi un sito.
Mi disse, Aspetta, e comincia a vedere come ti trovi con questa cosa qua.
Era il 23 marzo del 2006…
Dicevo, questo blog non è un diario.
Qui scrivo quel che mi passa per la testa…
Io, lo sapete, scrivo: articoli e libri (magari non per molto…).
Il 18 agosto del 2005 morì mio fratello Moreno, aveva trent’anni.
Scrissi una lettera (che prima apparve sul giornale che dirigo), che per me è una preghiera.
Da rileggere, da condividere, anche.
E’ nella sezione ricordi (il primo) di questo blog, si intitola Fratello fragile.
Questo blog non è un diario ma il 18 di agosto di ogni anno lo è, almeno un po’.
Solo per un giorno.
