A 4 mani, 16° racconto: Due zone diversamente influenzate

Il golfo di Napoli è al centro di due zone diversamente influenzate dalle correnti: l’una a Nord con correnti a direzione stagionale, l’altra a Sud con correnti a direzione costante. I due rami, sovrapponendosi, creano la circolazione generale della corrente determinandone le due direzioni. La prima è quella detta di Ponente. Segue il percorso Capri, Penisola sorrentina, Castellammare, Torre Annu
Fu in quel momento – in quel preciso momento – che l’uomo tolse il volume al televisore. Lo schermo continuò a proiettare immagini di aliscafi, turisti e ragazzi scalzi che giocavano a calcio su un pontile.
Si alzò. Provò a finire la birra.
Si era scaldata.
La versò nel lavandino, guardò l’orologio e terminò la sigaretta lasciata a metà.
Poi andò a prepararsi.

Era arrivata a casa pedalando veloce sul lungomare.
Salì le scale, si poggiò alla porta, scostò i capelli che l’afa le aveva appiccicato al viso ed entrò.
Si spogliò camminando verso la doccia.
Dentro. Sotto l’acqua fredda, a spegnere quel dolore che spesso riemergeva. Soprattutto quella sera.
Alzò il viso, chiuse gli occhi, si fece pettinare i capelli dall’acqua.

L’uomo andò in bagno. Si insaponò la faccia e si rase con il bilama. Pelo e contropelo. Entrò in doccia. Dopo essersi asciugato tornò nella stanza del televisore.
Da quando viveva da solo aveva perso l’abitudine dell’ordine. Teneva gli abiti su divani, sedie e poltrone. Pescò dal mucchio.
Si vestì davanti al televisore con le immagini mute di una signora che assomigliava a Marisa Laurito. Era su una terrazza affacciata su un golfo e spiegava come fare un liquore di limoni. Aveva un cesto di capelli fermati da un mollettone che sfidava il vento.
Diede un’occhiata all’orologio.
Ancora presto.
Si tolse la camicia per paura di macchiarla.
Marisa Laurito mostrava come sbucciare i limoni.
Senza staccare gli occhi dai suoi capelli prese una birra dal frigo e si sedette sull’unica poltrona libera dai vestiti.

L’acqua le scendeva lungo il corpo, percorso da brividi, scosso da carezze prolungate. Socchiuse le labbra per bere e lasciò che il trucco sgocciolasse lungo le guance, lasciò che le gocce giocassero sul seno e rimbalzassero sui capezzoli finendo verso l’inguine, sulle gambe, sulle unghie colorate di blu.
Afferrò la spugna a forma di stella, il sapone al papavero e iniziò a frizionare la pelle dalla pancia piatta.
Un pensiero, subito da cacciare, venne fuori appena sentì la spugna sul ventre. Lui partiva da lì quando giocavano sotto la doccia.
Aprì gli occhi. Scosse la testa come a volere ammazzare quel pensiero mentre la stella al papavero continuava a carezzarle il corpo.
Ma non era la mano di lui. No.

Il caldo lo stava assassinando. Non smetteva di sudare. Aprì la quarta birra e guardò l’orologio.
I minuti si sedimentavano con la lentezza di un insetto che muore.
Tornò allo schermo.
Intervistavano un sottufficiale della Capitaneria di porto. Dietro, un muro di facce fisse verso la telecamera.
Bevve la birra.
Si passò una mano sull’addome.
C’erano stati anni in cui giocava a pallavolo in B2. Aveva muscoli che vibravano sotto pelle: era il suo modo di amare una compagna che non c’era più. Ora quegli anni erano lontani. Lo stomaco premeva contro la maglietta come qualcosa di morto.
Pensò alla donna che avrebbe visto di lì a poco.
Questo offre la casa, pensò sollevando la birra a mo’ di brindisi.

Uscì dalla doccia e andò in camera costellando orme di gocce al papavero. Andò verso la finestra. Il mare era un po’ increspato, come i suoi pensieri. Non aveva molte cose eleganti, la sua sensualità usciva ugualmente, lo sapeva bene. Afferrò un paio di pantaloni in mussola e una camicia leggera, molto scollata. Sandali bassi: la sua altezza era sufficiente a svettarla verso ogni altitudine di uomo. Lui era alto…
Ma stasera non sarebbe uscita con lui.
Via quel pensiero.

L’uomo salì in auto e guidò mezz’ora sotto il sole. Parcheggiò e camminò fino al luogo dell’appuntamento. La vide davanti alla vetrina a specchio di un bar.

La donna aveva fatto la strada velocemente. Pochi minuti per svuotare quei minuti dall’angoscia dell’attesa. Chiusa la bici con la catena si era messa con le spalle alla vetrina, il posto dell’appuntamento.

L’uomo vide i suoi capelli, di un nero tanto pitturato da sembrare una parrucca, l’abito inutilmente sexy, il trucco che le donne usano ai primi incontri come una difesa e una sfida.
Finalmente ci conosciamo, gli stava dicendo l’estranea.
Provò a confrontarla con le foto del sito per single in cui si erano conosciuti. Tentò di trovare una somiglianza con quelle immagini piene di splendore. Cercò una traccia, un appiglio, qualcosa a cui ancorare la disperazione che montava dentro.
Poi si vide nella vetrina. Vide il sudore che  macchiava la camicia, l’addome che tendeva il cotone, la sua faccia smarrita.
L’immagine di una donna che lo attendeva sotto la doccia salì come una bolla d’aria nella palude dei ricordi e quando toccò la superficie ed esplose anche il nulla in cui galleggiavano i suoi giorni esplose e l’uomo si disgregò su quel marciapiede, davanti a quella donna e sotto quel sole assassino.

La donna lo scorse arrivare. La prima cosa che notò fu la maglietta con la faccia di Che Guevara. Il Che, stava a ore a parlarne. Una volta da un viaggio sull’isola le aveva portato un perizoma con la stella del Che. Indossalo,  voglio vedere come ti sta… Che tristezza…
“Perché sono qui?”
Il pensiero saltò alla volta in cui lui, il lui vero, le toglieva il bikini su quella barca blu e rosa lentamente e le baciava il collo alzandole i riccioli biondi. Si erano sdraiati e fusi sul fondo della barca.
Andò via lasciando la bici legata al palo.

A casa l’uomo cancellò il profilo dal sito web e smise di mendicare incontri.
La donna tornò il giorno dopo a recuperare la bici. Qualcuno le aveva bucato le gomme. Il sellino era stato tagliato con  un  coltellino.
Fuori dalle loro abitazioni il mare continuò a separarli per gli anni a venire facendo, tutto sommato, il proprio dovere.

A 4 mani, 15° racconto: Complesso vocale

Non la trovava. Dopo un’altra ora di inutili affanni, sdraiato sul divano o accovacciato sulla poltrona, Filippo Tarchini cominciò a far i conti con la sconfitta: il nulla, il vuoto. Non un motto di spirito, una battuta valida, un’arguzia. Solo un continuo smarrirsi in una favola astrusa di cani parlanti con gatti sordi; una roba assurda, da autori privi di fantasia. Gli mancava qualcosa, stavolta. La sua padronanza, il suo slancio immaginifico, l’antica capacità di dar vita a un bisbiglio, un soffio o un sussurro, lo stavano abbandonando. Così, il discorso conclusivo di Mario Annibaldi, sindaco di Lucca, non quagliava. Il nulla, appunto, si stagliava ancora più nitido sullo sconforto, privandolo di un solo attimo di sano ottimismo. Il blocco si stava tramutando in doloroso ristagno.
Aprì un libro, il solito Fanfani, con la vaga fiducia di trovarvi una parola, una possibilità visionaria, uno spiraglio di sogno. Invano. Trovò solo una parola
arida, “infrastruttura”, non in grado, di sicuro, di procurargli stimolo alcuno. La mancanza continuava a circondarlo.
L’orologio a muro indicava l’approssimarsi di una nuova alba, un altro giorno infruttuoso stava spirando.
Allora, Filippo Tarchini, con la voglia di sgranchirsi un po’ muscoli, si alzò. I passi risuonarono sul tavolato in uno strano frastuono. I fogli, sparsi sullo scrittoio, sul tavolo riunioni, sul tavolino in soggiorno, continuavano a fissarlo. Bianchi, di un bianco immacolato, apparivano ora qua ora là, urlandogli in faccia tutta la sua incapacità. Dopo un po’, stanco di tali visioni, tornò a sdraiarsi, stavolta imbacuccato sotto un plaid di lana.
Ma, d’incanto, tutta la casa si trasformò ai suoi occhi. Intorno a lui sparirono i colori. I muri, i mobili di palissandro, l’abat jour ambrata, la natura morta di Jacopo da Cortona, il lampadario a soffitto, la sciarpa, i guanti, il soprabito, il portafoglio appoggiato su un ripiano: tutto bianco. Solo una mosca, volando da uno spazio all’altro, marcava di tanto in tanto un punto. Un punto sporco, sinistro, si mostrava a Filippo al modo in cui si mostra il maligno. Stava fissa solo pochi istanti, poi volava via. Ad ogni passaggio si udiva un ronzio via via più fastidioso, poi, quando di nuovo si posava, la sagoma scura appariva più voluminosa.
“Ora ti ammazzo, bastarda!” Lanciò una scarpa, con una forza smisurata, con tutta la rabbia accumulata dai giorni di stallo. Colpì la mosca, sopra l’armadio, vicino al soffitto. Un vaso di cristallo, urtato di rimbalzo, cascò, frantumandosi in migliaia di spicchi brillanti. Un rivolo limaccioso cominciò a mostrarsi intorno alla carcassa. Poi il liquido giallognolo colò piano sull’intonaco bianco, prima curvando a sinistra poi puntando in basso, in un tragitto bizzarro. Quando finì di aggrumarsi, lo sguardo di Filippo fu conquistato dall’impronta lasciata sul muro. Davanti a lui un simbolo, un avviso, una minaccia. Gli ricordava un film di Kubrick.
Pur raffigurata in modo approssimativo, appariva ora, con tutto il suo carico di ambiguità, una limpida,
grandissima E.
Ecco, disse, riconoscendo l‘impasse. Stupidamente, essere preda della privazione vocale è dannatamente esasperante e
d elimina qualunque possibile percorso semantico percorribile. Che succede? Perché queste E adesso entrano dappertutto? Liberatemi ve ne prego! E’ incredibile, credo che se continuerò per altre due, tre righe diventerò sempre meno libero e razionale. Ed esprimere pensieri, idee, istanze e desideri, speranze e convergenze politiche degne del Presidente della Regione (ché per quello concorre alle elezioni) diverrà difficile, forse impossibile. Me misero! Aiutatemi, deh!
Wilma Bellacci, la governante di casa Annibaldi, richiamata da un vociare sempre più concitato che sembrava provenire dalla biblioteca, si accostò per bussare. Quando entrò, trovò Filippo Tarchini, il ghost writer del Dottor Mario, come lei confidenzialmente lo chiamava, riverso
accanto al tappeto, la bocca spalancata e tanti piccoli frammenti scuri ai lati della labbra che sembravano colare come lava da un vulcano. Parevano schegge di natura ferrosa. Si avvicinò aggiustandosi gli occhiali sul naso: erano le minuscole lettere scivolate dai martelletti della Olivetti 32 con cui Filippo si ostinava a scrivere tutto, dai discorsi alle risposte di ringraziamento. Wilma diligentemente le raccolse. Qualcuno le avrebbe aggiustate, rimontandole ad una ad una da dove erano scivolate. Le ordinò scrupolosamente per facilitare il lavoro, ma si accorse che mancava la E. Dove diavolo era finita? Sollevò il tappeto: niente. Andò a prendere la scopa e passò ogni centimetro quadrato della biblioteca, sotto ogni mobile o suppellettile: niente. Filippo giaceva esanime, ancora svenuto. Avrebbe potuto essere sotto il suo corpo. Chiamò Osvaldo, il cuoco, e insieme lo sollevarono delicatamente e lo stesero sul divano. Niente nemmeno lì sotto.
Dato il protrarsi dello stato di incoscienza, fu chiamato il medico di famiglia. Costui auscultò Filippo Tarchini, il quale, dopo aver annusato un tampone imbevuto d’ammoniaca, si svegliò e incominciò a tossire. Il dottor Razio, gli sollevò la maglietta della salute e con lo stetoscopio premuto appena sotto le scapole gli intimò “dica 33”. Filippo, guardando nel vuoto, si sforzò ma non riuscì a pronunciare alcunché. Poi, d’improvviso, dopo l’ennesimo incoraggiamento del medico, finalmente parlò: “Tre, tre, tre belle pere, sette le mele delle megere, sette le pesche, sette le tette delle tedesche…”. Sembrava non potersi fermare più, continuò a cantare quella specie di filastrocca per alcuni minuti fino a che un conato di tosse un po’ più forte lo fece avvampare. E, prima che riuscisse a mettersi la mano davanti alla bocca, finalmente sputò il martelletto della lettera E.
Wilma, dopo averlo asciugato, lo allineò con cura fra la di e la effe.

Filippo Tarchini scrisse un discorso memorabile. Scaldava il cuore e accendeva gli animi.
Mario Annibaldi venne eletto con un plebiscito.

A 4 mani, 14° racconto: L’ultimo giorno

La prima volta che vidi Giulio pensai all’orsacchiotto sbilenco e dagli occhi sbilenchi – o almeno, così lo ricordo – con cui giocavo da bambina. Ho ripensato a quell’immagine, stamattina, quando mi sono fermata nell’atrio con lui.
Un’immagine dimenticata, tornata con il sole che illuminava i molti lavaggi della maglietta azzurra di Giulio, e i suoi occhi, e i suoi occhiali.
Guardavo i suoi occhiali io, mentre lui, girandosi leggermente, mi chiedeva di indovinare cosa avesse dentro lo zaino.
I suoi occhiali, già: gli hanno insegnato ad aggiustare la stanghetta destra con lo scotch, sono mesi che va avanti così, la stanghetta però, ogni tanto si ribella e rende ancora più precario il suo sguardo… ma forse questo lo sto pensando ora, perché so.
– Allora me lo dici o no? Cosa c’è nel mio zaino?, mi ha chiesto nuovamente, sempre girato, con lo zaino strapieno.
– Non saprei. Oggi è l’ultimo giorno di scuola, giusto?
– Ho i regali per i compagni. Poi parto, non li vedo più…
– Come parti? Per andare dove?
– Non lo so, neanche Emilia lo sa.
So bene dove vai, ho pensato.

Eccola Emilia. Lo stava aspettando con il motore acceso e con suo figlio Francesco, che va all’asilo. Ho acceso una sigaretta guardandola, ma più che di fumare avevo voglia di dire cose cattive a quella donna.
Per dieci mesi Giulio è stato il fratello maggiore del piccolo Francesco, e io, dal piano di sotto li sentivo giocare, sentivo Francesco correre e Giulio cantare, ed ero contenta di quell’allegria oltre il soffitto. Ma ero anche contenta di non essere come la vicina della mia infanzia che terrorizzava mia madre: Vado dall’amministratore, sentirà le sue, cara signora. Mia madre, che mi costringeva a usare i feltri sul pavimento incerato, e guai se il volume della radio era un po’ più alto, respingeva sempre le mie ragioni. Quando diventai più grande, se la incalzavo si torturava il mento con la mano, Se ci fosse tuo padre non avresti il coraggio di dire questo, sibilava. Per lei, io esagero sempre. Cumuli di ghiaccio, fra noi.

Ma per Giulio è molto peggio, cazzo.
Ora che Emilia aspetta un altro figlio per Giulio non c’è più posto. La casa, dice Emilia, è troppo piccola. Giulio, ragazzino usa e getta.
Giulio, dalla prossima destinazione sconosciuta: altra casa, una casa famiglia, stavolta. Spero tu sia più fortunato, piccolo.
Quando Giulio, in ascensore, mi aveva detto, cercando di aggiustare quello strazio di stanghetta – Ora che arriva un fratellino a Francesco non mi possono più tenere -, non ci avevo creduto. Aveva ricacciato in tasca il rotolino di scotch: non gli era riuscito proprio un bel lavoro.
La portinaia che sa tutto, perché – secondo me – origlia alle porte (è stata lei a dire a tutto il condominio che mio marito se n’è andato) però ha confermato. Giulio è stato un bambino usa e getta.
Mancava un particolare: la data di partenza. Ora c’è anche quella. Ultimo giorno di scuola, ultimo giorno nella famiglia che aveva bisogno di un figlio tappabuchi.

Adesso lo sto guardando, nascosta dalle persiane del mio soggiorno. Credo sia l’ultima volta che lo vedo. Sta salutando, goffo, qualcuno che, dalla mia visuale, posso solo immaginare. Mi viene in mente solo Emilia, è un’idiota quella donna. Quando le dissi che l’avvocato Dalmazi del primo piano si era sparato mi aveva guardata sorridente. Le avrei sputato in faccia allora, perché Dalmazi era un uomo dai modi garbati e un ottimo avvocato, le vorrei sputare ora, per Giulio. Ho bisogno di un fazzoletto: le lacrime ricacciate scendono poi dal naso. Meglio che vada di là, da mio figlio. E’ di buon umore oggi, ha voglia di parlare. E io devo ascoltarlo.

Il verde dura pochissimo. Se nessuna delle macchine davanti gira a sinistra forse ce la faccio a passare in questa tornata. Dovrei fare in tempo a fermarmi anche in lavanderia. Poco tempo tra l’uscita dell’ufficio e il rientro a casa. Un tempo contratto, da dividere tra mia madre e mio figlio Lele che adesso è all’allenamento: ma se dio vuole da domani va in vacanza anche la squadra di calcio. Ho bisogno di allentare il ritmo anch’io: lezioni di inglese, il calcio, le visite al suo migliore amico che sta dall’altra parte della città… queste mi sa che dureranno fino ad agosto.
Fortuna che c’è parcheggio sotto casa di mia madre.
E Giulio? Dove sarà ora? Non so come funziona. Dormirà già stasera in un’altra casa?
Devo correre, si sta facendo tardi.
Mamma… Lascia stare, stiro io, vorrei dirle, ma non mi permetterebbe di metter le mani su ricami che ringiovaniscono grazie al suo rapido arroventarli, in punta di ferro.
– Mamma scusa, cosa sono tutti questi biglietti per terra,?
Mi mostra la borsa, compiaciuta: l’ha ripulita e svuotata da foglietti vari, che però poi sono caduti. Ha aspettato me affinché li raccogliessi. Ha la schiena a pezzi, porta il busto e non ha certo la forza per piegare le gambe o pulire con la paletta.
– Mamma sei pazza? Cosa sono questi scontrini?
Mi guarda con la fierezza di un bimbo impaurito. Anche in fondo allo sguardo di Giulio c’era paura, stamattina: perché non l’ho abbracciato? è così esile.
– Spiegami, per favore.
Gli scontrini per terra sono della pasticceria che c’è qui sotto casa. Significa rischiare, mamma, perché il diabete va alle stelle, insomma: significa essere deficienti…
Guarda il vuoto, avrei voglia di abbracciarla. No, le darei modo di sciogliere lacrime e lingua: mio marito, il passato, le vicine di casa…
Da un po’ evito lo specchio del corridoio di casa mia perché mi ha mostrato – a sorpresa – lo stesso suo modo di deglutire.
– Ciao mamma, vado a prendere Lele.
– Senti…
La sua voce trema, ora l’abbraccio…
Il vapore inutilizzato ha formato una chiazza sotto il ferro da stiro.
– Perché stasera non venite da me tu e Lele, è un po’ che non si fa vedere.
Oggesù, mamma. Lele non sopporta te e forse nemmeno me. Una cena fredda? Lele rimpiange la sua vita di prima, suo padre.
Cos’avrà per cena Giulio stasera?
– Va bene, mamma. Cosa prepari?

A 4 mani, 13° racconto: Wisteria

Il glicine, la glicine, la pianta del glicine troneggia sulle tegole e sul filo del telefono, ignara delle parole sottostanti al brusio elettrico intermittente che lo percorre. Una natura a strati fra loro estranei sopravvive: nessuna interferenza fra le onde elettromagnetiche nate dalla voce di Claudio sul ricevitore della cornetta e le sue intenzioni, nessun disturbo fra il profumo violetto del vegetale là fuori e la serie di input che scuotono elettroni e metalli. Di tutto ciò la discussione fra i due amanti non tiene conto, ignora la mano della siepe e l’occhio dei circuiti, è presa dal livello umano già di per sé sovrabbondante.
«Gliela voglio proprio far pagare a quella maledetta… mi ha rovinato la vita da quando avevo 11 anni, a farmi test e terapie per “curarmi”… ma adesso vede, gliela faccio pagare»
«Senti chi parla di pagare! Ma se a quella “psicologa” – scusa la parola – sei tu che hai sempre pagato e di brutto!! Lascia perdere, è acqua passata, la legge è passata, abbiamo lottato per anni ma adesso abbiamo i diritti, dài Claudio, smettila, passo da te e ne parliamo. Magari di sposarci??»
«Amore passa quando vuoi, ma quella non la può passare liscia».

Via Mafalda di Savoia la si ricorda per un glicine, che la distingue dalle circostanti, visitate dalla parietaria. Questo o questa glicine, questi piccoli punti di glicine che colorano un’intera parete riscattandone strati di ocra vecchio e scrostato, tengono in mano le tegole l’antenna un camino, e nascondono un cavo del telefono. La pianta del glicine di via Mafalda è, pare, indifferente al cavo, o forse ignara delle parole sottostanti al brusio elettrico intermittente che lo percorre. Forse ricorda solo le sere senza luna.
«Felice? Felice un cazzo».
Dovrebbe sobbalzare, la / il glicine. Invece, nulla.
«E che reazione è? Non è quello che aspettavamo, Claudio?».
«Guarda che la mia vita non è stata come la tua. Tu le terapie e i campi di educazione sessuale non li hai mica fatti. Ma adesso io gliela faccio pagare, sai!».
«Senti chi parla di pagare! Guarda che la psicologa eri tu che la pagavi, e di brutto! Anzi, prima la pagavano i tuoi, hehehe. Lascia perdere, è acqua passata, la legge è passata, abbiamo lottato per anni ma adesso abbiamo i diritti, dài Claudio, smettila, passo da te e ne parliamo. Magari di sposarci??»
«Amore passa quando vuoi, ma quella non la può passare liscia».

Se tutto questo glicine volesse o sapesse ricordare, se li ricorderebbe questi due, cavo o non cavo, che la sera profittavano di via Mafalda di Savoia per chiedersi chi avrebbe comprato il pane, e chi stirato; soprattutto evitato era l’immaginario compito di rigovernare i piatti dopo omeriche cene a notte fonda con immaginari amici, amiche. Visioni di felicità implausibili.
Una cena fra amici. Gli immemori punti di glicine, solo a sforzarsi un po’, ricordano altre sere e altre scene. L’uscita settimanale dallo studio psicologico e psichiatrico Dott. T. Nannerini, i test, le misurazioni, i libri consigliati. E la sera senza luna.
Le mani si fanno liquide nelle sere senza luna.
Le voci improvvise mordono, nel silenzio.
«Guarda due froci».
«Che schifo. Ma non vi fate schifo».
«Rivestiti schifoso».
«lasciali stare, amo’. Lasciali».
«Vi piace prenderlo nel culo?».
«Lasciateli, smettetela».
Forse i glicini si fanno solo i fatti loro, e pensano a cose grandiose: che gli imperatori giapponesi, durante i lunghi viaggi di rappresentanza, portavano con sé bonsai di glicine – a questo pensano; quando giungevano in luoghi stranieri si facevano precedere dagli uomini del seguito, che sostenevano alberelli di glicine fiorito, al fine di rendere note le proprie intenzioni, amichevoli e di riguardo, per gli abitanti di quelle terre.
Sangue fra Claudio, Giangiulio, e la terra madre dei glicini, sangue in ginocchio, illune silenzio.

A 4 mani, 12° racconto: Beautiful monster

Oriella Rimabon, meglio conosciuta come la Barbie di Valdobbiadene, per le curvilinee e biondochiomate somiglianze con la mitica bambolina, si stava guardando da circa un’ora le punte dei piedi, tra le lacrime e il mascara colati copiosamente sulle guance. Suo marito Daniele, invece, guardava, in alternanza fissa come se stesse seguendo un interminabile e noioso match di tennis, prima Oriella e poi la culla dove stava dormendo Omar, il loro primogenito. Senza parlare, gli occhi modulavano un pensiero a martello:
Non ci posso credere
.

Undici mesi prima

Sparsi sul letto tutti i moduli della società Babybello©. Tutte le caratteristiche richieste in otto pagine di moduli minuziosamente compilati.
Babybello© as you wish.

Le vetrate opaline della sala riunioni emanavano una luce lattea che permeava di chiarore rassicurante i volti che si delineavano sullo schermo al plasma. Le possibili combinazioni, date le opzioni materne, si affacciavano paffute, tenere e rosee dal video. Gridolini eccitati interrompevano i sussurri di Oriella e Daniele. Il loro bambino sarebbe stato perfetto. Bellissimo e unico. Come soltanto avrebbe potuto essere il loro figlio.
Il sogno dei futuri
Babybello© parents (clienti era una parola da evitare come un’anomalia genetica nelle brochure patinate della holding dei bambini perfetti che la Babybello© si vantava di essere) era a portata di mano. Beh, anche di portafoglio, diciamolo. Fortuna che Daniele era stato appena nominato junior partner nella DB&C corporation.

«La bellezza è un plusvalore… noi della Babybello© ne siamo perfettamente consci e la nostre scelte di marketing si basano proprio su questo principio. La società contemporanea è sempre più visiva ed oltre al quoziente intellettivo e a spiccate competenze relazionali gli individui nati grazie a Babybello© avranno una marcia in più, un valore aggiunto se vogliamo…»

La pr dell’azienda caracollava sui tacchi esibendo tette siliconate, un lifting altamente professionale e un guardaroba esclusivo, tutti frutti delle parcelle salate – guadagnatissime, certo – della compagnia specializzata in euprocreazione per la quale lavorava.
Oriella e Daniele pendevano dalle sue labbra – anch’esse accortamente ritoccate – e firmarono il contratto.

Prelievi, esami, analisi, un fuoco di fila di prosaiche operazioni per ottenere un rampollo degno delle migliaia di euro necessarie per metterlo al mondo.
Quando il test di gravidanza mostrò, nell’allinearsi inequivocabile delle barrette, che l’impianto era riuscito, che stava iniziando la fase 1 della produzione (così recitava il vademecum della
Babybello©), Daniele e Oriella festeggiarono – niente alcool, per carità, niente cibi ipercalorici – nel miglior ristorante della città. Lui le regalò un giornata nel più esclusivo centro benessere e l’indomani si videro recapitare un biglietto pergamenato con i migliori auguri da parte della promoter di Babybello©. Anche la firma era al computer ma carini lo stesso, no?

Undici mesi dopo

Non ci posso credere.
Daniele era un uomo risoluto. Per questo Oriella l’aveva sposato. Per questo era diventato a soli ventinove anni quello che era nella sua azienda. Dopo essersi riscosso dal torpore dei primi giorni pensò che si dovesse fare qualcosa. Che qualcuno dovesse fare qualcosa. Il dottor Nirvani, per esempio.

I media diedero ampio risalto all’episodio. “Coppia benestante – articoli e titoli a caratteri cubitali in prima pagina, foto e commenti sul web, gruppi su Facebook – preda di un raptus di onnipotenza, tenta di effettuare un’operazione di chirurgia estetica al volto del proprio bambino di due mesi.” Sociologi, psicologi, criminologi di chiara fama, scuri in volto, abituati a frequentare salotti da esperti circensi mediatici, a cambiare maglioncini ed esprimersi su tutto lo scibile umano foss’anche il risotto di Vissani, chiosavano sul degrado dei costumi del nostro secolo, arroventando il dibattito in uno slalom di partecipazioni televisive, degno di un Tomba dei tempi d’oro.

Potremmo, infine, raccontarvi di come la polizia fece irruzione in sala operatoria. Potremmo narrare che c’era anche il giudice Santagata. Potremmo riferire le sue parole all’indirizzo dei perversi genitori – «Siete delle brutte, anzi bruttissime persone», dello sguardo offeso di Daniele e dirvi ancora del conseguente attacco isterico della Barbie di Valdobbiadene alla ricerca disperata di uno specchio che confermasse che non era vero.

Non era vero che erano brutti. Era il loro bambino a non esser venuto bene.

Ma temiamo di non essere creduti.

Spunti, riflessioni ed incubi scaturiti da qui: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&ID_articolo=7823&ID_sezione=38&sezione

in silenzio

sterno è un mio amico.
la prima volta che l’ho visto (ma già ci conoscevamo grazie alla posta elettronica) è stato a Sermide, venne per me, sono quasi tre anni ormai.
ma non importa questo.
lasciamo perdere i racconti a quattro mani, la narrativa e tutto, e leggiamo il suo dolore, che è grande.
parole vere, insomma.
non servirà (leggere), suo padre non c’è più.
E lui quando il suo vecchio è morto non c’era, era lontano, e questo fa male tanto, ché Sterno avrebbe voluto essere lì, a chiudergli gli occhi, dolcemente.
leggiamo, che altro non possiamo fare.
un abbraccio s.

remo

Un uomo
di Sterno

sul voto e altro

Oltre ai partecipanti possono, se vogliono, votare:
1. Stefania Mola (squlibri2)
2. Monia Casagrande (non commenta mai, ma c’è: nella prima edizione mi avvalsi della sua preziosa collaborazione)
3. Silvia (Sgnapis) (
sgnapisvirgola).
4. Lucia Marchitto (Lucia Marchitto)
5. Laura Costantini (che ha il blog con Lory)
6. Elena (C’è da fare)
7. Lucypestifera (Il lunedì degli scrittori)

8. Bri (Laura) (verdemare)
9. Sterno (genere umano)
10. Lucia (Cronomoto)
11. Ilaria (Ali d’argento)
So che Zena  (Colfavoredellenebbi
e) non ci sente… in  questi giorni.
Probabilmente ho dimenticato qualcuno…

A questi potranno aggiungersi altri visitatori di questo blog.
Si voterà un giorno di fine agosto, o inizi di settembre.
Un giorno preciso con un determinato orario, chessò, dalle 15 alle 21.
Chi non potesse partecipare al voto nei commenti mi può comunicare per posta elettronica il proprio voto. Potrà farlo in un lasso di tempo compreso tra la pubblicazione dell’ultimo racconto e il giorno prima della votazione. Sarà mia premura copincollare il voto e chi l’ha dato nei commenti.
Se qualcuno “indovina” chi ha scritto questo o quel racconto voti lo stesso; se invece l’ha saputo si astenga, per favore.
Il bello di questa iniziativa sta appunto nel premiare il racconto e non chi l’ha scritto; sappiamo tutti bene che l’abito fa il monaco anche nella narrativa.

Per chi ha già inviato il suo racconto.
Allora, il fine ultimo è la pubblicazione di un e-book. Un lavoro collettivo, insomma. Mi piacerebbe che fosse il più dignitoso possibile.
Allora se qualcuno volesse correggere dei refusi o delle imprecisioni me lo comunichi sul solito indirizzo mail (raccontiaquattromani@gmail.com).

Scusate se non rispondo nei commenti, son di fretta. Sta squillando il telefono, ora, devo vedere una persona, poi devo scappare, niente pc o mac per qualche ora, mi sa che torno stanotte, tardi.

A 4 mani, 11° racconto: Istantanee d’anniversario

Luciana arrivò in sala da pranzo, una mano premuta sulla bocca.
Poi tirò su un sospiro, come a raccogliere coraggio, e tutto d’un fiato disse:
«È arrivato. Aspetta in stazione. È solo. Dice che mamma non è voluta partire.»
Per un attimo nessuno reagì, poi presero a parlare tutti insieme, fino a che Dante sbatté un pugno sulla tavola, appropriandosi del suo ruolo di fratello maggiore.
«State zitti!», urlò « Cosa significa che non è voluta partire?»
Luciana rispose come tra sé e sé:
«Non me l’ ha detto, il motivo. Ma deve essere qualcosa di serio. Non sarebbe mai venuto da solo.»
Fu a questo punto che Milena, la più giovane dei nipoti, si alzò da tavola e corse in camera sua. Si buttò sul letto e scoppiò in singhiozzi.
Amava tanto sua nonna. Fin da bambina aveva sentito in lei una vitalità di solito estranea alle persone di quell’età.
Da lei aveva appreso a essere forte, a non lasciarsi intimidire dalle compagne più prepotenti, a non giudicare, a rispettare ogni diversità.
Ora capiva che doveva aver avuto dei motivi veramente seri per non essere partita.
Aveva intuito, dai discorsi che ultimamente le faceva sua nonna, che qualcosa era cambiato in lei. Quando erano andati a trovarla, a Pasqua, le era anche sembrato che fosse mutato il suo approccio con gli altri famigliari: l’aveva osservata mentre ascoltava le recriminazioni ora dell’uno ora dell’altro, le lamentele per il lavoro, per il carovita, per le vacanze saltate, per la disubbidienza dei rispettivi figli. Sembrava che non li udisse veramente, come fosse assorta in altri pensieri. Rispondeva con cenni del capo, brevi commenti, sorrisi di comprensione. Ma soprattutto taceva.

«Mi hanno stancata tutti», prese a dire, come se ci fosse qualcuno ad ascoltarla. E intanto chiudeva la valigia, e controllava ancora una volta che il biglietto aereo fosse nella borsetta, e fermava le persiane.
«Mi ha stancata lui, con i suoi ridicoli tradimenti, con il suo paternalismo, con le sue recriminazioni. Te ne ho date, di cose, in questi cinquant’anni, mi ha detto ieri. Mi hanno stancato i figli, e i nipoti, egoisti, opportunisti, capaci solo di arrivare qui in massa, per le feste, e solamente perché in città i divertimenti non mancano. Mai a chiedermi mamma, hai bisogno. O a dirmi: nonna, ti voglio bene. Ma tutti: fai, devi, dammi. So bene che è stata Luciana a organizzare la festa. Per ammansirmi, sperando che io dica sì, te li do io i soldi per il negozio che vuoi aprire. Ma io, queste nozze d’oro, non le festeggerò. Che sono d’oro matto, queste nozze.»
Prima di lasciare la casa, le cadde lo sguardo sulla foto che ritraeva lei e Milena. Un groppo le strinse la gola. Milena, che era diversa da tutti loro.

Il caffé gli bruciò il palato. Imprecò fra i denti, e sbatté la tazzina sul banco. Il cameriere lo guardò sollevando le sopracciglia, poi riprese ad asciugare i bicchieri. Cazzo hai da guardare, ringhiò Umberto in silenzio. Almeno arrivassero presto, pensò. Che lo sappiano subito che la madre non vuole più né me, né loro.
La rabbia gli premeva dietro le costole, e spingeva per uscire e lacerargli la carne.
Dopo cinquant’anni sua moglie gli ha aveva detto: ti lascio. Così, di punto in bianco, ti lascio, gli aveva detto, poi se n’era andata in camera, chiudendosi la porta alle spalle. Dopo tutto quello che lui aveva fatto per lei. Pensò alle donne che aveva lasciato, per lei. Avventure, ma anche storie importanti. Pensò ai figli che le aveva permesso di avere, per quella sua stupida voglia di maternità. Fosse stato per lui, uno sarebbe stato più che sufficiente. Solo un fastidio, i figli. Pensò alle ore di straordinario, fatte per racimolare qualche soldo in più, per la casa, e le vacanze, e gli studi dei figli. Ti lascio, gli aveva detto.
«Chissà cosa farà, adesso, senza di me. Ho fatto sempre tutto io, in cinquant’anni», masticò fra i denti, dirigendosi in bagno.
Lo specchio sopra il lavandino gli rimandò l’immagine consumata di un viso grigio di stanchezza. Gli salì un tremito, dentro, e la rabbia lo abbandonò di colpo, lasciandogli un buco fra il cuore e la pancia. Un vecchio cane abbandonato, gli venne da pensare.
Poi scoppiò a piangere, con dei singhiozzi raschianti, che si annodavano in gola.

Il tassista sistemò le valige nel bagagliaio, poi chiese dove dovesse portarla.
Lei non rispose. Se ne stava assorta, e fu riportata alla realtà dalla voce che per la terza volta le chiedeva, stavolta perentoriamente: « Allora dove la porto, signora?»
«All’aeroporto”, rispose.
Mentre il taxi procedeva lentamente sulla strada intasata dal traffico, ebbe modo di riflettere, ripercorse molte delle tappe principali della sua vita di moglie, di madre, di nonna.
Scosse la testa come per scrollarsi da un insetto invisibile. Forse non era necessario andarsene, sarebbe stato troppo doloroso anche per lei, pensò. La raggiunse una consapevolezza mai avuta prima: avrebbe dovuto chiarire a tutti che non era più disponibile a richieste che non tenessero conto delle sue esigenze. Sapeva che le cose non sarebbero radicalmente cambiate, ma avrebbe parlato, oh sì, che avrebbe parlato!
Toccò la spalla del tassista:
«Scusi, non all’aeroporto, mi porti in stazione», disse
Promise a se stessa che non avrebbe più permesso a nessuno di disporre del suo tempo e che avrebbe preteso rispetto per ogni sua scelta. Da tutti. A cominciare da Umberto. Ci aveva tentato, in passato, ma poi si era arresa. Questa volta, però, sapeva di avere una grande determinazione.
Il biglietto aereo l’avrebbe conservato, per ricordarle la sua decisione. Non sarebbero stati soldi buttati. In fondo stava comunque intraprendendo un viaggio: verso una libertà ottenuta non con rivoluzione, ma con la riflessione.

Alla stazione, ad aspettarla, c’erano Umberto e Milena. Lui non le disse niente: si avvicinò e le fece una carezza sulla guancia. Lei lo guardò negli occhi, poi accolse fra le braccia Milena e sorrise.
Più tardi le avrebbe parlato. Ma sapeva che avrebbe avuto in lei un’ alleata formidabile.

A 4 mani, 10° racconto: Take away

L’odore di fritto stagnava nell’aria. Chen si scostò una ciocca di capelli dagli occhi e lo vide. Era la seconda volta che il ragazzo veniva al take away. Ordinò lo stesso menu del giorno prima: il numero sei. Dopo aver passato l’ordine in cucina Chen lo studiò con calma. Alto, biondo. Bellissimo.
La voce del cuoco che le annunciava il sei nel passavivande, la riscosse.
Gli consegnò il contenitore e lo guardò, esitante. Lui ammiccò disinvolto. Chen distese le labbra in un sorriso compiaciuto.
Portò di nuovo la mano ai capelli, stavolta nel gesto della donna che sente su di sé uno sguardo ammirato. Lo seguì con gli occhi, oltre la vetrata appannata dal vapore.
Quando lui sparì osservò la propria immagine riflessa, appena distorta. Si trovò carina, molto più del solito.
Voltandosi notò il cuoco affacciato al passavivande che la fissava. Seccata, gli fece una
smorfia.
Wang, il cuoco, era il suo fidanzato. Provenivano dallo stesso villaggio e gli era stata promessa fin da bambina. Lui era partito per l’Italia cinque anni prima e lei lo aveva raggiunto da poco, accettando la scelta della sua famiglia, nel rispetto della tradizione. Ora, nell’attesa che la comunità cinese celebrasse le loro nozze, si trovava alle prese con uno sconosciuto, in un paese straniero di cui non parlava la lingua.
Aveva però fatto in tempo a guardarsi intorno e ad apprezzare le differenze.
E quando il ragazzo tornò la sera dopo, con una maglietta dello stesso azzurro dei suoi occhi, cominciò a sognare la libertà che non aveva mai avuto.
Chiese ancora il numero sei. Chen sorrise, con la bocca, con gli occhi allungati, con ogni poro della sua pelle ambrata e passò l’ordine. Wang eseguì, poi rimase affacciato a osservare, un mestolo in mano.
Chen si sentì trafiggere le spalle dalle sue occhiate, ma continuò a ignorarlo, concentrata sul suo idolo.
Restò assorta e sognante per qualche secondo. Poi prese il contenitore dalle mani unte di Wang e lo porse a Occhiblu che, col suo atteggiamento, pareva provocare il cuoco sfacciatamente.
Fu percorsa da un palpito di grata intesa: sembrava pronto a infischiarsene di Wang e delle convenzioni sociali, proprio come lei.


Le strizzò l’occhio mentre pagava e uscì, portando con sé le sue speranze di una vita diversa.
In occidente erano le ragazze a decidere dei propri sentimenti. E, nonostante il cuoco avesse un aspetto gradevole, Chen preferiva Occhiblu e la libertà.


L’indomani l’attesa le parve interminabile. Anche Wang era più nervoso del solito, come se qualcosa lo tormentasse. Chen oscillava fra l’irritazione e la pena nei suoi confronti. In fondo anche lui era stato costretto a quel fidanzamento. Ma tutti i suoi crucci svanirono quando Occhiblù fece la sua apparizione, preceduto da un intenso aroma di dopobarba.
Aveva un sorriso esitante, studiò la lista come se fosse incerto fra i vari menu.
“Il solito” disse infine, con decisione.
Appena Chen passò l’ordinazione, Wang si affacciò dal passavivande e i suoi occhi brillarono di consapevolezza.
La ragazza pensò che avrebbe scoraggiato il suo corteggiatore ma questi sfoggiò un sorriso ancora più ampio. Drizzò le spalle, mettendo in mostra un fisico da atleta.
Era evidente che non intendeva lasciarsi intimidire. Chen, rassicurata, seguì con la mano i contorni del biglietto che aveva in tasca. Non sapeva scrivere in italiano ma lui non avrebbe potuto equivocare il significato del cuore che vi aveva disegnato.
Wang le passò il contenitore e poggiò i gomiti sul bordo della finestrella, fissando il rivale.
Chen ne approfittò per infilare il biglietto nella scatola. La porse al ragazzo con trepidazione, come se gli consegnasse il suo, di cuore, oltre a quello disegnato.
Passò la notte a chiedersi se il messaggio avrebbe raggiunto lo scopo. Gli sguardi di Occhiblu erano inequivocabili ma un approccio esplicito, in presenza dell’incombente Wang, era difficile.
La sua sottile inquietudine durò poche ore.
Occhiblu arrivò verso sera. Appariva turbato, in preda a un’emozione intensa che lo rendeva ancora più attraente.
Guardò entrambi, chiaramente imbarazzato di fronte a Wang. Ma la certezza di essere ricambiato gli conferì coraggio.
“Un numero sei…E.. a che ora chiudete, di solito?” Arrossì, conscio dell’esile scusa. “Per regolarmi.. se a volte avessi necessità di ordinare la sera tardi..”.
Chen avrebbe voluto baciarlo, dalla felicità: aveva trovato il modo per darle un appuntamento.
“Alle undici”, rispose Wang, precedendola.
I due uomini si fronteggiarono, in silenzio.
Quando il contenitore arrivò, Chen lo passò a Occhiblu e stavolta ricambiò l’occhiolino, a conferma dell’intesa.
Alle undici meno dieci la saracinesca fu abbassata. Chen si cambiò e si piazzò davanti allo specchio, per sistemarsi i capelli.
“Ho da fare, stasera.” Wang era sulla porta, col grembiule in mano. “Chiudi tu, per favore.”
Si sbirciò anche lui nello specchio, gettò il grembiule su una sedia e uscì in fretta, scivolando sotto la saracinesca.
Chen fece spallucce: meglio così, non avrebbe corso il rischio d’essere scoperta. Sicuramente il ragazzo la stava aspettando dietro l’angolo, per non dare nell’occhio.
Era pronta. I lunghi capelli sciolti, liberati dall’obbligatoria cuffietta, formavano un sensuale contrasto col verde giada del vestito aderente.
Sicura del suo fascino, uscì nella notte e ne respirò l’odore puro. Si avviò verso il vicolo, all’angolo dell’isolato.
Udì delle voci e rallentò, affacciandosi con circospezione.
Sospirò di sollievo, nel riconoscere l’alta figura di Occhiblu. Era venuto: stavolta il suo take away sarebbe stata lei.
Il ragazzo era di spalle e parlava piano con qualcuno nascosto dall’ombra del muro. Una mano si protese, come dal nulla, ad accarezzargli il volto. Occhiblu la strinse.
Wang uscì dall’ombra e lo cinse alla vita. Lui fece altrettanto e Chen li vide incamminarsi lungo il vicolo, allacciati.
L’unica cosa che riuscì a pensare fu che Wang era senz’altro più motivato di lei a non rispettare le tradizioni familiari.

ma socrate diceva “dir loro” o “dirgli”?

La mia cultura è piena di lacune.
Dovrei rileggere Tolstoj, le poesie di Rimbaud, a volte mi rimetto a studiare l’inglese che sapevo parlare e che ora ho quasi rimosso.I bimbi delle elementari lo sanno meglio di me.
Ho da leggere Cortazar, che mi hanno regalato e che so che devo leggere.
Invece di leggere noir e gialli dovrei ripassare la storia contemporanea, imparata troppo in fretta in università.
E Gramsci, stessa storia. E, e, e…
Ora comunque sto rileggendo Pasolini: mi serve per una cosa che devo scrivere entro febbraio. Un dramma teatrale (e quindi vorrei almeno rileggere la Poetica di Aristotele e alcuni drammi moderni…).
Stop, mi fermo.
Siamo in tanti ad avere un lungo, sterminato elenco di cose da studiare (non dico leggere, dico studiare).
Ho una cultura piena di lacune, dicevo, e non va bene, specie se si ha l’ambizione di stupire, scrivendo (se scrivo di un ippocastano, è bene che mi informi e che lo veda, ma per davvero e non tramite google).
E non mi consolo certo nel sapere che altri son messi come me: vorrebbero leggere tre, quattro libri a settimana, ne leggono (ne leggo, manoscritti compresi) quattro (in ferie no, raddoppio).
Discorso molto tortuoso quello della cultura.
Sicuramente Calvino ne aveva più di Fenoglio, questione di tempo: uno lavorava da mattino a sera tra libri e intellettuali l’altro no, sgobbava anche.
A mio avviso Calvino scrive molto meglio di Fenoglio. Sa dosare aggettivi e avverbi, ha talento, da ogni sua pagina (come da ogni pagina di Fitzgerald Scott) si può imparare qualcosa.
Fenoglio però ha saputo trasmettere più emozioni (credo). (Dico credo perché le emozioni che arrivano a me non sono certo il vangelo, anzi).
Torno a chi di cultura ne ha più di me.
Faccio alcuni nomi, ora.
Anfiosso.
Zena (Colfavoredellenebbie).
Stefania Mola.
A parte Stefania, che vedo una volta all’anno, fortuna che esistono – io mi dico sempre – persone come Anfiosso e come Zena perché stando con loro si impara.
E non ti dicono che “hanno cultura”.
Ecco, ricordo Anfiosso una sera della scorsa estate a Torino.
Gli dico. Per me il racconto più bello che ho letto è Il pescatore e la sua anima di Wilde.
Cavolo: non l’aveva letto.
Ricordo molto bene le sue parole. Disse: Quante cose devo leggere…
E Anfiosso – lo sa chi lo ha conosciuto (e chi non lo ha conosciuto si vada a leggere il suo blog) – legge e studia e studia e legge e se un giorno scriverà sarà qualcosa che resterà: nel tempo.
M’è successo, e m’è successo spesso, invece, di sentire da persone che hanno più o meno le mie conoscenze culturali delle critiche rivolte a chi non sa.
Quello è un ignorante. Quello non sa scrivere. Quello qui e questo qui.
Occhio, che prima o poi si inciampa.
Mesi fa beccai un erroraccio su un blog di un/una blogger che se la tira.
(Un errore succede a tutti).
Un anno fa sul blog di un editor che se la tira.
Uno che ogni tanto dice che gli scrittori non sanno scrivere in italiano.
(Poi ci son quelli che dicono che i giornalisti non sanno scrivere in italiano: provino loro a scrivere magari di corsa, alle dieci di sera, e con la vescica che è piena ma che piena deve restare altrimenti in tipografia urlano).
Occhio, quindi, che la scrittura nasconde varianti.
Se Fenoglio scriveva che la sua miglior pagina “usciva” dopo decine di penosi rifacimenti, non pensate che forse la causa poteva essere anche la stanchezza?
Un blogger o uno scrittore che ha tempo a disposizione ha più tempo per correggere, migliorare la sintassi, evitare svarioni.
Chi va di corsa è invece più soggetto a scivoloni.
Io comunque tante cose le ho imparate da gente che non legge nemmeno uno libro all’anno.
Mio padre per esempio.
Nemmeno i miei, legge, il mio vecchio: e non sa che un paio di storie che lui mi ha raccontato son diventate pagine di libri.

Altra nota autobiografica.
Da ragazzo uscivo poco e leggevo non tanto: tantissimo.
E di tutto. Libri, giornali, qualche fumetto (pochi).
Quando a vent’anni andai in fabbrica avevo un bagaglio di libri letti più pieno, rispetto ad altri ragazzi della mia età che, con tanto di diploma, lavoravano con me.
Quando decisi di andarmene lo feci anche perché quei sette anni di fabbrica mi avevano culturalmente (?) impoverito.
Parlavo semplice, troppo.
Parlo ancora semplice, comunque. Ma oggi ho il tempo di riempire quaderni e quadernetti di cose che imparo. E che non bastano mai. Perché nessuno diventa abbastanza imparato, diceva Socrate.
E comunque. Se due miei ex compagni di fabbrica volessero partecipare ai racconti a 4 mani direi loro che… non è opportuno.
Poca cultura avete, direi loro.
Ma è giusto – anche – scrivere “Poca cultura avete, gli direi”… no?
Come avrebbe scritto Socrate?
E se questi due ex compagni di fabbrica mi dicessero che per loro l’ultimo racconto postato è troppo difficile, cosa risponderei?
Che devono smetterla di farsi rimbambire dai giornali sportivi e dalla tv. E che leggere comporta anche il cercare di capire.
Mondi diversi e lontani, spesso.

A 4 mani, 9° racconto: Antiferesi*

Le piastrelle a terra sono fresche mentre il caffè riscalda la tazzina. Barbara si accorge che lo zucchero di canna non basta a vincere l’amaro, scosta il piattino e si veste.
Il sacchetto dello zucchero raffinato troneggia sugli scaffali del supermercato, come un piccolo buddha bianco. Sarà lui l’oggetto del dissidio che porterà alla dissoluzione, sembra saperlo già, a vedere dal modo con il quale si sfalda e scende a cascata nel contenitore di casa, grano dopo grano.
O forse no, forse nessun calcolo può prevedere se un comune accordo rimarrà tale o se si dividerà all’infinito senza tregua.
“Siamo la misura di tutte le cose”, si ripeteva come un mantra, uno dei tanti, Alfredo. Vecchie reminescenze filosofiche del liceo: con “uomo” Protagora intese il singolo individuo e con “cose” gli oggetti percepiti attraverso i sensi. Quindi, pensava Alfredo, anche gli altri individui. Anche Barbara, con la quale aveva tanto condiviso, diventava “cosa” con cui misurarsi e di cui egli stesso diventava misura. Nel misurare non c’è giudizio ma solo constatazione: due cose comparate misurano uguale o hanno lunghezze diverse. “Ognuno sia conforme a sé”: un altro mantra, quello della sospensione del giudizio. Che lo zucchero preferito, raffinato e non più di canna, possa davvero costituire lo scarto? Questo insignificante dettaglio dell’esistenza, del ménage quotidiano, può davvero diventare il pretesto delle differenze che separano, delle “differenze negative”, come le aveva battezzate Alfredo? Poteva questa differenza di misura aprire un baratro tanto profondo? Ad Alfredo sembrava inverosimile. Sarebbe stato come cancellare di colpo tutti gli eventi e le cose che invece erano state misurate con ugual metro, con analogo criterio. No, era una sciocchezza. Ci rise sopra.

– Perché ridi?
– Pensavo a quando usavo le zollette, prima di incontrarti e di come tu mi avessi convinto all’etica del consumo equo solidale e contro il processo inquinante della raffinazione.
– E adesso?
– “E adesso” e adesso lo usi tu.
– Se sei ancora convinto, non devi per forza adeguarti a me. Si vede che sto invecchiando: quello di canna lo trovo insufficiente per zuccherare…

Barbara si alza ma il suo sguardo è scostante, non ha voglia di nulla, le sembra che una folla esanime di decimali la stia rincorrendo, come a cercare il valore esatto di una soluzione irrazionale.

– La coerenza non è mai stato il tuo forte – (azzarda Alfredo)
– Credi? Credi che la coerenza sia di questo mondo?
– Forse è il caffè che non va bene, potresti cambiare marca.
– Ci ho pensato, ma non credo… comunque adesso sei tu che potresti spiegare a me, se ti va, perché con il caldo che fa chiudi tutte le tapparelle, mi sembra assurdo, manca l’aria.
– Aria calda, apri la finestra ed entra aria calda, la casa è tutta al sole di giorno, se la tieni chiusa almeno resta fresca.
– Sì ma allora di notte apriamole queste tapparelle.
– Apriamo le finestre, ti va? Solo le finestre, mi sembra un buon compromesso, con le tapparelle abbassate altrimenti le zanzare mi uccidono.
– Mordono solo te… facciamo così: mi metto sul divano, porta chiusa, al buio, finestre spalancate.

Alfredo in un istante si rende conto o forse solo inizia a presagire, che gli eventi stiano barcollando, come prima di un salto o appena subito dopo, quando si atterra. Con l’esito di rimanere stabili o perdere la strada. Quanto può dire di conoscere Barbara? Quanto possiamo dire di conoscere in generale chi abbiamo intorno? Alfredo ricordava stupito di quando il padre raccontò anni addietro alla madre – una vita trascorsa insieme, come usava nelle generazioni precedenti – di essersi fatto fare l’unica volta la barba in vita sua dal barbiere solo in occasione del loro matrimonio. E di come la madre rimase del tutto sbalordita di fronte all’aneddoto raccontato in vecchiaia da quell’uomo, che poteva dire di conoscere come il maggiore dei suoi figli. Un aneddoto insignificante, un dettaglio per un osservatore esterno, con l’occhio non abituato alla grana fine della misura più intima e prossima di coloro che abbiamo attorno e a cui vogliamo bene; un dettaglio però di quelli che rivelano molto di una persona abitudinaria come il padre.
E adesso? Adesso si trovava di fronte a questa inattesa estraneità, a questa nuova mancanza di comune misura con Barbara: quello che è sembrato essere per molto tempo il loro massimo comun denominatore era divenuto, per un’alchimia ancora tutta da comprendere – ma l’avrebbero mai compresa? – un numero diverso, dissonante, la cui frequenza, le cui armoniche erano ancora una volta non divisibili secondo un metro comune. Non coincidevano, generando una musica sghemba, scoordinata, della quale sorridere con imbarazzo.
Quell’imbarazzo che rimase sulla faccia di Alfredo quando guardò con affetto una Barbara lontana, immersa nel suo caffè addolcito dallo zucchero bianco.


*Il termine “antiferesi”deriva dal verbo “anthuphaineô”, utilizzato da Euclide negli “Elementi” (libro VII, proposizione 1). La parola è composta da “huphaireô”, che in questo caso significa “sottrarre un po’ per volta”, e dal prefisso “anti-”, cui oggi siamo soliti dare un senso di opposizione tra due cose, ma che può anche indicare, in modo più neutro, l’idea di due cose che stanno una di fronte all’altra, che si corrispondono. L’antiferesi, quindi, è una “sottrazione reciproca”. Si tratta, originariamente, di un metodo sistematico dato da Euclide per trovare il massimo comun denominatore tra due numeri.
[…]
È quantomeno curioso il fatto che Euclide, pur evocando esplicitamente questo metodo come un mezzo possibile per determinare se due grandezze “a” e “b” sono commensurabili o meno, non lo utilizzi mai in una dimostrazione di incommensurabilità.

(da Benoît Rittaud “La favolosa storia della radice quadrata di due”, pag. 272 e 275)