A 4 mani, 19° racconto: Andirivieni

Cara amica mia,
ho sempre l’impressione di non avere mai abbastanza tempo per te. Ti penso, mi dico che avrei voglia di vederti, e poi di colpo è trascorso un altro mese. Ho nostalgia di quando ragazzine avevamo quei lunghi pomeriggi per noi, le domeniche e le vacanze: quanto abbiamo parlato e quante cose ci siamo raccontate…ecco, oggi vorrei un po’ di quello che è stato e la lontananza non aiuta.
Da qualche giorno qui fa un caldo feroce e io sono più stanca del solito. Non riesco a concentrarmi né a trovare lo slancio per avanzare nel mio lavoro. Puoi immaginare la fatica di essere ripartita da zero e il ricostruirmi pezzo dopo pezzo. Tutto ciò ha assorbito gran parte delle mie energie e la solitudine mi pesa. Mi capita da un po’ di tempo di osservare le coppie che incontro per strada. Mi commuovono quelle di anziani che hanno ancora gesti di tenerezza e di affetto: una porta tenuta aperta nonostante il procedere incerto, mani scarne che si intrecciano, dita nodose che sistemano un colletto piegato male, un braccio offerto per attraversare una strada. Le guardo e penso che vorrei per me proprio quella cosa lì, adesso e anche fra quarant’anni, invece del deserto affettivo in cui vivo.
Ti abbraccio


Mia carissima amica,
mi colpisce l’espressione ‘deserto affettivo’. Sono le stesse parole che uso per riferirmi agli studenti che vedo vagare per i corridoi della scuola con gli occhi gonfi di pianto o con lo sguardo di sfida trepida. A casa un po’ se la ridono, un po’ alzano le braccia quando mi sentono ripetere questa accoppiata sostantivo-aggettivo. Forse avrebbero cominciato seriamente a preoccuparsi per la mia salute mentale, se l’altro giorno avessero sbirciato il mio commento in un inglese stentato all’intervento dell’esperto in Risoluzione costruttiva di conflitti a scuola sul blog School mobbing and emotional abuse. Tra le cause dei disturbi del comportamento menzionavo la nostra (posso dire nostra?) formula, spacciandola per emotional desert. Una bidella con il pallino della psicoterapeuta fa ridere e i miei non riescono a farsene una ragione. Scrivi dell’impressione di non avere tempo sufficiente per me. Ti devo smentire. Tu scrivi e in me cresce il desiderio di riprendere il filo dei nostri racconti infiniti. Non ce la facciamo proprio a vederci?

Ecco, vedi, cara e paziente amica lontana, quando scrivo ‘deserto affettivo’ penso a qualcosa di molto concreto. Quando tu esageri o ti preoccupi troppo, hai i tuoi accanto che ti riportano alla realtà, magari ridendo di te o sbuffando. Loro ci sono, sono una realtà e ti fanno da specchio, da argine, da sostegno, a volte forse da ostacolo. Li vedi, li senti, li tocchi, puoi persino annusarli. Io, invece, di specchio ho solo quello vero, davanti al quale mi faccio le domande e mi dò le risposte. E ci metto tutto, da sola: la comprensione, l’ironia, l’affetto, la severità… ma proprio non mi basta.
I ragazzi della tua scuola vagano nei corridoi presi da altri pensieri, credo. Noi adulti non possiamo certo sollevarli dai loro dolori e le nostre esperienze individuali non possono proteggerli dalle loro sofferenze. Questo del resto vale per tutti, ma troppo spesso ce lo dimentichiamo e pensiamo che gli altri debbano alleviare le nostre pene.
Ora ti saluto e vado a spasso con il cane. Gliela devo questa passeggiata mattutina nel bosco: è l’unico che si sempre è sorbito le mie elecubrazioni e inquietudini, senza mai dar segno di cedimento. Al massimo, ha mostrato il suo dissenso sbadigliando.
Ho tanta voglia di incontrarti, ma sarà in autunno o in inverno. Salutami la tribù.

E allora non sarà né l’autunno, né l’inverno del nostro scontento. Non vedo l’ora di vederti. La carta, anche quella virtuale, è troppo indulgente e insieme troppo opaca per quello che devo, che voglio, che posso dire solo a te. Qui non capirebbero, lo interpreterebbero come un atto di accusa nei loro confronti. So che tu avrai la pazienza di ascoltarmi e di aspettare…


Gentile Silvia,
vedo dall’elenco dei messaggi di mia moglie che quello inviato a lei è l’ultimo prima del suo malore. La prego di non allarmarsi, ma mi sento in dovere di comunicare a lei, per l’antica amicizia che vi lega, quello che le è successo ieri. Nel primo pomeriggio ricevo una chiamata dal cellulare di Verena. Qualcuno mi pregava di andarla a prendere in località Borghi. Può immaginare il mio stupore poiché il luogo dista chilometri dalla scuola dove lavora. L’ho trovata lì, incapace di dirmi come ci fosse arrivata. Al pronto soccorso, dove abbiamo atteso per ore, non sono andati oltre la formula generica di ‘stato confusionale’. Hanno comunque disposto un ricovero per accertamenti. Da mesi, ormai, Verena passa ore al pc, spesso con uno strano sorriso che tenta di nascondere quando mi avvicino a lei. Non so di che cosa si tratti; sono certo che comprenderà il divieto che ho imposto a Verena di usare il computer, ora che è in ospedale e in seguito, a casa. La saluto,
Saverio


Caro Saverio,
grazie di avermi informato delle condizioni di Verena. Anche se di lei so solo quello che Verena in tutti questi anni mi ha raccontato, sono sicura che saprà aiutarla al meglio. Mi permetta però qualche riflessione, proprio da vecchia amica. I medici parlano di ‘stato confusionale’. Io non sono in grado di fare diagnosi, ma forse si tratta più di uno smarrimento e di tanta stanchezza: da mesi mi scrive dei suoi pensieri ‘strani’, così come mi ha sempre scritto di lei e dei ragazzi, del lavoro, della sua vita, con realismo e buon senso. È una donna sensibile che coltiva il suo mondo interiore, ma è anche una persona concreta. Vietarle del tutto l’uso del computer, delle email e dei suoi amatissimi blog, è un po’ come tagliarle le ali. Le stia vicino, le dimostri che il ‘deserto affettivo’ di cui tanto ci siamo scritte non è per lei la realtà quotidiana, che intorno a sé ha persone in carne ed ossa che le vogliono bene e che non è sola.
Mi tenga informata e appena possibile riprenderò i contatti con Verena.
Silvia

A 4 mani, 18° racconto: Contrazioni

Il podere Landini era l’ultimo del giro di vendita per quella giornata. Era situato a ridosso della golena e per arrivarci era necessario seguire la sterrata che si srotolava sopra l’argine maestro come un nastro ondeggiante.
Giorgio imprecò contro le buche che costellavano il fondo ghiaioso, maledicendo la polvere bianca che si sollevava densa per poi ricadere sul cofano e sui vetri dell’auto.
Era stanco di quel lavoro che lo portava a viaggiare da un punto all’altro della pianura, per convincere i proprietari delle aziende agricole all’acquisto dei mangimi e degli integratori zootecnici Moroni:
la nostra filosofia è dare enfasi ai prodotti di salvaguardia della salute delle vostre bestie.
Ne avrebbe avuto bisogno lui, di qualcosa che lo enfatizzasse: gli costava sempre più fatica mettersi in auto, macinare chilometri lungo strade che si perdevano tra distese di granturco e campi di barbabietole e trifoglio, per incontrare bovari e contadini e sfoderare la sua parlantina a promettere mirabolanti risultati.
Inoltre, da qualche giorno, sentiva uno strano tremolio alla palpebra destra, una vibrazione incontrollabile che si presentava a tratti, un fremito fastidioso che lo portava a strizzare gli occhi ripetutamente. Come in quel momento. Con la mano libera dalla guida si allentò il nodo della cravatta, sbottonò il colletto della camicia e lanciò un’occhiata allo specchietto retrovisore sperando di intercettare quella corrente nervosa che portava l’occhio a titillare sgradevolmente…
Nulla da fare. La palpebra si contrasse di nuovo, ma ciò che poteva vedere nel rettangolo bombato dello specchietto era solo la strada. Polvere, granturco, una roggia che qualche camparo aveva appena aperto, un mucchietto di stracci rossi e qualche cespuglio. Rallentò di colpo. Mucchietti di stracci rossi che apparivano all’improvviso alle sue spalle non rientravano nel panorama usuale delle sue giornate!

Rallentò ancora, sino a fermarsi. La polvere si depositò, l’occhio diede un altro tremolio, e lui tornò a fissare la strada. Deserta, con la sua auto in mezzo ai piedi e il mucchio di stracci rossi di fianco alla carreggiata.
Giorgio non era un uomo di fegato e lo sapeva. Aveva frequentato l’istituto agrario del paese per non affrontare il viaggio in treno alla ricerca di qualcosa di più soddisfacente. Aveva interrotto gli studi di medicina per evitare lo stress degli esami e le code alla mensa. Si era adagiato nella routine della filosofia Moroni per non tenere testa alla figlia del capo, sua moglie, che premeva per il posto sicuro nella ditta del paparino. A dirla tutta, amava persino distribuire lo zimoferment (
prodotto innovativo formulato allo scopo di migliorare l’efficienza delle bovine), anche perché, in caso di problemi, chi ci avrebbe rimesso sarebbero state soltanto le interiora di una povera mucca, mica quelle di un cristiano. I suoi prodotti, beninteso, erano comunque capaci di performance eccezionali: anche le vacche stavano al sicuro.
Scosse la testa, allontanò i pensieri e diede una nuova sbirciata allo specchietto: il mucchio rosso era ancora là. Immobile.

“
Stracci, un mucchio di insignificanti resti… una vecchia camicia, una giacchetta perduta da un trattorista troppo preso dal lavoro… Forse una sacca, con qualche attrezzo decrepito… Non vale la pena fermarsi”.
Eppure rimaneva incollato a quella porzione di vetro che rifletteva nelle sue pupille il cumulo colorato. Spostò lo sguardo di qualche centimetro e incontrò finalmente i suoi stessi occhi. Erano quelli di sempre, l’identica sfumatura nocciola dell’iride, la piega obliqua del sopracciglio, l’arrendevolezza che lo faceva apparire mite e remissivo. Troppo. Insignificante e inetto: così appariva agli altri e, da qualche tempo, a se stesso.
Girò la chiave e finalmente spense il motore, senza staccarsi da quella immagine di sé che lo osservava.
Si rivide molti anni addietro, quando con i suoi compagni di gioco si sfidava ai tuffi dal ponte sulla Fiuma, il grande canale di irrigazione che costeggiava il paese. Rievocò il momento in cui sarebbe bastato poco, un nulla, per afferrare la mano di Riccardo che scivolava sotto. Sarebbe stato
sufficiente allungarsi, sporgersi in precario equilibrio, sfidare il coraggio vero, non quello artificioso del gioco, sentirsi capace di aiuto… Era rimasto fermo e aveva sentito lo scrollone di Giulio, che lo superava di corsa sbattendolo da parte, e si spenzolava, strappava su l’amico e lo metteva al sicuro.
“
Ma sei scemo? –, aveva urlato come un pazzo, ancora chinato su Riccardo che tossiva e sputava acqua dappertutto. – Sei scemo?? Non hai visto che andava sotto?”
Era rimasto ancora fermo, guardando i due, uno sdraiato, l’altro al suo fianco in ginocchio, e pensando a quello che aveva detto la maestra la mattina:

“
Il coraggio, se uno non l’ha, non se lo può dare”.
Ecco, se lo diceva la maestra, era vero, no? Questo voleva spiegare, ma era stato zitto, con Giulio che tirava in piedi Riccardo, occhi rossi e naso che colava, e l’occhiata che gli lanciarono entrambi, e poi la processione silenziosa fino a casa. Alla Fiuma non erano andati più.
Lo riscosse dai ricordi lo stridio di qualche uccello. Tornò a guardare lo specchietto, notò un movimento. Il rosso aveva mutato posizione?
Mise la mano sulla maniglia della portiera e spiò ancora il fondo della strada. C’era silenzio e sole e qualche ronzio lontano e se avesse visto il mucchio spostarsi, sarebbe sceso e sarebbe andato a controllare.
Ecco: un altro fremito, un debole svolazzo.
Fissò la mano poggiata sul volante, poi la strada bianca davanti a sé con i cespugli di rovi che si agitavano piano. C’era un’aria leggera, calda, quasi soffocante. Sufficiente a far muovere una vecchia camicia abbandonata sul terreno?

“
Sufficiente, sì”, mormorò piano.
Lasciò la maniglia, riprese il volante e rimise in moto. Il podere Landini non era lontano e quel pomeriggio avrebbe fatto buoni affari. Si concentrò sulla guida, mentre il muscolo della palpebra si contraeva ritmicamente.

riscrivo

Il 21 luglio avevo scritto
Arrivano i racconti, bene: mi raccomando, insieme al racconto anche delle brevi note sugli autori, grazie.

Alle ore 2 e 16 minuti del 14 agosto scrivo quanto segue:

Arrivano i racconti, bene: mi raccomando, insieme al racconto anche delle brevi note sugli autori, grazie. Almeno la metà di chi mi invia i racconti o mi scrive “te l’ho già mandata”, oppure “va bene quella dewll’anno scorso”, oppure mi scrive niente.

E poi: grazie a una persona che ha fatto il lavoro per me ora è possibile rivedere tutti i racconti di quest’anno, qui.

A 4 mani, 17° racconto: I giorni difficili

“I giorni difficili passano come tutti gli altri.”

Livia esce dal lavoro con quindici minuti di anticipo sul previsto senza dire il perché. In macchina mette il solito Vinicio Capossela. Guida con calma, aprendo completamente i finestrini dell’auto perché, ovviamente, l’aria condizionata si è rotta proprio ora che è estate. Controlla se ha la cartelletta verde sul sedile del passeggero. Bene, non l’ha dimenticata.

Paolo apre la custodia e mette il cd nel lettore dell’impianto Hi-Fi
Capossela mi è sempre stato sulle palle. Non riesco a capire come faccia Livia ad amarlo così tanto. Lei sicuramente avrà il volume al massimo in macchina mentre sta andando a fare quest’ultimo esame. Mi sono preso il pomeriggio di permesso ma non ha voluto che l’accompagnassi,  non era il caso dice, perdere mezza giornata di lavoro. Volevo starle  vicino come sempre, soprattutto ora che la vedo così in forma.

Sono quasi le quattro e l’appuntamento in Ospedale è per le cinque. Ferma al semaforo, i finestrini aperti senza l’effetto vento della velocità fanno solo entrare aria calda. Il tipo alla guida dell’auto accanto a lei gira un istante la testa, per darle un’ occhiata di sfuggita.
In quel periodo della sua vita Livia è un po’ troppo grassa. Ingrassare era una tragedia, fino a trent’anni. Tutti a dirle che non era importante, ma lei si ribellava a quell’ affronto estetico, come se fosse più importante di quello biologico.
Ora che i trenta sono passati, il peso è diventato un dettaglio trascurabile.

Paolo si siede sul dondolo in vimini, all’ombra sul balcone, una caraffa di acqua e menta colma fino all’orlo di cubetti di ghiaccio,  preme il telecomando dello stereo. Con la musica  inizia anche  il movimento oscillatorio della sedia.
Livia evita lo specchio ultimamente, dice che le medicine l’hanno fatta ingrassare. Non so. Io la trovo desiderabile  con quel vestitino bianco così leggero, io…Speriamo torni alla svelta  e su di morale così magari incrociamo le gambe stasera. Anche se da questa malattia non guarirà, i medici continuano a rassicurarci e incoraggiarci a vivere una vita normale.

I primi anni di matrimonio lei non si fidava di Paolo, del suo amore. Nei periodi in cui era più grassa poi, era certa che fingesse. Non può essere, pensava, che continui ad amarmi, che voglia ancora stare con me. Un ritardo di dieci minuti era perché un’altra lo aveva trattenuto.

Paolo ha amato quella ragazzetta dalla prima volta. Non riusciva a starle lontano, nonostante lei facesse di tutto per essere sgarbata. Alla fine glielo aveva detto della malattia cronica che l’avrebbe perseguitata per il resto della vita. Cosa importava, gli piaceva troppo, l’amore avrebbe superato tutto, il desiderio di stare con lei era più forte di ogni ostacolo.

La  mano di Livia esita sulla maniglia della porta della sala di attesa: sa già quello che l’attende. I volti sconosciuti che si trova davanti hanno l’ espressione di sempre: un sorriso strappato sulla bocca, i denti arenati sulla secca delle labbra, nella profondità degli  occhi riflessa, come specchio, l’immagine della propria angoscia.

E a veder che crudel destino ora ne viene
ma che l’ombra ora ci prenda più mi addolora
il mio cuore mi dice che non può seguirti ancora
e nemmeno questa angustia sopportar

Paolo pensa che Vinicio si sbaglia, o non è mai stato innamorato. Nascondendo il dolore dietro una maschera per  non esserle di peso, perchè non si preoccupasse anche per lui, soprattutto nei lunghi periodi d’isolamento in ospedale, il suo cuore non ha mollato mai davanti a  nessun ostacolo.

Ecco, pensa Livia, i momenti più difficili sono passati. Paolo è sempre meno angosciato. Paolo è ancora con lei.
Non c’è stato modo di farlo desistere, e sì che le ha provate di tutte.
Ad essere insofferente, insopportabile, cattiva. A mandarlo a quel paese. Lui si incazzava e contraccambiava, provava a trattarla male ma poi tornava sempre   all’ Ospedale, a casa, nel loro letto.
Ogni volta che Livia tornava a casa dall’ Ospedale, non importa quanto debole fosse, facevano l’amore. Non appena rientrati in casa, qualunque ora fosse, riaffermavano così il loro diritto ad amarsi anche quando la paura blocca lo spirito.

Che farò lontan da te pena dell’anima
senza vederti, senza averti, né guardarti

Un amore impossibile? No, forse per te pianista mangiaparole . Le parole comunque le scegli giuste, la musica mi piace un po’ meno, ma forse devo ancora farci l’orecchio. All’inizio la tua musica era l’unico ostacolo tra me e Livia. Quando arrivavo in casa lei subito spegneva lo stereo, sapeva che mi davi i nervi. Ora, sta a vedere che comincio ad apprezzarti.
E’ l’ora della pennichella per Paolo, dondolìo  e musica sono i preliminari per il sonno.
Vai vai tanto non è  l’amore che va via
Vai vai l’amore resta sveglio anche se é  tardi e piove
ma vai tu vai rimangono candele e vino e lampi sulla strada del destino.
Paolo è decollato.
Corse in ospedale, flebo,  prelievi,  attese,  lacrime…
e poi abbracci, baci, carezze, mani che scivolano sui corpi, sussurri,sospiri…
e poi di nuovo stanze vuote, silenzi, eco di passi  assenti nella casa, colazioni tristi, cene in piedi…
e poi  lenzuola pulite, profumo di fresco, tenerezze , orgasmi.
Si sveglia in un lago di sudore, la musica sta finendo…

E’ arrivato il turno di Livia, il numero sul display è di una unità più basso di quello che ha in mano. Quando arriva l’ infermiera, distaccata e gentile lei le va incontro e quella le fa cenno di seguirla.

Ma non è l’amore che va via
il tempo sì ci ruba e poi asciuga il cuor.

Cosa? Il tempo rubato? Asciuga il cuor? No no, credo di non averla capita questa, ne parlerò con Livia. Tutto questo tempo  di sofferenze, la pazienza necessaria al tempo dell’attesa e del non-ancora ha contribuito a farci conoscere l’entità del nostro amore e la possibilità di continuare a godercelo a piccoli morsi,  piccoli passi nelle semplicità delle piccole cose che ogni giorno offre.

Nell’ambulatorio il medico non c’è ancora e l’ infermiera le fa le domande di rito: età, peso, allergie particolari a farmaci. Lei è in età fertile, dice infine: se è incinta l’esame non si può fare, danneggerebbe il feto.

Ed ecco perché quell’ infermiera sconosciuta, distaccata e gentile ha avuto la notizia della sua gravidanza prima di Paolo, suo marito.

A 4 mani, 16° racconto: Due zone diversamente influenzate

Il golfo di Napoli è al centro di due zone diversamente influenzate dalle correnti: l’una a Nord con correnti a direzione stagionale, l’altra a Sud con correnti a direzione costante. I due rami, sovrapponendosi, creano la circolazione generale della corrente determinandone le due direzioni. La prima è quella detta di Ponente. Segue il percorso Capri, Penisola sorrentina, Castellammare, Torre Annu
Fu in quel momento – in quel preciso momento – che l’uomo tolse il volume al televisore. Lo schermo continuò a proiettare immagini di aliscafi, turisti e ragazzi scalzi che giocavano a calcio su un pontile.
Si alzò. Provò a finire la birra.
Si era scaldata.
La versò nel lavandino, guardò l’orologio e terminò la sigaretta lasciata a metà.
Poi andò a prepararsi.

Era arrivata a casa pedalando veloce sul lungomare.
Salì le scale, si poggiò alla porta, scostò i capelli che l’afa le aveva appiccicato al viso ed entrò.
Si spogliò camminando verso la doccia.
Dentro. Sotto l’acqua fredda, a spegnere quel dolore che spesso riemergeva. Soprattutto quella sera.
Alzò il viso, chiuse gli occhi, si fece pettinare i capelli dall’acqua.

L’uomo andò in bagno. Si insaponò la faccia e si rase con il bilama. Pelo e contropelo. Entrò in doccia. Dopo essersi asciugato tornò nella stanza del televisore.
Da quando viveva da solo aveva perso l’abitudine dell’ordine. Teneva gli abiti su divani, sedie e poltrone. Pescò dal mucchio.
Si vestì davanti al televisore con le immagini mute di una signora che assomigliava a Marisa Laurito. Era su una terrazza affacciata su un golfo e spiegava come fare un liquore di limoni. Aveva un cesto di capelli fermati da un mollettone che sfidava il vento.
Diede un’occhiata all’orologio.
Ancora presto.
Si tolse la camicia per paura di macchiarla.
Marisa Laurito mostrava come sbucciare i limoni.
Senza staccare gli occhi dai suoi capelli prese una birra dal frigo e si sedette sull’unica poltrona libera dai vestiti.

L’acqua le scendeva lungo il corpo, percorso da brividi, scosso da carezze prolungate. Socchiuse le labbra per bere e lasciò che il trucco sgocciolasse lungo le guance, lasciò che le gocce giocassero sul seno e rimbalzassero sui capezzoli finendo verso l’inguine, sulle gambe, sulle unghie colorate di blu.
Afferrò la spugna a forma di stella, il sapone al papavero e iniziò a frizionare la pelle dalla pancia piatta.
Un pensiero, subito da cacciare, venne fuori appena sentì la spugna sul ventre. Lui partiva da lì quando giocavano sotto la doccia.
Aprì gli occhi. Scosse la testa come a volere ammazzare quel pensiero mentre la stella al papavero continuava a carezzarle il corpo.
Ma non era la mano di lui. No.

Il caldo lo stava assassinando. Non smetteva di sudare. Aprì la quarta birra e guardò l’orologio.
I minuti si sedimentavano con la lentezza di un insetto che muore.
Tornò allo schermo.
Intervistavano un sottufficiale della Capitaneria di porto. Dietro, un muro di facce fisse verso la telecamera.
Bevve la birra.
Si passò una mano sull’addome.
C’erano stati anni in cui giocava a pallavolo in B2. Aveva muscoli che vibravano sotto pelle: era il suo modo di amare una compagna che non c’era più. Ora quegli anni erano lontani. Lo stomaco premeva contro la maglietta come qualcosa di morto.
Pensò alla donna che avrebbe visto di lì a poco.
Questo offre la casa, pensò sollevando la birra a mo’ di brindisi.

Uscì dalla doccia e andò in camera costellando orme di gocce al papavero. Andò verso la finestra. Il mare era un po’ increspato, come i suoi pensieri. Non aveva molte cose eleganti, la sua sensualità usciva ugualmente, lo sapeva bene. Afferrò un paio di pantaloni in mussola e una camicia leggera, molto scollata. Sandali bassi: la sua altezza era sufficiente a svettarla verso ogni altitudine di uomo. Lui era alto…
Ma stasera non sarebbe uscita con lui.
Via quel pensiero.

L’uomo salì in auto e guidò mezz’ora sotto il sole. Parcheggiò e camminò fino al luogo dell’appuntamento. La vide davanti alla vetrina a specchio di un bar.

La donna aveva fatto la strada velocemente. Pochi minuti per svuotare quei minuti dall’angoscia dell’attesa. Chiusa la bici con la catena si era messa con le spalle alla vetrina, il posto dell’appuntamento.

L’uomo vide i suoi capelli, di un nero tanto pitturato da sembrare una parrucca, l’abito inutilmente sexy, il trucco che le donne usano ai primi incontri come una difesa e una sfida.
Finalmente ci conosciamo, gli stava dicendo l’estranea.
Provò a confrontarla con le foto del sito per single in cui si erano conosciuti. Tentò di trovare una somiglianza con quelle immagini piene di splendore. Cercò una traccia, un appiglio, qualcosa a cui ancorare la disperazione che montava dentro.
Poi si vide nella vetrina. Vide il sudore che  macchiava la camicia, l’addome che tendeva il cotone, la sua faccia smarrita.
L’immagine di una donna che lo attendeva sotto la doccia salì come una bolla d’aria nella palude dei ricordi e quando toccò la superficie ed esplose anche il nulla in cui galleggiavano i suoi giorni esplose e l’uomo si disgregò su quel marciapiede, davanti a quella donna e sotto quel sole assassino.

La donna lo scorse arrivare. La prima cosa che notò fu la maglietta con la faccia di Che Guevara. Il Che, stava a ore a parlarne. Una volta da un viaggio sull’isola le aveva portato un perizoma con la stella del Che. Indossalo,  voglio vedere come ti sta… Che tristezza…
“Perché sono qui?”
Il pensiero saltò alla volta in cui lui, il lui vero, le toglieva il bikini su quella barca blu e rosa lentamente e le baciava il collo alzandole i riccioli biondi. Si erano sdraiati e fusi sul fondo della barca.
Andò via lasciando la bici legata al palo.

A casa l’uomo cancellò il profilo dal sito web e smise di mendicare incontri.
La donna tornò il giorno dopo a recuperare la bici. Qualcuno le aveva bucato le gomme. Il sellino era stato tagliato con  un  coltellino.
Fuori dalle loro abitazioni il mare continuò a separarli per gli anni a venire facendo, tutto sommato, il proprio dovere.

A 4 mani, 15° racconto: Complesso vocale

Non la trovava. Dopo un’altra ora di inutili affanni, sdraiato sul divano o accovacciato sulla poltrona, Filippo Tarchini cominciò a far i conti con la sconfitta: il nulla, il vuoto. Non un motto di spirito, una battuta valida, un’arguzia. Solo un continuo smarrirsi in una favola astrusa di cani parlanti con gatti sordi; una roba assurda, da autori privi di fantasia. Gli mancava qualcosa, stavolta. La sua padronanza, il suo slancio immaginifico, l’antica capacità di dar vita a un bisbiglio, un soffio o un sussurro, lo stavano abbandonando. Così, il discorso conclusivo di Mario Annibaldi, sindaco di Lucca, non quagliava. Il nulla, appunto, si stagliava ancora più nitido sullo sconforto, privandolo di un solo attimo di sano ottimismo. Il blocco si stava tramutando in doloroso ristagno.
Aprì un libro, il solito Fanfani, con la vaga fiducia di trovarvi una parola, una possibilità visionaria, uno spiraglio di sogno. Invano. Trovò solo una parola
arida, “infrastruttura”, non in grado, di sicuro, di procurargli stimolo alcuno. La mancanza continuava a circondarlo.
L’orologio a muro indicava l’approssimarsi di una nuova alba, un altro giorno infruttuoso stava spirando.
Allora, Filippo Tarchini, con la voglia di sgranchirsi un po’ muscoli, si alzò. I passi risuonarono sul tavolato in uno strano frastuono. I fogli, sparsi sullo scrittoio, sul tavolo riunioni, sul tavolino in soggiorno, continuavano a fissarlo. Bianchi, di un bianco immacolato, apparivano ora qua ora là, urlandogli in faccia tutta la sua incapacità. Dopo un po’, stanco di tali visioni, tornò a sdraiarsi, stavolta imbacuccato sotto un plaid di lana.
Ma, d’incanto, tutta la casa si trasformò ai suoi occhi. Intorno a lui sparirono i colori. I muri, i mobili di palissandro, l’abat jour ambrata, la natura morta di Jacopo da Cortona, il lampadario a soffitto, la sciarpa, i guanti, il soprabito, il portafoglio appoggiato su un ripiano: tutto bianco. Solo una mosca, volando da uno spazio all’altro, marcava di tanto in tanto un punto. Un punto sporco, sinistro, si mostrava a Filippo al modo in cui si mostra il maligno. Stava fissa solo pochi istanti, poi volava via. Ad ogni passaggio si udiva un ronzio via via più fastidioso, poi, quando di nuovo si posava, la sagoma scura appariva più voluminosa.
“Ora ti ammazzo, bastarda!” Lanciò una scarpa, con una forza smisurata, con tutta la rabbia accumulata dai giorni di stallo. Colpì la mosca, sopra l’armadio, vicino al soffitto. Un vaso di cristallo, urtato di rimbalzo, cascò, frantumandosi in migliaia di spicchi brillanti. Un rivolo limaccioso cominciò a mostrarsi intorno alla carcassa. Poi il liquido giallognolo colò piano sull’intonaco bianco, prima curvando a sinistra poi puntando in basso, in un tragitto bizzarro. Quando finì di aggrumarsi, lo sguardo di Filippo fu conquistato dall’impronta lasciata sul muro. Davanti a lui un simbolo, un avviso, una minaccia. Gli ricordava un film di Kubrick.
Pur raffigurata in modo approssimativo, appariva ora, con tutto il suo carico di ambiguità, una limpida,
grandissima E.
Ecco, disse, riconoscendo l‘impasse. Stupidamente, essere preda della privazione vocale è dannatamente esasperante e
d elimina qualunque possibile percorso semantico percorribile. Che succede? Perché queste E adesso entrano dappertutto? Liberatemi ve ne prego! E’ incredibile, credo che se continuerò per altre due, tre righe diventerò sempre meno libero e razionale. Ed esprimere pensieri, idee, istanze e desideri, speranze e convergenze politiche degne del Presidente della Regione (ché per quello concorre alle elezioni) diverrà difficile, forse impossibile. Me misero! Aiutatemi, deh!
Wilma Bellacci, la governante di casa Annibaldi, richiamata da un vociare sempre più concitato che sembrava provenire dalla biblioteca, si accostò per bussare. Quando entrò, trovò Filippo Tarchini, il ghost writer del Dottor Mario, come lei confidenzialmente lo chiamava, riverso
accanto al tappeto, la bocca spalancata e tanti piccoli frammenti scuri ai lati della labbra che sembravano colare come lava da un vulcano. Parevano schegge di natura ferrosa. Si avvicinò aggiustandosi gli occhiali sul naso: erano le minuscole lettere scivolate dai martelletti della Olivetti 32 con cui Filippo si ostinava a scrivere tutto, dai discorsi alle risposte di ringraziamento. Wilma diligentemente le raccolse. Qualcuno le avrebbe aggiustate, rimontandole ad una ad una da dove erano scivolate. Le ordinò scrupolosamente per facilitare il lavoro, ma si accorse che mancava la E. Dove diavolo era finita? Sollevò il tappeto: niente. Andò a prendere la scopa e passò ogni centimetro quadrato della biblioteca, sotto ogni mobile o suppellettile: niente. Filippo giaceva esanime, ancora svenuto. Avrebbe potuto essere sotto il suo corpo. Chiamò Osvaldo, il cuoco, e insieme lo sollevarono delicatamente e lo stesero sul divano. Niente nemmeno lì sotto.
Dato il protrarsi dello stato di incoscienza, fu chiamato il medico di famiglia. Costui auscultò Filippo Tarchini, il quale, dopo aver annusato un tampone imbevuto d’ammoniaca, si svegliò e incominciò a tossire. Il dottor Razio, gli sollevò la maglietta della salute e con lo stetoscopio premuto appena sotto le scapole gli intimò “dica 33”. Filippo, guardando nel vuoto, si sforzò ma non riuscì a pronunciare alcunché. Poi, d’improvviso, dopo l’ennesimo incoraggiamento del medico, finalmente parlò: “Tre, tre, tre belle pere, sette le mele delle megere, sette le pesche, sette le tette delle tedesche…”. Sembrava non potersi fermare più, continuò a cantare quella specie di filastrocca per alcuni minuti fino a che un conato di tosse un po’ più forte lo fece avvampare. E, prima che riuscisse a mettersi la mano davanti alla bocca, finalmente sputò il martelletto della lettera E.
Wilma, dopo averlo asciugato, lo allineò con cura fra la di e la effe.

Filippo Tarchini scrisse un discorso memorabile. Scaldava il cuore e accendeva gli animi.
Mario Annibaldi venne eletto con un plebiscito.

A 4 mani, 14° racconto: L’ultimo giorno

La prima volta che vidi Giulio pensai all’orsacchiotto sbilenco e dagli occhi sbilenchi – o almeno, così lo ricordo – con cui giocavo da bambina. Ho ripensato a quell’immagine, stamattina, quando mi sono fermata nell’atrio con lui.
Un’immagine dimenticata, tornata con il sole che illuminava i molti lavaggi della maglietta azzurra di Giulio, e i suoi occhi, e i suoi occhiali.
Guardavo i suoi occhiali io, mentre lui, girandosi leggermente, mi chiedeva di indovinare cosa avesse dentro lo zaino.
I suoi occhiali, già: gli hanno insegnato ad aggiustare la stanghetta destra con lo scotch, sono mesi che va avanti così, la stanghetta però, ogni tanto si ribella e rende ancora più precario il suo sguardo… ma forse questo lo sto pensando ora, perché so.
– Allora me lo dici o no? Cosa c’è nel mio zaino?, mi ha chiesto nuovamente, sempre girato, con lo zaino strapieno.
– Non saprei. Oggi è l’ultimo giorno di scuola, giusto?
– Ho i regali per i compagni. Poi parto, non li vedo più…
– Come parti? Per andare dove?
– Non lo so, neanche Emilia lo sa.
So bene dove vai, ho pensato.

Eccola Emilia. Lo stava aspettando con il motore acceso e con suo figlio Francesco, che va all’asilo. Ho acceso una sigaretta guardandola, ma più che di fumare avevo voglia di dire cose cattive a quella donna.
Per dieci mesi Giulio è stato il fratello maggiore del piccolo Francesco, e io, dal piano di sotto li sentivo giocare, sentivo Francesco correre e Giulio cantare, ed ero contenta di quell’allegria oltre il soffitto. Ma ero anche contenta di non essere come la vicina della mia infanzia che terrorizzava mia madre: Vado dall’amministratore, sentirà le sue, cara signora. Mia madre, che mi costringeva a usare i feltri sul pavimento incerato, e guai se il volume della radio era un po’ più alto, respingeva sempre le mie ragioni. Quando diventai più grande, se la incalzavo si torturava il mento con la mano, Se ci fosse tuo padre non avresti il coraggio di dire questo, sibilava. Per lei, io esagero sempre. Cumuli di ghiaccio, fra noi.

Ma per Giulio è molto peggio, cazzo.
Ora che Emilia aspetta un altro figlio per Giulio non c’è più posto. La casa, dice Emilia, è troppo piccola. Giulio, ragazzino usa e getta.
Giulio, dalla prossima destinazione sconosciuta: altra casa, una casa famiglia, stavolta. Spero tu sia più fortunato, piccolo.
Quando Giulio, in ascensore, mi aveva detto, cercando di aggiustare quello strazio di stanghetta – Ora che arriva un fratellino a Francesco non mi possono più tenere -, non ci avevo creduto. Aveva ricacciato in tasca il rotolino di scotch: non gli era riuscito proprio un bel lavoro.
La portinaia che sa tutto, perché – secondo me – origlia alle porte (è stata lei a dire a tutto il condominio che mio marito se n’è andato) però ha confermato. Giulio è stato un bambino usa e getta.
Mancava un particolare: la data di partenza. Ora c’è anche quella. Ultimo giorno di scuola, ultimo giorno nella famiglia che aveva bisogno di un figlio tappabuchi.

Adesso lo sto guardando, nascosta dalle persiane del mio soggiorno. Credo sia l’ultima volta che lo vedo. Sta salutando, goffo, qualcuno che, dalla mia visuale, posso solo immaginare. Mi viene in mente solo Emilia, è un’idiota quella donna. Quando le dissi che l’avvocato Dalmazi del primo piano si era sparato mi aveva guardata sorridente. Le avrei sputato in faccia allora, perché Dalmazi era un uomo dai modi garbati e un ottimo avvocato, le vorrei sputare ora, per Giulio. Ho bisogno di un fazzoletto: le lacrime ricacciate scendono poi dal naso. Meglio che vada di là, da mio figlio. E’ di buon umore oggi, ha voglia di parlare. E io devo ascoltarlo.

Il verde dura pochissimo. Se nessuna delle macchine davanti gira a sinistra forse ce la faccio a passare in questa tornata. Dovrei fare in tempo a fermarmi anche in lavanderia. Poco tempo tra l’uscita dell’ufficio e il rientro a casa. Un tempo contratto, da dividere tra mia madre e mio figlio Lele che adesso è all’allenamento: ma se dio vuole da domani va in vacanza anche la squadra di calcio. Ho bisogno di allentare il ritmo anch’io: lezioni di inglese, il calcio, le visite al suo migliore amico che sta dall’altra parte della città… queste mi sa che dureranno fino ad agosto.
Fortuna che c’è parcheggio sotto casa di mia madre.
E Giulio? Dove sarà ora? Non so come funziona. Dormirà già stasera in un’altra casa?
Devo correre, si sta facendo tardi.
Mamma… Lascia stare, stiro io, vorrei dirle, ma non mi permetterebbe di metter le mani su ricami che ringiovaniscono grazie al suo rapido arroventarli, in punta di ferro.
– Mamma scusa, cosa sono tutti questi biglietti per terra,?
Mi mostra la borsa, compiaciuta: l’ha ripulita e svuotata da foglietti vari, che però poi sono caduti. Ha aspettato me affinché li raccogliessi. Ha la schiena a pezzi, porta il busto e non ha certo la forza per piegare le gambe o pulire con la paletta.
– Mamma sei pazza? Cosa sono questi scontrini?
Mi guarda con la fierezza di un bimbo impaurito. Anche in fondo allo sguardo di Giulio c’era paura, stamattina: perché non l’ho abbracciato? è così esile.
– Spiegami, per favore.
Gli scontrini per terra sono della pasticceria che c’è qui sotto casa. Significa rischiare, mamma, perché il diabete va alle stelle, insomma: significa essere deficienti…
Guarda il vuoto, avrei voglia di abbracciarla. No, le darei modo di sciogliere lacrime e lingua: mio marito, il passato, le vicine di casa…
Da un po’ evito lo specchio del corridoio di casa mia perché mi ha mostrato – a sorpresa – lo stesso suo modo di deglutire.
– Ciao mamma, vado a prendere Lele.
– Senti…
La sua voce trema, ora l’abbraccio…
Il vapore inutilizzato ha formato una chiazza sotto il ferro da stiro.
– Perché stasera non venite da me tu e Lele, è un po’ che non si fa vedere.
Oggesù, mamma. Lele non sopporta te e forse nemmeno me. Una cena fredda? Lele rimpiange la sua vita di prima, suo padre.
Cos’avrà per cena Giulio stasera?
– Va bene, mamma. Cosa prepari?

A 4 mani, 13° racconto: Wisteria

Il glicine, la glicine, la pianta del glicine troneggia sulle tegole e sul filo del telefono, ignara delle parole sottostanti al brusio elettrico intermittente che lo percorre. Una natura a strati fra loro estranei sopravvive: nessuna interferenza fra le onde elettromagnetiche nate dalla voce di Claudio sul ricevitore della cornetta e le sue intenzioni, nessun disturbo fra il profumo violetto del vegetale là fuori e la serie di input che scuotono elettroni e metalli. Di tutto ciò la discussione fra i due amanti non tiene conto, ignora la mano della siepe e l’occhio dei circuiti, è presa dal livello umano già di per sé sovrabbondante.
«Gliela voglio proprio far pagare a quella maledetta… mi ha rovinato la vita da quando avevo 11 anni, a farmi test e terapie per “curarmi”… ma adesso vede, gliela faccio pagare»
«Senti chi parla di pagare! Ma se a quella “psicologa” – scusa la parola – sei tu che hai sempre pagato e di brutto!! Lascia perdere, è acqua passata, la legge è passata, abbiamo lottato per anni ma adesso abbiamo i diritti, dài Claudio, smettila, passo da te e ne parliamo. Magari di sposarci??»
«Amore passa quando vuoi, ma quella non la può passare liscia».

Via Mafalda di Savoia la si ricorda per un glicine, che la distingue dalle circostanti, visitate dalla parietaria. Questo o questa glicine, questi piccoli punti di glicine che colorano un’intera parete riscattandone strati di ocra vecchio e scrostato, tengono in mano le tegole l’antenna un camino, e nascondono un cavo del telefono. La pianta del glicine di via Mafalda è, pare, indifferente al cavo, o forse ignara delle parole sottostanti al brusio elettrico intermittente che lo percorre. Forse ricorda solo le sere senza luna.
«Felice? Felice un cazzo».
Dovrebbe sobbalzare, la / il glicine. Invece, nulla.
«E che reazione è? Non è quello che aspettavamo, Claudio?».
«Guarda che la mia vita non è stata come la tua. Tu le terapie e i campi di educazione sessuale non li hai mica fatti. Ma adesso io gliela faccio pagare, sai!».
«Senti chi parla di pagare! Guarda che la psicologa eri tu che la pagavi, e di brutto! Anzi, prima la pagavano i tuoi, hehehe. Lascia perdere, è acqua passata, la legge è passata, abbiamo lottato per anni ma adesso abbiamo i diritti, dài Claudio, smettila, passo da te e ne parliamo. Magari di sposarci??»
«Amore passa quando vuoi, ma quella non la può passare liscia».

Se tutto questo glicine volesse o sapesse ricordare, se li ricorderebbe questi due, cavo o non cavo, che la sera profittavano di via Mafalda di Savoia per chiedersi chi avrebbe comprato il pane, e chi stirato; soprattutto evitato era l’immaginario compito di rigovernare i piatti dopo omeriche cene a notte fonda con immaginari amici, amiche. Visioni di felicità implausibili.
Una cena fra amici. Gli immemori punti di glicine, solo a sforzarsi un po’, ricordano altre sere e altre scene. L’uscita settimanale dallo studio psicologico e psichiatrico Dott. T. Nannerini, i test, le misurazioni, i libri consigliati. E la sera senza luna.
Le mani si fanno liquide nelle sere senza luna.
Le voci improvvise mordono, nel silenzio.
«Guarda due froci».
«Che schifo. Ma non vi fate schifo».
«Rivestiti schifoso».
«lasciali stare, amo’. Lasciali».
«Vi piace prenderlo nel culo?».
«Lasciateli, smettetela».
Forse i glicini si fanno solo i fatti loro, e pensano a cose grandiose: che gli imperatori giapponesi, durante i lunghi viaggi di rappresentanza, portavano con sé bonsai di glicine – a questo pensano; quando giungevano in luoghi stranieri si facevano precedere dagli uomini del seguito, che sostenevano alberelli di glicine fiorito, al fine di rendere note le proprie intenzioni, amichevoli e di riguardo, per gli abitanti di quelle terre.
Sangue fra Claudio, Giangiulio, e la terra madre dei glicini, sangue in ginocchio, illune silenzio.

A 4 mani, 12° racconto: Beautiful monster

Oriella Rimabon, meglio conosciuta come la Barbie di Valdobbiadene, per le curvilinee e biondochiomate somiglianze con la mitica bambolina, si stava guardando da circa un’ora le punte dei piedi, tra le lacrime e il mascara colati copiosamente sulle guance. Suo marito Daniele, invece, guardava, in alternanza fissa come se stesse seguendo un interminabile e noioso match di tennis, prima Oriella e poi la culla dove stava dormendo Omar, il loro primogenito. Senza parlare, gli occhi modulavano un pensiero a martello:
Non ci posso credere
.

Undici mesi prima

Sparsi sul letto tutti i moduli della società Babybello©. Tutte le caratteristiche richieste in otto pagine di moduli minuziosamente compilati.
Babybello© as you wish.

Le vetrate opaline della sala riunioni emanavano una luce lattea che permeava di chiarore rassicurante i volti che si delineavano sullo schermo al plasma. Le possibili combinazioni, date le opzioni materne, si affacciavano paffute, tenere e rosee dal video. Gridolini eccitati interrompevano i sussurri di Oriella e Daniele. Il loro bambino sarebbe stato perfetto. Bellissimo e unico. Come soltanto avrebbe potuto essere il loro figlio.
Il sogno dei futuri
Babybello© parents (clienti era una parola da evitare come un’anomalia genetica nelle brochure patinate della holding dei bambini perfetti che la Babybello© si vantava di essere) era a portata di mano. Beh, anche di portafoglio, diciamolo. Fortuna che Daniele era stato appena nominato junior partner nella DB&C corporation.

«La bellezza è un plusvalore… noi della Babybello© ne siamo perfettamente consci e la nostre scelte di marketing si basano proprio su questo principio. La società contemporanea è sempre più visiva ed oltre al quoziente intellettivo e a spiccate competenze relazionali gli individui nati grazie a Babybello© avranno una marcia in più, un valore aggiunto se vogliamo…»

La pr dell’azienda caracollava sui tacchi esibendo tette siliconate, un lifting altamente professionale e un guardaroba esclusivo, tutti frutti delle parcelle salate – guadagnatissime, certo – della compagnia specializzata in euprocreazione per la quale lavorava.
Oriella e Daniele pendevano dalle sue labbra – anch’esse accortamente ritoccate – e firmarono il contratto.

Prelievi, esami, analisi, un fuoco di fila di prosaiche operazioni per ottenere un rampollo degno delle migliaia di euro necessarie per metterlo al mondo.
Quando il test di gravidanza mostrò, nell’allinearsi inequivocabile delle barrette, che l’impianto era riuscito, che stava iniziando la fase 1 della produzione (così recitava il vademecum della
Babybello©), Daniele e Oriella festeggiarono – niente alcool, per carità, niente cibi ipercalorici – nel miglior ristorante della città. Lui le regalò un giornata nel più esclusivo centro benessere e l’indomani si videro recapitare un biglietto pergamenato con i migliori auguri da parte della promoter di Babybello©. Anche la firma era al computer ma carini lo stesso, no?

Undici mesi dopo

Non ci posso credere.
Daniele era un uomo risoluto. Per questo Oriella l’aveva sposato. Per questo era diventato a soli ventinove anni quello che era nella sua azienda. Dopo essersi riscosso dal torpore dei primi giorni pensò che si dovesse fare qualcosa. Che qualcuno dovesse fare qualcosa. Il dottor Nirvani, per esempio.

I media diedero ampio risalto all’episodio. “Coppia benestante – articoli e titoli a caratteri cubitali in prima pagina, foto e commenti sul web, gruppi su Facebook – preda di un raptus di onnipotenza, tenta di effettuare un’operazione di chirurgia estetica al volto del proprio bambino di due mesi.” Sociologi, psicologi, criminologi di chiara fama, scuri in volto, abituati a frequentare salotti da esperti circensi mediatici, a cambiare maglioncini ed esprimersi su tutto lo scibile umano foss’anche il risotto di Vissani, chiosavano sul degrado dei costumi del nostro secolo, arroventando il dibattito in uno slalom di partecipazioni televisive, degno di un Tomba dei tempi d’oro.

Potremmo, infine, raccontarvi di come la polizia fece irruzione in sala operatoria. Potremmo narrare che c’era anche il giudice Santagata. Potremmo riferire le sue parole all’indirizzo dei perversi genitori – «Siete delle brutte, anzi bruttissime persone», dello sguardo offeso di Daniele e dirvi ancora del conseguente attacco isterico della Barbie di Valdobbiadene alla ricerca disperata di uno specchio che confermasse che non era vero.

Non era vero che erano brutti. Era il loro bambino a non esser venuto bene.

Ma temiamo di non essere creduti.

Spunti, riflessioni ed incubi scaturiti da qui: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&ID_articolo=7823&ID_sezione=38&sezione

in silenzio

sterno è un mio amico.
la prima volta che l’ho visto (ma già ci conoscevamo grazie alla posta elettronica) è stato a Sermide, venne per me, sono quasi tre anni ormai.
ma non importa questo.
lasciamo perdere i racconti a quattro mani, la narrativa e tutto, e leggiamo il suo dolore, che è grande.
parole vere, insomma.
non servirà (leggere), suo padre non c’è più.
E lui quando il suo vecchio è morto non c’era, era lontano, e questo fa male tanto, ché Sterno avrebbe voluto essere lì, a chiudergli gli occhi, dolcemente.
leggiamo, che altro non possiamo fare.
un abbraccio s.

remo

Un uomo
di Sterno

sul voto e altro

Oltre ai partecipanti possono, se vogliono, votare:
1. Stefania Mola (squlibri2)
2. Monia Casagrande (non commenta mai, ma c’è: nella prima edizione mi avvalsi della sua preziosa collaborazione)
3. Silvia (Sgnapis) (
sgnapisvirgola).
4. Lucia Marchitto (Lucia Marchitto)
5. Laura Costantini (che ha il blog con Lory)
6. Elena (C’è da fare)
7. Lucypestifera (Il lunedì degli scrittori)

8. Bri (Laura) (verdemare)
9. Sterno (genere umano)
10. Lucia (Cronomoto)
11. Ilaria (Ali d’argento)
So che Zena  (Colfavoredellenebbi
e) non ci sente… in  questi giorni.
Probabilmente ho dimenticato qualcuno…

A questi potranno aggiungersi altri visitatori di questo blog.
Si voterà un giorno di fine agosto, o inizi di settembre.
Un giorno preciso con un determinato orario, chessò, dalle 15 alle 21.
Chi non potesse partecipare al voto nei commenti mi può comunicare per posta elettronica il proprio voto. Potrà farlo in un lasso di tempo compreso tra la pubblicazione dell’ultimo racconto e il giorno prima della votazione. Sarà mia premura copincollare il voto e chi l’ha dato nei commenti.
Se qualcuno “indovina” chi ha scritto questo o quel racconto voti lo stesso; se invece l’ha saputo si astenga, per favore.
Il bello di questa iniziativa sta appunto nel premiare il racconto e non chi l’ha scritto; sappiamo tutti bene che l’abito fa il monaco anche nella narrativa.

Per chi ha già inviato il suo racconto.
Allora, il fine ultimo è la pubblicazione di un e-book. Un lavoro collettivo, insomma. Mi piacerebbe che fosse il più dignitoso possibile.
Allora se qualcuno volesse correggere dei refusi o delle imprecisioni me lo comunichi sul solito indirizzo mail (raccontiaquattromani@gmail.com).

Scusate se non rispondo nei commenti, son di fretta. Sta squillando il telefono, ora, devo vedere una persona, poi devo scappare, niente pc o mac per qualche ora, mi sa che torno stanotte, tardi.