primo giorno di scuola

L’ho trovata qualche ora fa. Conservata tra le vecchie foto di mia madre.
Gliel’ho lasciata: questa è una foto di una foto (l’ho fatta con l’iPhone).
E’ più larga, più bella, si vede la penna col pennino e il calamaio. Era il 1962 o 63, credo.
Dall’espressione si direbbe che io ero un bravo scolaretto. Macché. Odiavo il maestro, anche perché parlava quasi sempre in dialetto vercellese, che io non capivo.
E la penna (che non si vede) da intingere sul calamaio: mica è la mia. La mia era proletaria, brutta, poi io rompevo sempre i pennini e mi sporcavo sempre di inchiostro. No, la penna era del primo della classe.
Erano bei tempi, quelli. Ci facevano fare le foto sorridenti e ci prendevano a calci in culo.
Oddio, noi figli di operai (ex contadini del centro del Veneto e soprattutto del sud) eravamo piuttosto vivaci.
Io per esempio a 7 anni, un anno dopo la foto da santarellino, scappai di casa, mi cercarono per ore, poi tornai la sera tardi, che era buio, ma questa l’ho già raccontata.
Devo scrivere un racconto: sulla paura.
Ecco, allora avevo il terrore di scuola-maestro-mamma.

Scrittori di talento. E il talento del tornio

Due cosette da poco, oggi.
La prima è sulla lettura dei manoscritti, la seconda sul talento.

Allora, l’incipit che segue è cosa nota.
Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato in un insetto mostruoso. Era disteso sul dorso, duro come una corazza, e alzando un poco il capo poteva vedere il suo ventre bruno convesso, solcato da nervature arcuate, sul quale si manteneva a stento la coperta, prossima a scivolare a terra. Una quantità di gambe, compassionevolmente sottili in confronto alla sua mole, gli si agitava dinanzi agli occhi.
“Che mi è accaduto?” pensò. Non era un sogno.

Franz Kafka, La metamorfosi

Mi chiedo, spesso, rileggendolo e leggendo Kafka: quanti editor, oggi, dopo aver letto questo incipit proseguirebbero a leggere? Di sicuro Giulio Mozzi o Luigi Bernardi, da quel che so di loro sono alla ricerca di qualcosa di diverso, del capolavoro, insomma.
Piacerebbe a Laura Bosio.
Anni fa, però, lessi un’intervista a uno scrittore (affermato). Lessi in fretta e solo successivamente, ripensandoci, capii che avevo sbagliato a non annotarmi chi fosse. Diceva questo scrittore che la grande contraddizione dell’editoria è il fatto che a leggere i manoscritti (quando vengono letti, aggiungo io) siano dei giovani trentenni magari cococo (malpagati, insomma) e non degli editor scrittori del calibro di Parazzoli (mi pare fosse citato lui nell’intervista).
Non ho più trent’anni e nemmeno quaranta:  ma rileggendo La metamorfosi mi domando cosa farei io, se leggesi un incipit così.
Ho un sospetto terribile: lo boccerei.
E’ un gioco che faccio, spesso.

La seconda cosa, sul talento.
Perché chi lavora otto ore al tornio, in fabbrica, ha meno talento di un impiegato di banca, di uno studente, di un giornalista?
Ringrazio Sandra Giammarruto, Lady Pazz, per avermi segnalato questa intervista, che non conoscevo. Dice, De Andrè, cose che ho sempre pensato. Le dice meglio di me, certo.

la vita è sogno

Era il gennaio del 1988, ricordo bene la data, avevo trentun anni, la ricordo perché fu nel gennaio del 1988 che, il 27, ricevetti la prima busta paga da giornalista. La ricordo a memoria. Redattore di prima nomina. Importo: 1.450.ooo lire.
Tanti soldi così, prima, li raggranellavo in tre mesi, a volte quattro.
Che sogni nel cassetto hai?, qualcuno mi chiese.
Ti piacerebbe, vero, lavorare per un’altra testata?
Sì e no, pensai. Non mi dispiaceva e continua a non spiacermi il giornalismo in provincia (nonostante i maldipancia e nonostante la debolezza strutturale del giornalismo di provincia: se lo sei troppo, debole, e devi sottostare ai ricatti pubblicitari, perdi credibilità e lettori; d’altro canto: senza pubblicità non si vive… discorso lungo).
Comunque. Questo lavoro, allora, mi piaceva. Ho scritto allora: infatti, mi piaceva più di adesso.
Torno a quella domanda (Ti piacerebbe, vero, lavorare per un’altra testata?).
Non risposi. Sta di fatto che due domande per altre testate le feci, ben sapendo che non c’erano speranze: All’Espresso e a L’ora di Palermo.
Qualcuno mi domandò: Ti piacerebbe un giorno diventare direttore del giornale?
Riposi prontamente di sì, ma aggiunsi, Ho altri due sogni…
Quali?
Erano due sogni interrotti. L’università. Dopo 4 anni di lavoro e studi (fabbrica e portiere di notte in un albergo) avevo sostenuto 16 esami su 20 ed abbozzato una tesi, con Corrado Vivanti, grande docente, grande persona, grande storico dell’Einaudi (ero incantato quando mi parlava di Le Goff, ma anche di Primo Levi, Pavese); solo che Vivanti nel 1987 (mi pare) fu trasferito da Torino a Perugia. E io mi inceppai (ripresi e finii nel 1991).
Era il primo grande sogno interrotto.
Ne avevo un altro, da quando avevo diciott’anni. Scrivere un romanzo. Uno solo.
A volte nella vita ci fanno e facciamo la tipica domanda scema: tra questo o quello che sceglieresti?
La domanda che mi fecero nell’anno del signore 1988 fu: Ma tu, dovessi scegliere, tra diventare direttore de La Sesia e scrivere e pubblicare un libro cosa sceglieresti?
Non ebbi dubbi nel rispondere: Un libro, dissi.
Allora non sapevo che i sogni più belli son quelli che non si avverano.
I sogni che si fanno a venti, trent’anni quelli sì, che sono una gran cosa
… perché tutta la vita è sogno e i sogni sogni son (calderon de la barca, la vita è sogno)

editori a pagamento

Contro gli editori a pagamento: leggete questo post di qualche giorno fa scritto da Loredana Lipperini.
E guardate i link che segnala.
Link interessanti che credo incompleti, ma è un gran punto di partenza: per essere informati ed evitare fregature.

Loredana Lipperini dice: Non faccio recensioni di libri pubblicati a pagamento.
Io non sono così drastico. C’è chi è caduto nella trappola perché non si è informato, e io, a quelli che non hanno il tempo di informarsi, li giustifico.
Esempio. Copia che conosco, sulla sessantina. Lui tecnico. Sei anni fa lui scrive cinque racconti. Li mandano a qualche editore grande, che non risponde. Internet, queste due persone, sei anni fa lo usavano, certo, ma o per lavoro o per altro. Nulla di letterario o di paraletterario, insomma. Vedono su un giornale serio la pubblicità di quella che sembra una casa editrice, seria per di più: non foss’altro perché il giornale che ospita la pubblicità è, a loro avviso, serio. Telefonano, poi inviano i cinque racconti, poi da questa casa editrice che non è una casa editrice arriva, prima, il verdetto, Ma che belli che sono, e poi, seconda puntata, il conto.
Prima ti fanno gioire, poi, pensando Ne ho fatto fesso un altro, allungano la mano.
Quei cinque racconti, credetemi, son belli.
Non li ho recensiti: ma solo perché non ho avuto tempo e poi perché i due coniugi, quando han masticato la foglia, han preferito glissare, stersene cheti, insomma. Lui, l’autore dei racconti,  nemmeno la va dicendo che li ha scritti.

Nei giorni scorsi, invece, è venuto da me un ragazzo. Penso che mi abbia odiato quando ho detto, Ti hanno fregato, diciamo che sono stati dei ladri onesti, 1000 euro per 300 copie di buona fattura è un furto, ma c’è di peggio.
E lui, che era venuto da me trionfante, per una recensione, magari anche per un complimento, c’è rimasto.
Non è per i 1000 euro mi ha detto, è per, per…
Perché quei bastardi ti hanno preso in giro, gli ho detto.
Chi distribuisce i tuoi libri?, chi li manda ai giornali?
Non l’ho letto il libro di questo ragazzo, magari è bello, che ne so. Lui la rete la usa, come può usarla una persona che tutti i pomeriggi prende il treno, andata e ritorno, per andare in università,e la mattina fa l’idraulico. Certo che guarda male la rete, magari cazzeggia, ne ha il diritto no?
Certo, chi non sa nulla inciampa.
Per cui: fate girare.

E comunque ricordate: c’è anche questa soluzione.

Ai miei tempi stavo per dire…

La giornata è bella e calda, ho appena portato il cane dal veterinario, il verdetto non è punto bello, ma nemmeno tragico: ha una ciste alla prostata, che di notte fa stare svegli me e lui (che lo porto a spasso mentre ulula), e quindi, novanta su cento, dovrà essere castrato. Lui non lo sa, quindi scondinzola, e mi viene dietro sereno, annusando i “profumi” di femmina che, mi ha detto la veterinaria, continuerà ad annusare anche dopo la castrazione. Amen.
Facciamo un giro in un quartiere che frequentavo da ragazzo, ora ci passo, frettoloso, in macchina, pensando ad altro.
E a un tratto mi fermo: all’altro lato della strada c’è una caffetteria-tabaccheria, moderna, ben arredata; dentro però non c’è nessuno; la proprietaria, una giovane donna che mi sembra carina, bionda, si è seduta fuori: il calore del sole e le chiacchiere con un conoscente possono lenire la mancanza di clienti, che magari, penso io, arriveranno, chissà.
Ma se mi son fermato un motivo c’è. Quando ero ragazzo io, e facevo le superiori, in quel bar c’ero entrato, un paio di volte. Certo, non sarebbe, come dire, consono coi tempi, quel vecchio bar di una volta, con tovaglie a quadri e vecchi che giocavano a carte e panini buoni, di coppa o salame, e vino del vicino Monferrato.
Non era un bar per me, allora. Non c’era nemmeno un flipper, non c’era nemmeno un juke box.
Ma nemmeno la nuova caffetteria mi attrae e, quel che è peggio, non attrae nessuno; e i vecchietti, oggi (ma che tristezza), vanno nei centri anziani comunali a giocare a carte, mica bello.
Ne son convinto, comunque, e anche, interpellato, ha annuito: il vecchio bar di una volta, oggi, funzionerebbe.
E non è una considerazione nostalgica.
Vado avanti, proseguo.
C’è un negozio dove ci son dei libri per ragazzi, vedo. Vedo David Copperfield, cavolo in vetrina. Stessa vetrina, proseguendo: abbigliamento per la scuola. Stessa vetrina, alla fine: un paio di mutandine con pizzo elegante, sexy insomma, da donna.
Minchia: stavo per dire, Ai miei tempi..
Toby, sto invecchiando, cazzo, andiamo, dài.
(Ai miei tempi mica ci avrei fatto caso, ai miei tempi mica l’avrei fatto il bacchettone).

Una storia difficile

Ho in mente di scrivere una storia. Ho in testa qualcosa, non so dire se tanto o poco, ma è un qualcosa di “concreto”.
E’ una brutta storia, di denuncia. Sento anche che debbo scriverla, presto. C’è un problema: non ci riesco.
Quello che io vedo, le ombre di personaggi che si muovono, faccio fatica a de-scriverlo: non per altro: è tutto avvolto da.
C’è dell’altro: la voce della narrazione. Non va bene la prima, non va bene la seconda, non va bene la terza persona.
Non va bene una “voce”, insomma: perché in questa storia le voci son vagiti che non vogliono raccontare la loro sconfitta.
E come avrete capito sono comunque geloso di questa storia.
In realtà un tentivo di scrittura l’ho fatto. Che per ora è solo un racconto, da sviluppare (la tematica è sociale, dicevo, l’unica persona che lo ha letto è stato Marco Travaglio, a cui lo mandai mi pare un anno fa, ma solo affinché leggesse), da sviluppare, dicevo, o forse no.
(L’averlo inviato in lettura a Travaglio ha un suo perché. Travaglio non legge narrativa. Lui legge e ragiona come un giornalista e quindi, davanti a tutto, pone il problema della credibilità).
Mi sembrava buono quel racconto, forte, originale: l’idea, però, solo l’idea. Rileggendolo, insomma, non mi convinceva. E così ho deciso di lasciar perdere, di dichiararmi sconfitto, e anche, ho deciso di non farlo leggere a nessuno.
So che non va, punto. Non va perché la scrittura è fatta di parole, e quel che voglio raccontare io è fatto di buio, di silenzi, di vagiti.
Insomma: si presterebbe a essere un’opera teatrale, un dramma.
Solo che io di opere teatrali ne ho lette tante, certo, e ho provato anche a scriverne, una vita fa, ma con esisiti disastrosi.
E quindi non so.
Capisco anche di aver detto tutto e niente. Niente, in particolare.
(Qualcuno si domanderà: Ma Travaglio cosa ti disse di quel tuo racconto che non ti convinceva? Allora, mi fece dei complimenti, sommari, ma io sospetto che lo abbia solo sfogliato, aveva in mente il suo nuovo giornale. Quindi).

Vicolo Cannery

Ci sono oggetti a cui siamo legati, solitamente son ricordi.
Tra gli oggetti a cui son legato io c’è un libro, Vicolo Cannery, di Steinbeck.
Mi riporta a una mattina, di 27 anni fa. Sto studiando, devo dare un esame e il tempo è poco: anche perché il pomeriggio dovrò andare a lavorare.
Non solo. Sto studiando e devo pure fare da baby sitter a una bimba, Sonia, che ha due anni. Per mio fortuna è bravissima, ogni tanto canta, ma lo posso sopportare. Mentre studio, però, mi accorgo che è troppo buona, troppo silenziosa. Mi giro verso di lei: in effetti è indaffaratissima. Sta succhiando un mio libro, Vicolo Cannery di Steinbeck.
Sulla copertina, in alto, dove ci dovrebbe essere scritto il nome dell’autore, c’è la sua impronta: dei denti da latte.

Vicolo Cannery, comunque, inizia così.

Il vicolo Cannery a Monterey in California è un poema, un fetore, un rumore irritante, una qualità di luce, un tono, un’abitudine, una nostalgia, un sogno.

Buona domenica

il silenzio del mare e le cose belle della vita

Le cose belle della vita. Per esempio, essere bagnati fradici per colpa della pioggia e trovare riparo in una trattoria, che poi ci sorprende e della quale non avevamo immaginato, prima, la bontà della cucina e della gentilezza. E l’immagine di quella sera con la pioggia e quella delle tovaglie a scacchi rossi della trattoria si fondono, poi, in un ricordo che resta.
Può bastare molto meno, però.
Dissetarsi mangiando una mela, d’estate, sotto un albero.
Percorrere un sentiero senza pensare e, proprio grazie a questa assenza di interferenze, riuscire a sentire l’aria che entra dentro, fresca, nei nostri polmoni.
Può bastare un caffè di notte, possono bastare cinque minuti con una certa persona (te recuerdo amanda…), può bastare il sorriso di e di, un saluto di e di: le cose belle della vita.
Quelle vere insomma.
Tra queste, di sicuro, per me c’è – con la notte – anche la musica del mare, o il rumore del mare, oppure: il silenzio del mare.

chi è veramente intelligente…


Chi è veramente intelligente nasconde di aver ragione
(Elias Canetti)

Ora, confortato da Canetti spengo il pc, vado in cucina, mi faccio un caffè (marca Nicaragua, dall’equo e solidale) e magari anche un paio di biscotti Bucaneve, i miei preferiti, poi leggo (sto leggendo, senza troppo entusiasmo, Su nella stanza di Honey di Elmore Leonard; appena lo finisco attacco con Montalban, Assassinio a Prado del Rey; so che non farò fatica: Montalban non mi ha mai tradito) e mi faccio un mezzo toscano.
Fin.
E buona giornata

elimina

Si scrive (almeno io, quasi tutti i giorni), poi di quel che si scrive molto spesso se ne fa niente:  basta premere elimina, e addio. Un esempio. Era l’idea di un libro, ora svanita.
Buona giornata

Mi hanno riempito di botte, calci, soprattutto. Mi succede spesso. Hanno cominciato con le palle di neve, poi però, quando hanno visto che me le facevo tirare e non facevo una piega, si sono innervositi, ci vuol poco a farli innervosire questi ragazzi: hanno tutto, donne, macchine, coca da sniffare. Hanno pure l’incazzatura facile. Se li mandi a quel paese – io lo faccio mostrando il medio – s’incazzano. Se non fai una piega s’incazzano lo stesso. Vedi stasera. Mi hanno detto «finocchio di merda», mi hanno detto «comunista bastardo», mi hanno detto «puzzi», mi hanno anche detto che ho una sorella che fa pompini e che se vedono mia figlia se la inculano.
Non mi hanno fatto male i loro calci. Mi è spiaciuto per un dente, questo sì, ora me ne sono rimasti sono dieci, sei sotto e quattro sopra, speriamo che tengano.
Erano un gruppetto, non ho perso tempo a contarli, saranno stati una dozzina, ecco sì, erano una sporca dozzina e con loro, questo mi è spiaciuto, c’era anche una ragazza carina, ma carina tanto, lei no, mica mi ha picchiato, mi guardava solo con aria di disgusto aggrappata al braccio del suo maschio, un ragazzotto con sciarpa e cuffia rosse, il più elegante di tutti, stivali di marca, è stato lui a mollarmi un pestone in piena faccia e farmi saltare un dente e farmi perdere sangue da un labbro, spaccato in due, come un tronco da ardere.
Sono anni che prendo botte, soprattutto il venerdì e il sabato, quando diventano loro i padroni della piazza.
Questa sera, però, sono andati oltre. Stanchi di mollarmi pedate han pensato anche di cavarmi calzoni e mutande.
«
E questo sarebbe un cazzo?», ha detto uno che non ho visto, perché gli occhi non riuscivo ad aprirli.
Poi è arrivata un’auto della polizia o dei carabinieri, non ci ho fatto nemmeno troppo caso, i ragazzi se la sono filata, per me si è scomodata l’ambulanza.
Ora sono qui, in questo lettino, al pronto soccorso. Mi hanno ricucito il labbro, ho una coperta sopra le vergogne, sopra la cintola ho solo una canottiera bucherellata: mica me n’ero accorto, io, lo riconosco, sono stato distratto, insomma non mi sono accorto che mi hanno anche pisciato addosso, è stata l’infermiera, grassa e per niente carina, pure lei però aveva la stessa faccia schifata dell’unica ragazzina del branco, a dirmi che la camicia puzzava di piscio.
Va bene, però ora non so dove me l’hanno messa, cazzo. In questo momento infermieri e dottori stanno brindando al santo Natale, dicono che è nato Gesù Cristo 2002 anni fa, e quindi hanno diritto, ci mancherebbe, a cinque minuti di pausa.
Spero che si ricordino di questo vecchio che è vicino a me, con la figlia accanto che piange e bestemmia. Non fanno parte dell’alta società, questi due, contano niente, cazzo pretendono?, d’essere considerati?

Il mio posto è sempre lo stesso, nessuno sa perché mi siedo sempre lì, in piazza, sui gradini, fuori dalla Farmacia antica. Nessuno lo sa, ma nel vecchio palazzo di fronte, io, una cinquantina d’anni fa, presi per la prima volta Anna, che diventò poi mia moglie. Avevamo sedici anni, andavamo a scuola insieme. Fu lei a portarmi lì, in quella casa che stavano ristrutturando. Uno dei muratori era suo padre.
Ci parlo tutti i giorni io con Anna.