la vita è sogno

Era il gennaio del 1988, ricordo bene la data, avevo trentun anni, la ricordo perché fu nel gennaio del 1988 che, il 27, ricevetti la prima busta paga da giornalista. La ricordo a memoria. Redattore di prima nomina. Importo: 1.450.ooo lire.
Tanti soldi così, prima, li raggranellavo in tre mesi, a volte quattro.
Che sogni nel cassetto hai?, qualcuno mi chiese.
Ti piacerebbe, vero, lavorare per un’altra testata?
Sì e no, pensai. Non mi dispiaceva e continua a non spiacermi il giornalismo in provincia (nonostante i maldipancia e nonostante la debolezza strutturale del giornalismo di provincia: se lo sei troppo, debole, e devi sottostare ai ricatti pubblicitari, perdi credibilità e lettori; d’altro canto: senza pubblicità non si vive… discorso lungo).
Comunque. Questo lavoro, allora, mi piaceva. Ho scritto allora: infatti, mi piaceva più di adesso.
Torno a quella domanda (Ti piacerebbe, vero, lavorare per un’altra testata?).
Non risposi. Sta di fatto che due domande per altre testate le feci, ben sapendo che non c’erano speranze: All’Espresso e a L’ora di Palermo.
Qualcuno mi domandò: Ti piacerebbe un giorno diventare direttore del giornale?
Riposi prontamente di sì, ma aggiunsi, Ho altri due sogni…
Quali?
Erano due sogni interrotti. L’università. Dopo 4 anni di lavoro e studi (fabbrica e portiere di notte in un albergo) avevo sostenuto 16 esami su 20 ed abbozzato una tesi, con Corrado Vivanti, grande docente, grande persona, grande storico dell’Einaudi (ero incantato quando mi parlava di Le Goff, ma anche di Primo Levi, Pavese); solo che Vivanti nel 1987 (mi pare) fu trasferito da Torino a Perugia. E io mi inceppai (ripresi e finii nel 1991).
Era il primo grande sogno interrotto.
Ne avevo un altro, da quando avevo diciott’anni. Scrivere un romanzo. Uno solo.
A volte nella vita ci fanno e facciamo la tipica domanda scema: tra questo o quello che sceglieresti?
La domanda che mi fecero nell’anno del signore 1988 fu: Ma tu, dovessi scegliere, tra diventare direttore de La Sesia e scrivere e pubblicare un libro cosa sceglieresti?
Non ebbi dubbi nel rispondere: Un libro, dissi.
Allora non sapevo che i sogni più belli son quelli che non si avverano.
I sogni che si fanno a venti, trent’anni quelli sì, che sono una gran cosa
… perché tutta la vita è sogno e i sogni sogni son (calderon de la barca, la vita è sogno)

editori a pagamento

Contro gli editori a pagamento: leggete questo post di qualche giorno fa scritto da Loredana Lipperini.
E guardate i link che segnala.
Link interessanti che credo incompleti, ma è un gran punto di partenza: per essere informati ed evitare fregature.

Loredana Lipperini dice: Non faccio recensioni di libri pubblicati a pagamento.
Io non sono così drastico. C’è chi è caduto nella trappola perché non si è informato, e io, a quelli che non hanno il tempo di informarsi, li giustifico.
Esempio. Copia che conosco, sulla sessantina. Lui tecnico. Sei anni fa lui scrive cinque racconti. Li mandano a qualche editore grande, che non risponde. Internet, queste due persone, sei anni fa lo usavano, certo, ma o per lavoro o per altro. Nulla di letterario o di paraletterario, insomma. Vedono su un giornale serio la pubblicità di quella che sembra una casa editrice, seria per di più: non foss’altro perché il giornale che ospita la pubblicità è, a loro avviso, serio. Telefonano, poi inviano i cinque racconti, poi da questa casa editrice che non è una casa editrice arriva, prima, il verdetto, Ma che belli che sono, e poi, seconda puntata, il conto.
Prima ti fanno gioire, poi, pensando Ne ho fatto fesso un altro, allungano la mano.
Quei cinque racconti, credetemi, son belli.
Non li ho recensiti: ma solo perché non ho avuto tempo e poi perché i due coniugi, quando han masticato la foglia, han preferito glissare, stersene cheti, insomma. Lui, l’autore dei racconti,  nemmeno la va dicendo che li ha scritti.

Nei giorni scorsi, invece, è venuto da me un ragazzo. Penso che mi abbia odiato quando ho detto, Ti hanno fregato, diciamo che sono stati dei ladri onesti, 1000 euro per 300 copie di buona fattura è un furto, ma c’è di peggio.
E lui, che era venuto da me trionfante, per una recensione, magari anche per un complimento, c’è rimasto.
Non è per i 1000 euro mi ha detto, è per, per…
Perché quei bastardi ti hanno preso in giro, gli ho detto.
Chi distribuisce i tuoi libri?, chi li manda ai giornali?
Non l’ho letto il libro di questo ragazzo, magari è bello, che ne so. Lui la rete la usa, come può usarla una persona che tutti i pomeriggi prende il treno, andata e ritorno, per andare in università,e la mattina fa l’idraulico. Certo che guarda male la rete, magari cazzeggia, ne ha il diritto no?
Certo, chi non sa nulla inciampa.
Per cui: fate girare.

E comunque ricordate: c’è anche questa soluzione.

Ai miei tempi stavo per dire…

La giornata è bella e calda, ho appena portato il cane dal veterinario, il verdetto non è punto bello, ma nemmeno tragico: ha una ciste alla prostata, che di notte fa stare svegli me e lui (che lo porto a spasso mentre ulula), e quindi, novanta su cento, dovrà essere castrato. Lui non lo sa, quindi scondinzola, e mi viene dietro sereno, annusando i “profumi” di femmina che, mi ha detto la veterinaria, continuerà ad annusare anche dopo la castrazione. Amen.
Facciamo un giro in un quartiere che frequentavo da ragazzo, ora ci passo, frettoloso, in macchina, pensando ad altro.
E a un tratto mi fermo: all’altro lato della strada c’è una caffetteria-tabaccheria, moderna, ben arredata; dentro però non c’è nessuno; la proprietaria, una giovane donna che mi sembra carina, bionda, si è seduta fuori: il calore del sole e le chiacchiere con un conoscente possono lenire la mancanza di clienti, che magari, penso io, arriveranno, chissà.
Ma se mi son fermato un motivo c’è. Quando ero ragazzo io, e facevo le superiori, in quel bar c’ero entrato, un paio di volte. Certo, non sarebbe, come dire, consono coi tempi, quel vecchio bar di una volta, con tovaglie a quadri e vecchi che giocavano a carte e panini buoni, di coppa o salame, e vino del vicino Monferrato.
Non era un bar per me, allora. Non c’era nemmeno un flipper, non c’era nemmeno un juke box.
Ma nemmeno la nuova caffetteria mi attrae e, quel che è peggio, non attrae nessuno; e i vecchietti, oggi (ma che tristezza), vanno nei centri anziani comunali a giocare a carte, mica bello.
Ne son convinto, comunque, e anche, interpellato, ha annuito: il vecchio bar di una volta, oggi, funzionerebbe.
E non è una considerazione nostalgica.
Vado avanti, proseguo.
C’è un negozio dove ci son dei libri per ragazzi, vedo. Vedo David Copperfield, cavolo in vetrina. Stessa vetrina, proseguendo: abbigliamento per la scuola. Stessa vetrina, alla fine: un paio di mutandine con pizzo elegante, sexy insomma, da donna.
Minchia: stavo per dire, Ai miei tempi..
Toby, sto invecchiando, cazzo, andiamo, dài.
(Ai miei tempi mica ci avrei fatto caso, ai miei tempi mica l’avrei fatto il bacchettone).

Una storia difficile

Ho in mente di scrivere una storia. Ho in testa qualcosa, non so dire se tanto o poco, ma è un qualcosa di “concreto”.
E’ una brutta storia, di denuncia. Sento anche che debbo scriverla, presto. C’è un problema: non ci riesco.
Quello che io vedo, le ombre di personaggi che si muovono, faccio fatica a de-scriverlo: non per altro: è tutto avvolto da.
C’è dell’altro: la voce della narrazione. Non va bene la prima, non va bene la seconda, non va bene la terza persona.
Non va bene una “voce”, insomma: perché in questa storia le voci son vagiti che non vogliono raccontare la loro sconfitta.
E come avrete capito sono comunque geloso di questa storia.
In realtà un tentivo di scrittura l’ho fatto. Che per ora è solo un racconto, da sviluppare (la tematica è sociale, dicevo, l’unica persona che lo ha letto è stato Marco Travaglio, a cui lo mandai mi pare un anno fa, ma solo affinché leggesse), da sviluppare, dicevo, o forse no.
(L’averlo inviato in lettura a Travaglio ha un suo perché. Travaglio non legge narrativa. Lui legge e ragiona come un giornalista e quindi, davanti a tutto, pone il problema della credibilità).
Mi sembrava buono quel racconto, forte, originale: l’idea, però, solo l’idea. Rileggendolo, insomma, non mi convinceva. E così ho deciso di lasciar perdere, di dichiararmi sconfitto, e anche, ho deciso di non farlo leggere a nessuno.
So che non va, punto. Non va perché la scrittura è fatta di parole, e quel che voglio raccontare io è fatto di buio, di silenzi, di vagiti.
Insomma: si presterebbe a essere un’opera teatrale, un dramma.
Solo che io di opere teatrali ne ho lette tante, certo, e ho provato anche a scriverne, una vita fa, ma con esisiti disastrosi.
E quindi non so.
Capisco anche di aver detto tutto e niente. Niente, in particolare.
(Qualcuno si domanderà: Ma Travaglio cosa ti disse di quel tuo racconto che non ti convinceva? Allora, mi fece dei complimenti, sommari, ma io sospetto che lo abbia solo sfogliato, aveva in mente il suo nuovo giornale. Quindi).

Vicolo Cannery

Ci sono oggetti a cui siamo legati, solitamente son ricordi.
Tra gli oggetti a cui son legato io c’è un libro, Vicolo Cannery, di Steinbeck.
Mi riporta a una mattina, di 27 anni fa. Sto studiando, devo dare un esame e il tempo è poco: anche perché il pomeriggio dovrò andare a lavorare.
Non solo. Sto studiando e devo pure fare da baby sitter a una bimba, Sonia, che ha due anni. Per mio fortuna è bravissima, ogni tanto canta, ma lo posso sopportare. Mentre studio, però, mi accorgo che è troppo buona, troppo silenziosa. Mi giro verso di lei: in effetti è indaffaratissima. Sta succhiando un mio libro, Vicolo Cannery di Steinbeck.
Sulla copertina, in alto, dove ci dovrebbe essere scritto il nome dell’autore, c’è la sua impronta: dei denti da latte.

Vicolo Cannery, comunque, inizia così.

Il vicolo Cannery a Monterey in California è un poema, un fetore, un rumore irritante, una qualità di luce, un tono, un’abitudine, una nostalgia, un sogno.

Buona domenica

il silenzio del mare e le cose belle della vita

Le cose belle della vita. Per esempio, essere bagnati fradici per colpa della pioggia e trovare riparo in una trattoria, che poi ci sorprende e della quale non avevamo immaginato, prima, la bontà della cucina e della gentilezza. E l’immagine di quella sera con la pioggia e quella delle tovaglie a scacchi rossi della trattoria si fondono, poi, in un ricordo che resta.
Può bastare molto meno, però.
Dissetarsi mangiando una mela, d’estate, sotto un albero.
Percorrere un sentiero senza pensare e, proprio grazie a questa assenza di interferenze, riuscire a sentire l’aria che entra dentro, fresca, nei nostri polmoni.
Può bastare un caffè di notte, possono bastare cinque minuti con una certa persona (te recuerdo amanda…), può bastare il sorriso di e di, un saluto di e di: le cose belle della vita.
Quelle vere insomma.
Tra queste, di sicuro, per me c’è – con la notte – anche la musica del mare, o il rumore del mare, oppure: il silenzio del mare.

chi è veramente intelligente…


Chi è veramente intelligente nasconde di aver ragione
(Elias Canetti)

Ora, confortato da Canetti spengo il pc, vado in cucina, mi faccio un caffè (marca Nicaragua, dall’equo e solidale) e magari anche un paio di biscotti Bucaneve, i miei preferiti, poi leggo (sto leggendo, senza troppo entusiasmo, Su nella stanza di Honey di Elmore Leonard; appena lo finisco attacco con Montalban, Assassinio a Prado del Rey; so che non farò fatica: Montalban non mi ha mai tradito) e mi faccio un mezzo toscano.
Fin.
E buona giornata

elimina

Si scrive (almeno io, quasi tutti i giorni), poi di quel che si scrive molto spesso se ne fa niente:  basta premere elimina, e addio. Un esempio. Era l’idea di un libro, ora svanita.
Buona giornata

Mi hanno riempito di botte, calci, soprattutto. Mi succede spesso. Hanno cominciato con le palle di neve, poi però, quando hanno visto che me le facevo tirare e non facevo una piega, si sono innervositi, ci vuol poco a farli innervosire questi ragazzi: hanno tutto, donne, macchine, coca da sniffare. Hanno pure l’incazzatura facile. Se li mandi a quel paese – io lo faccio mostrando il medio – s’incazzano. Se non fai una piega s’incazzano lo stesso. Vedi stasera. Mi hanno detto «finocchio di merda», mi hanno detto «comunista bastardo», mi hanno detto «puzzi», mi hanno anche detto che ho una sorella che fa pompini e che se vedono mia figlia se la inculano.
Non mi hanno fatto male i loro calci. Mi è spiaciuto per un dente, questo sì, ora me ne sono rimasti sono dieci, sei sotto e quattro sopra, speriamo che tengano.
Erano un gruppetto, non ho perso tempo a contarli, saranno stati una dozzina, ecco sì, erano una sporca dozzina e con loro, questo mi è spiaciuto, c’era anche una ragazza carina, ma carina tanto, lei no, mica mi ha picchiato, mi guardava solo con aria di disgusto aggrappata al braccio del suo maschio, un ragazzotto con sciarpa e cuffia rosse, il più elegante di tutti, stivali di marca, è stato lui a mollarmi un pestone in piena faccia e farmi saltare un dente e farmi perdere sangue da un labbro, spaccato in due, come un tronco da ardere.
Sono anni che prendo botte, soprattutto il venerdì e il sabato, quando diventano loro i padroni della piazza.
Questa sera, però, sono andati oltre. Stanchi di mollarmi pedate han pensato anche di cavarmi calzoni e mutande.
«
E questo sarebbe un cazzo?», ha detto uno che non ho visto, perché gli occhi non riuscivo ad aprirli.
Poi è arrivata un’auto della polizia o dei carabinieri, non ci ho fatto nemmeno troppo caso, i ragazzi se la sono filata, per me si è scomodata l’ambulanza.
Ora sono qui, in questo lettino, al pronto soccorso. Mi hanno ricucito il labbro, ho una coperta sopra le vergogne, sopra la cintola ho solo una canottiera bucherellata: mica me n’ero accorto, io, lo riconosco, sono stato distratto, insomma non mi sono accorto che mi hanno anche pisciato addosso, è stata l’infermiera, grassa e per niente carina, pure lei però aveva la stessa faccia schifata dell’unica ragazzina del branco, a dirmi che la camicia puzzava di piscio.
Va bene, però ora non so dove me l’hanno messa, cazzo. In questo momento infermieri e dottori stanno brindando al santo Natale, dicono che è nato Gesù Cristo 2002 anni fa, e quindi hanno diritto, ci mancherebbe, a cinque minuti di pausa.
Spero che si ricordino di questo vecchio che è vicino a me, con la figlia accanto che piange e bestemmia. Non fanno parte dell’alta società, questi due, contano niente, cazzo pretendono?, d’essere considerati?

Il mio posto è sempre lo stesso, nessuno sa perché mi siedo sempre lì, in piazza, sui gradini, fuori dalla Farmacia antica. Nessuno lo sa, ma nel vecchio palazzo di fronte, io, una cinquantina d’anni fa, presi per la prima volta Anna, che diventò poi mia moglie. Avevamo sedici anni, andavamo a scuola insieme. Fu lei a portarmi lì, in quella casa che stavano ristrutturando. Uno dei muratori era suo padre.
Ci parlo tutti i giorni io con Anna.

libri, calcio, politica

Partiamo dai libri: a prescindere che io ne scriva o meno resterò sempre fedele alla carta per un fattore, diciamo, autobiografico.
Mi rivedo a 6 anni, è natale, che, sul letto, leggo Il gatto con gli stivali. E mi rivedo, davanti a una vetrina, incantato dalle copertine di David Crockett a Baltimora di Tom Hill, o de I pirati della Malesia, di Salgari.
Me li sognavo di notte, io, i libri: perché i soldi, a casa mia, per comperarne, non c’erano. Ogni libro comperato era una faticaccia, dieci lire più dieci lire più dieci lire, ma anche il coronamento di un sogno. Libri e fumetti, naturalmente (Tex Willer, in particolare).
La lettura, quindi, fu la mia prima passione, preferibile all’altra passione, quella dei film: preferibile perché durava di più. Un libro potevo rileggerlo, un film non potevo riguardarlo.
Poi, verso i quattordici anni (insieme alle ragazze) son nate altre due passioni: per il calcio (sono un grande tifoso della Fiorentina) e per la politica.
Passioni che son rimaste. E che metto alla prova. Facendo pronostici, appunto, calcistici e politici.
Quelli calcistici, fino a qualche anno fa, avevano una controprova: la schedina del totocalcio. Con un sistema proletario (tre doppie, qualche volta quattro) ho fatto una decina di dodici, mai un tredici insomma.
Per i pronostici politici, nazionali e locali, mancando la schedina, a volte uso il blog a volte il giornale (che dirigo).
Ha sbagliato un grande pronostico, nazionale, due, tre, quattro anni fa, quando sostenevo che, prima o poi, sarebbe risorta, con altra denominazione, la democrazia cristiana.
A livello locale, ma qui ho solo dei testimoni, ho invece azzeccato sempre, due settimane prima del voto, chi avrebbe vinto o le comunali, o le provinciali, o le regionali.
Oggi la politica mi sta nauseando. Leggo i titoli, ben che vada. Ma nel 2003 leggevo, ancora, con attenzione, più di un giornale. (E poi: anche il mio percorso universitario, laurea in lettere con indirizzo storico, aveva lasciato il segno. Ho avuto dei bravi di docenti, Tranfaglia, Vivanti, anche dei discreti compagni di banco: tanto le lezioni di Tranfaglia che quelle con Vivanti le ho seguite con Marco Travaglio. Lui, di sicuro, ha più strumenti di me. Cimnque anni fa gli telefonai, per un’intervista. Gli dissi: scommettiamo che Casini e Rutelli riescono a far risorgere la vecchia balena bianca? Non ne era convinto, lui).
Comunque, torno al 2003.
Una sera penso a questa mia mania, di scommettere sui candidati: vince questo o vince quest’altro.
Mi dico: ci devo scrivere un libro.
Lo scommettitore, appunto (con post fazione di Marco Travaglio, appunto).
L’idea iniziale era quella del potere che corrode, corrompe, avvelena, cambia le persone. Poi quella parola, “scommettitore”, mi portò a percorrere altre strade. Le percorsi: scrivendo. Pagine e pagine di incipit da buttare via finché un giorno arrivò l’idea: lo scommettitore è quello che fa vincere il candidato per cui lavora.
In ogni caso. Ho altre, chiamiamole così, passioni: per esempio andare a camminare, magari col cane, al fiume.
Oggi non posso.
Oggi lavoro. E’ tempo di elezioni, qui.

sangue blu

Ho conosciuto un nobile, tempo fa. Nato con la camicia, insomma. Morirà, si suppone, con la camicia.
Ho mangiato con lui, ho parlato con lui.
Io non avevo cose interessanti da raccontargli, ascoltavo.
Le sue cene con personaggi altolocati, i suoi viaggi, la sua famiglia.
Mangiava con garbo (un nobile non mangia mai tutto: lascia sempre una piccola porzione di cibo; significa, suppongo, che quella porizione era abbondante), parlava con garbo: quasi stancamente.
Gli ho guardato le mani: da bambino. Le guanciotte: pure.
E abbiamo anche parlato di soldi e di affari, suoi naturalmente (che io, fino a pochi anni fa, avevo un mutuo e facevo fatica adarrivare al 27). Senza menar vanto delle sue ricchezze m’ha fatto comunque intendere che lui, quando va per esempio in una banca, è, lui medesimo, quella banca (seppur piccola).

Parentesi, ora. Qualcuno si stupirà, ora. Si domanderà, qualcuno: Ci racconti che appena puoi vai nei bar di periferia dove ci sono gli zingari, i ragazzacci, le prostitute, che stai alla larga da salotti e vip e gente importante, e leggiamo, proprio nel tuo blog, che ti incontri anche con un nobile, ma nobile per davvero, tipo conte, marchese, barone, e ricco perdipiù, tanto ricco.
Infatti. Mi ha chiesto una consulenza. Voleva comprare un giornale di provincia e io, pensando che voleva fare le cose per bene, quella consulenza, senza voler nulla in cambio, certo che gliel’ho data. E ci siam visti due volte. Una a cena e una no. Ammetto che prima di conoscerlo ero curioso. Com’è un nobile, ma nobile per davvero?, mi chiedevo. Parentesi chiusa.

Ero in imbarazzo, io, mica sapevo portare il calice di vino alle labbra come faceva lui. Ero – giuro – incantato dal modo che aveva di mangiare: i falsi nobili, gli attori insomma che recitano ruoli da nobili e che noi vediamo al cinema, credetemi, non sono così bravi. Lui, poi, aveva il sesto senso per richiamare l’attenzione del cameriere: sapeva quando fare un cenno (io al ristorante son quello che chiama quando non c’è nessuno e nessuno viene, e io chiamo, facendo la figura del piffero).
Ero annoiato anche. Lui faceva tutto con lentezza, estrema. Così evitavo, anche, di porgli domande.
Esempio. Mi racconta che anni prima è stato a Roma al ristorante con questo personaggio politico, quest’altro dello spettacolo, quest’altro e quest’altro.
Poi, con smorfia del viso appena accennata, mi fa: A mezzanotte, vedendo che nessuno di alzava, ho chiesto il conto…
Per tutti?, ho interrotto io.
E lui, sottovoce e ai due all’ora: Per tutti.
Ma quella gente – ha aggiunto subito dopo – mica pensa che la gente a mezzanotte va a dormire.
Stupito, avrei voluto domandargli: Ma i nobili non si svegliano alle 11 del mattino?
Non l’ho fatto: non vedevo l’ora di uscire in strada, ed ero stupito che lui avesse pagato per tutti.
Mi scusi, ho insistito su questo, quindi lei ha pagato per tutti, e tutti son rimasti a guardare?
Vedo che ha capito, mi fa (con fare nobile).
Sì, quando ho chiamato il cameriere e chiesto il conto nessuno di loro ha fatto il benché minimo cenno di allungare la mano al portafogli, ha aggiunto.
Ma ha cambiato subito discorso: non era una “cosa nobile” quella che mi stava raccontando.

Ho pensato spesso a lui, dopo quella volta (in realtà ci siam visti due volte).
E mi son chiesto, che avrà pensato quando gli ho accennato, due minuti di autobiografia, che vengo dalla gavetta gavetta?, e che a vent’anni lavoravo in fabrica?
Lui, da quel che ho inteso, ha fatto il nobile e nient’altro.

Oggi è sabato, è per questo che ho ripensato a lui. Il sabato, quando avevo vent’anni e lavoravo in fabbrica, aveva un profuno particolare: di libertà e spensieratezza. Non sarò nato con la camicia né morirò con la camicia ma certe cose, i nobili, non le potranno capire mai.

quasi quasi

“incollo” un vecchio post-pensiero

per me le stagioni son due.
la prima, che inizia a settembre, ti proietta verso le nebbie e il freddo e il fumo dei comignoli.
la seconda stagione inizia a marzo, quando il cielo cambia colore e certe notti ti dicono che anche quest’anno l’estate verrà.

non l’ho ancora avuta questa percezione; e a dirla tutta anche il 2010 mi sembra un po’ bisestile, o almeno.
quasi quasi stacco il computer, accendo un mezzotoscano e solo me ne vo per la città.
buone cose

Olivieri: scrivere rincorrendo il passato

Non ricordo bene l’anno (1985?), ricordo invece il posto (sull’autobus numero 56, fermo in piazza Castello, Torino, per un ingorgo) e più o meno ricordo le parole: le parole che uscirano dalla bocca di un ragazzo, accanto a me, che a una ragazza raccontava di aver fatto la comparsa nel film di Monicelli, Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.
Diceva, quel ragazzo, dei grandi protagonisti di quel film, che non ho visto: Ugo Tognazzi e Alberto Sordi. Di Tognazzi diceva che era pignolo, bravo, esigente; e che certe volte era dura sopportarlo. Di Alberto Sordi, invece, diceva l’opposto: una persona stupenda, mite. Buonissima.
Le cose che si dicono e si sentono sugli autobus fermi a un ingorgo son tante, possono essere vere oppure no. Specia se si parla a una bella ragazza.
Anni dopo, al cinema, vedo “I giorni del commissario Ambrosio”. Mi piace il film, un po’ meno l’interpretazione di Tognazzi, del resto non sono mai stato un grande estimatore del cinema italiano, preferisco i film francesi, Lino Ventura era il mio attore preferito.
Diversi anni dopo su una bancarella di libri usati, stavolta a Vercelli, vedo un libro di Renato Olivieri, è lui lo scrittore che ha inventato il commissario Ambrogio.
Lo prendo, costa poco, lo porto a casa con poca convizione: non mi esaltava, allora, leggere i gialli.
Tre, quattro giorni dopo mia madre mi chiede se di notte posso assistere mio padre, che ha subito un piccolo intervento chirurgico. Ci andai dopo aver fatto la chiusra al giornale, facendo prima un salto a casa per una doccia. Prima di uscire mi feci un panino e, poiché ero di fretta, afferrai Largo Richini, che avevo lasciato nell’ingresso, dal giorno dell’acquisto.
Lo lessi quella notte, accanto a mia padre, sforzando la vista, ché l’unica luce della stanza era quella che proveniva dal corridoio.
Iniziò così il mio interesse per i gialli: Renato Oliveri, poi Chandler, Simenon.
Ma a differenza di Chandler e Simenon i libri di Renato Oliveri non si trovavano in libreria, tutti o quasi fuori catalogo. Li ho tutti, ora, però: grazie alla bancarelle.
Ha un grande pregio, a mio avviso, la sua scrittura. E’ semplice, tanto semplice (non come Izzo o Manchette, ma ci siamo quasi) ed è tanto elegante, tanto elegante (quasi come Montalban, o elegante e musicale come Bernardi, Simi).

Questo è l’incipit de Il caso Kodra.

In effetti c’era qualcosa di strano nella morte della signora Kodra, travolta da un’automobile bianca, probabilmente una Fiat 132, la sera di martedì 6 gennaio alle ore diciotto e trenta, a Milano, all’angolo tra via Porpora e via Catalani. Morì meno di un’ora dopo al Policlinico. Una infermiera (Emanuela Quadri di trentadue anni) raccontò al medico di turno (il dottor Giuseppe Ancona di quarantotto anni) che la poveretta aveva sussurrato prima di morire una parola, forse un nome.

Due pagine dopo, compare il vicecomissario Ambrosio. Decide di occuparsi del caso per… nostalgia.

«Bonelli!» gridò. «Senti, esco per un paio d’ore, se mi cercano dì che torno alle cinque. Ciao».
Accese una Muratti, scese lo scalone della questura, in cortile aveva la sua Volkswagen Golf color erba (gli piaceva perché era una macchinetta di moda, come una volta la Mini, la R5). Faceva freddo, tre sottozzero secondo il Gazzettino Padano. Alzò il collo della canadese, poi salì in macchina.
“Sono anni che non vedo via Porpora” pensò.
Posteggiò di fronte a un bar, aveva voglia di un caffè.
«Lungo» disse. Era un uomo robusto, col viso segnato, i capelli folti tagliati corti, un’aria svagata,come se si portasse dietro un problema da risolvere, e pensasse a quello soltanto senza trovare la soluzione.
Uscì sulla strada.
Via Catalani non era cambiata, da come la ricordava. Camminava adagio guardando le case di un piano, colorate una diversa dall’altra. Un piccolo hotel (per fare l’amore al pomeriggio), una clinica (qui tolsero le tonsille a Guenzati, compagno di quarta ginnasio), la targa di un tosatore di cani.
Superò il numero 12 bis. Una cosa alla volta.
Guardò gli alberi neri di un giardino. In via Vallazze la nebbia era più fitta.
“Ci passavo in bicicletta” si disse.
Da quando Francesca l’aveva lasciato si raccontava le cose, da solo.

Insomma: l’indagine sul caso Kodra nasce perché Ambrosio rincorre il ricordo di una emozione: il ricordo di un bacio dato, una sera, in un portone di via Catalani, quando era ragazzo. Si chiamava Lisa, lei.
Solo un nome, adesso: da rimpiazzare vivendo.

Buona giornata