Partiamo dai libri: a prescindere che io ne scriva o meno resterò sempre fedele alla carta per un fattore, diciamo, autobiografico.
Mi rivedo a 6 anni, è natale, che, sul letto, leggo Il gatto con gli stivali. E mi rivedo, davanti a una vetrina, incantato dalle copertine di David Crockett a Baltimora di Tom Hill, o de I pirati della Malesia, di Salgari.
Me li sognavo di notte, io, i libri: perché i soldi, a casa mia, per comperarne, non c’erano. Ogni libro comperato era una faticaccia, dieci lire più dieci lire più dieci lire, ma anche il coronamento di un sogno. Libri e fumetti, naturalmente (Tex Willer, in particolare).
La lettura, quindi, fu la mia prima passione, preferibile all’altra passione, quella dei film: preferibile perché durava di più. Un libro potevo rileggerlo, un film non potevo riguardarlo.
Poi, verso i quattordici anni (insieme alle ragazze) son nate altre due passioni: per il calcio (sono un grande tifoso della Fiorentina) e per la politica.
Passioni che son rimaste. E che metto alla prova. Facendo pronostici, appunto, calcistici e politici.
Quelli calcistici, fino a qualche anno fa, avevano una controprova: la schedina del totocalcio. Con un sistema proletario (tre doppie, qualche volta quattro) ho fatto una decina di dodici, mai un tredici insomma.
Per i pronostici politici, nazionali e locali, mancando la schedina, a volte uso il blog a volte il giornale (che dirigo).
Ha sbagliato un grande pronostico, nazionale, due, tre, quattro anni fa, quando sostenevo che, prima o poi, sarebbe risorta, con altra denominazione, la democrazia cristiana.
A livello locale, ma qui ho solo dei testimoni, ho invece azzeccato sempre, due settimane prima del voto, chi avrebbe vinto o le comunali, o le provinciali, o le regionali.
Oggi la politica mi sta nauseando. Leggo i titoli, ben che vada. Ma nel 2003 leggevo, ancora, con attenzione, più di un giornale. (E poi: anche il mio percorso universitario, laurea in lettere con indirizzo storico, aveva lasciato il segno. Ho avuto dei bravi di docenti, Tranfaglia, Vivanti, anche dei discreti compagni di banco: tanto le lezioni di Tranfaglia che quelle con Vivanti le ho seguite con Marco Travaglio. Lui, di sicuro, ha più strumenti di me. Cimnque anni fa gli telefonai, per un’intervista. Gli dissi: scommettiamo che Casini e Rutelli riescono a far risorgere la vecchia balena bianca? Non ne era convinto, lui).
Comunque, torno al 2003.
Una sera penso a questa mia mania, di scommettere sui candidati: vince questo o vince quest’altro.
Mi dico: ci devo scrivere un libro.
Lo scommettitore, appunto (con post fazione di Marco Travaglio, appunto).
L’idea iniziale era quella del potere che corrode, corrompe, avvelena, cambia le persone. Poi quella parola, “scommettitore”, mi portò a percorrere altre strade. Le percorsi: scrivendo. Pagine e pagine di incipit da buttare via finché un giorno arrivò l’idea: lo scommettitore è quello che fa vincere il candidato per cui lavora.
In ogni caso. Ho altre, chiamiamole così, passioni: per esempio andare a camminare, magari col cane, al fiume.
Oggi non posso.
Oggi lavoro. E’ tempo di elezioni, qui.
sangue blu
Ho conosciuto un nobile, tempo fa. Nato con la camicia, insomma. Morirà, si suppone, con la camicia.
Ho mangiato con lui, ho parlato con lui.
Io non avevo cose interessanti da raccontargli, ascoltavo.
Le sue cene con personaggi altolocati, i suoi viaggi, la sua famiglia.
Mangiava con garbo (un nobile non mangia mai tutto: lascia sempre una piccola porzione di cibo; significa, suppongo, che quella porizione era abbondante), parlava con garbo: quasi stancamente.
Gli ho guardato le mani: da bambino. Le guanciotte: pure.
E abbiamo anche parlato di soldi e di affari, suoi naturalmente (che io, fino a pochi anni fa, avevo un mutuo e facevo fatica adarrivare al 27). Senza menar vanto delle sue ricchezze m’ha fatto comunque intendere che lui, quando va per esempio in una banca, è, lui medesimo, quella banca (seppur piccola).
Parentesi, ora. Qualcuno si stupirà, ora. Si domanderà, qualcuno: Ci racconti che appena puoi vai nei bar di periferia dove ci sono gli zingari, i ragazzacci, le prostitute, che stai alla larga da salotti e vip e gente importante, e leggiamo, proprio nel tuo blog, che ti incontri anche con un nobile, ma nobile per davvero, tipo conte, marchese, barone, e ricco perdipiù, tanto ricco.
Infatti. Mi ha chiesto una consulenza. Voleva comprare un giornale di provincia e io, pensando che voleva fare le cose per bene, quella consulenza, senza voler nulla in cambio, certo che gliel’ho data. E ci siam visti due volte. Una a cena e una no. Ammetto che prima di conoscerlo ero curioso. Com’è un nobile, ma nobile per davvero?, mi chiedevo. Parentesi chiusa.
Ero in imbarazzo, io, mica sapevo portare il calice di vino alle labbra come faceva lui. Ero – giuro – incantato dal modo che aveva di mangiare: i falsi nobili, gli attori insomma che recitano ruoli da nobili e che noi vediamo al cinema, credetemi, non sono così bravi. Lui, poi, aveva il sesto senso per richiamare l’attenzione del cameriere: sapeva quando fare un cenno (io al ristorante son quello che chiama quando non c’è nessuno e nessuno viene, e io chiamo, facendo la figura del piffero).
Ero annoiato anche. Lui faceva tutto con lentezza, estrema. Così evitavo, anche, di porgli domande.
Esempio. Mi racconta che anni prima è stato a Roma al ristorante con questo personaggio politico, quest’altro dello spettacolo, quest’altro e quest’altro.
Poi, con smorfia del viso appena accennata, mi fa: A mezzanotte, vedendo che nessuno di alzava, ho chiesto il conto…
Per tutti?, ho interrotto io.
E lui, sottovoce e ai due all’ora: Per tutti.
Ma quella gente – ha aggiunto subito dopo – mica pensa che la gente a mezzanotte va a dormire.
Stupito, avrei voluto domandargli: Ma i nobili non si svegliano alle 11 del mattino?
Non l’ho fatto: non vedevo l’ora di uscire in strada, ed ero stupito che lui avesse pagato per tutti.
Mi scusi, ho insistito su questo, quindi lei ha pagato per tutti, e tutti son rimasti a guardare?
Vedo che ha capito, mi fa (con fare nobile).
Sì, quando ho chiamato il cameriere e chiesto il conto nessuno di loro ha fatto il benché minimo cenno di allungare la mano al portafogli, ha aggiunto.
Ma ha cambiato subito discorso: non era una “cosa nobile” quella che mi stava raccontando.
Ho pensato spesso a lui, dopo quella volta (in realtà ci siam visti due volte).
E mi son chiesto, che avrà pensato quando gli ho accennato, due minuti di autobiografia, che vengo dalla gavetta gavetta?, e che a vent’anni lavoravo in fabrica?
Lui, da quel che ho inteso, ha fatto il nobile e nient’altro.
Oggi è sabato, è per questo che ho ripensato a lui. Il sabato, quando avevo vent’anni e lavoravo in fabbrica, aveva un profuno particolare: di libertà e spensieratezza. Non sarò nato con la camicia né morirò con la camicia ma certe cose, i nobili, non le potranno capire mai.
quasi quasi
“incollo” un vecchio post-pensiero
per me le stagioni son due.
la prima, che inizia a settembre, ti proietta verso le nebbie e il freddo e il fumo dei comignoli.
la seconda stagione inizia a marzo, quando il cielo cambia colore e certe notti ti dicono che anche quest’anno l’estate verrà.
non l’ho ancora avuta questa percezione; e a dirla tutta anche il 2010 mi sembra un po’ bisestile, o almeno.
quasi quasi stacco il computer, accendo un mezzotoscano e solo me ne vo per la città.
buone cose
Olivieri: scrivere rincorrendo il passato
Non ricordo bene l’anno (1985?), ricordo invece il posto (sull’autobus numero 56, fermo in piazza Castello, Torino, per un ingorgo) e più o meno ricordo le parole: le parole che uscirano dalla bocca di un ragazzo, accanto a me, che a una ragazza raccontava di aver fatto la comparsa nel film di Monicelli, Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.
Diceva, quel ragazzo, dei grandi protagonisti di quel film, che non ho visto: Ugo Tognazzi e Alberto Sordi. Di Tognazzi diceva che era pignolo, bravo, esigente; e che certe volte era dura sopportarlo. Di Alberto Sordi, invece, diceva l’opposto: una persona stupenda, mite. Buonissima.
Le cose che si dicono e si sentono sugli autobus fermi a un ingorgo son tante, possono essere vere oppure no. Specia se si parla a una bella ragazza.
Anni dopo, al cinema, vedo “I giorni del commissario Ambrosio”. Mi piace il film, un po’ meno l’interpretazione di Tognazzi, del resto non sono mai stato un grande estimatore del cinema italiano, preferisco i film francesi, Lino Ventura era il mio attore preferito.
Diversi anni dopo su una bancarella di libri usati, stavolta a Vercelli, vedo un libro di Renato Olivieri, è lui lo scrittore che ha inventato il commissario Ambrogio.
Lo prendo, costa poco, lo porto a casa con poca convizione: non mi esaltava, allora, leggere i gialli.
Tre, quattro giorni dopo mia madre mi chiede se di notte posso assistere mio padre, che ha subito un piccolo intervento chirurgico. Ci andai dopo aver fatto la chiusra al giornale, facendo prima un salto a casa per una doccia. Prima di uscire mi feci un panino e, poiché ero di fretta, afferrai Largo Richini, che avevo lasciato nell’ingresso, dal giorno dell’acquisto.
Lo lessi quella notte, accanto a mia padre, sforzando la vista, ché l’unica luce della stanza era quella che proveniva dal corridoio.
Iniziò così il mio interesse per i gialli: Renato Oliveri, poi Chandler, Simenon.
Ma a differenza di Chandler e Simenon i libri di Renato Oliveri non si trovavano in libreria, tutti o quasi fuori catalogo. Li ho tutti, ora, però: grazie alla bancarelle.
Ha un grande pregio, a mio avviso, la sua scrittura. E’ semplice, tanto semplice (non come Izzo o Manchette, ma ci siamo quasi) ed è tanto elegante, tanto elegante (quasi come Montalban, o elegante e musicale come Bernardi, Simi).
Questo è l’incipit de Il caso Kodra.
In effetti c’era qualcosa di strano nella morte della signora Kodra, travolta da un’automobile bianca, probabilmente una Fiat 132, la sera di martedì 6 gennaio alle ore diciotto e trenta, a Milano, all’angolo tra via Porpora e via Catalani. Morì meno di un’ora dopo al Policlinico. Una infermiera (Emanuela Quadri di trentadue anni) raccontò al medico di turno (il dottor Giuseppe Ancona di quarantotto anni) che la poveretta aveva sussurrato prima di morire una parola, forse un nome.
Due pagine dopo, compare il vicecomissario Ambrosio. Decide di occuparsi del caso per… nostalgia.
«Bonelli!» gridò. «Senti, esco per un paio d’ore, se mi cercano dì che torno alle cinque. Ciao».
Accese una Muratti, scese lo scalone della questura, in cortile aveva la sua Volkswagen Golf color erba (gli piaceva perché era una macchinetta di moda, come una volta la Mini, la R5). Faceva freddo, tre sottozzero secondo il Gazzettino Padano. Alzò il collo della canadese, poi salì in macchina.
“Sono anni che non vedo via Porpora” pensò.
Posteggiò di fronte a un bar, aveva voglia di un caffè.
«Lungo» disse. Era un uomo robusto, col viso segnato, i capelli folti tagliati corti, un’aria svagata,come se si portasse dietro un problema da risolvere, e pensasse a quello soltanto senza trovare la soluzione.
Uscì sulla strada.
Via Catalani non era cambiata, da come la ricordava. Camminava adagio guardando le case di un piano, colorate una diversa dall’altra. Un piccolo hotel (per fare l’amore al pomeriggio), una clinica (qui tolsero le tonsille a Guenzati, compagno di quarta ginnasio), la targa di un tosatore di cani.
Superò il numero 12 bis. Una cosa alla volta.
Guardò gli alberi neri di un giardino. In via Vallazze la nebbia era più fitta.
“Ci passavo in bicicletta” si disse.
Da quando Francesca l’aveva lasciato si raccontava le cose, da solo.
Insomma: l’indagine sul caso Kodra nasce perché Ambrosio rincorre il ricordo di una emozione: il ricordo di un bacio dato, una sera, in un portone di via Catalani, quando era ragazzo. Si chiamava Lisa, lei.
Solo un nome, adesso: da rimpiazzare vivendo.
Buona giornata
io penso che la vita è una molto triste buffoneria
Vivo a Roma quanto più posso ritirato; non esco che per poche ore soltanto sul far della sera, per fare un po’ di moto, e m’accompagno se mi capita, con qualche amico: Giustino Ferri o Ugo Fleres. Non vado che rarissimamente a teatro. Alle 10, ogni sera, sono a letto. Mi levo la mattina per tempo e lavoro abitualmente sino alle 12. Il dopo pranzo, di solito, mi rimetto a tavolino alle 2 e mezza, e sto fino alle 5 e mezza; ma, dopo le ore della mattina, non scrivo più, se non per qualche urgente necessità; piuttosto leggo o studio. La sera, dopo cena, sto un po’ a conversar con la mia famigliuola, leggo i titoli degli articoli, e a letto. Come si vede nella mia vita non c’è niente che meriti di essere rilevato: è tutta inferiore, nel mio lavoro e nei miei pensieri che… non sono lieti. Io penso che la vita è una molto triste buffoneria, poiché abbiamo in noi, senza poter sapere né come né perché né da chi, la necessità d’ingannare di continuo, noi stessi con la spontanea creazione di una realtà (una per ciascuno e non mai la stessa per tutti) la quale di tratto in tratto si scopre vana e illusoria. Chi ha capito il giuoco, non riesce più ad ingannarsi; ma chi non riesce più ad ingannarsi non può più prendere né gusto né piacere alla vita. Cosi è. La mia arte è piena di compassione amara per tutti quelli che s’ingannano; ma questa compassione non può non essere seguita dalla feroce irrisione del destino, che condanna l’uomo all’inganno
Luigi Pirandello, 15 ottobre, 1924
(Quando scrisse questa lettera, Pirandello aveva 57 anni, essendo nato nel 1867. Dieci anni dopo riceve il Nobel per la letteratura. Muore nel 1936: chiedendo di essere avvolto in un lenzuolo bianco e di non essere ricordato nei giornali).
Una stanchezza, violenta e smisurata di esistere
Essere poeta non è la mia ambizione.
E’ la mia memoria di stare solo.
La solitudine di Pessoa, nei suoi aforismi (quelli chelti da Tabucchi ne “Il poeta è un fingitore”), è la solitudine di altri, penso a Fenoglio, penso alla Wolf, e mi viene in mente una fotografia di Morselli, oppure ripenso ai manoscritti di Achille Giovanni Cagna, quando si sentiva uno scrittore incompreso. Son mille gli esempi, “I mali oscuri”.
Una solitudine voluta, cercata, sentite (leggete) qua, Pessoa:
Ho sempre rifiutato di essere compreso. Essere compreso significa prostituirsi.
E ancora:
Guardo da lontano la vita,
senza mai interrogarla.
Disincanto, fuga dal ballo in maschera della vita?
(La solutidine del poeta, però, può essere la solitudine di tanti: quando Pessoa scrive
Sei solo. Nessuno lo sa. Taci e fingi
non eccede, forse, in una sorta di autocommiserazione?, che tocca tante altre persone che non si sfogano, poi, con un pezzo di carta).
Forse il poeta, il fingitore, è solo colui che sa trovare le parole giuste
Una stanchezza, violenta e smisurata
di esistere…
Ma che nella propria arte trova consolazione:
Essere la stessa cosa in tutti i modi possibili, allo stesso tempo.
La vita e la morte, sempre, a braccetto: c’è quasi un’ansia di morte, nella vita del poeta (forse poco poetico, qui):
Se ti vuoi ammazzare, perché non ti vuoi ammazzare?
L’impennata consolatoria, però, un lampo che illumina:
Solo l’arte è utile. Fedi, eserciti, imperi, atteggiamenti: tutto passa. Solo l’arte resta, per questo l’arte si vede: perché dura.
La solitudine del poeta, dell’artista, o di chi di poesia e di arte si nutre, quindi, è una solitudine meno “dolorosa”?
Siediti al sole. Abdica
e sii re di te stesso.
Un re comunque sempre solo.
La celebrità è un plebeismo. Perciò deve ferire un’anima delicata…
Dice via, Pessoa, dal chiasso. Già.
magari partecipo a un concorso letterario
Non ho mai partecipato a un concorso letterario. Prima o poi magari partecipo, ho pensato (ieri).
Davanti a casa mia c’è la Caritas. C’è sempre gente e, quel che è peggio, ce n’è sempre di più. Mi guardano, li guardo. Vedono che esco da una casa elegante, magari, vedendo il mio abbigliamento, ho un giaccone vecchio di dieci anni ma ancora bello, cuffia o berretto a visiera, occhiali da sole in realtà da vista anche se piove, zaino, clark ai piedi (in realtà son false clark: da 30 euro al paio), magari pensano che non sono proprio in sintonia con la casa.
A volte non mi guardano: gente che si vergogna, gente che piange.
Ma spesso sì. E a volte mi chiedono: un euro, una sigaretta. Mai detto di no. Che poi: mi sento abbastanza stronzo quando do un euro e le sigarette, potrei dare qualcosa di più.
Certo, ci sono gli sfottenti strafottenti che ti fan girare le balle, ma ieri mattina, per esempio, ho visto una zingarella con bambino, mi ha chiesto una moneta, le ho dato 50 centesimi, mi ha detto, che dio la benedica signora, ho frugato bene in tasca e ho trovato un’altra moneta, da 20, mi ha sorriso, ho camminato e mi son chiesto se non era il caso di tornare indietro e darle dieci euro almeno, ché c’è stato un periodo della mia vita che anche io non dico che ero conciato così, perché i soldi per il caffè e le sigarette li ho sempre avuti, e anche per una pizza, ma ricordo un giorno in cui mi ruppi un dente e strisciai la macchina, era una domenica, perse anche la Fiorentina e pioveva, e non sapevo come avrei fatto, per l’indomani: dentista o carrozziere?
Se vinco metti mille euro per un premio letterario mi sento un po’ meno stronzo, ecco, perché li do via, anche se non sono sanfrancesco Nè un frate, sono, certo, che poi certi frati li ho visti io chiudere la porta a chi chiedeva un piatto di minestra, cazzo.
Però mi sa che non vinco niente, anche perché son mica convinto che mi ricordo, io, quando ci sono i premi letterari.
Mi farò il nodo da qualche parte, insomma.
Che poi lo so è un discorso delle balle, dai un euro a qualcuno e ce ne sono altri migliaia conciati peggio, e qualcuno è un gran sfigato, qualcuno no, magari ha mai fatto una cippa in vita sua, ma questi giorni no, vedo gente nuova, gente mai vista prima, non solo le zingarelle.
E comunque: domani porto il cane dal veterinario. Spesse volte, quella gente lì, davanti alla Caritas, lo vede il mio cane, e lo accarezza,e lui si lascia accarezzare.
Poi arrivò l’ultimo sogno
Una birra Moretti, va bene sì, anche se avrei preferito una Trappe, pensò.
Poi il vecchio lentissimo pc, ne avrebbe preferito e voluto un altro, ma, pensò – pensava molto quella sera – è già un miracolo che ogni sera si accenda.
Mentre il vecchio pc gorgogliava prima guardò l’ora, cazzo non sono nemmeno le dieci, poi la finestra: oltre c’era una sera tiepida, illuminata da un lampione.
Oltre, c’erano solo i rumori della tangenziale e finestre illuminate, ma troppo lontane.
Addentò il panino mozzarella pomodoro, la sua cena; ma aveva lo stomaca chiuso, sicché andò di birra, e mentre scolava la lattina in un unico sorso assetato pensava che quella era l’ultima birra, ché in tasca aveva rimasto 20 centesimi e in frigorifero c’era solo della stupida acqua e in casa aveva una stupidissima bottiglia di Amaretto di Saronno comprata la sera prima, in un povero discount. L’aveva vista tra gli scaffali e l’aveva afferrata: sorridendo al ricordo dei giorni spensierati della sua infanzia quando, col fratello più piccolo, Marco, andava a rubarne un po’, di nascosto. A casa, poi, si sarebbe dato del coglione: non era meglio se ti compravi quattro uova e tre scatole di carne Simmenthal-mente-buona, questi cazzi di ricordi infantili, aveva sbottato.
La sera prima.
Poi questa sera.
Adesso è mattino.
L’ha bevuta tutta tutta la bottiglia di Amaretto, insieme a quel che aveva trovato nel cassetto in bagno: aspirine, tavor, aulin, tachipirine scadute, simplex, antibiotici e antidoloranti, anche un collirio al cortisone, anche una medicinale, questo non scaduto, che aveva dato al suo cane, prima che morisse.
Tutte quelle pastiglie di diverso colore e dimensioni galleggiavano e si stavano sciogliendo dentro di lui, insieme all’Amaretto.
Aveva pensato molto, mentre ingoiava e beveva, beveva e ingoiava: ma non aveva trovato un solo motivo per smettere di bere e ingoiare.
Spero che bastino, era stato l’ultimo pensiero.
(Il penultimo era stato: tra tutte queste cazzo di pastiglie non ci sono quelle che prendo da una vita.)
(Il terzultimo pensiero era stato per Lillo, il suo cane. Arrivo era stata l’ultima parole che, qualche ragno e una mosca disattenti, sentirono, o forse no.)
Poi era inizato il sogno, quello più lungo.
Sul pc c’erano solo due messaggi di posta elettronica non letti.
Aveva fatto in tempo a vederli, lui.
Ma non vale la pene leggerli, aveva pensato, pensando poi ad altro.
Quando Gianni e Cristina entrarono nel mini appartamento, la porta della cucina, videro, si chiudeva a fatica, c’era, sotto, qualcosa che faceva attrito.
Con un fermaglio per capelli acquistato in Messico, Cristina, a fatica, riuscì a liberarla, quella benedetta porta, quanto schifo c’era sotto. Avvolta dalla schifo, una moneta da venti centesimi.
Raccontami una storia, disse Cristina lavandola.
Incipit, che sono anche consigli di lettura
La giornata era stata torrida e soffocante, senza un alito di vento, e la cappa di calore aveva formato della foschia. Adesso il cielo era limpido e terso, di un colore che sfumava dal rosa al blu. Presto il disco rosso del sole sarebbe sparito da qualche parte dietro l’isola di Ven, e la brezza serale, che già increspava lo specchio d’acqua dell’Oresund, spirava tra le strade di Malmo portando con sé una piacevole frescura.
Omicidio al Savoy, di Maj Sjowall e Per Wahloo, Sellerio
(pagine 330, 14 euro).
Leonetti è in piedi dietro a lui. L’uomo è seduto al tavolo: i palmi appoggiati, la schiena eretta, quasi una posizione da meditante. E’ tranquillo, Leonetti lo capisce dal ritmo regolare del respiro che gli solleva lievemente le spalle. Lo sguardo diretto imbarazza sempre e predispone al mascheramento, che è l’anticamera della menzogna.
“Perché l’ha fatto?”.
L’altro non svela il minimo sussulto. Del resto la domanda era attesa: non ci sono per questo i poliziotti?
Ucciderò Mefisto, di Valter Binaghi, Perdisa
(120 pagine, 9 euro).
“Maddalena, vieni qui”, dice suor Agata, dopo essersi chinata a raccogliere il foglio appallottolato caduta davanti alla cattedra. Lo apre e resta alcuni istanti a fissarlo. Alza la testa e guarda le bambine, ammutolite. Ha occhi così chiari da sembrare trasparenti e un naso appuntito e lungo per cui è soprannominata Pinocchia.
Nessuno usa questo nomignolo in sua presenza, ma suor Agata lo conosce bene.
Non ti voglio vicino, di Barbara Garlaschelli, Frassinelli
(342 pagine, 17,50 euro).
Bernardi: Col branco non ci sto
Il problema dell’Italia è nella mafiosità dei branchi, che si respira e si subisce a ogni livello.
Luigi Bernardi, su Nazione Indiana.
Allora, la scoperta di Luigi Bernardi per me è cosa recente. Me ne parlò un paio di anni fa Elisabetta Bucciarelli (Non conosci Luigi Bernardi???). No che non lo conoscevo, sono distratto, di conoscenze ne ho poche. Feci comunque una ricerca in rete su di lui, poi gli chiesi l’amicizia su facebook, e su facebook una domenica scherzammo su Zeman e Terim.
Quando uscì il suo libro, Senza Luce, scrissi una recensione che pubblicai su questo blog, sul giornale che dirigo (La Sesia) e sul Corriere nazionale, la cui pagina di cultura è curara da Stefania Nardini.
Fu Stefania a dare a Luigi la mia mail: mi ringraziò per la recensione.
E poi l’ho conosciuto, una sera ad Alessandria, e poi, cosa recente, ci siamo sentiti sempre più spesso.
Ecco, la faccio breve: son contento di averlo conosciuto e di conoscerlo. Come persona, come scrittore, come direttore di Perdisa.
la solitudine
Mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, dice de Andrè, elogiando la solitudine.
Alessandro Zannoni, la quarta strada
Hai scritto un libro.
E sei convinto che, stavolta, a differenze di altre, hai scritto qualcosa di buono. Magari un editor, magari uno scrittore, magari qualcuno di cui ti fidi ti dice che è un bel libro, ma poco commerciale.
Hai tre strade.
Percorrere quella degli invii del manoscritto agli editori. Tanti invii, il più possibile.
Seconda strada. Uno stampatore a pagamento (magari non la percorri questa strada, ché qualcuno ti spiega che alla fin fine è meglio non pubblicare).
Terza strada. Mettersi l’animo in pace (io l’ho fatto, per cinque, sei anni).
In realtà c’è una quarta strada. Che io stesso non escludo di percorrere. L’autoproduzione.
Quella che segue è un’intervista al mio amico Alessandro Zannoni, scrittore Perdisa, oggi.
Il primo suo libro che ho letto era un bel libro: autoprodotto.
Cominciamo da te, dicci chi sei.
Sono stato per ventidue anni un antiquario specializzato in dipinti antichi; ora, solo la mattina, lavoro in una darsena tra fiume e mare, e gestisco la manutenzione delle imbarcazioni. Nel tempo restante, se ne ho voglia e la famiglia me lo permette, scrivo.
Elencami le cose che hai scritto e che sono diventate libri.
Alla luce dei fatti – autoprodotto/ripubblicato collana I dispari/RES Edizioni
Nero in dissolvenza – autoprodotto/ripubblicato collana Delitti Inediti/Contatto Edizioni
Lo stretto necessario – autoprodotto
Imperfetto – autoprodotto/ripubblicato collana WalkieTalkie/PerdisaPop
Biondo 901 – collana BabeleSuite/PerdisaPop
Invece di ricorrere all’editoria a pagamento tu in passato hai percorso un’altra strada, che è l’autoproduzione. Come ti venne l’idea?
Il mio primo lavoro era un romanzo scritto per pochi intimi, ambientato nella mia città e nel mio mondo lavorativo – l’antiquariato – e non avevo nessuna pretesa di pubblicazione, ma mio padre lavorava in una tipografia e gli chiesi di stamparmene 50 copie, giusto quelle da regalare agli amici; portò a casa dieci scatoloni, 500 copie, dicendo che tanto la spesa era la stessa. Passato il primo momento di sgomento, mi sono ingegnato e ho messo in vendita il libro nei locali citati nel mio romanzo… e dopo venti giorni li avevo venduti tutti! Lo richiedevano in continuazione, allora ne ho fatto ristampare altri 500, e anche quelli li ho bruciati velocemente…
Voglio sottolineare che il libro lo avevo firmato con uno pseudonimo e che nessuno sapeva che lo avessi scritto io – mi vergognavo parecchio a rivestire, seppur momentaneamente, il ruolo di scrittore – però, sentendo i lusinghieri commenti in giro, mi sono lasciato prendere dall’entusiasmo e ho scritto un altro romanzo… Solito metodo di stampa e solito risultato di vendita, però stavolta mi sono lasciato convincere – unica volta che l’ho fatto – e ho mandato il manoscritto ad una casa editrice: mi hanno risposto dopo quasi due anni, dicendo che mi aspettavano ad una nuova prova più adeguata alla loro collana. Non ho fatto drammi e ho continuato per la mia strada.
Quindi l’idea di autoprodurmi è nata dai risultati di vendita ottenuti – mi sono autoprodotto 4 romanzi e ho venduto dalle 1000 alle 2000 copie a titolo –, e dalla consapevolezza che inviare manoscritti a case editrici significava rimanere tempi lunghissimi a macerare nell’attesa di una risposta, cosa che francamente non mi sento di affrontare.
Sono un fatalista e uno stupido idealista, e ho lasciato le cose in balia del destino: ho creduto nella qualità del mio lavoro e ho aspettato che qualche editor si imbattesse nei miei lavori e ci vedesse qualcosa. Bè, è successo davvero.
Come consideri quell’esperienza?
A tutti quelli che hanno velleità di pubblicare, invece di mandare manoscritti a destra e sinistra, consiglio vivamente un’esperienza del genere, e pure l’uso di uno pseudonimo – da evitare la pietà dei parenti e degli amici – cosicché possano rendersi conto se davvero le cose scritte hanno un qualche valore. È un banco di prova notevole, e stronca sogni in maniera chirurgica.
Sebbene tu adesso non abbia problemi nella ricerca spasmodica di un editore, metti caso che un giorno tu scriva qualcosa che tutti rifiutano, ripeteresti quell’esperienza?
Uh, certo che la ripeterei, e ora che sono anche pratico dell’uso di Internet, sono certo che mi divertirei pure.
Poi, andando nello specifico. Quanto spendesti per farti stampare tot numero di copie? E quande ne vendesti?
Di “Imperfetto”, ristampato lo scorso anno nella collana WalkieTalkie di PerdisaPop, ne stampai una prima tiratura di 1.000 copie spendendo 1.800 euro – copertina rigida e bandelle, carta da edizioni, rilegato a filo refe… insomma un libro vero – seguito da una ristampa di altre 1.000 al solito prezzo, o forse qualcosa di meno, non ricordo.
Alla fine, se le cose funzionano, trovi anche da guadagnare qualche spicciolo.

