le riflessioni di Lucia

questa cosa qui l’ha scritta Lucia Marchitto commentando il mio precedente post.
ecco, non vorrei che pssassero inosservate queste importati riflessioni
(grazie Lucia)


Secondo me oggi c’è un equivoco che forse la rete ha potenziato: è più importante lo scrittore che lo scritto. Bisognerebbe che lo scrittore si facesse da parte e lasciasse che i suoi libri parlassero. Ma è un’utopia: se non sei visibile come scrittore non sono visibili nepure i tuoi libri. Poi certo in rete, ma anche fuori della rete, chi ha scritto una qualsiasi cosa, fosse anche uno sbadiglio, si crede perlomeno bravo, ma d’altra parte se uno si credesse mediocre o pessimo scrittore scriverebbe? Credo ci vorrebbe a volte soltanto un po’ più di umiltà, un po’ più di senso critico e più lavoro, e capire che nella scrittura non si è mai arrivati che c’è sempre qualcosa di più e di meglio da imparare e da fare, e che la pubblicazione è l’ultima cosa a cui pensare, prima bisogna fare.

perplessità sulla scrittura

A volte, su invito, faccio delle lezioni di scrittura. Penso di essere poco o punto bravo, e quindi non mi faccio pagare.
Non chiedo nemmeno i soldi della benzina o del treno.
E comunque, è successo poche volte, meno di dieci dal 2003 a oggi (poi certo, è vero, ho fatto un corso, durato un anno di scrittura, in carcere, ma in carcere è tutta un’altra storia). E’ anche successo che io abbia rifiutato, ma anche qui, è poca cosa, due volte in tutto.
Così come ho rifiutato di fare un corso in rete.
Oddio, è anche vero che io sono strano. Faccio un esempio. Che io sappia tutti dicono che per scrivere occorre essere portati, bisogna insomma nascere col talento incorporato.
E io non sono d’accordo.
Punto primo (rilegere don Milani, please) solitamente hanno più talento, chissà perché, quelli che son nati in famiglie benestanti, difficile trovare uno scrittore di talento che dopo la terza media sia andato alle scuole professionali, e che magari è figlio di un metalmeccanico e di una casalinga.
Guardate le quarte di copertina: chi scrive o è insegnate, o giornalista, o bancario, o studente.
Punto secondo. Io dico invece che, una volta imparata la tecnica (il saper scrivere), il talento può arrivare: magari dopo un campo di concentramento, vero o… mentale.
Ma il discorso che voglio fare, qui, è diverso.
Quando si parla di scrittura in rete sembriamo tutti “imparati”.
Quelle poche e piccole esperienze che ho avuto io mi han fatto vedere cose diverse: avevo gente di fronte a me che magari aveva letto, ma né Carver né Tondelli né Flannery O’Connor, e che magari sapeva anche scrivere storie (o meglio: aveva qualcosa da raccontare). E mi son ritrovato (dopo le lezioni, magari in pizzeria) con gente che sognava di pubblicare un libro, e ci perdeva ore ogni giorno magari nella scrittura, ma che nulla sapeva di come funzionano i meccanismi, anche elementari, dell’editoria.
Davvero ci posso essere dei libri completamente riscritti dagli editor?
Che poi, la grande finzione che c’è in rete, dove tutti abbiamo letto e tutti sappiamo di Berlusconi e Travaglio, e tutti siamo contro l’ipocrosia e amiamo gli animali è, appunto, una grande finzione. Tipica della rete. Nascosti dal video di un pc alcuni fingono. Quanti? Non lo so dire.
E comunque. La gente che non sa è sicuramente, nettamente numericamente alla gente che sa.
In rete, dicevo, si finge.
Anni fa un ragazzo mi scrisse una mail. Mi diceva che lui si sentiva portato per scrivere racconti e, quindi, mi chiedeva consigli su quali autori leggere.
Hai mai letto Carver?, gli domandai.
No.
hai mai letto Piero Chiara?
No.
Prova a cominciare da loro, due modi completamente di scrivere e di narrare, gli dissi.
Bene, passa nemmeno un mese e vedo che questo ragazzo interviene su un forum. A una parsona che aveva aveva ammesso di non aver mai letto Carver, questo ragazzo scrisse: Non mai letto Carver???
Con tre punti interrogativi, finali.
In rete e nei blog letterari si finge a tal punto che tante gente non interviene nei commenti. Si sente inadeguata. Ed è un peccato: perché così commentano solo gli “imparati”, veri o presunti.

Com’era verde la mia valle

Sulla rivista “Le scienze” leggo un articolo che s’intitola “La paura della modernità”.
Ricorda, l’articolista (Enrico Bellone) il Rinascimento: anche allora, come oggi, c’eran quelli che avevano paura del nuovo che avanza.
Paura delle nuove terorie filosofiche, paura delle terorie di Galilei.
Un po’ come oggi, no? Oggi c’è chi, scigaurato, teme gli ogm e il nucleare, benedetto da Obama, pure.
Allora. Sicuramente, ne prendo atto, io non sono moderno.
Però ho la memoria buona: quando ero piccolo andavo a fare il bagno al fiume Sesia, ora inquinato dal nuovo che è avanzato e che nessuno ha fermato. Ora ci va nessuno a fare il bagno, e quel fiume è diventato una discarica.
E quel che è peggio è che anche nell’aria sta avanzando il nuovo, e noi lo stiamo respirando: a pieni polmoni.
PS. (Poi magari Obama avrà anche ragione, il nucleare è una forma di energia pulita, dice lui. Però nella città dove sorgeva la centrale nucleare, Trino Vercellese, le percentuali dei tumori, specie delle leucemie, è molto pià alta rispetto al resto del territorio. E ora, il nuovo che avanza, ne vuole realizzare un’altra).

E la poesia è nella strada come un senzatetto

Non l’ho ancora letto ma son convinto che Stefania Nardini abbia, stavolta, scritto il “suo libro”.
E son convinto (ma lo spero anche, diciamo in modo interessato) che Perdisa (non per altro, uno dice Perdisa e pensa a Luigi Bernardi) sia un gran bell’editore.
Comunque, quella che segue è la bella recensione che ha scritto Sandra Petrignani sull’Unità.

Parigi non sarebbe quello che è se Simenon non l’avesse descritta come ha fatto nei suoi Maigret. Marsiglia, almeno la Marsiglia contemporanea, deve molto a uno scrittore dalla velocissima parabola e dalla scrittura ferma ed essenziale dei nostri giorni, oserei dire dei nostri giorni noir, Jean-Claude Izzo. Figlio di un nabo , un immigrato napoletano, mentre la madre era di famiglia spagnola, Izzo era dunque un rital , marsigliese figlio di immigrati, soprattutto era figlio del Panier, «il quartiere che spunta sulla collina e domina il porto, considerato un covo di ribelli… Un groviglio di vicoli in cui s’intrecciano storie, codici, misteri, allegria, disperazione».

Così descrive la Marsiglia del 1945, data di nascita di Izzo, Stefania Nardini, giornalista culturale che viene dalla cronaca e che ha già fatto incursioni nel romanzo (Matrioska e Gli scheletri di via Duomo, editi da Pironti). Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese racconta un uomo e una città (quasi una doppia biografia) e sarà in libreria il 7 di aprile, edito da Perdisa. Cinquantacinque anni – Izzo è morto nel 2000 per un cancro ai polmoni – pieni di storie, di amori, di ribellioni. Lo ricordo magrissimo e attraente a un convegno di scrittori in Provenza, già molto malato. Ricordo che mi colpì la sua serietà, un rigore che attraversava le sue parole, ma anche il suo modo di muoversi, di camminare. E ricordo l’aura che lo circondava, dovunque andasse era subito raggiunto da amici e fan, soprattutto giovani.

Ora lo ritrovo nel racconto di Stefania Nardini con la sua parte d’ombra, di senso di colpa, di irresolutezza: un’umanità contorta e appassionata solo in parte riversata nel suo personaggio più famoso, il poliziotto Fabio Montale, protagonista della trilogia Casino totale, Chourmo, Solea (editi da e/o). Lo ritrovo giovane e innamorato della futura madre dell’unico figlio, Sébastien, che inizia con lei un percorso politico rigoroso, mentre scrive poesie non d’amore, ma sempre impegnate. Ha il mito di Rimbaud e nell’andare a Gibuti e ad Harar, a visitare la casa del poeta, scopre una realtà ancor più sconvolgente di quella miserabile degli operai e disoccupati di Marsiglia: la povertà totale, i lebbrosari. Sceglie una professione al servizio degli sfortunati, il giornalismo di denuncia. Politica, pacifismo, poesia.

«E la poesia è nella strada come un senzatetto» dice un suo verso che potrebbe essere il suo manifesto. «Marsiglia non è una città per turisti». «Marsiglia, una verità alla luce del sole…». È sempre questa città a fare da sottofondo, a parte una parentesi parigina, alla sua narrativa come alla sua vita. Ma la narrativa arriva tardi e per caso. Un giorno pubblica un racconto di una ventina di pagine, Marseille, pour finir , su una rivista. Lo notano alla Gallimard e gli chiedono di farne un romanzo. Sarà Casino totale . Un inaspettato successo, l’inizio di una carriera di narratore (molto più interessante del poeta che credeva di essere) che non aveva programmato. Era il 1995. Aveva cinquant’anni: non era più iscritto al partito da tanto tempo, aveva macinato amori soffrendo della sua incapacità a essere fedele, lui così fedele ai suoi ideali, alla sua città. Cominciava una nuova avventura che lo avrebbe imposto anche fuori di Francia.

SOLO CINQUE ANNI Ma aveva poco tempo, pochissimo. Solo cinque anni per confermare un talento, che gli fu ampiamente riconosciuto da lettori e critica e che rimbalzò nelle trasposizioni cinematografiche e televisive. Nei suoi romanzi ritorna la sua esperienza personale, il suo impegno politico. Riflette in Solea : «L’attività criminale è strettamente associata, per l’opinione pubblica, al crollo dell’ordine pubblico. Vengono evidenziati i misfatti della piccola delinquenza, mentre il ruolo politico ed economico e l’influenza delle organizzazioni criminali internazionali restano invisibili». L’ultimo romanzo, Il sole dei morenti , parla di un clochard, un uomo che insieme all’amore ha perso tutto. Al funerale fu accompagnato dalla musica che preferiva, Aznavour, Ferré, Miles Davis. E «le sue ceneri furono gettate in mare», conclude Nardini. Il mare da cui era arrivato a Marsiglia suo padre, senza altra dote che la forza delle braccia.

vivere con lentezza: vera

Una valle isolata dal mondo, che non sembra vera.
Dopo un rifugio e la chiesetta e un parcheggio per una decina di auto inizia un vicolo: porta a piccole frazioni, dove vivono poche anime, tutto l’anno.
Il vicolo è stretto, c’è neve, mi chiedo, ma quanto è lontano, da qui, un pronto soccorso?
Invece di chiedermi chiedo: Ma se qui a uno viene un infarto…?
Non mi fanno finire. Ridendo mi dicono: Muore.
Arriverà l’elicottero, penso (sempre che il cellulare prenda, perché qui i cellulari prendono e non prendono).
Vedo dei bambini giocare a pallone, parte del terreno è sterrato, parte è sterrato con neve.
Si sente, non lontano, il rumore dell’acqua di un ruscello.
Forse qui è difficile morire di infarto.
Perlomeno da giovani.
Parlo con una donna, ha un bimbo piccolo, mi dice che è suo figlio, io, ingannato dal suo abbigliamento da casalinga trasandata, dai suoi capelli un po’ sfibrati e che comunque non conoscono né parrucchiera né tinta, pensavo fosse la nonna.
S’invecchia come una volta, qui.
Qui, una vita fa, arrivò un poeta pazzo d’amore, Dino Campana. Cercava Sibilla, tra questi sentieri.
Lo vedo correre, seguito dallo sguardo lento della gente, qui: ché qui tutto è lento.  Lontano.

Una bella cosa di Mozzi (e i racconti a 4 mani)

A tutti gli scrittori che non hanno la patente di scrittori, perché o non hanno mai pubblicato, o hanno pubblicato ma lo sanno solo parenti e amici, Giulio Mozzi, che è scrittore e scopritore di talenti, propone La gettoniera di Vibrisse.
Penso che Mozzi, così facendo, possa scovare qualcosa di interessante.

Già che ci sono.
Grosso modo dal 15 luglio al 15 agosto facciamo la terza edizione dei
Racconti a quattro mani.
Dovrò solo decidere se nominare una giuria esterna, se far votare ai partecipanti, se fare una cosa mista (giuria e partecipanti ma con la giuria determinante).

E buoni giorni a tutti, se volete con questa canzone (che mi ha fatto tante volte compagnia negli anni ottanta)


quando la vita è merda che fa male

Quando la vita è merda è merda che fa male.
L’ho visto ieri,  è da qualche settimana che lo vedo: pesa la metà, trema quando cammina. Ieri barcollava, mangiando un gelato.
Non so di cosa sia malato, posso intuirlo,  e so bene che è cosa che non riguarda solo lui. La malattia a la morte son passaggi obbligati, anche se tendiamo a rimuovere, dimenticare.
La sua vita però, lo so, è stata sempre merda: che fa male.
Mi ricordo quando era piccolo: cresciuto a schiaffi e calci in culo e urla. E pugni in testa, che poteva ricevere anche per strada… Erano cose che vedevamo, insomma: brutte interruzioni mentre si giocava a calcio, magari in un prato.
Mi ricordo la sua ribellione, scappare di casa, rifarsi una vita.
E mi ricordo poi la cosa più bella, col passare degli anni: la sua bontà, la sua generosità, la sua mitezza. Gli piaceva star da parte, gli piaceva il suo lavoro, gli piaceva camminare silenzioso, e quando lo vedevo camminare a testa bassa immaginavo che risentisse le urla e rivedesse i giorni di merda (che fa male) della sua infanzia e della sua adoloscenza.
Lo vedevo solitamente di sera, anni fa. Io col mio vecchio cane Barone, lui o da solo, soprattutto da solo, o con qualche amico, ma era raro.
Non credo abbia mai avuto famiglia; suppongo non abbia voluto, ricordando la sua.
Ieri l’ho rivisto, e son giorni che lo rivedo: stento a riconoscerlo, ché sembra un vecchio.
Non lo è.
So una cosa, ora di lui: che non l’ho mai visto né ridere né sorridere. E so che questa è cosa che non succederà. Perché, mi ripeto, quando la vita vuole essere merda che fa male è merda che fa male, e basta.
E vaffanculo, verrebbe da dire. Ma immagino che lui non lo direbbe, vaffanculo.
Starà cammimando, ora, a testa bassa. Barcollando. Senza imprecare. E questo, comunque, è un grande insegnamento.*

* storia verissima, camuffata appena appena; son sicuro che al protagonista ve bene quel che ho scritto.

cinque anni un po’ così

No, ancora niente, non l’ho ancora scritto il racconto sulla paura (così rispondo a Morena Fanti).
Ma ne ho appena finito un altr,o un racconto noir per una raccolta.
Poi.
S’avvicina il primo di aprile. Cinque anni fa stavo per diventare direttore del giornale La Sesia. Il primo aprile, insomma, son cinque anni.
In questi cinque anni, riassumendo, ho traslocato tre volte, mi sono risposato, mi è nato il secondo figlio, Federico Libero, l’altra (figlia, intendo, si chiama Sonia), grande, si è laureata, ho pubblicato quattro romanzi, e racconti vari, come direttore di giornale ho beccato due querele, mi è morto un fratello che aveva solo trent’anni, Moreno, è morta anche una gatta vecchissima,  aveva 22 anni Lilli quando io e Sonia l’abbiamo sepolta, ed è morto un cane, Barone,  pure lui longevo (16 anni), ho comunque ereditato il cane di mio fratello Moreno, Toby, e come gatto adesso ne ho uno che è molto zingaro e che si chiama Miou miou, e tra una cosa e l’altra mi son dato anche al blog, poi – e chi l’avrebbe mai detto? – ho conosciuto anche un casino di gente che ha un blog, bella gente, anche, alcuni li ho addirittura incontrati, con altri ci si scambia mail oppure ci si sente al telefono, poi,  sono ingrassato di dodici chili in questi cinque anni, fumo non come prima più di prima ma insomma, continuo a scrivere storie rigorosamente di notte, e questa è una bella cosa, poi non so, altre cose belle o altre cose brutte o altre cose così così, ora, non me ne vengono in mente. Beh sì, i divorzi, le rotture per esempio con le persone e con gli editori, prima Mursia, poi Fernandel, poi Newton Compton: non è stato amore a prima vista, la rottura che c’è stata è stata piuttosto indolore. Non han pianto loro, non ho pianto io, ora però spero nella mia agente e in Luigi Bernardi e vederemo comunque.
E in questi cinque anni c’è stata anche la storia di un libro, Bastardo posto, ma la racconterò al momento opportuno.

C’entra niente, coi cinque anni. Allora, qui in Piemonte abbiamo un nuovo presidente della Regione, Roberto Cota, della Lega Nord.
Oggi (pochi minuti fa) è venuta a trovarmi al giornale una donna marocchina. Mi ha chiesto di collaborare con il giornale. Le ho detto di sì, chiaro.
Ora lavoro.
E non rileggo, altrimenti cancello: ché, forse forse, le cose più importanti di questi cinque anni mica le ho scritte. E ne ho dimenticate tante.
Stanotte cercherò di scrivere il racconto sulla paura.
E buone cose a tutti.

E comunque, s’avvicina il primo di aprile.
E Cinzia Pierangelini, che non ho mai vista ma sentita al telefono sì, e sono anni che ci si scrive, il primo aprile fa qualcosa di importante, a Roma.

primo giorno di scuola

L’ho trovata qualche ora fa. Conservata tra le vecchie foto di mia madre.
Gliel’ho lasciata: questa è una foto di una foto (l’ho fatta con l’iPhone).
E’ più larga, più bella, si vede la penna col pennino e il calamaio. Era il 1962 o 63, credo.
Dall’espressione si direbbe che io ero un bravo scolaretto. Macché. Odiavo il maestro, anche perché parlava quasi sempre in dialetto vercellese, che io non capivo.
E la penna (che non si vede) da intingere sul calamaio: mica è la mia. La mia era proletaria, brutta, poi io rompevo sempre i pennini e mi sporcavo sempre di inchiostro. No, la penna era del primo della classe.
Erano bei tempi, quelli. Ci facevano fare le foto sorridenti e ci prendevano a calci in culo.
Oddio, noi figli di operai (ex contadini del centro del Veneto e soprattutto del sud) eravamo piuttosto vivaci.
Io per esempio a 7 anni, un anno dopo la foto da santarellino, scappai di casa, mi cercarono per ore, poi tornai la sera tardi, che era buio, ma questa l’ho già raccontata.
Devo scrivere un racconto: sulla paura.
Ecco, allora avevo il terrore di scuola-maestro-mamma.

Scrittori di talento. E il talento del tornio

Due cosette da poco, oggi.
La prima è sulla lettura dei manoscritti, la seconda sul talento.

Allora, l’incipit che segue è cosa nota.
Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato in un insetto mostruoso. Era disteso sul dorso, duro come una corazza, e alzando un poco il capo poteva vedere il suo ventre bruno convesso, solcato da nervature arcuate, sul quale si manteneva a stento la coperta, prossima a scivolare a terra. Una quantità di gambe, compassionevolmente sottili in confronto alla sua mole, gli si agitava dinanzi agli occhi.
“Che mi è accaduto?” pensò. Non era un sogno.

Franz Kafka, La metamorfosi

Mi chiedo, spesso, rileggendolo e leggendo Kafka: quanti editor, oggi, dopo aver letto questo incipit proseguirebbero a leggere? Di sicuro Giulio Mozzi o Luigi Bernardi, da quel che so di loro sono alla ricerca di qualcosa di diverso, del capolavoro, insomma.
Piacerebbe a Laura Bosio.
Anni fa, però, lessi un’intervista a uno scrittore (affermato). Lessi in fretta e solo successivamente, ripensandoci, capii che avevo sbagliato a non annotarmi chi fosse. Diceva questo scrittore che la grande contraddizione dell’editoria è il fatto che a leggere i manoscritti (quando vengono letti, aggiungo io) siano dei giovani trentenni magari cococo (malpagati, insomma) e non degli editor scrittori del calibro di Parazzoli (mi pare fosse citato lui nell’intervista).
Non ho più trent’anni e nemmeno quaranta:  ma rileggendo La metamorfosi mi domando cosa farei io, se leggesi un incipit così.
Ho un sospetto terribile: lo boccerei.
E’ un gioco che faccio, spesso.

La seconda cosa, sul talento.
Perché chi lavora otto ore al tornio, in fabbrica, ha meno talento di un impiegato di banca, di uno studente, di un giornalista?
Ringrazio Sandra Giammarruto, Lady Pazz, per avermi segnalato questa intervista, che non conoscevo. Dice, De Andrè, cose che ho sempre pensato. Le dice meglio di me, certo.