prima dell’appuntamento

Sono nei giardini di un grande ospedale, a cento chilometri da dove vivo io.
Devo vedere un primario, per motivi professionali, di lavoro, diciamo.
So come si chiama, e basta.

La giornata è una bella giornata. C’è il sole, non fa troppo freddo. Accendo un mezzotoscano, appoggio il sedere alla panchina, sono in anticipo, ho con me l’iPhone e un libro, ma preferisco guardare gli alberi e in lontananza, il miscuglio di sole e foschia; l’ospedale, il grande ospedale, è alle mie spalle.
Hai un mezzotoscano?, mi fa una voce, secca, un po’ roca.
Mi volto: un barbone.
Ha una camicia rosa, stropicciata ma pulita (ma non ha freddo?), ha un paio di jeans col cavallo basso basso (perché non se li tira un po’ su?), ha la barba lunga bianca ed è spettinato (nessun interrogativo, qui; qui va bene), ha lo sguardo da pazzo: gli occhi sono spalancatissimi.
Mai negato del fumo un barbone, così gli allungo un mezzotoscano, ma prendendolo io dal pacchetto, con le mie dita, son schizzinoso, chissà quanti germi ci sono nelle sue mani, meglio evitare contatti.
Quando però mi chiede d’accendere il contatto c’è: perché quando tendo l’accendino (acceso, chiaro) verso le sue labbra, le sua manacce, a mo’ di imbuto, toccano il dorso della mia mano.
Poco male, dopo aver fumato andrò in bagno, mi laverò con cura, penso mentre se ne va dopo avermi salutato con una scrollata di capo.
Proseguo a fumare, poi, con un po’ d’anticipo, dopo aver lavato le mani, salgo alla ricerca del primario con cui ho l’appuntamento.
Ascensore, sala d’attesa, corsia,  infermieri, parenti e pazienti: solite scene d’ospedale.
Chiedo, un infermiere o dottore, insomma uno col camice, mi indica l’ufficio del primario,
“vada avanti, il primo sulla destra”
“grazie”.
Busso, c’è nessuno. Guardo se c’è un campanello che magari non vedo, macché.
Omminchia chi si rivede, riecco di nuovo il barbone di prima, si sta dirigendo verso di me, il mezzosigaro non l’ha fumato tutto, ne ha ancora un pezzo (spento, chiaro) tra le labbra, lo sta masticando, è a un metro da me, dalla tasca tira fuori la chiave dell’ufficio, il suo ufficio: già il barbone.
“Lei è?”
“Sono”.
Con la testa mi fa cenno di entrare. La camicia rosa, prima non ci avevo fatto caso, dietro, non è mica infilata bene nei pantaloni.

Lo stesso libro: 300 copie, poi 100mila

L’articolo che segue è di Luigi Bernardi, editore, scrittore, scopritore di talenti, traduttore. Ha scritto uno dei libri più belli usciti in Italia: Senza luce, edizioni Perdisa.
E’ un vecchio articolo, del 2002, ma Bernardi lo ha riproposto due giorni fa, sulla sua pagine di facebook.
Perché è sempre valido. A me ha fatto pensare, leggendolo, che la differenza tra un manoscritto dimenticato e un libro di successo la fa la fortuna.
Ho fatto il titolo del post pensando da giornalista. Ogni articolo, ogni post, ogni libro, cinema eccetera può avere un titolo più appropriato.
Ecco, penso che un titolo più appropriato poteva essere “la propensione alla leccaculaggine”.
Buona giornata e buona lettura.

Nel 1993 facevo l’editore, ero indipendente. Niente e nessuno condizionava le mie scelte, neppure il mercato perché ero bravo ad accontentarlo. Lo compiacevo con i prodotti giusti, loro mi restituivano la possibilità (i soldi) di togliermi i piccoli piaceri della professione. Per esempio, pubblicavo fumetti giapponesi e investivo i guadagni nel lancio di nuovi disegnatori e scrittori.
Nel 1993, quando facevo l’editore, pubblicai un romanzo di Giuseppe Ferrandino, si intitolavaPericle il nero ed era molto bello. Aveva uno stile e una storia, entrambi potenti. Con quel romanzo avrei sfondato anche nella narrativa, pensavo io, già reduce dalla pubblicazione di Carlo Lucarelli e Marcello Fois, Paco Ignacio Taibo II e Léo Malet. Macché: Pericle il nerovendette poco più di trecento esemplari ed ebbe una sola recensione, casuale perché non generata dal centinaio di copie inviate a giornalisti e critici. Nel 1998, quando la mia casa editrice era ormai fallita, Adelphi ripubblicò Pericle il nero. Era lo stesso testo di cinque anni prima. Vendette oltre centomila copie, i recensori fecero a gara per parlare del libro, lo osannarono, lo riverirono. Ne fecero il caso editoriale dell’anno.
Ho pensato più volte a questo fatto. L’indipendenza è una condizione forse necessaria, certo non sufficiente. Anche Adelphi è una società senza vincoli, nata proprio come gesto di rottura di alcuni collaboratori dell’Einaudi, che consideravano troppo monolitica, persino asservita, la politica editoriale dello «struzzo». Non è solo questione di indipendenza, c’è dell’altro, soprattutto quando la libertà di qualcuno va a cozzare contro l’assoggettamento di altri. Tornando al mio esempio, è chiaro che i giornalisti culturali, sottovalutando un testo proveniente da una piccola casa editrice, operarono una sorta di censura. O quantomeno un’equivalenza arrischiata: testo di piccola casa editrice = piccolo testo. I giornalisti sportivi la chiamano sudditanza psicologica, e la addebitano agli arbitri quando sono chiamati a giudicare le azioni di un calciatore di una squadra blasonata. La sudditanza psicologica spingerebbe gli arbitri a fischiare a favore della compagine più forte, mai di quella più debole. Non sempre è così, però la sudditanza esiste, forse ancora di più nel mondo culturale che in quello sportivo.
I critici che recensirono la ristampa di Pericle il nero, dopo averne ignorato la prima edizione, di sudditanze ne subirono addirittura due: la prima del marchio Adelphi, la seconda di quello Gallimard. Cos’era successo? Era successo che l’ufficio stampa Adelphi aveva lanciato la ristampa del romanzo di Ferrandino come conseguenza del grande successo ottenuto dalla traduzione francese del libro, pubblicata da Gallimard, Era una trappola per gonzi, i critici vi caddero come sprovveduti. Se c’è un nome che mette sull’attenti i giornalisti culturali è Gallimard, chiedete loro perché. Pericle il nero ai francesi l’ho venduto io. So che la pubblicazione di Gallimard è passata pressoché inosservata, avrà raggranellato poco più di mille copie. Altro che grande successo o caso letterario, altro che i soliti francesi che per primi scoprono gli italici talenti… Si è trattato solo di una campagna promozionale bene orchestrata, che ha messo a nudo il nervo scoperto del giornalismo culturale italiano: la predisposizione alla leccaculaggine. Così alla fine, forse, il problema non sta nell’indipendenza, quanto nell’intelligenza e, soprattutto, nell’onestà.

Luigi Bernardi
da Tribù astratte, 2002

Oggi è il 2 dicembre, caro papà, ricordi?

(racconto “di un attimo” in forma epistolare e ispirato da qualcosa di vero)

Ti scrivo, caro papà,
ma stasera, quando passerò sotto la tua villa, non si mica se avrò la forza di imbucare questa lettera.
Sai papà, e anche se lo dimentichi lo sai, che la persone che più ti vuole bene a questo mondo sono io.
Quando ero piccolo tu mi facevi ridere, stravedevo per te, volevo solo te, ti sognavo.
Così quando te ne andasti provai solo tanta rabbia, contro la mamma, contro me stesso e mio fratello, se tu avevo scelto un’altra donna, un’altra famiglia, era perché io la mamma e Francesco non eravamo alla tua altezza, non eravamo intelligenti e spensierati come te (ricordo ancora quando tornavi a casa e facevi capriole sul pavimenti), non eravamo belli come te (ho le tue foto, tu capitano dell’esercito, tu in motocicletta, tu in costume da bagno, le accarezzo ancora, sai papà?, e quando io penso a un uomo bello penso a te. Oggi hai sessant’anni ma sono sicuro che se io e te andassimo in un posto pieno di donne loro si volterebbero a guardare te: se solo riuscissi a muovermi con la tua eleganza, un’eleganza distratta…
Tutto questo, comunque, o già lo sai o te l’immagini.

Oggi però è il 2 dicembre, caro papà, il giorno del mio compleanno.
E’ anche il giorno in cui – e son passati vent’anni – io sono diventato un perdente.
Tu, oggi, con tua moglie e i figli, miei fratellastri che odio e sempre ho odiato, di sicuro non ricorderai che è il mio compleanno, non ti ricordasti vent’anni fa, figuriamoci se oggi vai a pensare che.
E’ ancora più sicuro che tu non sappia, né credo saprai mai, che il 2 dicembre di vent’anni fa io sono diventato quello che sono: un perdente che affonda la testa.
Sul lavoro, con le donne, dovunque io sono un perdente, caro papà.
Vent’anni fa, già.

Facevo prima Liceo e tu, da tre mesi (ricordo tutte le date, sai papà, anche il giorno in cui te ne andasti) già non vivevi più con noi. Però ti sentivo al telefono e tu al telefono mi facevi ridere e tu al telefono mi facevi sentire bene: ero ancora il tuo “grande Paolino”.
Con mamma non parlavi e con Francesco parlavi poco, sono due musoni, sono tristi, ma con me sì. Mi dicevi cose belle papà, e io quando mi addormentavo mi addormentavo bene, perché ripensavo e risentivo la tua voce.
No, sempre bene no: perché quando ti telefonavo sentivo la voce di quell’arpia che hai sposato, certo, più bella di mamma, ma ha due occhi cattivi quella donna quando vi incontravo, e al telefono ti metteva fretta, era gelosa.
(Diciamocelo papà: la tua vita è piana di successi e di scopate, lo so e lo sa tutta la città, ma hai sposato due donne da poco).
In ogni caso la notte del primo dicembre di vent’anni fa io ero felicissimo quando andai a dormire.
Risentivo le tue parole. Come un disco, una canzone il cui ritornello ti ha conquistato.
Domani vengo a prenderti a scuola e facciamo una grande festa, solo noi due.
Sto piangendo, ora, papà mentre scrivo.
Mi rivedo, rivedo il bambino che aspetta, era una giornata brutta, grigia.
L’avevo detto a tutti a scuola che tu saresti venuto ma all’una nessuno dei miei compagni ti aveva visto, che importa, pensavo, tu arrivi sempre in ritardo.
Piango papà, ho pena di me: mi rivedo che ti aspetto un’ora, due, tre, e tu non arrivi.
Saranno le quattro del pomeriggio e, davanti alla scuola, passa una macchina. Qualcuno mi saluta con la mano: è un mio compagno, lo chiamavamo Frassica perché non sapeva né scrivere né parlare in italiano, ma era comunque il figlio di un imprenditore. E io a Frassica l’avevo detto: Oggi festeggio con mio papà.
Sai che feci, papà, quando vidi che Frassica mi salutava con la mano?
Mi voltai verso il muro, pensa che scemo.
Sono vent’anni, caro papà, che, ma sì, penso sia la cosa più giusta da dire, mi volto e guardo le crepe di un muro, è successo anche la settimana scorsa quando con Anna siamo andati dall’avvocato per la separazione, a lei la coca e i cocainomani, così mi ha detto, fanno schifo.
(Lei non si è mai dovuta girare verso un muro, però).

prima comunione: con dieta

Prima comunione, sono contento, più o meno. Mi hanno vestito a festa, mi hanno regalato il primo vero orologio della mia vita.

Però è successo anche questo, cavolo, e dalla foto non si vede: da qualche giorno sono anche a dieta.
Va spiegata bene, questa cosa qui, ora.
Fu un trauma mica da poco.

E’ tempo di prima comunione e io so già quello che mi attende. Dopo la prima comunione andremo al ristorante, e io quando si va al ristorante son contento perché la mamma mica li fa gli antipasti e i dolci,  lei mi fa crescere con minestre, verdure che palle, fettine, “e guai a te se lasci qualcosa nel piatto”.
La mamma mia è una mamma che mi sta troppo addosso.
Appena torno a casa da scuola mi fa, Fammi vedere i quaderni.
Ogni tanto, o abbastanza spesso, mi sgrida: prendo brutti voti, note.
Sono disordinato, litigo, il maestro si lamenta sempre.
Anche lui è uno che mi sta col fiato sul collo. Sempre compiti.
Così io, che vorrei respirare, pochi giorni fa ho detto alla mamma che sto male, mi fa male la pancia, non era mica vero ma mi sono impegnato tanto tanto, quasi piangevo, così lei mi ha portato dal dottore e quello – bravi i dottori – dopo avermi visitato e toccato la pancia, certo io ho fatto “ahi” ma vorrei vedere, la mia pancia è piccola, lui, il dottore ha della mani che son badili,  ha fatto una faccia brutta e ha detto, “Signora è meglio farlo operare, il bambino ha l’appendicite”, e io l’ho presa bene, perché subito dopo il dottore ha fatto il foglio alla mamma, niente scuola da domani.
Stasera non dovrò nemmeno andare a dormire presto. E niente compiti. Alla faccia del maestro (sto male maestro, hai capito o no che sto male, e magari è tutta colpa tua).
Comunque va tutto bene. Farò in tempo, prima dell’operazione (sono già un esperto, ho appena fatto la circoncisione, si sta mica male in ospedale, certo dopo l’operazione viene tanta sete, e ti danno l’acqua, che gente, con un cucchiaio, ma tutti che ti portano regali, sono gentili e soprattutto niente scuola), a fare la mia prima comunione.
Solo che quando il dottore, dopo al visita, aveva detto la parola dieta io mica avevo capito bene il significato di quella brutta parola lì, dieta.
Mica vero, insomma, che va tutto bene (ma io questo ancora non lo so).
Mi stanno facendo la foto, e a casa sono già a dieta.
Ma un conto è la dieta a casa, un conto è la dieta al ristorante.

No che non va bene. Dopo la Prima comunione c’è quindi in pranzo, con la Prima dieta: gli altri mangiano gli antipasti, io li guardo; gli atri mangiano gli agnolotti, io la minestra (noo, anche qui); gli altri che mangiano il dolce e a me, che sono goloso, che impazzisco per i dolci, ne danno solo un assaggino.
Stai bravo tra due giorni si va in ospedale, mi dice la mamma.
Io penso al dottore, al maestro, alla dieta: che Prima comunione del cavolo (giustappunto).

questa è l’italia

Allora, c’è una notizia, che io, da fecebook, leggo su il Messaggero.it.
Un uomo di 62 anni, preside di una scuola, è stato arrestato: avrebbe abusato di minori stranieri, nomadi di etnia bulgara.
Sarei passato a leggere altro, le porcherie nel mondo son tante, inutile commentarle.
Le porcherie ci sono, certo: ed è giusto che l’informazione informi. Correttamente (a volte l’informazione dice le cose strumentalmente, invece).
Il Messaggero, però, ospita anche i commenti e uno di questi ha fatto sì che io ora, ore 3 e 38 di una notte piovosa, scriva queste due righe.
Uno dei commentatori ha scritto (copio e incollo):

non mi meraviglierei ,se questo on prof,appartenga
alla folta squadra dei soliti difensori ,degli zingari
e di altri stranieri che da noi vivono esclusivamente
dei soliti lavoretti:prostituzione , accatonaggio,
vendita di droghe ,elemosini ecc..E non sono sicuramente
venuti in Italia ,per accudire i nostri anziani o fare la
raccolta dei zucchini!

Questa è l’Italia. Fosse uno, fosse un caso isolato. E invece dire “rom bastardi”, “gay bastardi” eccetera fa una grande presa sulla frustrazione e sull’ignoranza, che viaggiano a braccetto.

una notte di Cesare Pavese

Se son vivi hanno quasi novant’anni alcuni vercellesi che, non so di preciso l’anno, al Ginnasio ebbero come professore Cesare Pavese.
Uno di questi lo è, ancora vivo, e qualche anno fa mi fece questo racconto.
Questo post, leggermente modificato, è stato ripreso dal vecchio blog “appunti”.
Buona domenica

Pavese, dopo una giornata di lavoro, va alla stazione, che dista dal Ginnasio cinque minuti a piedi; cinque minuti a piedi piacevoli, ché si passa davanti alla basilica romanica di Sant’Andrea, il più bel monumeto di Vercelli, e i giardini, della stazione appunto.
Pavese, comunque, appena poteva o prendeva appunti o leggeva. Intensamente. Non si sa se leggesse anche camminando, sarebbe stato pericoloso, di sicuro, quel pomeriggio invernale e grigio, si rintanò nella sala d’aspetto con un libro in mano, assorto più che mai.
Tanto assorto che non si accorse dell’arrivo di un treno, era il “suo treno”, che da Milano l’avrebbe portato a Torino, né si accorse di quello successivo, né di altri e, quel che è peggio, non si accorse dell’ultimo treno.
Si risvegliò dalla lettura quand’era ormai troppo tardi, raccontò il personale della ferrovia, stupito nel vedere che Pavese non si disperasse; che non cercasse un albergo, pensarono, era dovuto alla leggerezza del suo portafogli.
Comunque.
Dormì tutta la notte nella sala d’aspetto (che ora non c’è più) della stazione di Vercelli.
Forse a leggere, o correggere temi, chissà.
Di sicuro nessuno sa quale fosse il libro che catturò a tal punto il giovane, squattrinato professore, Cesare Pavese.

anfiosso e giuditta

Lei si chiama Giuditta Russo, qualcuno l’avrà vista in tivù da Bonolis, o avrà letto di lei.
Il caso di Giuditta Russo, già: sembra un personaggio pirandelliano, non vero.
Una vita normale, poi una vita di menzogne e successi, poi – è storia di questi giorni, di questi anni – una vita che difficilmente sarà normale ma senza menzogne sì.
Perché Giuditta Russo cammina a testa alta.
E poi. Giuditta Russo è amica mia.
Me l’ha presentata Anfiosso, a distanza.
Anfiosso è Anfiosso ed è amico mio.
Sul suo blog ha intervistato Giuditta Russo (della quale si era già occupato, recesendola e stroncandola. E lei, a quella stroncatura aveva reagito con una signorilità rara che, io credo, avevo spiazzato Anfiosso).
E comunque.
Ecco l’intervista.
Verrà pubblicata in forma ridotta dal giornale La Sesia e, credo, dal Corriere Nazionale.

ieri sopra, e oggi sotto

Parto dalla foto sotto.
Descrizione, partendo dal basso: si vede, è di qualche minuto fa, un pezzo di disordine della mia scrivania, poi ci sono delle poltrone, dove incontro la gente che viene qui, al giornale, o dove si siedono i miei giornalisti quando ci sono le riunioni di redazione, poi, appena sopra le poltrone (lo so, la foto fa abbastanza schifo) c’è la vetrata che separa il mio ufficio dal resto della redazione, una prima stanza e, guardano a destra, una seconda, più ampia, con le scrivanie dei miei colleghi.
Immaginate, guardando la foto, un via vai continuo e un continuo squillar di telefoni.
(La vetrata è altamente tecnologica: c’è, dentro, tra due vetri cioè, una sottile veneziana che, volendo, può siolarmi dagli altri; mai usata).
Ho scattato con un iPhone che mi è stato regalato, e che devo ancora imparare a usare.
Ho scattato la foto, circa pressappoco suppergiù alla stessa ora in cui, ieri, aspettavo il treno (foto sopra) in una città lontana da me, due ore di treno per andare due per tornare.
I miei piedi, la pavimentazione di quella stazione, il vociare delle stazioni, il treno, l’altoparlante, la ragazza disperata che chiede a tutti se è già partito il tal treno, la zingare che non sembra una zingara, è giovane e benvestita, ha un bimbo nel passeggino, che mi chiede 50 centesimi così, dice, compro i pannoloni a mio figlio, un’altra città, insomma, ieri, dove nessuno mi conosce(va).
Prima ero stato in un grande ospedale, dove ero andato per un incontro importante, queindi, dopo l’incontro, ho passato un’ora, a camminare, poi un’altra ora in un bar, dove c’ero solo io e la proprietaria. Un caffè doppio, una Fiesta (non avevo mangiato) e il notebook (usare l’Iphone per collegarsi in rete non è la fine del mondo), che avevo nello zaino. E dalla radio del bar vecchie canzoni. Poi la stazione. La foto ai miei piedi, mentre sono (ero) appoggiato a una panchina, area fumatori.
Ieri, sopra, e oggi, sotto, insomma.
Manca quel che resta del giorno.
Due appuntamenti di lavoro, stasera. Una a cena, uno verso le 23.
Dopo, finalmente, un po’ di rete un po’ di lettura. Domani, di sicuro, niente treno.

dalla nostalgia del treno a Yates

Il lavoro di giorno, la scrittura e la lettura di libri e “cose in rete” di notte mi hanno fatto perdere un’abitudine, che rimpiango.
Fino a qualche anno fa, ogni tanto, prendevo un giorno di ferie e poi o salivo sul treno e andavo a Torino (dove avrei fatto i soliti percorsi: Porta Susa, via Cernaia, via Pietro Micca, Via Po, magari il parco del Valentino) oppure prendevo l’auto e, a caso, mi fermavo in qualche paese del Monferrato.
Succedeva sempre d’inverno, va a sapere perché.
D’inverno, avevo voglia di entrare in un bar dove non mi conosce nessuno (oddio, a Torino può capitare che io incontri una vecchia conoscenza, mi è successo, del resto), leggere o scribacchiare qualcosa, poi andare in giro, tra gente che non conosco, senza voglia alcuna di conoscere gente nuova.
Fortuna che c’è sempre la notte.
E comunque: e ora, ma per davvero, che io salga su un treno, o in macchina, un mattino qualunque un po’ grigio e un po’ triste.

Poi. Quando leggo un libro è difficile che io dica, poi.
Ma di Revolutionary Road di Richard Yates qualcosa da dire ho.
Pessimesempio (mi pare) scrisse che il primo capitolo era un gran primo capitolo. Io, che stavo leggendo il libro, pensai che era un bel primo capitolo, punto, ma niente di che.
E invece no: aveva ragione lei: in miniatura c’è tutto il libro (senza anticipare agnizioni o eventi particolari) e c’è, in quel primo capitolo, anche, la vita.
La vita, che è una gran recita, con spettatori che applaudono o fischiano, dipende, protagonisti che son travolti dalle mediocrità altrui, e poi regie varie, più o meno occulte.
Non ci sono eroi o demoni in Yates: c’è l’uomo comune, ci siamo noi. Che camminiamo impettiti, credendo di non esserlo (comuni).
Che sorte hanno coloro che si ribellano alla mediocrità?
Indovinate, o meglio: leggete Yates, che è un gran leggere.
Non ebbe fortuna da vivo, rendiamogli omaggi letterari almeno da morto.
Poi ha ritmo Yates, da giallista, da fumatore di 60 sigarette (uno che ne fuma cinque non può avere il suo ritmo) e benché la sua scrittura non sia difficile usa (bontà del traduttore?) una buon campionario di termini.
Piuttosto. Alla fine, Yates parla di scrittura e, soprattutto, di correllativo oggettivo. Molto, molto meglio i consigli di scrittura (Nel territorio del diavolo) di Flannery O’Connor…

Segnalazioni.
Estinzione coatta è uno dei racconti di A4mani. Rieccolo.
Sul blog di Serino (Satisfiction)  prosegue la discussione sul migliore e sul peggiore libro dell’anno.

il cielo oltre la siepe (e i libri)

La mia stanza è francescana, come dimensioni intendo.
Una cassettiera, due librerie, con 2, forse 3mila libri, quelli che più mi interessano, una scrivania, sempre piena di libri, agende, sigari, tagliasigari, appunti, moleskine, bloc notes, minchiate-varie, una mensola, con pochi libri e qualche oggetto, e qualche foto appesa nello spazio tra la scrivania e la mensola.
La mia stanza è anche fredda, di notte e quando mi sveglio accendo sempre una stufa elettrica ai miei piedi.
La mia stanza ha questo di bello: alla sinistra della scrivania, appena finisce la libreria (parete di sinistra, con me seduto) c’è un portafinestra che dà su un piccolo guardino protetto da una siepe.
E quando mi sveglio e, tazza di caffè in mano vado al pc per vedere la posta elettronica, il pezzo di cielo che vedo lo vedo dietro questa siepe alta, di piccoli cipressi nani (credo, ma non ne sono mica certo).

Questa settimana c’erano dei lavori in corso a casa mia.
Io e il gatto eravamo in crisi nera.
Il gatto, appena arrivavano gli operai, miagolava, andava in cucina su un mobile, in alto, poi vedendo che la casa era sempre più sottosopra fuggiva via, in cortile.
La mia stanza era senza libri, la scrivania senza nulla (solo il modem impacchettato):
Capivo il gatto, lo capivo bene.
Il cane invece non ha patito: l’abbiamo traslocato da mia padre.

 

 

Sta tornando la normalità ora.
Gli operai hanno finito di lavorare, il gatto ha finito di rompere le scatole, solo io non ho finito.
I miei libri son tutti inscatolati, la scrivania è deserta (cose mai viste).
Se domattina voglio bere il caffè guardando “che tempo che fa” dal portafinestra che dà nel piccolo giardino – è diventato un piccolo piacere irrinunciabile: anche perché son solo in casa, con cane e gatto che dormono – devo, oggi, sistemare i libri.
Ri-sistemare i libri. I gialli da una parte, i classici dall’altra, le poesie, una ventina di libri di storia scelti, i contemporanei, i gialli, lo scaffale sacro con i libri di psicologia, Jung, Freud, Klein, Winnicott, Adler…
quelli di medica alternativa, o di yoga…
vado.
buona domenica.
(devo chiedere: son piccoli cipressi o son cipressi nani o cosa sono quei sempreverdi che delimitano il giardino?)

128 battute

Nel blog di Matteo B. Bianchi leggo di un concorso, proposto da Feltrinelli.
Scrivere qualcosa, un miniracconto, un aforisma, qualcosa di furbo (forse) in 128 battute.

La sintesi della sintesi della sintesi, insomma.
Io a volte son cose che faccio: per conto mio.
Quando cerco di immaginare una possibile quarta di copertina o di un mio libro o di un manoscritto che ho letto.

Quando c’è la riunione di redazione, io ai miei giornalisti chiedo sempre uno sforzo: perché la sintesi della sintesi della sintesi di quel che è avvenuto a me serve, poi, per fare i titoli della prima pagina.
Richiesta che resta, nonostante la mia insistenza, inevasa.
Ho sette giornalisti, in pianta stabile al giornale. Età media, quarant’anni (forse un po’ di più).
Nessuno di loro ha un blog, solo da poco tre quattro di loro sono su Facebook (ma è come se non ci fossero).
Insomma: usano la posta elettronica, usano internet, ma su internet ci passano poco tempo. Che coincide col lavoro in redazione.
Son certo, invece, che alcuni collaboratori giovani dotati di iPhone sarebbero più portati: a fare la sintesi della sintesi eccetera.
Insomma: nei giornali – è il lavoro di tutti i giorni – si è portati a fare la sintesi: da 3mila battute a 1100; da 1100 a 450; da 300 a 128; ma da 3mila a 128 – evidentemente – no.

Nella foto (da un iPhone) parte della mia redazione (femminile) durante la chiusura del giornale.

consigli di scrittura

A marzo, in una cittadina del vercellese dovrei fare il mio primo corso di scrittura.
Ho esperienze sporadiche, fino a oggi.
– A volte mi invitano per serate o incontri nelle scuole. Solitamente parlo di libri e giornalismo.
– Anni fa tenni un corso, che genericamente definii di scrittura, in carcere.
– Faccio, quando ho tempo, degli editing alla buona: per posta elettronica.
– A volte, e la cosa mi fa un po’ pensare, si rivolgono a me persone che… hanno seguito corsi di scrittura creativa.
– Poi non so se c’entra, ma come lettore ho segnalato degli autori a una casa editrice; uno è stato pubblicato, uno sta per esserlo, uno sembrava che dovesse, ma poi è arrivata la crisi, e alcuni editori vanno cauti, specie con gli esordienti.
Probabilmente il corso che farò verrà chiamato “consigli di scrittura”.
Mi sta bene, sicuramente, il luogo dove lo farò: una biblioteca.
Credo che i partecipanti o pagheranno una cifra simbolica o non pagheranno niente, e anche questo mi sta bene (nemmeno io prenderò nulla per tanti motivi: perché mi mantengo con altro; perch so mica quanto valore effettivo avranno le mie lezioni, chiedo scusa: i miei consigli).

Intanto a dicembre sono tra i docenti di questa iniziativa.
Parlerò di autoediting.
Consigli, insomma.