dalla nostalgia del treno a Yates

Il lavoro di giorno, la scrittura e la lettura di libri e “cose in rete” di notte mi hanno fatto perdere un’abitudine, che rimpiango.
Fino a qualche anno fa, ogni tanto, prendevo un giorno di ferie e poi o salivo sul treno e andavo a Torino (dove avrei fatto i soliti percorsi: Porta Susa, via Cernaia, via Pietro Micca, Via Po, magari il parco del Valentino) oppure prendevo l’auto e, a caso, mi fermavo in qualche paese del Monferrato.
Succedeva sempre d’inverno, va a sapere perché.
D’inverno, avevo voglia di entrare in un bar dove non mi conosce nessuno (oddio, a Torino può capitare che io incontri una vecchia conoscenza, mi è successo, del resto), leggere o scribacchiare qualcosa, poi andare in giro, tra gente che non conosco, senza voglia alcuna di conoscere gente nuova.
Fortuna che c’è sempre la notte.
E comunque: e ora, ma per davvero, che io salga su un treno, o in macchina, un mattino qualunque un po’ grigio e un po’ triste.

Poi. Quando leggo un libro è difficile che io dica, poi.
Ma di Revolutionary Road di Richard Yates qualcosa da dire ho.
Pessimesempio (mi pare) scrisse che il primo capitolo era un gran primo capitolo. Io, che stavo leggendo il libro, pensai che era un bel primo capitolo, punto, ma niente di che.
E invece no: aveva ragione lei: in miniatura c’è tutto il libro (senza anticipare agnizioni o eventi particolari) e c’è, in quel primo capitolo, anche, la vita.
La vita, che è una gran recita, con spettatori che applaudono o fischiano, dipende, protagonisti che son travolti dalle mediocrità altrui, e poi regie varie, più o meno occulte.
Non ci sono eroi o demoni in Yates: c’è l’uomo comune, ci siamo noi. Che camminiamo impettiti, credendo di non esserlo (comuni).
Che sorte hanno coloro che si ribellano alla mediocrità?
Indovinate, o meglio: leggete Yates, che è un gran leggere.
Non ebbe fortuna da vivo, rendiamogli omaggi letterari almeno da morto.
Poi ha ritmo Yates, da giallista, da fumatore di 60 sigarette (uno che ne fuma cinque non può avere il suo ritmo) e benché la sua scrittura non sia difficile usa (bontà del traduttore?) una buon campionario di termini.
Piuttosto. Alla fine, Yates parla di scrittura e, soprattutto, di correllativo oggettivo. Molto, molto meglio i consigli di scrittura (Nel territorio del diavolo) di Flannery O’Connor…

Segnalazioni.
Estinzione coatta è uno dei racconti di A4mani. Rieccolo.
Sul blog di Serino (Satisfiction)  prosegue la discussione sul migliore e sul peggiore libro dell’anno.

il cielo oltre la siepe (e i libri)

La mia stanza è francescana, come dimensioni intendo.
Una cassettiera, due librerie, con 2, forse 3mila libri, quelli che più mi interessano, una scrivania, sempre piena di libri, agende, sigari, tagliasigari, appunti, moleskine, bloc notes, minchiate-varie, una mensola, con pochi libri e qualche oggetto, e qualche foto appesa nello spazio tra la scrivania e la mensola.
La mia stanza è anche fredda, di notte e quando mi sveglio accendo sempre una stufa elettrica ai miei piedi.
La mia stanza ha questo di bello: alla sinistra della scrivania, appena finisce la libreria (parete di sinistra, con me seduto) c’è un portafinestra che dà su un piccolo guardino protetto da una siepe.
E quando mi sveglio e, tazza di caffè in mano vado al pc per vedere la posta elettronica, il pezzo di cielo che vedo lo vedo dietro questa siepe alta, di piccoli cipressi nani (credo, ma non ne sono mica certo).

Questa settimana c’erano dei lavori in corso a casa mia.
Io e il gatto eravamo in crisi nera.
Il gatto, appena arrivavano gli operai, miagolava, andava in cucina su un mobile, in alto, poi vedendo che la casa era sempre più sottosopra fuggiva via, in cortile.
La mia stanza era senza libri, la scrivania senza nulla (solo il modem impacchettato):
Capivo il gatto, lo capivo bene.
Il cane invece non ha patito: l’abbiamo traslocato da mia padre.

 

 

Sta tornando la normalità ora.
Gli operai hanno finito di lavorare, il gatto ha finito di rompere le scatole, solo io non ho finito.
I miei libri son tutti inscatolati, la scrivania è deserta (cose mai viste).
Se domattina voglio bere il caffè guardando “che tempo che fa” dal portafinestra che dà nel piccolo giardino – è diventato un piccolo piacere irrinunciabile: anche perché son solo in casa, con cane e gatto che dormono – devo, oggi, sistemare i libri.
Ri-sistemare i libri. I gialli da una parte, i classici dall’altra, le poesie, una ventina di libri di storia scelti, i contemporanei, i gialli, lo scaffale sacro con i libri di psicologia, Jung, Freud, Klein, Winnicott, Adler…
quelli di medica alternativa, o di yoga…
vado.
buona domenica.
(devo chiedere: son piccoli cipressi o son cipressi nani o cosa sono quei sempreverdi che delimitano il giardino?)

128 battute

Nel blog di Matteo B. Bianchi leggo di un concorso, proposto da Feltrinelli.
Scrivere qualcosa, un miniracconto, un aforisma, qualcosa di furbo (forse) in 128 battute.

La sintesi della sintesi della sintesi, insomma.
Io a volte son cose che faccio: per conto mio.
Quando cerco di immaginare una possibile quarta di copertina o di un mio libro o di un manoscritto che ho letto.

Quando c’è la riunione di redazione, io ai miei giornalisti chiedo sempre uno sforzo: perché la sintesi della sintesi della sintesi di quel che è avvenuto a me serve, poi, per fare i titoli della prima pagina.
Richiesta che resta, nonostante la mia insistenza, inevasa.
Ho sette giornalisti, in pianta stabile al giornale. Età media, quarant’anni (forse un po’ di più).
Nessuno di loro ha un blog, solo da poco tre quattro di loro sono su Facebook (ma è come se non ci fossero).
Insomma: usano la posta elettronica, usano internet, ma su internet ci passano poco tempo. Che coincide col lavoro in redazione.
Son certo, invece, che alcuni collaboratori giovani dotati di iPhone sarebbero più portati: a fare la sintesi della sintesi eccetera.
Insomma: nei giornali – è il lavoro di tutti i giorni – si è portati a fare la sintesi: da 3mila battute a 1100; da 1100 a 450; da 300 a 128; ma da 3mila a 128 – evidentemente – no.

Nella foto (da un iPhone) parte della mia redazione (femminile) durante la chiusura del giornale.

consigli di scrittura

A marzo, in una cittadina del vercellese dovrei fare il mio primo corso di scrittura.
Ho esperienze sporadiche, fino a oggi.
– A volte mi invitano per serate o incontri nelle scuole. Solitamente parlo di libri e giornalismo.
– Anni fa tenni un corso, che genericamente definii di scrittura, in carcere.
– Faccio, quando ho tempo, degli editing alla buona: per posta elettronica.
– A volte, e la cosa mi fa un po’ pensare, si rivolgono a me persone che… hanno seguito corsi di scrittura creativa.
– Poi non so se c’entra, ma come lettore ho segnalato degli autori a una casa editrice; uno è stato pubblicato, uno sta per esserlo, uno sembrava che dovesse, ma poi è arrivata la crisi, e alcuni editori vanno cauti, specie con gli esordienti.
Probabilmente il corso che farò verrà chiamato “consigli di scrittura”.
Mi sta bene, sicuramente, il luogo dove lo farò: una biblioteca.
Credo che i partecipanti o pagheranno una cifra simbolica o non pagheranno niente, e anche questo mi sta bene (nemmeno io prenderò nulla per tanti motivi: perché mi mantengo con altro; perch so mica quanto valore effettivo avranno le mie lezioni, chiedo scusa: i miei consigli).

Intanto a dicembre sono tra i docenti di questa iniziativa.
Parlerò di autoediting.
Consigli, insomma.

sulla rampa dell’ospedale

Ho cinquantamila problemi o cose da fare, ma, per evitare lo stress, uso, quando è possibile, la tecnico del rinvio.
Quarantanovemila997cose le farò a gennaio, febbraio, marzo, nel 2011.

Però certi giorni vado di corsa, giorni intensi, questi, al giornale.
Di notte, invece, leggo e, allo stesso tempo, mi occupo e mi preoccupo di un mio manoscritto.
Diciamo che i miei casini letterari sono comunque boccate d’ossigeno, nonostante le incazzature.

Comunque.
Vado all’ospedale della mia città, qualche volta, di questi tempi, ci vado per lavoro, ma tre giorni fa ci sono andato per ritirare degli esami.
Vado, prima di uscire prendo un caffè al bar interno, esco con gli esami, accendo una sigaretta, mi dirigo verso il giornale.
Faccio una ventina di metri, la giornata è bella.
Vedo due donne. Madre e figlia, suppongo. Perché una è sui vent’anni, l’altra sui quaranta, quarantacinque. Sono ferme, si guardano. Improvvisamente la ragazza scoppia a piangere e abbraccia la madre, che non ricambia: sembra una statua. Ha il volto duro, inespressivo: vedo che fissa il niente, abbassando gli occhi. Fa più male (vedere) il suo volto che le spalle della ragazza:  che, aggrappata alla madre, sembra non poterle controllare quelle spalle, scosse da singhiozzi violenti.
Passo accanto, guardo altrove.
La bella giornata non è una bella giornata davanti a un ospedale.
Infatti.
Attraverso la strada, e mentre ancora sto pensando alle due donne (e a un uomo: piangolo il padre-marito?, mi domando) vedo altro.
Vedo una donna scendere dalla propria auto: ha parcheggiato sulle strisce, ma non gliene frega niente di averlo fatto. Ha fretta, tanta fretta: non chiude, sbatte la portiera, forte, poi, invece di chiudere, quasi corre, in direzione della rampa che porta all’ingresso dell’ospedale. Correndo, quasi sbanda.
Lei procede spedita, sulla sinistra. Le altre due donne sono a destra, dall’altra parte. Ferme. Ci sarà un momento, nella salita che porta all’ospedale, che due dolori, forti, saranno come i punti di un segmento, di disperazione.

Vado al giornale.

come “t’imparo” a raccontare storie

in un commento al post precedente, Enrico domanda

uno che voglia imparare a scrivere, a maturare il proprio stile (che credo in qualche misura sia innato), cosa deve fare? La grammatica si spera la si sia imparata a scuola (e magari all’università), leggere a più non posso aiuta a capire cosa ci piace degli altri, a “contaminarsi”, per così dire, ad ampliare il proprio vocabolario, ma per imparare a creare un intreccio? A scrivere una storia? Ci saranno degli schemi, ma se non li si rompe si rischia di scimmiottare sempre qualcuno. D’altra parte se non li si conosce è difficile romperli in modo consapevole. Ci sono dei corsi di scrittura, ma si otterrà lo stesso risultato che, per esempio,  seguendo un corso di informatica (che ti garantisce che alla fine almeno il PC lo saprai accendere)?
Ho trovato nella rete alcuni siti molto interessanti e ben fatti che aiutano a capire come revisionare un testo in modo professionale e migliorarne la scorrevolezza, ma non credo basti questo. Vorrei qualche consiglio, non solo da Remo, ma anche da lui,  perché scrivere mi piace, anche se non ho l’ambizione di diventare scrittore. Sono troppo timido per prendermi la responsabilità di presentare un mio testo!
Ciao e grazie.

Provo a rispondere ricorrendo (come faccio spesso) ad altro, premettendo che sulle scuole di scrittura non si può fare di tutta un’erba un fascio; io un corso con Pontiggia l’avrei fatto (e qualcosa si trova in rete), o con Parazzoli; diciamo che è come se l’avessi fatto, con un docente di letteratura, Mario Ricciardi (1990, facoltà di Lettere, Torino). Per anno ci spiegò il primo capitolo de I Malavoglia di Verga e mentre ci spiegava quel primo capitolo noi studenti a dire, E quando passa al secondo? C’era già tutto, de I malavoglia intendo: nel primo. Nel primo capitolo Verga già stabilisce un patto col lettore, indicandogli le strade che seguirà.
Dico solo,e poi passo alla risposta (o forse alla non risposta) che uno (dico uno, tra mille) dei grandi problemi che si affronta scrivendo si chiama dosaggio.
Quando parlo di un personaggio quante pagine gli dedico, quante cose dico su di lui, e soprattutto (e soprattutto…) quando lo dico?
Non c’è una risposta.
La risposta è: se si impara a dosare ci si fa leggere, altrimenti chi ci legge s’annoia.
A volte (scusate, la risposta deve ancora arrivare) la gente magari saprebbe scrivere, ma non lo sa.
Lo ripeto per la centesima volta, credo.
Mi è successo di ricevere mail di persone che mi hanno conosciuto tramite questo blog. Mi scrivono e si raccontano, e magari quando si raccontano dicono (scrivono) cose che sono leggibili, non foss’altro perché sono semplici.
Poi mi dicono: Possa farti leggere un mio racconto?
Va bene, dico.
Arriva il racconto e faccio una scoperta: che le mail erano meglio. Questo perché la gente, tanta gente, pensa che quando si scrive si deve stupire con effetti speciale.
Macché: quando si scrive una storia bisogna solo saperla raccontare una storia. E non è facile, perché è un po’ come per le barzellette: stessa barzelletta, quasi le stesse parole, c’è chi ti fa ridere e chi no.
Provo a dire: le storie devono avere un orecchio e una voce.
L’orecchio: bisogna farselo, leggendo libri e leggendo la vita. Dicono che Piero Chiara ascoltasse storie nei bar di Luino, forse è vero forse no: di sicuro, se uno si mette ad ascoltare storie di vita, si fa orecchio.
Se uno, invece, le storie le impara dalla TV, dai fumetti… abbiamo dei libri del cavolo, o dei manoscritti del cavolo.
Poi, dopo l’orecchio (che vuol dire esercizio, e che presuppone anche l’occhio: e l’occhio dello scrittore dovrebbe vedere oltre, andare al di là) ci vuole Voce.
La parole che si scrivono: leggetele ad alta voce e capirete molto della vostra scrittura. O qualcosa.

Provo a rispondere, ora.
Ricorrendo a Eduardo De Filippo.
C’è un vecchio filmato negli archivi della Rai. Eduardo che insegna teatro a dei ragazzi. Arriva un giornalista, appunto, della Rai, e gli domanda: Qual è il segreto per diventare attori?
Avrebbe potuto rispondere, il grande Eduardo, così: Basta frequentare una scuola valida, io, Gassman, Strheler, e invece disse altro.
Disse, sono tanti i ragazzi che mi domandano, come faccio a diventare un attore?
Disse, e io rispondo a tutti, figlio mio, devi saperlo tu, sono le cose che hai dentro che ti fanno diventare un bravo attore.

Ecco il punto di partenza io credo sia questo: avere qualcosa dentro, non da raccontare, altrimenti è pura noia; avere qualcosa dentro che sia uno strumento per leggere e scrivere la vita degli altri.

Poi, piccolo trucco che consiglio anche agli imparati: se volete cercare di carpire qualche piccolo segreto dei grandi scrittori leggete ai due all’ora, leggete e rileggete la stessa pagina, interrogatela la pagina, magari, se avete tempo, provate a scrivere delle frasi: che poi magari vi accorgerete che tanti scrittori per raccontare usano un’arma, che è quella della semplicità.

Scusate, come al solito la fretta, Oggi insalata di riso, mentre postavo.

siamo tutti Pessoa?

appunti veloci che continuano il post precedente, che tratta tanto di e-book quanto di scrittura

già in rete sta avvenendo qualcosa di molto pericoloso: molti ci vivono.
guardate su facebook: la gente s’indigna, lotta, impreca, basta poco, un clic; all’atto pratico, la stessa gente, fa ben poco.
ma passiamo a quel che ha detto Arsenio.
Arsenio ha detto che verrà il giorno in cui tutti saranno scrittori.
arsenio ha scritto:
io spero che nel futuro tutti siano scrittori e che tutti ci si possa leggere a vicenda, cosicché le umane vicende siano super raccontate, microraccontate,
ecco, ho da fare un po’ di osservazioni su questo.
piccola premessa: se qualcuno mi dice che vuole scrivere un libro io non gli dico, mai fatto, occhio che ci vuole talento.
io penso che tutti, in un preciso momento della loro vita, possono scrivere un libro.
ci può essere la predisposizione a scrivere, soprattutto in chi è cresciuto in un ambiente favorevole (io per esempio penso d’essere nato in un ambiente favorevole: sono pronipote dei cantastorie. Da Pia de’ Tolomei al dramma di Ermanno Lavorini, ho “sentito” storie, fin da piccolo; mio padre ha fatto la terza elementare, ma quando racconta dice “noi ragazzi, al chiaro di luna, s’andava a mirar…”).
detto questo: non vado mai a sindacare perché uno possa, o meno, essere portato per la scrittura.
e quando posso leggo manoscritti.
ma quando leggo manoscritti mi ritrovo di fronte una triste realtà: una grande ignoranza.
gente che scrive e non conosce l’italiano, gente che scrive e non sa cosa sia una storia, gente che scrive e mi avverte, prima: guarda che ho uno stile nuovo, sono un innovatore.
che poi l’innovazione è sempre la stessa: periodi lunghissimi, assenza di virgole. a volte qualcuno scrive con la minuscola.
(chiaro: il futurismo è qualcosa di cui tutti han sentito parlare).
eppoi, invece, c’è gente che scrive, e bene, ma non viene pubblicata: ma siamo sicuri che per far fronte a questa grande ingiustizia occorra la follia della rete dove tutti scrivono, dove tutti dicono all’altro, cazzo come sei bravo, hai talento…?
va bene, blocchiamo questa grande ingiustizia utilizzando la rete, comprando comodi lettori, scrivendo tutti.
così le case editrici non guadagnano più.
(e che costi ha la rete?).
io comunque sono convinto che la carta resisterà.
la gente ancora va al cinema, e potrebbe non andarci, la gente va a teatro, e il teatro sembrava morto e sepolto per colpa della tv.
e anche nel teatro, si sa, vanno avanti i raccomandati, e ci son di mezzo finanziamenti, piccole compagnie, il teatro ribelle-di strada…
nella scrittura, però, non è come a teatro, nella scrittura il discorso si imputtanisce, e provo a spiegare il perché.
nessuno dirà mai che tutti possono cantare, perché il mondo si divide in stonati ed intonati e, tra gli intonati, solo pochi riescono a incantare gli altri, a farsi ascoltare.
chi è intonato, solitamente, studia canto, solitamente si esercita.
nella scrittura, invece, si è subito imparati.
non serve studiare, sudare, carcare di carpir segreti delle altrui scritture (che non significa scopiazzare Bernhard, sia chiaro).
nella scrittura, invece, si è subito scrittori.
ci – e mi ci metto anche io – applaudiamo da soli.
e via col vento.

però alla fin fine questo discorso che siamo tutti scrittori è una grande follia, peggio ancora delle logiche editoriali.
siamo tutti Pessoa?
se tolgo il punto interrogativo resta
siamo tutti Pessoa
bene
questa sì che è una bestemmia

sta di fatto che chi scrive storie degne d’essere raccontate oggi è stritolato da due meccanismi: da un lato l’editoria, sempre più sensibile ai richiami commerciali, dall’altro questa convinzione: che gli scrittori son tutti…. intonati.

ecco, ho scritto con uno stile innovativo: di fretta:

se vedete qualche briciola nel post si tratta del mio panino: oggi bresaola e parmigiano; va di lusso oggi.

un futuro senza carta

Questo articolo di Loredana Lipperini va letto, senz’altro.
Come va letto quest’altro articolo di Luca De Biase.
Gli e-book, insomma, sono il nuovo che avanza e, contro il nuovo, c’è niente da fare.
Nel pieno possesso del mie poche facoltà dico però che questo nuovo che avanza mi fa pensare a venti, trent’anni fa: e dico che sarebbe meglio tornarci, da quelle parti, potessimo.
E comunque.
Ogni mattina, quando mi sveglio, ho un alcuni rituali.
Per esempio: mentre preparo il caffè leggo gli sms, difficile che non ne abbia; dalla banca, agli amici, ai colleghi, a quelli che mi mandano un messaggio e non essendo in rubrica e non essendo il messaggio firmato mi costringono a rispondere chiedendo: Chi sei?
Poi con la tazza di caffè vado davanti al pc.
Fortuna che alla mia sinistra c’è un portafinestra che dà sul giardino: vedo anche un po’ di verde. A volte devo uscire, cacciare un merlo, altrimenti il mio gatto gli fa la festa.
L’altro rituale è, insomma, lettura della posta elettronica bevendo il caffè e fumando la prima sigaretta (sperando che nessuno mi chiami sul cellulare).
Grande invenzione la posta elettronica. La vigilia del Natale dell’anno passato l’ho trascorsa, dalle 10 del mattino fino alle 19, a inviare auguri e rispondere.
Figata.
Soprattutto quando mi sono accorto che non avevo fatto gli auguri ad alcune persone che mi stanno particolarmente a cuore, due di loro, per esempio, hanno però un grave torto: usano, per gli auguri, ancora il vecchio bigliettino.
Ma dove cazzo vivono?
Vivono, credo, dove vorrei vivere io.
Giorni fa sono andato a presentare i miei libri (che in libreria non ci son più, ma tant’è: se mi invitano io vado lo stesso) a Bianzè, centro del vercellese con 2100 abitanti.
Mesi fa, invece, sono andato in un paese alle porte di Vercelli, si chiama Villata.
Mesi prima ero andato a Sermide, dalla blogger Colfavoredellenebbie.
Cosa ho visto in questi centri, in questi piccoli paesi: che la gente cerca ancora di vedersi, magari la sera.
A Bianzè, per me, che sono uno scrittore di serie C, c’erano cinquanta persone; a Sermide, settanta; a Villata ce n’erano cinquanta e mentre presentavo La donna che parlava con i morti sentivamo della musica: c’era la banda del paese che faceva le prove in una stanza non lontana.

E appena usciti siamo andati al bar, anzi no, in uno dei due bar del paese: pieni di gente. Gente anche giovane, come quando ero ragazzo io (ed era quasi mezzanotte).
A Vercelli e nelle grandi città la sera è una desolazione: pochi bar, poca gente, un solo cinema, ché il futuro che avanza impone la chiusura delle piccole sale e ti costringe a salire in auto verso la multisala più vicina.
Chi non va alla multisala ricorre a e-mule o a un rivenditore di cassette, se ce l’ha sottocasa.
L’ho già raccontato ma lo riracconto.
In un libro di Asa Larsoon, Tempesta di fuoco, c’è un raccontino che non dimenticherò.

La protagonista del libro è ospite di un amico; in casa ci sono dei bimbi che vivono con la testa nel computer.
L’amico, sconsolato, racconta alla protagonista che questi bambini non vogliono stare all’aria aperta, a loro non interessa, nel modo più assoluto.
Tant’è che un giorno – dice l’uomo alla protagonista – li ho sbattuti fuori di casa e ho detto loro, Giocate o fate quello che volete, ma state qui, sotto il cielo e tra il verde, e il computer ve lo faccio vedere solo se piove.
L’uomo poi era rientrato in casa ma, dopo un po’, si era preoccupato: ché da fuori non veniva il classico vociare dei bimbi che giocano.
Quando sono uscito – racconta l’uomo – li ho visti in cerchio, seduti: stavano pregando affinché piovesse.

Una mia amica mi ha detto che in Inghilterra passa ancora il lattaio, a richiesta.
Alcune ragazze giovani che collaborano con il mio giornale non hanno un blog, non sono su face, e se usano la posta elettronica lo fanno perché costrette: i sistemi editoriali dei giornali oggi vanno avanti con la rete e, appunto, la posta elettronica.
Una di loro, due anni fa, mi ha scritto una lettera, su carta.
Scusa ma preferisco così, perché quando scrivo mi piace sentire il profumo della carta, ho letto.
Quando vado a Cortona o in Puglia vedo che, soprattutto nelle sere d’estate, i ragazzi si ritrovano ancora in piazza, come una volta.
Un piccolo mondo antico che tra qualche anno sparirà, del tutto?

Torno agli e-book.
Quello che scrivono la Lipperini e De Biase è più saggio di quel dico io.
Però la storia degli e-book io l’avevo già sentita, per esempio dall’editor di una casa editrice, anni fa.
Abbiamo investito trecentomila euro e fatto un buco nell’acqua, mi disse.
Bene, pensai. Avete fatto un e-buco.
Me lo disse a Torino, raduno di blogger: c’era la grande novità di Lulu…
Negli Stati Uniti, si sa, i grandi giornali stampano sempre meno copie. Ma resistono i giornali locali.
Da quello che so (dai produttori di carta e dalla tipografie) le cose vanno così anche in Italia.
Eppure sono anni che sento dire che il giornale su carta è destinato a finire.
Nel blog della Lipperini, poi, è intervenuto un libraio. Che dice: Il vero problema è che in Italia non si legge, tant’è che io chiuderò. Dovrei cercare (sono dati che ho in redazione) un sondaggio (mi pare della Fieg) dell’anno scorso. Dice che aumenta ogni anno il numero di libri comperati nei supermercati e negli autogrill (dice anche che sta aumentando la vendita on line, dice anche che il 55 per cento dei compratori di libri è donna sopra i 45 anni di età che, appunto, acquistano libri nei supermercati).
Dico la verità:  leggo sul problema carta sì, carta no, ma con distrazione.
Non dovrei: come direttore di una testata locale e come scrittore non dovrei; dovrei pensare al futuro, cercare di interpretarlo.
Per la verità il futuro mi preoccupa: che aria respireremo tra vent’anni?
Tra vent’anni, forse, sarà impensabile vedere una persone che legge un libro sulla panchina di un parco.
Sarà per la carta o per i veleni?
(Dimenticavo: a Bianzè, un gruppo di giovani donne, oltre a invitar scrittori ha deciso che una sera a settimana, almeno, la biblioteca debba restare aperta.
Finché c’è vita c’è speranza, insomma).

il grigio-triste

Tra mezz’ora parto, vado in un paese del circondario, mezz’ora di macchina, si chiama Bianzè questo paese.
Sono ospite della biblioteca in qualità di scrittore ma dal momento che Bianzé è “sotto la giurisdizione” del giornale che dirigo i pochi o tanti che verranno, verranno anche perché io dirigo, appunto il giornale locale (che – chi si loda s’imbroda ma va bene lo stesso – in queste zone vende venti volte di più di quel che vendono i vari Corriere della Sera o Repubblica).
Dovrei, credo, rivedere un mio compagna di scuola, stasera.
Son trent’anni che non lo vedo.
Lui, quando facevamo le superiori era bravo in tutto, tutti otto, sette quando non era in forma. Mai un rimprovero, bravo anche in religione e ginnastica. Silenzioso, stava all’ultimo posto.
Giocavamo a pallone insieme: io riserva, lui titolare.
Due volte la settimana andavo a prenderlo, lo caricavo in bicicletta e, la sera, andavamo ad allenarci, in periferia.
Lo caricavo volentieri, e anche se dovevo fare (anche) un cavalcavia lo facevo volentieri; un po’, mentre pedalavo in salita, pensavo, “così mi rinforzo i muscoli”, un po’ mi stava simpatico quel ragazzo alto e silenzioso, che viveva nell’ospizio.
Quando arrivavo a prenderlo, e lui, sempre puntuale si faceva trovare dabasso, vedevo i più piccoli, ragazzini di sei, sette, otto anni: in fila per due, tenendosi per mano, come carcerati facevano il giro del cortile, sotto l’occhio attento di un assistente. Tutti vestiti uguali, tristi, a testa bassa.
Quando penso al grigio-triste, ri-penso a quelle immagini.(ché la nebbia e il buio sembravano più intensi, duri).
E al sorriso del mio compagno di classe.
Dài andiamo.
Andiamo.
E si fischiava, o De André o De Gregori, poi, in due su una vecchia bicicletta con solo il freno davanti e, rigorosamente, senza luci.

la scrittura non si insegna, ma

Morì a 66 anni per enfisema polmonare; una morte forse cercata, dal momento che, ricordano i suoi biografi, fumava all’incirca 80 sigarette al giorno.
Sto leggendo Revolutionary Road, di Richard Yates, edito da Mimium Fax.
(E’ la mia lettura notturna, un’ora e mezzo almeno; durante il giorno, a spizzichi e bocconi, sto leggendo Asimov e la Yourcenar, di cui avevo letto niente, finora; e la scrittura della Yourcenar incanta).
Comunque, a proposito di Yates, alcune considerazioni veloci.
La prima. Uno dei più grandi scrittori americani, autore di quanti libri, sette, otto?, vendeva poco o niente, al massimo 12mila copie.
La seconda. Nei suoi libri Yates metteva sempre se stesso, metteva sempre la famiglia, metteva sempre il suo mal di vivere, segnato dal divorzio dei suoi genitori, e anche dalla sua vita sentimentale, precaria come la situazione delle sue tasche: divorziò pure lui, due volte.
La terza. Insegnava scrittura ma non credeva che la scrittura potesse essere insegnata.
La quarta. Citava sempre due libri, due capolavori: Madame Bovary di Flaubert, e Il Grande Gatsby, di Scott Fitzgerald. Ecco, Yates diceva che se era diventato scrittore lo doveva a Il grande Gatsby e, questa, è una grande frase, sui cui riflettere, e da accostare alla sua convinzione che la scrittura non può essere insegnata.
Ma ognuno di noi, evidentemente, ha antenne o può avere antenne: tutto parte dal proprio vissuto?

Conte non avrebbe avuto paura

Pensava, la bambina, che suo padre fosse come un cavaliere: senza macchia e senza paura.
O comunque coraggioso: come Conte, che non era né nobile né un guerriero a cavallo, era il loro cane Conte, un bracco sempre pronto ad attaccar briga ma coi cani di grossa taglia, ma mai, mai un’aggressione a quelli piccoli.
Se un cagnetto gli ringhiava, faceva finta di niente, lui.
Era un Conte per davvero, insomma, il loro Conte.
Che non era in ferie con loro, quella volta.

Appena arrivati, si erano sistemati in una pensione vicino alla grande piazza che dà sul mare; e mentre la madre tirava fuori gli indumenti dalle valigie, il padre disse alla figlia, che aveva undici anni: Vado al bar, vieni?
Lei, contenta, disse sì: le piaceva andare in giro con quel padre senza macchia e senza paura.
Il suo eroe.
Erano i giorni, quelli, in cui lui le diceva delle ingiustizie, e che bisogna ribellarsi sempre, e che i peggiori non sono nemmeno quelli che le fanno, le ingiustizie, ma quelli che non fanno niente, e tacciono.
E lei incantata lo stava ad ascoltare.

Vanno in un piccolo bar.
Il primo che trovano, il più vicino.
C’è tensione, dentro, insieme all’odore di caffè, buono.
Il padrone del piccolo bar, giovane e simpatico (lo scopriranno nei giorni successivi che è simpatico), è alle prese con un ubriaco insistente e petulante e noioso, vuole ancora da bere, canta, non vuol pagare, prende in giro il proprietario.
Arrivano due vigili, li avrà chiamati qualcuno, chissà.
Hanno il manganello e lo debbono usare: perché l’ubriaco appena li vede cerca di spintonarli fuori, inveisce, urla, insulta.
Lo sbattono per terra, lo immobilizzano.
La bambina pensa: bravi.
Poi, uno dei due vigili sferra un calcio all’ubriaco, poi un secondo calcio, poi un terzo, poi, dal momento che l’ubriaco invece di chetarsi gli sgrida Stronzo, va oltre: e comincia a dargli colpi col manganello, e uno e due e tre, e l’ubriaco adesso non grida più, non fa più lo sbruffone, ma dice Ahi, poi piange come un bambino, dice Basta, Basta, e anche l’altro vigile dice al collega Basta, e anche suo padre, vede la bambina (ed è contenta di vederlo), dice anche lui Basta e si avvicina, e la bambina pensa che adesso il suo papà salverà il povero ubriaco, non starà con le mani in mano come il proprietario del bar e il vigile numero due, e invece, invece, non fa niente nemmeno suo padre, perché il vigile infuriato gli ha puntato, per un attimo, il manganello sotto la gola, e dopo avergli detto Stai lontano riprende a battere colpi sulla schiena dell’ubriaco, manco fosse un tappeto, finché l’altro vigile si scoccia, e strattona il collega, lo porta via, e la bambina, delusa, guarda suo padre e gli dice, Torniamo in albergo, e mentre tornano lei pensa a Conte, a quando mette la coda in mezzo alle gambe perché c’è un tuono e ha paura, ma non ha paura Conte, non avrebbe avuto paura, lui.

roma per le strade (e per i bimbi del policlinico)

Nei momenti di splendore di questo blog (sempre un post al giorno, 500 o 600 visitatori quotidiani) (prima insomma dell’avvento di facebook) io avevo l’insana abitudine, ogni tanto, di segnalare altri blog, altri post, cose varie dalla rete, insomma.
(Sezione che nel vecchio blog avevo intitolato Andate a vedere, e qui, invece, Segnalazioni).
Insana perché: perché a un certo punto ho cominciato a ricevere mail, con sollecitazioni. Sempre più.
C’era sempre qualche angolo di mondo dove avveniva qualcosa, da segnale.
C’era sempre un libro di un amico da segnalare. Un post che più post non si può. Un’ingiustizia. Una firma da mettere.
Allora, sia chiaro: tante segnalazioni sono contento di averle fatte, son contento che qualcuno mi abbia chiesto di.
Ma a volte è un po’ come quando ti chiedono una moneta per strada: tu dai una moneta a uno, due, tre ma non puoi darla a tutti.
A volte sei di fretta.
Insomma, segnalo, a volte, ma segnalo sempre meno anche perché è diminuita la mia presenza in rete.
Comunque, una segnalazione, oggi mi sento proprio di doverla fare.
Un’antologia di racconti su Roma.
E’ tutto spiegato in questi due link, dal blog di Enrico Gregori.
Sul libro.
Sulle finalità.
(E un saluto, infine, a tutti gli autori che conosco e che hanno partecipato all’antologia).