sulla rampa dell’ospedale

Ho cinquantamila problemi o cose da fare, ma, per evitare lo stress, uso, quando è possibile, la tecnico del rinvio.
Quarantanovemila997cose le farò a gennaio, febbraio, marzo, nel 2011.

Però certi giorni vado di corsa, giorni intensi, questi, al giornale.
Di notte, invece, leggo e, allo stesso tempo, mi occupo e mi preoccupo di un mio manoscritto.
Diciamo che i miei casini letterari sono comunque boccate d’ossigeno, nonostante le incazzature.

Comunque.
Vado all’ospedale della mia città, qualche volta, di questi tempi, ci vado per lavoro, ma tre giorni fa ci sono andato per ritirare degli esami.
Vado, prima di uscire prendo un caffè al bar interno, esco con gli esami, accendo una sigaretta, mi dirigo verso il giornale.
Faccio una ventina di metri, la giornata è bella.
Vedo due donne. Madre e figlia, suppongo. Perché una è sui vent’anni, l’altra sui quaranta, quarantacinque. Sono ferme, si guardano. Improvvisamente la ragazza scoppia a piangere e abbraccia la madre, che non ricambia: sembra una statua. Ha il volto duro, inespressivo: vedo che fissa il niente, abbassando gli occhi. Fa più male (vedere) il suo volto che le spalle della ragazza:  che, aggrappata alla madre, sembra non poterle controllare quelle spalle, scosse da singhiozzi violenti.
Passo accanto, guardo altrove.
La bella giornata non è una bella giornata davanti a un ospedale.
Infatti.
Attraverso la strada, e mentre ancora sto pensando alle due donne (e a un uomo: piangolo il padre-marito?, mi domando) vedo altro.
Vedo una donna scendere dalla propria auto: ha parcheggiato sulle strisce, ma non gliene frega niente di averlo fatto. Ha fretta, tanta fretta: non chiude, sbatte la portiera, forte, poi, invece di chiudere, quasi corre, in direzione della rampa che porta all’ingresso dell’ospedale. Correndo, quasi sbanda.
Lei procede spedita, sulla sinistra. Le altre due donne sono a destra, dall’altra parte. Ferme. Ci sarà un momento, nella salita che porta all’ospedale, che due dolori, forti, saranno come i punti di un segmento, di disperazione.

Vado al giornale.

come “t’imparo” a raccontare storie

in un commento al post precedente, Enrico domanda

uno che voglia imparare a scrivere, a maturare il proprio stile (che credo in qualche misura sia innato), cosa deve fare? La grammatica si spera la si sia imparata a scuola (e magari all’università), leggere a più non posso aiuta a capire cosa ci piace degli altri, a “contaminarsi”, per così dire, ad ampliare il proprio vocabolario, ma per imparare a creare un intreccio? A scrivere una storia? Ci saranno degli schemi, ma se non li si rompe si rischia di scimmiottare sempre qualcuno. D’altra parte se non li si conosce è difficile romperli in modo consapevole. Ci sono dei corsi di scrittura, ma si otterrà lo stesso risultato che, per esempio,  seguendo un corso di informatica (che ti garantisce che alla fine almeno il PC lo saprai accendere)?
Ho trovato nella rete alcuni siti molto interessanti e ben fatti che aiutano a capire come revisionare un testo in modo professionale e migliorarne la scorrevolezza, ma non credo basti questo. Vorrei qualche consiglio, non solo da Remo, ma anche da lui,  perché scrivere mi piace, anche se non ho l’ambizione di diventare scrittore. Sono troppo timido per prendermi la responsabilità di presentare un mio testo!
Ciao e grazie.

Provo a rispondere ricorrendo (come faccio spesso) ad altro, premettendo che sulle scuole di scrittura non si può fare di tutta un’erba un fascio; io un corso con Pontiggia l’avrei fatto (e qualcosa si trova in rete), o con Parazzoli; diciamo che è come se l’avessi fatto, con un docente di letteratura, Mario Ricciardi (1990, facoltà di Lettere, Torino). Per anno ci spiegò il primo capitolo de I Malavoglia di Verga e mentre ci spiegava quel primo capitolo noi studenti a dire, E quando passa al secondo? C’era già tutto, de I malavoglia intendo: nel primo. Nel primo capitolo Verga già stabilisce un patto col lettore, indicandogli le strade che seguirà.
Dico solo,e poi passo alla risposta (o forse alla non risposta) che uno (dico uno, tra mille) dei grandi problemi che si affronta scrivendo si chiama dosaggio.
Quando parlo di un personaggio quante pagine gli dedico, quante cose dico su di lui, e soprattutto (e soprattutto…) quando lo dico?
Non c’è una risposta.
La risposta è: se si impara a dosare ci si fa leggere, altrimenti chi ci legge s’annoia.
A volte (scusate, la risposta deve ancora arrivare) la gente magari saprebbe scrivere, ma non lo sa.
Lo ripeto per la centesima volta, credo.
Mi è successo di ricevere mail di persone che mi hanno conosciuto tramite questo blog. Mi scrivono e si raccontano, e magari quando si raccontano dicono (scrivono) cose che sono leggibili, non foss’altro perché sono semplici.
Poi mi dicono: Possa farti leggere un mio racconto?
Va bene, dico.
Arriva il racconto e faccio una scoperta: che le mail erano meglio. Questo perché la gente, tanta gente, pensa che quando si scrive si deve stupire con effetti speciale.
Macché: quando si scrive una storia bisogna solo saperla raccontare una storia. E non è facile, perché è un po’ come per le barzellette: stessa barzelletta, quasi le stesse parole, c’è chi ti fa ridere e chi no.
Provo a dire: le storie devono avere un orecchio e una voce.
L’orecchio: bisogna farselo, leggendo libri e leggendo la vita. Dicono che Piero Chiara ascoltasse storie nei bar di Luino, forse è vero forse no: di sicuro, se uno si mette ad ascoltare storie di vita, si fa orecchio.
Se uno, invece, le storie le impara dalla TV, dai fumetti… abbiamo dei libri del cavolo, o dei manoscritti del cavolo.
Poi, dopo l’orecchio (che vuol dire esercizio, e che presuppone anche l’occhio: e l’occhio dello scrittore dovrebbe vedere oltre, andare al di là) ci vuole Voce.
La parole che si scrivono: leggetele ad alta voce e capirete molto della vostra scrittura. O qualcosa.

Provo a rispondere, ora.
Ricorrendo a Eduardo De Filippo.
C’è un vecchio filmato negli archivi della Rai. Eduardo che insegna teatro a dei ragazzi. Arriva un giornalista, appunto, della Rai, e gli domanda: Qual è il segreto per diventare attori?
Avrebbe potuto rispondere, il grande Eduardo, così: Basta frequentare una scuola valida, io, Gassman, Strheler, e invece disse altro.
Disse, sono tanti i ragazzi che mi domandano, come faccio a diventare un attore?
Disse, e io rispondo a tutti, figlio mio, devi saperlo tu, sono le cose che hai dentro che ti fanno diventare un bravo attore.

Ecco il punto di partenza io credo sia questo: avere qualcosa dentro, non da raccontare, altrimenti è pura noia; avere qualcosa dentro che sia uno strumento per leggere e scrivere la vita degli altri.

Poi, piccolo trucco che consiglio anche agli imparati: se volete cercare di carpire qualche piccolo segreto dei grandi scrittori leggete ai due all’ora, leggete e rileggete la stessa pagina, interrogatela la pagina, magari, se avete tempo, provate a scrivere delle frasi: che poi magari vi accorgerete che tanti scrittori per raccontare usano un’arma, che è quella della semplicità.

Scusate, come al solito la fretta, Oggi insalata di riso, mentre postavo.

siamo tutti Pessoa?

appunti veloci che continuano il post precedente, che tratta tanto di e-book quanto di scrittura

già in rete sta avvenendo qualcosa di molto pericoloso: molti ci vivono.
guardate su facebook: la gente s’indigna, lotta, impreca, basta poco, un clic; all’atto pratico, la stessa gente, fa ben poco.
ma passiamo a quel che ha detto Arsenio.
Arsenio ha detto che verrà il giorno in cui tutti saranno scrittori.
arsenio ha scritto:
io spero che nel futuro tutti siano scrittori e che tutti ci si possa leggere a vicenda, cosicché le umane vicende siano super raccontate, microraccontate,
ecco, ho da fare un po’ di osservazioni su questo.
piccola premessa: se qualcuno mi dice che vuole scrivere un libro io non gli dico, mai fatto, occhio che ci vuole talento.
io penso che tutti, in un preciso momento della loro vita, possono scrivere un libro.
ci può essere la predisposizione a scrivere, soprattutto in chi è cresciuto in un ambiente favorevole (io per esempio penso d’essere nato in un ambiente favorevole: sono pronipote dei cantastorie. Da Pia de’ Tolomei al dramma di Ermanno Lavorini, ho “sentito” storie, fin da piccolo; mio padre ha fatto la terza elementare, ma quando racconta dice “noi ragazzi, al chiaro di luna, s’andava a mirar…”).
detto questo: non vado mai a sindacare perché uno possa, o meno, essere portato per la scrittura.
e quando posso leggo manoscritti.
ma quando leggo manoscritti mi ritrovo di fronte una triste realtà: una grande ignoranza.
gente che scrive e non conosce l’italiano, gente che scrive e non sa cosa sia una storia, gente che scrive e mi avverte, prima: guarda che ho uno stile nuovo, sono un innovatore.
che poi l’innovazione è sempre la stessa: periodi lunghissimi, assenza di virgole. a volte qualcuno scrive con la minuscola.
(chiaro: il futurismo è qualcosa di cui tutti han sentito parlare).
eppoi, invece, c’è gente che scrive, e bene, ma non viene pubblicata: ma siamo sicuri che per far fronte a questa grande ingiustizia occorra la follia della rete dove tutti scrivono, dove tutti dicono all’altro, cazzo come sei bravo, hai talento…?
va bene, blocchiamo questa grande ingiustizia utilizzando la rete, comprando comodi lettori, scrivendo tutti.
così le case editrici non guadagnano più.
(e che costi ha la rete?).
io comunque sono convinto che la carta resisterà.
la gente ancora va al cinema, e potrebbe non andarci, la gente va a teatro, e il teatro sembrava morto e sepolto per colpa della tv.
e anche nel teatro, si sa, vanno avanti i raccomandati, e ci son di mezzo finanziamenti, piccole compagnie, il teatro ribelle-di strada…
nella scrittura, però, non è come a teatro, nella scrittura il discorso si imputtanisce, e provo a spiegare il perché.
nessuno dirà mai che tutti possono cantare, perché il mondo si divide in stonati ed intonati e, tra gli intonati, solo pochi riescono a incantare gli altri, a farsi ascoltare.
chi è intonato, solitamente, studia canto, solitamente si esercita.
nella scrittura, invece, si è subito imparati.
non serve studiare, sudare, carcare di carpir segreti delle altrui scritture (che non significa scopiazzare Bernhard, sia chiaro).
nella scrittura, invece, si è subito scrittori.
ci – e mi ci metto anche io – applaudiamo da soli.
e via col vento.

però alla fin fine questo discorso che siamo tutti scrittori è una grande follia, peggio ancora delle logiche editoriali.
siamo tutti Pessoa?
se tolgo il punto interrogativo resta
siamo tutti Pessoa
bene
questa sì che è una bestemmia

sta di fatto che chi scrive storie degne d’essere raccontate oggi è stritolato da due meccanismi: da un lato l’editoria, sempre più sensibile ai richiami commerciali, dall’altro questa convinzione: che gli scrittori son tutti…. intonati.

ecco, ho scritto con uno stile innovativo: di fretta:

se vedete qualche briciola nel post si tratta del mio panino: oggi bresaola e parmigiano; va di lusso oggi.

un futuro senza carta

Questo articolo di Loredana Lipperini va letto, senz’altro.
Come va letto quest’altro articolo di Luca De Biase.
Gli e-book, insomma, sono il nuovo che avanza e, contro il nuovo, c’è niente da fare.
Nel pieno possesso del mie poche facoltà dico però che questo nuovo che avanza mi fa pensare a venti, trent’anni fa: e dico che sarebbe meglio tornarci, da quelle parti, potessimo.
E comunque.
Ogni mattina, quando mi sveglio, ho un alcuni rituali.
Per esempio: mentre preparo il caffè leggo gli sms, difficile che non ne abbia; dalla banca, agli amici, ai colleghi, a quelli che mi mandano un messaggio e non essendo in rubrica e non essendo il messaggio firmato mi costringono a rispondere chiedendo: Chi sei?
Poi con la tazza di caffè vado davanti al pc.
Fortuna che alla mia sinistra c’è un portafinestra che dà sul giardino: vedo anche un po’ di verde. A volte devo uscire, cacciare un merlo, altrimenti il mio gatto gli fa la festa.
L’altro rituale è, insomma, lettura della posta elettronica bevendo il caffè e fumando la prima sigaretta (sperando che nessuno mi chiami sul cellulare).
Grande invenzione la posta elettronica. La vigilia del Natale dell’anno passato l’ho trascorsa, dalle 10 del mattino fino alle 19, a inviare auguri e rispondere.
Figata.
Soprattutto quando mi sono accorto che non avevo fatto gli auguri ad alcune persone che mi stanno particolarmente a cuore, due di loro, per esempio, hanno però un grave torto: usano, per gli auguri, ancora il vecchio bigliettino.
Ma dove cazzo vivono?
Vivono, credo, dove vorrei vivere io.
Giorni fa sono andato a presentare i miei libri (che in libreria non ci son più, ma tant’è: se mi invitano io vado lo stesso) a Bianzè, centro del vercellese con 2100 abitanti.
Mesi fa, invece, sono andato in un paese alle porte di Vercelli, si chiama Villata.
Mesi prima ero andato a Sermide, dalla blogger Colfavoredellenebbie.
Cosa ho visto in questi centri, in questi piccoli paesi: che la gente cerca ancora di vedersi, magari la sera.
A Bianzè, per me, che sono uno scrittore di serie C, c’erano cinquanta persone; a Sermide, settanta; a Villata ce n’erano cinquanta e mentre presentavo La donna che parlava con i morti sentivamo della musica: c’era la banda del paese che faceva le prove in una stanza non lontana.

E appena usciti siamo andati al bar, anzi no, in uno dei due bar del paese: pieni di gente. Gente anche giovane, come quando ero ragazzo io (ed era quasi mezzanotte).
A Vercelli e nelle grandi città la sera è una desolazione: pochi bar, poca gente, un solo cinema, ché il futuro che avanza impone la chiusura delle piccole sale e ti costringe a salire in auto verso la multisala più vicina.
Chi non va alla multisala ricorre a e-mule o a un rivenditore di cassette, se ce l’ha sottocasa.
L’ho già raccontato ma lo riracconto.
In un libro di Asa Larsoon, Tempesta di fuoco, c’è un raccontino che non dimenticherò.

La protagonista del libro è ospite di un amico; in casa ci sono dei bimbi che vivono con la testa nel computer.
L’amico, sconsolato, racconta alla protagonista che questi bambini non vogliono stare all’aria aperta, a loro non interessa, nel modo più assoluto.
Tant’è che un giorno – dice l’uomo alla protagonista – li ho sbattuti fuori di casa e ho detto loro, Giocate o fate quello che volete, ma state qui, sotto il cielo e tra il verde, e il computer ve lo faccio vedere solo se piove.
L’uomo poi era rientrato in casa ma, dopo un po’, si era preoccupato: ché da fuori non veniva il classico vociare dei bimbi che giocano.
Quando sono uscito – racconta l’uomo – li ho visti in cerchio, seduti: stavano pregando affinché piovesse.

Una mia amica mi ha detto che in Inghilterra passa ancora il lattaio, a richiesta.
Alcune ragazze giovani che collaborano con il mio giornale non hanno un blog, non sono su face, e se usano la posta elettronica lo fanno perché costrette: i sistemi editoriali dei giornali oggi vanno avanti con la rete e, appunto, la posta elettronica.
Una di loro, due anni fa, mi ha scritto una lettera, su carta.
Scusa ma preferisco così, perché quando scrivo mi piace sentire il profumo della carta, ho letto.
Quando vado a Cortona o in Puglia vedo che, soprattutto nelle sere d’estate, i ragazzi si ritrovano ancora in piazza, come una volta.
Un piccolo mondo antico che tra qualche anno sparirà, del tutto?

Torno agli e-book.
Quello che scrivono la Lipperini e De Biase è più saggio di quel dico io.
Però la storia degli e-book io l’avevo già sentita, per esempio dall’editor di una casa editrice, anni fa.
Abbiamo investito trecentomila euro e fatto un buco nell’acqua, mi disse.
Bene, pensai. Avete fatto un e-buco.
Me lo disse a Torino, raduno di blogger: c’era la grande novità di Lulu…
Negli Stati Uniti, si sa, i grandi giornali stampano sempre meno copie. Ma resistono i giornali locali.
Da quello che so (dai produttori di carta e dalla tipografie) le cose vanno così anche in Italia.
Eppure sono anni che sento dire che il giornale su carta è destinato a finire.
Nel blog della Lipperini, poi, è intervenuto un libraio. Che dice: Il vero problema è che in Italia non si legge, tant’è che io chiuderò. Dovrei cercare (sono dati che ho in redazione) un sondaggio (mi pare della Fieg) dell’anno scorso. Dice che aumenta ogni anno il numero di libri comperati nei supermercati e negli autogrill (dice anche che sta aumentando la vendita on line, dice anche che il 55 per cento dei compratori di libri è donna sopra i 45 anni di età che, appunto, acquistano libri nei supermercati).
Dico la verità:  leggo sul problema carta sì, carta no, ma con distrazione.
Non dovrei: come direttore di una testata locale e come scrittore non dovrei; dovrei pensare al futuro, cercare di interpretarlo.
Per la verità il futuro mi preoccupa: che aria respireremo tra vent’anni?
Tra vent’anni, forse, sarà impensabile vedere una persone che legge un libro sulla panchina di un parco.
Sarà per la carta o per i veleni?
(Dimenticavo: a Bianzè, un gruppo di giovani donne, oltre a invitar scrittori ha deciso che una sera a settimana, almeno, la biblioteca debba restare aperta.
Finché c’è vita c’è speranza, insomma).

il grigio-triste

Tra mezz’ora parto, vado in un paese del circondario, mezz’ora di macchina, si chiama Bianzè questo paese.
Sono ospite della biblioteca in qualità di scrittore ma dal momento che Bianzé è “sotto la giurisdizione” del giornale che dirigo i pochi o tanti che verranno, verranno anche perché io dirigo, appunto il giornale locale (che – chi si loda s’imbroda ma va bene lo stesso – in queste zone vende venti volte di più di quel che vendono i vari Corriere della Sera o Repubblica).
Dovrei, credo, rivedere un mio compagna di scuola, stasera.
Son trent’anni che non lo vedo.
Lui, quando facevamo le superiori era bravo in tutto, tutti otto, sette quando non era in forma. Mai un rimprovero, bravo anche in religione e ginnastica. Silenzioso, stava all’ultimo posto.
Giocavamo a pallone insieme: io riserva, lui titolare.
Due volte la settimana andavo a prenderlo, lo caricavo in bicicletta e, la sera, andavamo ad allenarci, in periferia.
Lo caricavo volentieri, e anche se dovevo fare (anche) un cavalcavia lo facevo volentieri; un po’, mentre pedalavo in salita, pensavo, “così mi rinforzo i muscoli”, un po’ mi stava simpatico quel ragazzo alto e silenzioso, che viveva nell’ospizio.
Quando arrivavo a prenderlo, e lui, sempre puntuale si faceva trovare dabasso, vedevo i più piccoli, ragazzini di sei, sette, otto anni: in fila per due, tenendosi per mano, come carcerati facevano il giro del cortile, sotto l’occhio attento di un assistente. Tutti vestiti uguali, tristi, a testa bassa.
Quando penso al grigio-triste, ri-penso a quelle immagini.(ché la nebbia e il buio sembravano più intensi, duri).
E al sorriso del mio compagno di classe.
Dài andiamo.
Andiamo.
E si fischiava, o De André o De Gregori, poi, in due su una vecchia bicicletta con solo il freno davanti e, rigorosamente, senza luci.

la scrittura non si insegna, ma

Morì a 66 anni per enfisema polmonare; una morte forse cercata, dal momento che, ricordano i suoi biografi, fumava all’incirca 80 sigarette al giorno.
Sto leggendo Revolutionary Road, di Richard Yates, edito da Mimium Fax.
(E’ la mia lettura notturna, un’ora e mezzo almeno; durante il giorno, a spizzichi e bocconi, sto leggendo Asimov e la Yourcenar, di cui avevo letto niente, finora; e la scrittura della Yourcenar incanta).
Comunque, a proposito di Yates, alcune considerazioni veloci.
La prima. Uno dei più grandi scrittori americani, autore di quanti libri, sette, otto?, vendeva poco o niente, al massimo 12mila copie.
La seconda. Nei suoi libri Yates metteva sempre se stesso, metteva sempre la famiglia, metteva sempre il suo mal di vivere, segnato dal divorzio dei suoi genitori, e anche dalla sua vita sentimentale, precaria come la situazione delle sue tasche: divorziò pure lui, due volte.
La terza. Insegnava scrittura ma non credeva che la scrittura potesse essere insegnata.
La quarta. Citava sempre due libri, due capolavori: Madame Bovary di Flaubert, e Il Grande Gatsby, di Scott Fitzgerald. Ecco, Yates diceva che se era diventato scrittore lo doveva a Il grande Gatsby e, questa, è una grande frase, sui cui riflettere, e da accostare alla sua convinzione che la scrittura non può essere insegnata.
Ma ognuno di noi, evidentemente, ha antenne o può avere antenne: tutto parte dal proprio vissuto?

Conte non avrebbe avuto paura

Pensava, la bambina, che suo padre fosse come un cavaliere: senza macchia e senza paura.
O comunque coraggioso: come Conte, che non era né nobile né un guerriero a cavallo, era il loro cane Conte, un bracco sempre pronto ad attaccar briga ma coi cani di grossa taglia, ma mai, mai un’aggressione a quelli piccoli.
Se un cagnetto gli ringhiava, faceva finta di niente, lui.
Era un Conte per davvero, insomma, il loro Conte.
Che non era in ferie con loro, quella volta.

Appena arrivati, si erano sistemati in una pensione vicino alla grande piazza che dà sul mare; e mentre la madre tirava fuori gli indumenti dalle valigie, il padre disse alla figlia, che aveva undici anni: Vado al bar, vieni?
Lei, contenta, disse sì: le piaceva andare in giro con quel padre senza macchia e senza paura.
Il suo eroe.
Erano i giorni, quelli, in cui lui le diceva delle ingiustizie, e che bisogna ribellarsi sempre, e che i peggiori non sono nemmeno quelli che le fanno, le ingiustizie, ma quelli che non fanno niente, e tacciono.
E lei incantata lo stava ad ascoltare.

Vanno in un piccolo bar.
Il primo che trovano, il più vicino.
C’è tensione, dentro, insieme all’odore di caffè, buono.
Il padrone del piccolo bar, giovane e simpatico (lo scopriranno nei giorni successivi che è simpatico), è alle prese con un ubriaco insistente e petulante e noioso, vuole ancora da bere, canta, non vuol pagare, prende in giro il proprietario.
Arrivano due vigili, li avrà chiamati qualcuno, chissà.
Hanno il manganello e lo debbono usare: perché l’ubriaco appena li vede cerca di spintonarli fuori, inveisce, urla, insulta.
Lo sbattono per terra, lo immobilizzano.
La bambina pensa: bravi.
Poi, uno dei due vigili sferra un calcio all’ubriaco, poi un secondo calcio, poi un terzo, poi, dal momento che l’ubriaco invece di chetarsi gli sgrida Stronzo, va oltre: e comincia a dargli colpi col manganello, e uno e due e tre, e l’ubriaco adesso non grida più, non fa più lo sbruffone, ma dice Ahi, poi piange come un bambino, dice Basta, Basta, e anche l’altro vigile dice al collega Basta, e anche suo padre, vede la bambina (ed è contenta di vederlo), dice anche lui Basta e si avvicina, e la bambina pensa che adesso il suo papà salverà il povero ubriaco, non starà con le mani in mano come il proprietario del bar e il vigile numero due, e invece, invece, non fa niente nemmeno suo padre, perché il vigile infuriato gli ha puntato, per un attimo, il manganello sotto la gola, e dopo avergli detto Stai lontano riprende a battere colpi sulla schiena dell’ubriaco, manco fosse un tappeto, finché l’altro vigile si scoccia, e strattona il collega, lo porta via, e la bambina, delusa, guarda suo padre e gli dice, Torniamo in albergo, e mentre tornano lei pensa a Conte, a quando mette la coda in mezzo alle gambe perché c’è un tuono e ha paura, ma non ha paura Conte, non avrebbe avuto paura, lui.

roma per le strade (e per i bimbi del policlinico)

Nei momenti di splendore di questo blog (sempre un post al giorno, 500 o 600 visitatori quotidiani) (prima insomma dell’avvento di facebook) io avevo l’insana abitudine, ogni tanto, di segnalare altri blog, altri post, cose varie dalla rete, insomma.
(Sezione che nel vecchio blog avevo intitolato Andate a vedere, e qui, invece, Segnalazioni).
Insana perché: perché a un certo punto ho cominciato a ricevere mail, con sollecitazioni. Sempre più.
C’era sempre qualche angolo di mondo dove avveniva qualcosa, da segnale.
C’era sempre un libro di un amico da segnalare. Un post che più post non si può. Un’ingiustizia. Una firma da mettere.
Allora, sia chiaro: tante segnalazioni sono contento di averle fatte, son contento che qualcuno mi abbia chiesto di.
Ma a volte è un po’ come quando ti chiedono una moneta per strada: tu dai una moneta a uno, due, tre ma non puoi darla a tutti.
A volte sei di fretta.
Insomma, segnalo, a volte, ma segnalo sempre meno anche perché è diminuita la mia presenza in rete.
Comunque, una segnalazione, oggi mi sento proprio di doverla fare.
Un’antologia di racconti su Roma.
E’ tutto spiegato in questi due link, dal blog di Enrico Gregori.
Sul libro.
Sulle finalità.
(E un saluto, infine, a tutti gli autori che conosco e che hanno partecipato all’antologia).

l’uomo del latte

Entra, saluta tutti, sorride in modo strano.
Sorride come sorride chi ha da fare tante cose, ma con serenità.
Dice: Una bottiglia di latte fresco, grazie.
Gli rispondono: Non ce n’è, non si vende più il latte fresco in bottiglia.
Lui cambia espressione e, sulla fronte, si formano mille rughe di dispiacere.
Ma dura un attimo.
Va bene, dice, di nuovo con quel suo sorriso strano, e poi aggiunge: Ora vado in Comune, devo registrare la morte di mia moglie, ho un po’ di fretta scusate.
Arrivederci, gli dicono.
Sanno che tornerà domani, a cercare il latte fresco.
Da anni lui è così: con quel suo sorriso strano, di chi ha tante cose da fare, ma con serenità.

io per esempio odio il mercoledì

certi anni son bisestili anche se non lo sono, e certi giorni è come se ci fosse il morto anche se non è morto nessuno.
o forse, forse, è solo che manca troppo, ancora, a febbraio, ché febbraio, anche se piove, è un mese in collina: s’intravvedono colori, e anche un po’ di mare.
febbraio, poi, è come il venerdì e il venerdì, da quando han pensionato la donzelletta che vien dalla campagna in sul calar del sole, è un gran giorno, un signor giorno: io per esempio odio il mercoledì.
è il giorno più democristiano della settimana, va d’accordo con tutti e con tutti inciucia, il mercoledì.
ai fedeli, poi, il mercoledì raccomanda una scopata (col permesso del signor ogino knaus) ché in tele non c’è niente.
la domenica, invece, sa di campane e noia, si sa.
e comunque: forse, certi anni bisestili (almeno lo sai) son meglio di quelli che vengono dopo e, firmando autografi, si credono chissà chi.
uno dovrebbe far finta di niente, magari mettersi a dieta, ma è dura in questi tempi di crisi.
si sa mica cosa pensare, di questi tempi.
com’era verde la mia valle, com’era verde l’eskimo perché a vent’anni si è stupidi davvero, come eravamo.
chissenfrega, dopotutto, dico.
e no, no: eravamo.
zampe di elefante, un giornale sotto il braccio e due sogni in offerta speciale, cazzo.
eravamo… quattro amici al bar?
sì, eravamo, magari non come barbara e red, ma eravamo.
boh.
e vaffanculo agli anni travestiti da normali ma bisestili nell’animaccia: portano sfiga a tradimento.
peggio di bruto, giuda e dei mercoledì. ecco

la scrivania con due OT

quello che vedo, ora.
il portatile domina la scrivania, non foss’altro per un plico di carta che gli ho sistemato sotto, così evito di ingobbirmi e urlare poi per il mal di schiena, oltre il portatile un casino indescrivibile: cd senza custodia, custodie senza cd, custodie con cd, sigar, un pacchetto di esportazioni senza filtro che comperai nel 2003 quando scrissi Lo scommettitore (le fumava, lui), una boccetta di vetro con pastiglie di Depakin, che è un farmaco antiepilettico, ne soffriva di una leggera forma mio fratello, ne ho sofferto di una leggera forma io e, quella scatola, che presi tra le sue cose quando mio fratello morì, la porto con me, per metterci i farmaci intendo, quando vado via, e poi e poi: agende varie dove ho preso appunti che non ho riletto da anni e che non m’interessa di rileggere.
Poi: un modem Tiscali nuovo nuovo che non sono riuscito a far partire (la chiavetta Telecom va bene, quindi).
Altre cose che intravvedo: una vecchia macchina fotografica, acquistata nel 1980, forse è ora che ne prenda una digitale, o forse no: non mi piace fotografare, non mi piace essere fotografato.
OT
Però vorrei tanto avere una foto che fu scattata e che rifiutai, dissi, No grazie: 26 giugno del 1991, Torino, discuto la tesi di laurea. Con me ci sono mia sorella Silvia e mia figlia Sonia. Penso di essere elegante: pantaloni grigi ben stirati, camicia a strisce. Il mio docente (Narciso Nada, storia contemporanea) appena mi vede mi dice: Anche oggi doveva venire vestito come un sessantottino?
Ecco, rimpiango di non avere una foto con Nada, mia figlia, mia sorella e quel mio essere elegante ma che sembrava un elegante sessantottino (Io a Nada avrei voluto dire che comunque l’eskimo d’ordinanza ce l’avevo avuto sì, ma blu, perché tutti ce l’avevano verde e a me non andava di vestirmi come tutti).
Comunque: presi 110, bontà della commissione. Fine dell’OT, proseguo con la scrivania e quel che c’è, davanti ai miei occhi.

Poi c’è la parete, piena di foto ricordo, piena per modo di dire: sei quadretti con vecchie foto più una riproduzione di un quadro di Gino Severino (La maternità), più un pierrot, acquistato a Venezia nell’estate del 1990.
Sopra i quadri una mensola.
Parto da sinistra.
Una stecca di gitanes senza filtro e due pacchetti di sigari, sistemati sotto; davanti alla stecca la riproduzione della statua che, dopo il Perseo di Cellini, amo di più: L’ombra della notte.
Procedendo. Una foto mia con mia moglie Francesca, quindi una pila di libri, che sono:
Continente Nero, di Augusto Franzoj; Un ribelle nel continente nero, Augusto Franzoj; Un viaggiatore in braghe di tela,  Felice Pozzo; Autobiografia di una rivoluzionaria, Angela Davis; Prose scelte, di Giuseppe Giiusti; Poesia, di Antonia Pozzi…

Basta, mi fermo, mi fermo e mi soffermo su Autobiografia di una rivoluzionaria, di Angela Davis.
OT, numero due.
Estate del 1982, sono a Follonica con la mia prima moglie, mia figlia che è piccola, mia cognata e mio cognato e loro figlio.
Leggo un libro al giorno, quasi con rabbia: perché so che quando ricomincerò a lavorare in fabbrica ne leggerò uno al mese, se andrà bene.
Ho ventisei anni, ormai l’idea di iscrivermi in università è non dico accantonata ma quasi; ogni tanto ci penso, volevo lavorare e studiare, ma poi tra sindacato, una figlia piccola e otto ore di lavoro il tempo dove lo trovo?, penso.
Mentre gli altri vanno in spiaggia io leggo, all’ombra della pineta di Follonica, Angela Davis.
Non voglio parlare, ora, né di lei né del libro.
Ma voglio spiegare perché è lì, tra i libri nella mensola, a portata di mano, o meglio, a portata di ricordo.

Mentre leggo mi domando: allora, se è vera questa storia è vero che Angela Davis riusciva a studiare benché braccata dalla polizia, benché impegnata a fare mille cose.

Torno alla mensola, ci sono altri libri, altri oggetti.
No, mi fermo.
Va bene così, forse.

scrivere a tempo pieno?

Spesso dico che vorrei lasciare la professione di giornalista e mettermi a fare lo scrittore a tempo pieno.
Dico questo perché son reduce dalla lettura di alcune discussioni in rete, appunto, sul ruolo dello scrittore.
Prima di dire cosa mi piacerebbe fare, appunto per essere uno scrittore a tempo pieno, ecco alcune considerazioni, così da chiarire meglio cosa penso.
Io penso che l’editoria sforna ciò che è commerciale, in primo luogo. Da sempre. Oggi più di ieri. E quindi io parto da un sospetto, questo: chi arriva alla pubblicazione è funzionale anche all’anima commerciale dell’editoria e quindi chi non arriva alla pubblicazione perché non funzionale chi mi dice che non sia più bravo di me, Giordano, Saviano, Scarpa e migliaia d’altri che oggi sgomitano attendendo di venire pubblicati, osannati, premiati?
E’ per questo motivo che io vorrei fare lo scrittore a tempo pieno e certe volte mi definisco scrittore ma tante volte mi trovo a disagio nel pensarmi o definirmi scrittore.
E comunque.
Io scrittore lo vorrei fare, dicevo prima, ma a tempo pieno. Vorrei insomma avere del tempo, tempo per:
salire su un treno, andare in un bar di periferia, leggere vecchi giornali, studiare, andare a fare la spesa, andare a un concerto, andare a una gita organizzata che costa venti euro, andare in un tribunale, andare nelle sale d’aspetto, parlare con qualcuno con cui vorrei parlare, che mi racconti, o, per converso, camminare e basta, senza dover parlare con nessuno.
Sono alcuni esempi, potrei continuare.
Però non posso, ora come ora.
Anche se uno dei miei libri ha venduto molto bene (La donna che parlava con i morti) con la scrittura non ci caverei 1200 euro al mese per campare, e così continuo a fare un lavoro che certi giorni mi piace e certi giorni no e che continua a elargimi doni: il giornale (locale) che dirigo vende (nonostante la crisi), il mio giornale è combattivo (alla faccia diquerele e attacchi), i lettori mi sono affezionati – non tutti, chiaro-, i miei giornalisti lavorano con passione.
Ma, ora come ora, non ho nulla, ma nulla nulla, da raccontare.
Certo, posso pensare e sperare di fregiarmi del patentino di scrittore.
Forse La donna che che parlava con i morti avrà un’altra ristampa, magari in economica.
Presto (o tardi) dovrebbe uscire Bastardo posto.
Ho un nuovo libro (o Di bestemmie e folli amori o Vicolo del precipizio, uno dei due titoli va bene) in lettura da alcuni editori, grandi e piccoli (uno piccolo mi ha già risposto che non rientra, eccetera).
Ho la speranza che qualcuno (forse all’estero) mi ristampi Il quaderno delle voci rubate (magari con il titolo Il bar delle voci rubate).
Ma se anche tutto questo dovesse accadere entro i prossimi sei mesi io non mi sentirei più scrittore di oggi o di ieri l’altro.
Magari va a rotoli tutto, chissà.
Comunque.
Ho le batterie scariche, insomma, da ricaricare.
(Poi magari, dovessi ricaricarle, le pile, magari continuo a fare il giornalista, magari il giornalista e non il direttore; anche facendo cronaca si “legge” il mondo; solo che oggi, sempre più, i giornalisti leggono dispacci di agenzia e alzano poco il culo).

Dell’essere definito o meno degli altri scrittore poco mi importa. Quando lavoravo e studiavo in fabbrica ero quello che studiava e in università quello che lavorava in fabbrica. Quando torno al mio paese, Cortona, sono un piemontese, qui in Piemonte sono Toscano, sembra. Così è se vi pare (insomma).

Poi. Ho un grande rimpianto. I ricordi della fabbrica: son troppo sbiaditi. Vorrei, mi piacerebbe, sulla fabbrica. Avessi tempo lo farei: ascoltando però i raccondi dei vecchi operai. La fabbrica negli anni Sessanta, quella con le guardie che controllavano e con il licenziamento facile. E i morti sul lavoro, e il malsano, che erano soldi dati agli operai che lavorano con sostanze cancerogene, e dei reparti dei cornuti: quei reparti – di lavorazione chimica – dove agli operai si “rinsecchivano i coglioni”, mi racconta mio padre, e quindi, pur di lavorare per campare, rinunciavano al sesso.