falsi profili su facebook

(Tratto da Ilsole24ore; penso possa interessare…)

Creare falsi profili sui social network può costare caro. Il reato di sostituzione di persona è punito con la reclusione fino ad un anno ed è procedibile d’ufficio. Ma non finisce qui. Se l’autore va oltre, pubblicando frasi offensive che possono ledere la reputazione di chi è clonato, può configurarsi anche il reato di diffamazione aggravata. Alla responsabilità penale, poi, si aggiunge quella civile. Il danno all’immagine nei confronti di un personaggio dello spettacolo può raggiungere cifre considerevoli da valutarsi in relazione ai singoli episodi. Sfuggire alle conseguenze di una «goliardata» nata per gioco non è così semplice. Chi si iscrive a facebook, anche se non rende pubblici i propri dati, lascia una traccia di sé. Come un indirizzo mail da cui possono partire le indagini della polizia postale. Se l’autore non ha usato strumenti di anonimato, risalire alla sua identità può essere agevole. Se, invece, l’autore utilizza server collocati all’estero, in cui sono assenti validi accordi o prassi di cooperazione, l’identificazione può essere molto difficile. Ma, in genere, a utilizzare falsi profili di personaggi famosi sui social network sono navigatori non così esperti o pericolosi. Lasciano spesso tracce nel web, facilmente individuabili dalla polizia postale. (ilsole24ore)

mi nasconda la notte (Sandro Penna)

Mi nasconda la notte e il dolce vento.
Da casa mia cacciato e a te venuto
mio romantico antico fiume lento.

Guardo il cielo e le nuvole e le luci
degli uomini laggiù così lontani
sempre da me. Ed io non so chi voglio
amare ormai se non il mio dolore.

La luna si nasconde e poi riappare
– lenta vicenda inutilmente mossa
sovra il mio capo stanco di guardare.

Sandro Penna

scrivere cose stupide

Nella “pancia” di questo blog, dentro insomma, c’è scritto che in poco più di un anno e mezzo di vita sono stati pubblicati 506 post (con 8194 commenti).
Potevano essere 600 e più i post: sempre nella “pancia” di questo blog ci sono più di cento articoli: interrotti; oppure: da rileggere; oppure: non pubblicati.
Succede questo: scrivo e poi mi sento una voce che mi dice: quello che hai scritto è stupido, taci che è meglio.

Certi giorni avrei voglia di scrivere di e di.
Poi dico no, meglio scrivere di lacrime, di problemi seri e veri, mettiti a urlare Remo, mi dico.
Certi (tanti) giorni mi sembra stupido anche urlare.

Il blog, già.
Poi ci sono i miei libri.
Uno che deve uscire non so quando (e che ritengo il mio miglior libro) per la Newton Compton,
Uno che invece è in lettura presso alcuni editori, grandi o piccini.
Poi ho un’altra cosa che bolle in pentola, ma dico niente per scaramanzia.
Cosa mi ha spinto ha scrivere sei romanzi, quattro pubblicati (Quaderno delle voci rubate; Dicono di Clelia; Lo scommettitore; La donna che parlava con i morti), uno che deve uscire (Bastardo posto) e uno in lettura (due possibili titoli: o Di bestemmie e folli amori, oppure Vicolo del precipizio)?
La stessa cosa che mi ha spinto, soprattutto nel precedente blog, a scrivere: avevo storie, soprattutto di altri. Spesso rielaborate, perlopiù rielaborate (più nei libri che nel blog che il blog, a volte, tende a essere diario).

La mia vita, da quattro anni, scorre dietro due scrivanie: quella del  giornale e poi di notte quella del mio piccolo studio.
E se guardo il mio passato provo un po’ di rabbia: perché il passato è fatto di nebbia che s’infittisce sempre più, se non si aguzza la vista, e io, spesso, non l’ho aguzzata.
Mi mancano i giorni della fabbrica, mi mancano i giorni passati in un bar senza clienti così potevo leggere e scrivere, mi mancano le notti da portiere di notte, mi manca la vita vera da raccontare e maledico, oh sì quante volte li maledico, il blog, la rete, la posta elettronica.
Stavolta posto, ma in fretta: non vorrei sentire una voce che mi sconsiglia di farlo. E mi dice che è molto cretino quello che.
(E nessuna verifica ortografica: se ci sono errori, ci sono errori).

il tempo è

Anni fa, nel portafoglio, avevo sempre una lametta da barba (di quelle che non si usano quasi più, da inserire nel rasoio). Era ben nascosta, dentro la patente. Mi serviva ogni tanto, per tagliare in due i sigari toscani. Andava tanto bene la lametta, perché mai avrei dovuto spendere 5, 6mila lire per un bel tagliasigari?
Meglio, pensavo allora, spendere gli stessi soldi per andare al cinema, comprare un libro, andare in pizzeria.
Ho tre tagliasigari, oggi. Uno, il più bello, me l’hanno regalato i miei colleghi, gli altri due, dal costo di 3 e 4 euro, invece li ho comperati. Posso permettermi, oggi (dieci anni fa no, ma oggi sì) di spendere 3 o 4 o 20 euro senza pensare che, così facendo, sto rinunciando a un libro, un cinema, una pizza.
Però succede questo succede.
Ho tre tagliasigari, certo, così uno potrei tenerlo sempre nello zainetto che porto appresso, l’altro potrei tenerlo al giornale, l’altro a casa, sopra la scrivania, a disposizione per le mie notti insonni (o meglio, dagli orari strani).
E invece succede che me ne ritrovo o tre in redazione o tre sulla scrivania, perché tanto, mi dico (stupidamente) quando ne uso uno, ne ho tre quindi.
Certo, sono disordinato, sono servite a niente le sgridate che mi dava mia madre perché perdevo sempre ombrelli biro quaderni e quant’altro, e questo incide, certo che sì.

Ogni tanto, anzi no: spesso, qualcuno mi chiede dove io trovi il tempo per scrivere.
Allora, è un po’ come per i tagliasigari, credo.
Quando a ventisei anni mi iscrissi all’università quando ce l’avevo il tempo per studiare? Allora, 8 ore di fabbrica più pullman per andare e pullman per tornare dalla fabbrica, più doccia, in tutto fa dieci ore. Dalle 13 del pomeriggio (facevo il turno fisso, 14-22) alle 23.
Poi c’era, appunto, l’università.
Sveglia alle 6 e 30 del mattino, colazione, poi via in bicicletta o a piedi (d’inverno) alla stazione, poi treno (45 minuti, 50) da Vercelli a Torino, poi autobus (linea 55 o 56, me ricorderò sempre, oppure il tram, il 18) dalla stazione di Porta Susa a Palazzo Nuovo, quindi due ore di lezione (Geografia storica e Storia romana il lunedì, martedì, mercoledì; Psicologia dinamica e Letteratura italiana il giovedì, venerdì, sabato), quindi ancora pullman da Palazzo Nuovo a Porta Susa dove, alle 11 e 50, mi attendeva il treno che mi avrebbe portato verso casa.
Non persi un giorno di lavoro (solo i tre, previsti dal contratto, prima di dare un esame), non persi una lezione.
Allora, quand’è che studiavo. Ogni volta che avevo dieci, venti muniti di tempo, un’ora. Un’ora o due di notte, dieci minuti aspettando il treno, dieci minuti in fabbrica, di nascosto, in bagno, il sabato pomeriggio, e soprattutto: lavorando ripassavo, ripensavo a Giovanni Pascoli, Nerone, Melania Klein.
E non ero stanco, anzi,
E mi sentivo stimolato.
Un tizio, che conoscevo, e che stava per laurearsi i sociologia, un giorno mi disse: Non ce la farai mai.
Diedi il primo esame, e presi 28 (letteratura). Diedi il secondo (e presi 30). Appena lo vidi gli dissi, Ho preso 28 e 30, un gioco da ragazzi (mica vero).
Comunque: dopo un anno di fabbrica e lavoro avevo sostenuto 4 esami: 28. 30, 30 e 29.
Pensai: se avessi più tempo spaccherei il mondo. Do esami a ripetizione e prendo tutti 30.
Chiesi sei mesi di aspettativa, e la fabbrica (anche perché ero un sindacalista rompicoglioni) me li concedette.
Bene, in quei sei mesi combinai un tubo. Diedi un solo esame, presi un voto nemmeno tanto alto (26), un paio di volte mi addormentai sul treno (svegliandomi alla stazione successiva, o Novara a Orino Porta Nuova)  e comunque: non riuscivo a capire come mai… fosse più funzionale avere una sola lametta che tre tagliasigari.

Potete ridere, ora, se volete, ma quando si lotta contro il tempo ci si ingegna per fregarlo, il tempo.
Allora, rivedo la scena.
Sono in bagno. Mentre mi asciugo la testa con il phon, e per farlo adopero la mano sinistra, posso infilare i piedi nel bidet, e lavarli con la destra.
Due minuti oggi, tre domani, tutto fa.
E questo magari fa un po’ ridere.
Cosa mangiavo, allora, quando avevo fretta, invece, è qualcosa che mi è rimasto, oggi.
Mozzarelle, cappuccini, focaccia, frutta.
Poi.
Vivevo un po’ fuori dal mondo, niente televisione, film, passeggiate la domenica. A volte portavo mia figlia ai giardini, era una bimba buonissima. Potevo studiare, comondamente seduto in una panchina, ché lei alternava un po’ di altalena con la ricerca di fiorellini sul prato.

Diciamo, insomma, che fu un buon allenamento e che oggi, anche se lavoro 12, 14 ore al giorno, sono comunque allenato a trovarlo, il tempo.

post scritto in tredici minuti (me n’ero dati dieci)
Dimenticavo.
Anche nei giorni peggiori, con novalgina, marlboro e quintalate di caffè, mi concedevo, sempre, almeno mezz’ora di pausa notturna.
Fare un giro, andare a bere una birra, leggere quel che volevo io, ascoltare un po’ di musica: godendomela, quella mezz’ora.
Come i carcerati, che si godono, ma per davvero, la loro ora d’aria. Noi, spesso, non ne siam capaci.

a proposito di ripetizioni

In poche righe (meno di una pagina o, se preferite, un po’ più di mezzapagina di un tascabile Einaudi) ci imbattiamo sette volte nella parola cani, una volta nella parola cane, una volta nella parola canile.
Ripetizioni insomma, che potevano essere evitate.
In questo caso, però, sono ripetizioni d’autore, del grande Sciascia (e il libro di cui vo parlando è A ciascuno il suo).
Allora, m’è successo più di una volta, durante gli editing che faccio io, alla buona quindi, caserecci, per gli amici, di dire: Fregatene, certe ripetizioni rendono comunque la lettura fluida, inutile andare a cercare sinonimi come
gentil sesso, così da evitare di scrivere due volte donna nella stessa frase, o, appunto, l’amico dell’uomo, per evitare di scrivere due volte cane nella stessa frase.
Certo che sì: ci sono ripetizioni che stanno male, evitabili, suonano male (e se suonano male lo si capisce rileggendo, ad alta voce).
Lo stesso Borges (e mi spiace aver perso la citazione) diceva che, rileggendo e correggendo,  se era necessario sostitutiva il pronome con una ripetizione.
Sciascia, qui, fa la stessa cosa.

Questo ritorno dei cani portò il paese intero, per giorni e giorni (e così sarà ogni volta che si parlerà della qualità dei cani), a sollevare riserve sull’ordine della creazione: poiché non è del tutto giusto che al cane manchi la parola. Senza tener conto, a discarico del creatore, che se anche la parola avessero avuto, i cani in quella circostanza…

Non ci sono regole, anzi le regole, spesso, portano a scrivere dei temini.
In certe scritture, poi, penso a Bernhard, penso a Marias, l’uso delle ripetizioni è un’arte, difficile da emulare.
Ma non ho scritto quello che ho scritto per insegnare qualcosa: l’ho fatto per accogliere obiezioni, pareri.
Che poi dico la verità: la prima volta, quando lessi pagina 17 di A ciascuno il suo, mi dissi, Qui a Sciascia son sfuggite delle ripetizioni.
Lo dissi e lo scrissi: in un bigliettino, riemerso, in questi giorni.
La prima prima volta mi capitò con un libro di Lalla Romano, che avevo conosciuto. Io, allora (vent’anni fa?), pensavo che il mio sogno di scrivere sarebbe rimasto un sogno, e basta. Leggendo un suo libro mi imbattei in una ripetizione, stesso termine usato nella stessa frase (ora non rammento quale).
Pensai: le è scappato.
Tanto con Lalla Romano quanto con pagina 17 di A ciascuno il suo, col tempo, con gli anni, ho cambiato idea.

anarchici?

Ieri ho sentito (dico ieri perché ci ho pensato, a quel che vado dicendo, ma è cosa, questa di cui vado parlando ora, che sento spesso e sempre più) gente definirsi “anarchica”.
Chi non va d’accordo con gli altri, per esempio, si definisce anarchico.
A parte l’impegno sociale, l’anarchico è soprattutto un ribelle.
E questo usare e abusare del termine anarchico mi lascia piuttosto perplesso: soprattutto in un momento come questo, dove la ribellione – mi spiace dirlo –  dalle piazze e dai luoghi di lavoro si è comodamente adagiata su internet.
Gli anarchici veri son quelli che, nei posti di lavoro, rischiano di più.
Mi piace poi ricordare il grande rispetto che aveva verso di loro Indro Montanelli.
All’indomani della strage di Piazza Fontana disse che non poteva trattarsi di un attentato anarchico.
Un anarchico si espone, disse, un anarchico, poi, fa un attentato magari contro un re, un simbolo del potere, e poi fa in modo che tutti sappiano e vedano.
E mi piace anche ricordare Kronstadt, 1922.
Un gruppo di comunisti anarchici, o anarco-comunisti, si ribella al potere dei Soviet. Quei marinai, quei rivoltosi, capiscono con anni di anticipo che la rivoluzione russa sta semplicemente sostituendo  il capitalismo e il potere degli zar con il potere di un gruppo di burocrati.
(La cristallizzazione della burocrazia al potere, le definirà poi Trotzkj, che capì, sì, ma dopo di loro, nonostante la sua grande cultura).
La capirono e si ribellarono, e morirono anche, perché stava morendo un sogno.
Insomma: avere uno spirito inquieto significa avere uno spirito inquieto.
Con l’anarchia c’entra niente.

sciascia, giornalismo e libertà

La carenza che ritrovo nei giornali locali è questa: poca
attenzione all’amministrazione della giustizia e tanta attenzione a episodi di sottocultura. Ci si deve augurare che questi giornali siano sempre più attenti ai fatti locali e facciano “opposizione”: i giornali nazionali, i grandi giornali e anche quelli medi, sono diventati ingovernabili per la presenza e la compromissione partitica. I giornali locali dovrebbero fare opposizione seria sui fatti quotidiani, sulle cose da fare, prendendo così il ruolo di opposizione vera che in molte amministrazioni viene mancando. Opposizione quindi non per principio, per il gusto di farla: ma opposizione sulle cose concrete

E’ lungo come un romanzo breve questo articolo su Leonardo Sciascia,  giornalista e scrittore o scrittore e giornalista, non importa.
E’ comunque “cosa, a mio avviso. attuale.
Parlano anche, Sciascia e l’articolo, di libertà di stampa in Italia.
Meglio: di non libertà.
(L’estratto che vi ho proposto è una sua dichiarazione).

due recensioni

Due recensioni, oggi, Una scritta da me: in assolutà sincerità e ammirazione per la bravura (ché io ho pudore a usare il termine “talento”, non sapendo di preciso – io naturalmente – cosa esso sia) di Luigi Bernardi (che poi ho conosciuto e l’uomo e lo scrittore, in lui, coincidono), e l’altra , sul mio libretto Tamarri, scritta mesi fa da Maria Antonietta Pinna su Via delle belle donne.

Senza luce, di Luigi Bernardi*

Un paese qualsiasi in una serata qualsiasi. All’improvviso succedono due cose. Qualcuno spara e la luce va via. Se va via la luce non c’è internet, non c’è la tv, al bar non si può più giocare a carte o a biliardo. E insieme alle torce si accende, o si riaccende, qualcos’altro, magari covato da una vita. Qualcosa che rodeva e che aveva bisogno dei buio, che protegge o fa paura, dipende, per esplodere. Ma succede anche che certe cose proseguano, come se nulla fosse. Bernardi, che per scrivere Senza Luce è partito da un fatto vero (la polizia che chiede all’Enel di interrompere l’erogazione di luce perché c’è un pazzo che spara) narra e, chiaro, da scrittore, amplifica, semplifica, esaspera se serve. Il medico del paese ha una tresca con una donna sposata? Niente di strano. Corna e tresche del mondo: una storia infinita. La variante è: il dottore in questione suggerisce alla moglie del cornuto di far fuori il marito con piatti ad alto contenuto zuccherino…

Senza Luce di Luigi Bernardi non è né un giallo né un noir: è qualcosa di più. È un grande romanzo. Non spiega, racconta. E raccontando, invita al gioco: immaginare che. Un grande romanzo, dicevamo. Che si può leggere a due velocità. In fretta, come chiedono i noir che hanno ritmo. Lentamente, come si gusta un classico. Ogni pagina è un piccolo gioiello di scrittura. Bernardi ha un dono: non si scrive addosso. Non usa metafore o frasi con effetti speciali così da dire al lettore, Guarda come son bravo. Con una scrittura musicale, Bernardi racconta facendosi da parte. E le parole diventano stati d’animo, colori, immagini, diventano la pioggia che cade, il sedere e il seno di Loretta, la padrona del bar, diventano paura e nostalgia.

(questa recensione è apparsa sul Corriere Nazionale).
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Tamarri, remo bassini

Recensione
scritta da Maria Antonietta Pinna

piccola editoria (incipit)

La culla l’aveva costruita Nitto, piegando i vinchi con quelle sue mani nodose e torte simili a rami spogli. Dalle dita artritiche i vimini parevano colare e allungarsi come appartenendo alla stessa pianta, sugando lo stesso nettare: il sangue di Nitto, se nelle vene gli scorreva sangue, o bava arborea ché era uguale.
Un’altra Julia, Cinzia Pierangelini, Historica
(116 pagine, euro 7,90)

Il funambolo si sentiva addosso gli occhi di Marko, come tutti, nel quartiere. Non importava essere in regola, avere commesso un omicidio o condurre una vita pulita: gli occhi di Marko erano su di te, quando meno te l’aspettavi potevi sentire sulla schiena il punto esatto su cui andavano a posarsi. Marko tolse la sigaretta dalla bocca, sputò il fumo, la rimise in bocca e girò l spalle. Il funambolo si sentì meglio.
Il funambolo, racconto tratto da
La guerra in cucina, Francesco Locane, Eumeswil
(pagine 232, euro 14)

Si chiamava Akan Kappa e poteva dirsi fortunato.
Aveva superato il deserto in camion, le onde del Mediterraneo su una tinozza che imbarcava acqua, le camionette della polizia sulla costa, ed era giunto a Roma in un giorno di sole e dopo due ore era già in una fabbrica a scaricare pacchi e abiti usati. E la notte disteso su un materasso con cinque euro in tasca e la pancia che se la sfioravi con un ago scoppiava come uno di quei palloni appesi al filo.
Prima che la storia finisca, Alessandra Galetta, Eumeswil
(190 pagine, s.i.d.p)

Libri che consiglio, ovvio.

Così è (da queste parti)

L’io narrante di questa storia son’io, io con la minuscola, maschile o femminile unn’importa: io.

E’ piccino qui, ci si conosce, tutti sanno se uno vota comunista, se ha tanti soldi in banca, se avea lo zio coi vizi strani, tipo pecore o cavalle. Quel che si sa è importante: perché è quel che si sa che conta. Quel ch’è vero ma un si sa – uno vota fascita ma un lo dice, ha i debiti ma spende e spande, c’ha l’amante, ma sta a Perugia – unn’importa. Qui sopravvivono, e bene, quelli che un fanno sape’. Quel che si sa è ‘na cicatrice. Brutta. Stampata in faccia. Evviva quelle stampate sul didietro: un si vedono manco spiando dal buco della serratura del bagno (e alla bisogna sparano: puzze).

Scusate ora l’anonimato e il mio linguaggio: umile e maccheronico (si dice così?). E poi. In questa storia ci sono pur’io: potrei essere il prete o il maresciallo o il farmacista o il vicensidaco del paese o tutti e quattro insieme; o magari sono un vecchio analfabeta che sta dettando alla nipote, studentessa universitaria a Firenze.  Chi vien da fuori non creda, se leggerà, di leggere cose tipo jack lo squartatore. Un ci sono morti. Macché.

Ma vado al sodo, ora. Ai tre protagonisti.
Sono: Loretta, la moglie del macellaio. Il macellaio., che di nome fa Alfredo Eppoi Giuseppe, che, diciamolo subito, un’è né normale né anormale. Allora lui ora è sui quaranta, sembran cinquanta e più, ma quaranta sono. Vent’anni fa arrivarono in paese le prime orde di turisti: americani e tedeschi e nordici. Ora successe che americane, tedesche e nordiche, andando in giro pel paese coi loro vestitini avari di stoffa, poppe sballonzolanti e i culi semoventi, belle e abbronzate davano sollievo agli occhi, che s’aguzzavano, dei nostri vecchi seduti, all’ombra di case e taverne. Ma c’è da dì che davano anche scandalo: all’indignata popolazione femminile e pretesca. Po’ c’era lui, Giuseppe che – qui è bene ch’io vada avanti sennò me dimentico – di donne un ne aveva avute mai. Ma mai. E’ piccino, ciccio, ghoffo, strabico e balbetta e parla gnente. Di bono c’ha che si lava, un puzza e si veste con decoro. Pantalonacci di velluto e camicie colorate, Rosso o blu. Ama la tinta unita, Giuseppe.
Lui tanto ben diddio femmineo un l’aea mai visto. Così capitò questo capitò: che na volta, in mezzo a tutti, Giuseppe un ci vide più: e afferrò na turististina più svestita del’altre, era seduta sulla scalinata della chiesa, il panorama che offrivan le su gambe aperte era ridente, d’ampio respiro direi, sicché (lo capiscon tutti sicché?) lui la stese, lei impaurita si lasciò stendere, lui si calò brache e mutande tutt’uno con l’arnese in bella vista, e mentre lei urlava, la gente urlava, mentre il vigile correva, mentre le amiche della ragazza lo pigliavan a calci come un cane, lui, comunque, ebbe il su’ piacere (i calci che prese gli facero, è proprio il caso di dirlo, nemmen na sega).
Gli bastò il contatto con l’aria, che qui è bona, e si vede e, nel caso suo, si sente (o si sentì). Dissero poi che dovettero usare tre cenci per togliere quel lago, schifoso, di colata giuseppinesca.
Poi però si redense. L’anno dopo, in piscina (e i maldicenti tutti a dì: «Guarda Giuseppe, un tiene più») quando vide due francesine tuffarsi in topless si limitò prima ad applaudire e poi («Va a tirarsi un raspone» i soliti maldicenti) e poi, dicevo, stupendo tutti, andò non in bagno, ad “eseguire”, ma a pigliare un gelato fragola e cioccolato.  Che si fosse chetato, però, era solo un’impressione.

Vengo ora ai tre. Parto da Loretta. E’ piccina, ha quarant’anni ma ne mette trenta, ha du’ occhi vogliosi ma la voce del paese diceva che, inspiegabilmente, l’era fedele al marito, Alfredo, cinquantré ben portati ma cinquantatré sono. Alfredo e Loretta un ch’hanno figli. Ma hanno una macelleria che è il fiore all’occhiello del posto. Ci fai la coda ma la carne è bona, come si dice da noi (non mi scoprirete certo se dico è bona, ché lo si dice tutti in tutti i paesi del granducato di Lorena). La carne è bona perché son bestie dell’allevamento di Alfredo, che in campagna le alleva e le macella, le macella e le alleva, mentre Loretta, senza aiutanti – un po’ tiratelli di soldi lo sono – serve. Le voglion bene tutti: omini (ma sì, lascio, qua diciamo tutti così) e donne: ché è una dabbene, lei.
Ora succede, è successo questo. A Loretta un le piaceva di lavà il pavimento. Sicché (sicché: termine lorenico) di concerto (fine eh: di concerto: concertan tutti in Italia. E inciuciano) col suo marito un sei sette mesi fa decise di piglia’ Giuseppe, che campa co’ la mamma ma un s’è mai capito come fanno a campà, a fa’ pulito. Alle otto, all’apertura, Giuseppe, dentro, ha belle finito. Così Loretta e Alfredo lo chiamano, «oh Giuseppeeeee», e tutti e tre van poi al bar Signoroni, lì di fronte. Vanno, si seggono, piglian cappuccini e bomboloni, e parlano. Macché parlano: Loretta parla e gli altri due, che volete uno è un po’ coglione l’altro capisce solo di vacche a maiali, ascoltano. E Loretta a Giuseppe ha cominciato a di’ ‘na cosa che – pensate male di me ma io ne son convinto – a lui gli ha eccitato l’arnese. Come fece la turistina. Lei ha cominciato a digli: «Io voglio bene a teee, a teee», col su marito che ridacchiava. Io voglio bene a teee un giorno e va bene, due e va bene, tre, cinque, dieci, sessanta, ma al centoduesimo, complice un’influenza di Alfredo che quel mattino restò a letto, Giuseppe, fece questo fece. Apri la serranda, e invece d’uscire per caffè e bombolone al Signoroni, quando Loretta arrivò, «Giuuseppe, si va?», l’afferrò, richiuse, cavalcò Loretta.
Ora, che sia successo di preciso un si sa, si sa certo che la Loretta strillò, e certo che strillò, ma i maldicenti dicon prima dal piacere e poi dalla paura (del marito), e poi si sa, da indiscrezioni maresciallesche, che ci fu penetrazione e che, insomma, Giuseppe, ora in attesa di processo, unn’è più vergine. A quaranta e passa se l’è presa a soddisfazione. Ma un si vede più in giro. Loro manco (traduzione: nemmeno). Manco a messa. Tutti e tre scomparsi. Il maniaco, la zoccola, il becco. Un se ne salva uno. Lui, Giuseppe, si dice, avrebbe traforato altre donne, zitte di vergogna e forse di piacere. Lei Loretta, si dice, di sicuro c’ha la coscienza sporca, perché una donna maritata non va senza mutande, anche questa indiscrezione è maresciallesca (con conferma pretesca. quindi), Alfredo, invece, poraccio, si dice che oltreché becco c’avrebbe pure una brutta malattia (ma io un ci credo: son corni e basta). Vanno in negozio, ora, Loretta e Alfredo, ma a testa bassa, e gli affari van male. Van bene al non lontano macello Rivaldini, anche se si dice che sia lui l’estensore (è giusto?, poi controllo sul vocabolario: estensore) di certe letteracce anonime contro Loretta, contro il maresciallo, contro il prete che avrebbe violato il segreto del sacramento. Anche questa lettera è anonima, signori compaesani (e turisti). Ci son dentro pur’io. Mi son citato. Scervellatevi. Che magari ho parlato male di me, per depistare (depistare: bello è?). O magari son Giuseppe, o l’amante del prete, chissà. Chiamatemi Pirandello, e se un sapete chi l’era informatevi. Vostro Pirandello.

Racconto maccheronico (pubblicato da La Tribuna).

c’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria?

Quando ero piccolo mio padre mi portava al fiume. C’era tante gente, c’erano i bagnini, c’erano le barche che ti portavano da una riva all’altra, c’era, insomma, una città che aveva il suo fiume.
Una manna dal cielo, specie per le famiglie più povere, magari senza auto.
Se qualcuno allora avesse detto, mentre con i salvagenti fatti con le camere d’aria noi ragazzi si faceva il bagno, o mentre i grandi preparavano i panini e le acque viscì, se, dicevo, qualcuno avesse detto che quell’acqua era già avvelenata, un po’ a causa dell’industrializzazione, un po’ a causa dei prodotti altamente nocivi usati e abusati dagli “agricoli”, sarebbe stato considerato un guastafeste.
Andava tutto bene.
A volte non va bene che ci dicano le cose come stanno.
Nuoce gravemente alla salute lo leggiamo nei pacchetti di sigarette. Dovremmo leggerlo anche nelle marmitte delle nostre auto.
Sembra che Geronimo abbia detto (e ne sono passati di decenni): Uomini bianchi, morirete sommersi dai vostri rifiuti.
Detto questo.
Un tempo l’acqua: e ora il fiume è solo un ricordo. La città ha un fiume da sentire e da vedere, ma da temere anche.
Anche l’aria si sa, è già inquinata.
Quanto lo sarà domani?
A chi interessa c’è questa cosa qua (grazie Roby).
http://www.cambiamoaria.org/index.php