scrittori felici al salone?

Trascorsi due giorni alla Fiera o Salone (per me è Salone, quindi da ora in poi Salone sarà) al Salone del Libro, Torino.
Ci passai due giorni perché tra me e me dissi: Ci son due libri, miei, al Salone, ed è una coincidenza che non credo si ripeterà mai. Avevo infatti pubblicato Dicono di Clelia (Mursia) e Lo scommettitore (Fernandel).
(C’ero stato una volta sola, prima, al Salone, anni prima, un venerdì sera. E di quel venerdì sera m’è rimasto impresso un ricordo triste: l’immagine di un paio di scrittori, che avevano pubblicato a pagamento, intenti a fermar la gente per cercare di vendere una copia del loro libro. Quell’immagine, col passare del tempo, un po’ è mutata e un po’ no: continuo a vedere tanti scrittori che cercano di vendere qualcosa, magari a un editore, a un critico, a uno scrittore affermato, a un editor).
Torno al 2006.
Praticamente, staziono davanti allo stand di Fernandel; e in due giorni vedo una ventina di persone che comprano il mio libro, alcune, cinque o sei, per la verità lo comprano perché mi conoscono, insomma la mia presenza è del tutto simile all’inavadenza (invadenza?) di chi cerca acquirenti per il proprio libro.
E mi rendo conto dell’importanza di una buona copertina.
Il mio libro è insieme ad altre duecento, trecento. Son lì, come soldatini, uno vicino all’altro. Davanti a loro passa un esercito di visitatori, che dà un’occhiata, spesso distratta; e a volte l’occhiata da distratta diventa interessata: per certe copertine oppure per certi autori noti (nello stand di Fernandel il più ricercato era Morozzi).
Ma non passo certo tutto il tempo davanti al mio Scommettitore.
Mi piace una scena, divertente, davanti ai bagni. Far pipì o altro per i maschi non è difficile, facciamo in fretta, noi. Nei bagni delle donne, invece, c’è una calca super, con tanto di coda e di femmine di tutte le età che scalpitano.
Vedo questo vedo. A un tratto una donna, carina, sui quarant’anni, si stacca dalla fila, ne ha tante davanti a lei, e, sbattendosese, entra nel bagno dei maschi, inseguita da qualche sorrisetto, claro.
Davanti allo stand di Fernandel vedo una ragazza di Torino, che conosco; appena intercetta il mio sguardo mi raggiunge e mi dice, Mi spiace Remo, vorrei tanto comprarlo il tuo Scommettitore ma 14 euro non li ho.
Lo so che non li ha, ha perso il posto; e il biglietto del Salone gliel’ha pagato un suo amico, che è lì con lei.
QUestao invece è successo la domenica mattina. Dopo un caffè e una pausa sigaro, rientro, e torno al bar. Stavolta faccio io la coda per un panino e una birra. Poco distante da me del tutto casualmente inciampo in un incontro: tra un uomo anziano, avrà più di settant’anni, e una signora, anche lei sui settanta, che lavora per una casa editrice. Stanno discutendo del manoscritto che lui ha proposto e che lei )o qualcuno della casa editrice non so) ha bocciato. Capto solo che si tratta di un saggio.
Allora: spesso chi vede respinta una sua cosa poi diventa noioso, coi soliti discorsi: pubblicano soli i accomandati, non hanno capito la mia proposta, si pentiranno d’aver rifiutato il mio manoscritto (i più incazzosi dicono, Cazzo, e pensare che mi avevano fatto il filo quelli di Mondadori).
Stavolta no, è il contrario. Lui suda e tace. Sembra stordito, sembra (sensazione che ben conosco) aver appena ricevuto una mazzata in testa. Da quello che intuisco la riposta negativa ha avuto luogo proprio al Salone, davanti ai miei occhi. Lui tace, dicevo, ma lei, lei no: e gli spiega la filosofia della casa editrice, e gli spiega cosa non va in tanti manoscritti, e gli spiega, mentre lui, sensazione tutta mia, non vede l’ora di andar fuori a respirare una boccata d’aria. Macché: lei, sadica, persevera.
La scena più triste però la vedo allo stand di una casa editrce con cui sono in buoni rapporti.
Insomma, ci si conosce.
Mi omaggiano di un libro. Grazie, dico.
Mentre dico grazie si materializza, davanti a me, sorridente, un uomo. E’ l’autore del libro che m’hanno appena regalato. Sorride per poco: quando gli dicono che non l’ho comperato il suo libro, ma che l’ho ricevuto solo in omaggio, s’intristisce lui. E’ lì da tre giorni, poi mi dicono. Da tre giorni controlla se qualcuno compra il suo libro. Pensava, al terzo giorno, che finalmente era arrivato un acquirente.
E’ sconsolato quando sa che non lo sono.
Certo, lui zero, io venti, qualcuno cinque, qualcuno tremila, applausi e autografi.
Ma chi vende tremila vorrebbe venderne trentamila eccetera.
Qualcuno conosce scrittori felici? No, felici è troppo: sereni ecco.

14 pensieri su “scrittori felici al salone?

  1. Durera’ poco, ma io quest’anno a Torino ero felicissima, anche grazie alla presenza tua, di Francesca e di uno splendido piccolo ometto dal sorriso pieno di sole.

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