Profezia di morte

Un racconto, che non ho mai fatto.

Un racconto di un amico morto, a 18 anni, quando io ne avevo 17. (Mi è venuto in mente oggi, e c’è un perché: perché una persona a me cara sta male, molto.)

Quel mio amico, allora. Era un amico dell’oratorio. Non andavamo d’accordo. Lui vestiva elegante, io no. Lui era spigliato, sicuro di sé, strafottente. Io ero timido. Primeggiava negli sport, io no. E quando giocavamo al pallone finiva sempre a schifio: lui faceva il centravanti, io lo marcavo con le buone e con le cattive, lui mi minacciava, io gli rispondeva male, io e lui che spesso e volentieri facevamo a botte, lui che me le dava, io che le prendevo.

Finché un giorno – era una domenica calda, stava arrivando l’estate – lo incontro al bar. Cammina a fatica. Si appoggia alle sedie. Domani vado in ospedale, mi dice, ma lo dice ridendo. «Adesso mi faccio una partita a flipper».

Fu operato, tornò sulla sedia a rotelle. Addio partite di calcio, addio scuola, ma il carattere era quello di sempre: scostante, altezzoso. Addio anche agli amici, quindi, che si stufarono di andare a casa sua per giocare a scacchi e litigare con lui. No, io rimasi. Andavo tutti i giorni. Ma non a consolarlo, non ne aveva bisogno. A parlare del futuro, oppure di calcio, di musica. Di amori.

Una volta mi fece un racconto. Mi disse che, prima di ammalarsi, lui, con due nostri amici, aveva incontrato una zingara, e la zingara aveva insistito. Voglio leggerti la mano, gli aveva detto. «Cazzo vuoi, vai via», aveva risposto lui, ma lei, testarda, aveva insistito: «Non voglio soldi. Dammi la mano.»

Alla fine lui aveva accettato. La zingara fece in fretta.

«Vedo una vita normale, come tante, ma vedo anche la morte, e dopo la morte il trionfo.»

L’incontro (e l’insistenza di lei ) c’erano stati, per davvero: me lo confermarono i due amici che erano con lui. Ma cosa gli avesse detto la zingara non lo sapevano, perché si erano allontanati.

Forse non era vera quella frase. I suoi genitori mi raccontarono che lui sapeva che non avrebbe vissuto e che si era aggrappato alla fede. Al “trionfo”, dopo.

A me, però, piace pensare che fosse vera quella frase. Anzi lo era. Di sicuro.