Quando metti un po’ della tua vita nelle pagine di un libro

Quando metti un po’ della tua vita nelle cose che scrivi… Ma procediamo con ordine.

Se c’è stato un momento della mia vita di scrittore che mi sono avvicinato alla serie A (appunto degli scrittori) è stato quando è uscito il mio libro Lo scommettitore, pubblicato da Fernandel.
Quel libro fu Libro del mese e finalista Libro dell’anno a Fahrenheit (radio 3, Rai), grazie a quel libro fui contattato da Newton Compton che mi chiese un romanzo, quel libro fu anche molto recensito (grazie alla post fazione di Marco Travaglio?) in quel libro c’è un protagonista – Lo scommettitore – che prima lavora per i politici fregandosene di ogni regola e poi lascia tutto e fugge e tira avanti con pochi soldi in tasca.
Mentre prima scommetteva sulle sue capacità (se non verrai eletto potrai anche non pagarmi) la sua nuova vita è un’altra scommessa: campare con poco.
Naturalmente, in questo c’è dell’autobiografismo.
Nella mia vita c’è stato un momento (durato 9 anni) in cui ho guadagnato bene (direttore di un giornale) nella mia vita ci sono stati momenti in cui ho tirato la cinghia. Parecchio anche, come nei due anni vissuti da disoccupato. Avevo qualcosa da parte, ma per tirare avanti facevo di tutto: pulizia cantine, il cameriere, il correttore di bozze…
Oggi va così così. Ho appena ricevuto notizia che a dicembre deve revisionare l’auto che non uso mai (1500 chilometri in due anni). Avevo in mente di regalarmi una pipa nuova per Natale (una dunhil, una delle meno care: 250 euro), niente: auto-regalo rimandato.

Già: dieci euro. E neanche tanto tempo fa. Un anno e qualche mese. Per lui era normale lasciare dieci euro di mancia al ristorante.
Ora invece con dieci euro ci campava. In un discount aveva fatto la spesa come minimo per due giorni: una confezione con quattro würstel, due scatole di fagioli, due mezzi litri di latte, due bottiglie d’acqua, tre scatolette di tonno, una scatola grande di carne in gelatina, un litro di succo di frutta al pompelmo, del pancarré, un paio di calze di spugna grigie. Totale otto euro e ottantun centesimi.
Poco più di un euro di resto, sufficiente per un caffè al bar tabaccheria dove, inaugurando una banconota da cinque, comprò il solito pacchetto di Esportazioni senza filtro: si era abitua- to a fumarle con un bocchino, così da stemperare quel tabacco acre.
Quelle sigarette, che di bello avevano solo il pacchetto, verde con un veliero disegnato, le aveva fumate da ragazzo. Rubate dalla tasca della giacca del nonno, intento a vangare nell’orto. Che puzzassero così non lo ricordava.

Stasera invece di mangiare una cipolla cruda con del formaggio – il solito Fontal del discount – che magari mi restano sullo stomaco, ceno con latte e pane vecchio inzuppato. Mi lasciano un buon sapore in bocca. Poi, forse, mangio una mela: era vicino ai bidoni dell’immondizia di un supermercato. C’è sempre ressa di barboni, e non solo, alla ricerca di frutta e verdura. La mela l’ho presa, l’ho messa in tasca, l’ho lavata e rilavata. Ma non so se riuscirò a mangiarla. Non credo.
Non la mangerò.

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