Son giorni, questi, che preferisco e cerco il silenzio.
Succede.
E.L.E.N.A nel suo blog ha recensito Bastardo posto.
Elena ha dei bellissimi occhi blu che scavano dentro.
Ha scritto cose diverse.
Buoni giorni con un po’ di musica.
Son giorni, questi, che preferisco e cerco il silenzio.
Succede.
E.L.E.N.A nel suo blog ha recensito Bastardo posto.
Elena ha dei bellissimi occhi blu che scavano dentro.
Ha scritto cose diverse.
Buoni giorni con un po’ di musica.
Nell’ultimo numero de L’Indice, Mimmo Candito (reporter di guerra, scrittore, docente di giornalismo nonché direttore de L’Indice), parlando di Bastardo posto, dice che sì, un romanzo lo è, ma è, al contempo, un libro da portarsi dietro con altre “letture di comunicazione”.
Scrive Candito: Bassini mette al centro del suo romanzo un cronista tormentato e disilluso, una sorta di alter ego che lungo cinque notti (quasi una memoria tenue delle “notti bianche” traDostoevskij e Visconti) incrocia la propria storia con certe vicende misteriose e inquietanti che inchiodano la vita di una città di provincia a personaggi emblematici del nostro tempo d’oggi, dove sesso, sogni, redenzione e lotte ambiziose di potere distruggono ogni forma di possibile speranza.
Sabato presento Bastardo posto a Martina Franca (meglio: mi presenta Giorgia Lepore, archeologa e scrittrice), domenica a Bari.
Poi, il 18 di febbraio a Sermide, nella terra di Zena (Colfavoredellenebbie).
La malvagità dell’indole umana pervade il romanzo, le tenebre ne sono una puntuale e appuntita metafora. Così come il manichino nudo e senza sesso, l’unico che non distoglie mai lo sguardo dalla strada. Niente sesso, niente bassezze umane, niente coscienza: l’unico modo per sopravvivere in un bastardo posto.Negli edifici sotto il portico ci sono le crepe nei muri; crepe che sanno di lenta logorazione ma che uniscono gli edifici e le loro storie come vecchie ferite. Qual è la partenza e quale l’arrivo, si chiede Limara, che non lo saprà mai. I personaggi feriti si muovono in atmosfere surreali, di notte sotto le crepe, feriti come i muri per vergogna, per paura, per amore, ma non solo.
Un passo della recensione, di Silvia Agogeri, apparsa su Argo.
E buone cose
Le vedo da lontano, sono le otto di mattina passate da pochi minuti. Ci son solo loro due, una ragazza sui trent’anni e una signora sulla cinquantina, e io, per strada.
Loro son ferme davanti al negozio della signora cinquantenne, io avanzo lentamente, la strada è in salita, sto fumando la pipa, ho appena preso il secondo caffè.
Quando mi avvicino sento che la ragazz dice: Ma come? Ma mi spiace, non dài.
E l’altra: No guarda, ho bell’e che deciso da tempo, io a capodanno sto da sola perché voglio stare da sola.
Passo, non badano a me. Vedo che si sorridono.
E mi lasciano la sensazione che ci sia dell’affetto tra loro.
E proseguendo mi immagino come va a finire il capodanno della signora.
Da quando scrivo – bene, male, così, non importa: scrivo- vivo così: vedo qualcosa che spesso resta, e poi la storia prosegue nella mia testa.
(No, dapprima ho pensato: per dire “Voglio stare da sola” – e in modo sereno, pacato e sorridente – vuol dire che la signora sta bene con se stessa, ché quando non si sta bene il modo migliore di far passare il tempo è far baldoria.
Poi no…: la storia è continuata in un altro modo mentre giravo per la piazza).
A corto di parole. Anche per una sorta di pudore, ché magari mi metto a scrivere una cosa e poi mi vien (diciamo) da ridere per quanto poco importante sia quel che ho scritto.
Mi vien da ridere, ho scritto. Da piangere no, perché… non lo conoscevo così bene. La mia età, anzi due anni in meno. L’ultima e unica volta che l’ho visto sembrava spensierato. Macché: per sua moglie e per i suoi figli sapeva di avere i giorni contati.
Mi vergogno, insomma, a scrivere di libri.
Certo, la vita continua, c’è il momento per ridere e quello per piangere e quello per lottare.
Gli adulti sanno.
Io guardo mio figlio, il mio secondo figlio, Federico Libero, undici mesi.
Starebbe per delle ore a guardare l’acqua che zampilla da una fontana.
La vede e dice “oh”, e non batte ciglio.
E costringe pure me a guardare i giochi dell’acqua che sale verso il cielo, “oh”, e ridiscende e fa rumore, “oh”.
Rivedo qualcosa che avevo dimenticato, e risento quanto dolce sia ascoltare, per minuti e minuti, il “suono” dell’acqua.
Se la fontana non va Federico Libero piange.
Certo, diventerà adulto. Capirà. Ma ha ragione lui.
Vedo un’ombra. Non so se di donna o uomo, non so che età abbia. Magari è un’ombra bambina, oppure no, è un’ombra di vecchio o vecchia.
E’ sola – questo sì, è sicuro – quest’ombra, in una stanza, e non so se ci siano altre stanze, magari abitate da persone, gatti o fantasmi, né so dire se fuori, oltre la finestra s’intravveda un lembo di mare o di monte o di pianura.
Fuori – anche questo è sicuro – il tempo è inclemente, e c’è pure un po’ di vento, adesso.
Quest’ombra si siede, è un’ora imprecisata della vigilia di Natale, è un’ombra che ha deciso di concedersi forse un minuto forse un intero giorno e un’intera notte di pausa: nell’ombra.
Fissa il vuoto. Magari ricorda, magari piange, magari sorride perché stasera sarà una bella sera, magari sente una musica che solo lei, l’ombra intendo, sente.
A quest’ombra io dico buon natale.
E buon natale a chi passa di qua.
Su Mentelocale, recensione di Bastardo posto scritta da Alberto Pezzini.
E’ cosa breve.
Dà una lettura diversa sul finale del libro.
E poi, in bouvet et pécuchard, recensioni in disordine sparso, c’è questo su Bastardo posto.
(Scura non più Chiara è un gran bel titolo).
Fortuna che esiste la rete (per me), ché sui giornali ci finisco poco, io. Ma non mi lamento, giuro che non mi lamento. Che poi piove, è Natale quasi, sto lavorando e ho fame…
Allora, Bastardo posto (Perdisa Pop).
A gennaio faccio due presentazioni in Puglia: sabato 15 gennaio, ore 19, a Martina Franca nella sede dell’università popolare. Mi presenterà la scrittrice Giorgia Lepore.
Domenica 16 invece, a Bari, sempre alle 19, incontro (organizzato dalla Libreria del Teatro di Bitonto) alla Taverna del Maltese.
Oggi intanto SenzaPatria, un nuovo editore che si è già affacciato sulla scena (pubblicando, cito a caso, autori come Luigi Bernardi, Barbara Garlaschelli, Nicoletta Vallorani, Valter Binaghi) annuncia che è disponibile un mio racconto lungo: Il monastero della risaia.
Buona giornata
Erano libri, questi, che ho letto da ragazzo; magari di notte, sotto le lenzuola, mia madre durante l’anno scolastico mi proibiva fumetti e certe letture.
Son libri che, poi, nel corso degli anni, tra traslochi e prestiti non tornati, ho perduto.
Ora li ho recuperati in una bancarella, per 4 euro.
(Non mi spiacerebbe vendere libri in una bancarella).
Magari tra un po’, sta pensando Viola Rodesi, davanti al manichino vedrà, per un attimo, la sagoma ingobbita del geometra, un geometra dipendente del Comune, che, da quando è rimasto solo, certe notti le trascorre a passeggiare nervosamente, a testa bassa, avanti e indietro come un ossesso lungo i portici facendo rumore, coi tacchi sembra voler sfondare la pavimentazione di chiara epoca fascista o anche precedente. Era sposato, ha lasciato moglie e tre figli per mettersi con una ragazza giovane, sposata pure lei, non da tanto. La loro decisione di andare a stare insieme aveva provocato clamori, scintille e scandalo. Ma era durato niente, perché lei, dopo nemmeno un mese di vita in comune, l’aveva abbandonato per tornare dal marito, costretto su una sedia a rotelle da una malattia degenerativa. Il geometra da allora è disperato perché lei, oltre ad abbandonarlo, è arrabbiata con lui. Gli ha detto, urlato, che la deve lasciare in pace, per sempre.
Oppure, da un momento all’altro, può spuntare l’Eugenio, davanti al manichino; stasera potrebbe passare perché l’Eugenio passa solo se non fa freddo e se non piove; passa e canta, ad alta voce; una volta faceva l’idraulico, aveva famiglia. Poi la moglie si è suicidata e i figli l’hanno lasciato solo, e comunque non si sa se la moglie si sia gettata sotto il treno perché lui aveva cominciato a dar di matto o se invece lui ha cominciato a dar di matto e a cantare a squarciagola – ha la fissa del Barbiere di Siviglia – quando è rimasto solo.
Ci sono uomini feriti che passeggiano sotto i portici e le loro crepe. Donne no, non ne ha mai viste. Solo Marina, aveva visto di notte, ma Marina, così aveva saputo Viola Rodesi perché così si diceva in giro, era lì per sfidare Filippo Tuddia.
Le donne, ha pensato spesso Viola osservando passare davanti al manichino quei relitti che una volta erano uomini, le donne i loro peccati e le loro ferite le vivono in clausura; ma non lei, non Viola Rodesi, che da piccola giocava sempre coi maschi, e combatteva quando c’erano guerre con le cerbottane.
Brano tratto da Bastardo posto, Remo Bassini, Perdisa Pop, 2010