breve dialogo rubato e il complimento

Una coppia, suppongo. Sui quaranta, forse più. Ipotizzo, dal momento che li vedo solo di spalle perché stanno camminando, davanti a me.
– Lei: Ma hai mal di stomaco?
– Lui: Perché dovrei avere mal di stomaco?
– Lei: Vedo che te lo stai toccando.
– Lui: E se mi tocco le palle cos’ho? male alle palle?
– Lei:  Che stronzo che sei.
A questo punto ho sorpassato.

Questo è successo mercoledì otto, dalle parti di un teatro dove il mio giornale aveva organizzato una manifestazione.
Alla fine della quale sono stato avvicinato da uno che mi fa:
– Mi raccomando continui così.
Penso: il solito complimento in offerta speciale.
Lo guardo, il mio sguardo è una sorta di invito a spiegarsi meglio, e infatti il tipo dice ancora:
– Continui a non abbassare la testa.
Spero si tratti di un complimento vero. Forse per un giornalista è uno dei migliori.

leggenda di natale

Non ricordo quanto lo pagai, forse 1500 lire forse 3000.
Facevo terza media, era Natale, il regalo che feci a me stesso fu Tutti morimo a stento (tristissimo) di de André.
E la canzone che più mi piacque fu Leggenda di Natale. Ricordo che la copiai sull’atlante di geografia, in fondo. In stampatello. Andavo malissimo in geografia.

LEGGENDA DI NATALE

Parlavi alla luna giocavi coi fiori
avevi l’età che non porta dolori
e il vento era un mago, la rugiada una dea,
nel bosco incantato di ogni tua idea
nel bosco incantato di ogni tua idea.

E venne l’inverno che uccide il colore
e un babbo Natale che parlava d’amore
e d’oro e d’argento splendevano i doni
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni.

Coprì le tue spalle d’argento e di lana
di pelle e smeraldi intrecciò una collana
e mentre incantata lo stavi a guardare
dai piedi ai capelli ti volle baciare
dai piedi ai capelli ti volle baciare.

E adesso che gli altri ti chiamano dea
l’incanto è svanito da ogni tua idea
ma ancora alla luna vorresti narrare
la storia d’un fiore appassito a Natale
la storia d’un fiore appassito a Natale

uno, due e tre

UNO.
Ha scritto tanti bei libri, gli ultimi due, nell’ordine di tempo, sono: Non ti voglio vicino, edito da Frassinelli, e Davi, edito da Senzapatria.
Sono contento di essere amico di Barbara Garlaschelli, che oggi mi ospita nel suo blog (e, su Bastardo Posto, Barbara scrive
è una brutta storia di provincia, di dolore, omertà e amore. Nessuno vince, in questo romanzo, e la giustizia non trionfa. Forse è per questo che, leggerlo, fa anche male.
In una scrittura dolente e poetica, Remo Bassini disegna personaggi che restano nella testa, anche molto dopo aver chiuso il libro.)
Ringrazio Barbara per aver scritto che a leggere Bastardo posto ci si fa male: io mi son fatto male, scrivendolo.

DUE.
Arriva una nuova casa editrice, e il mio amico Antonio Consoli spiega (su mio invito) come saranno i primi passi.
Valjean Edizioni è una micro casa editrice da combattimento, come amiamo definirla da queste parti. E’ nata nel luglio del 2010 e il suo piano editoriale prevede la pubblicazione di tre libri cartacei entro il 2011 – 2012. Ma Valjean è una casa editrice ibrida. I suoi libri vivranno anche in versione digitale, vivranno nella rete e si nutriranno di essa. Pur non avendo reclusioni o barriere di sorta, prediligeremo le narrazioni che siano in grado di raccontare il presente in tutte le sue declinazioni. Cerchiamo autori sensibili, appassionati, impegnati. Vogliamo scritture che costringano il lettore a riflettere e a porsi delle domande.

Tre le collane principali, dalla narrativa italiana e francese contemporanea alla saggistica. E un progetto di rivista che si concretizzerà entro i primi mesi del 2011.
L’indirizzo della casa editrice è:
http://valjean.it.

TRE.
Trent’anni dopo, avevo 23 anni la prima volta, mi ritrovo a fare il papà (preferisco babbo). Federico Libero, che ha dieci mesi, proprio in questi giorni comincia a camminare, seppure col supporto di una mano. Barcollando, riesce anche a fare due metri da solo. Per ora è cascata solo tre volte, o quattro.
Comunque.
Federico Libero mi ha fatto ricordare le canzoncine dimenticate: me le cantavano da piccolo e io poi le ho cantate ai miei fratelli, Silvia e Moreno, e a mia figlia Sonia.
Filastrocche che la mia mente aveva archiviato e che ora, invece, ha rispolverato.

questo è l’occhio bello
questo è tuo suo fratello
questa è la guancia bella
questa è sua sorella
(… poi basta, ché non mi ricordo più)
(questa invece dondolando il bimbo)
staccia minaccia
domani si fa la ciaccia
la ciaccia del bubù
prendi federicolibero e buttalo giù

oggi me ne sono ricordata un’altra

Din don domani è festa si mangia la minestra
la minestra non mi piace si mangia pane e brace
la brace è troppo nera si mangia pane e pera
la pera è troppo bianca si mangia pane e panca
la panca è troppo dura… si va a letto addirittura

Intervista sull’editoria

Cosa vuol dire, oggi, essere uno scrittore?
Due risposte, la prima. Io scrivo, ho al mio attivo cinque romanzi e altro (poca cosa) ma mi sento scrittore solo da poco tempo: da quando, cioè, riesco a resistere, ad avere un mio numero, seppur ristretto, di lettori. Una volta essere scrittori significava aver pubblicato uno o due libri, oggi, che escono 170 libri al giorno, è scrittore chi resiste. Chi quindi pubblica ed è presente in libreria.
Ripeto: è quindi scrittore chi riesce resistere.
Ma c’è una possibile seconda risposta (che preferisco): è scrittore chi scrive, e basta. Chi ha un manoscritto nel cassetto, chi ha una storia in testa, sono scrittori anche certi blogger (solitamente quelli che se la tirano di meno).
Insomma, oggi la parola scrittore significa ben poco, nonostante gli scrittori si riempiano la bocca nel pronunciarla. C’è un’offerta grandissima (tutti che scrivono) e poca richiesta (legge più nessuno oggi). Mi spiego meglio: è un po’ come un a strada con tante prostitute (scrittori) e poche auto (lettori) che passano. C’è un cazzo (scusate ma il termine è appropriato) da fare.

Che tipo di messaggio ritieni di trasmettere ai lettori?
Scrivo storie del mio tempo e contro il mio tempo.
Poi mi interessano altre tematiche: la morte e il sucidio, in particolare. Ma anche la nostalgia del 1900, di quando non c’era internet, insomma, eccetera.

Pensi che l’Italia possa offrire ancora scrittori degni di tale nome?
Per poter giudicare dovrei leggere tutto, o quasi tutto, quello che esce di nuovo. Io comunque – ma qui parlo come lettore – dico che nel panorama narrativo italiano ci sono voci interessanti.  

Gli scaffali delle librerie continuano a essere saturati da proposte insulse e banali, analogamente a quanto accade in televisione coi programmi spazzatura. Tale orientamento rispecchia davvero i gusti del pubblico?
Penso proprio di sì. Berlusconi, con la complicità della sinistra, è riuscito a rincoglionire un bel numero di persone. Oddio, ogni tanto mi domando: ma quelli che comprano Saramago lo comprano per leggerlo o perché fa fico?

Che spazio avrebbero, oggi, scrittori come Pavese, Calvino, Moravia, Pasolini, Gadda, Buzzati, Sciascia, Silone, Carlo e Primo Levi?
Certe case editrici come Marcos y Marcos oppure scrittori-editor come Luigi Bernardi (direttore di Perdisa Pop) e Giulio Mozzi (che collabora con Laurana) li pubblicherebbero, ne sono certo. Di altri non so dire, mai avuto nulla da spartire con Mondadori-Longanesi-Feltrinelli…

Esiste un modo differente dal compromesso per approdare alla grande industria editoriale?
Parlo di me, ora. Ho pubblicato con Mursia, Fernandel, Newton Compton, Perdisa inviando dei manoscritti in lettura, null’altro.
No un momento: ho anche speso un bel po’ di soldi per inviare manoscritti ad editori che non credo mi abbiano mai letto. Per farsi leggere, ma questo è comprensibile perché la case editrici sono sommerse da richieste, occorre che qualcuno ti presenti. Io stesso ho fatto segnalazioni alla Newton Compton, segnalazioni che poi son diventate anche libri. Ribadisco: a me non ha mai segnalato nessuno, quindi è sbagliato dire che l’editoria non legge le proposte editoriali. Diciamo che legge poco, che ne legge alcune, che legge in fretta. E che alcuni editori, magari piccoli, si fanno un bel mazzo per valutare i manoscritti. Insomma, è una situazione complessa quella dell’editoria.

La situazione stagnante dell’editoria italiana favorisce il proliferare degli editori a pagamento. Qual è il tuo parere in merito?
Che bisognerebbe cominciare a chiamarli stampatori a pagamento; gli editori son quelli che rischiano e che, nella peggiore delle ipotesi, non pagano le royalties.

Tanti scrittori inesperti cascano nelle grinfie di personaggi senza scrupoli, pronti a dissanguarli con promesse di servizi e promozioni che non potranno mai garantire: spesso non hanno neanche una rete distributiva. Nei casi più fortunati, l’autore ottiene delle copie che potrà rivendere ad amici e conoscenti, ma si renderà subito conto di aver buttato via i propri soldi. A volte, il libro non verrà nemmeno stampato. Molti scrittori noti ne sono a conoscenza ma, eccetto rarissimi casi (Umberto Eco ne “Il pendolo di Foucault”), preferiscono tacere. Non credi che “parlarne” sarebbe un modo efficace per arginare il fenomeno?
Parlarne bisogna, parlarne serve poco: se un ignorante-arrogante si crede Prosut c’è poco da fare.

Il filosofo-matematico Bertrand Russell annovera l’invidia tra le principali cause di infelicità che affliggono l’uomo e la considera un male endemico tra colleghi. È forse questo che rende gli scrittori affermati così indifferenti?
Non conosco scrittori affermati. Conosco dei bravi scrittori, che però so mica se son felici o indiifferenti. Posso dirti di me: sì, a volte sono stato invidioso.

Il problema, in verità, è più generale: una sorta di “nonnismo” diffuso nei confronti dei giovani – oggi dilagante attraverso nuove forme di sfruttamento (laureati assunti per tre mesi nei call center, contratti a progetto, etc.) – un fenomeno che riguarda non solo il mondo letterario, ma anche le professioni, il lavoro dipendente, la finanza, la ricerca (fuga dei cervelli), il giornalismo… Non pensi che i giovani potrebbero costituire una risorsa preziosa per il paese?
Allora, io conosco degli scrttori giovani che sono bravissimi (Sacha Naspini, Paola Ronco, Francesca Bonafini, Nadia Terranova) ma credo che essere giovani (o donna, o anziani) non voglia dire nulla. Il nonnismo io non l’ho mai toccato con mano. Piuttosto: ho la sensazione (e non solo…) che la case editrici tra un bel trentenne e un cinquantenne preferiscano il trentenne, ma questa è la diretta conseguenza del tempo che stiamo vivendo: siamo nell’era delle veline e del rincoglionimento, credo.

queste domande mi sono state inviate via mail da Pasquale Giannino di New Writing Factory

cronache del 1900

domenica 18 febbraio 1900
Infamie
Certa Bobola Delfina, d’anni 51, di Villanova, venditrice di giornali a Biella, il giorno 14 corrente si recava per suoi affari alla cascina Mandria, presso Santhià.
Giunta verso le 18 a Cavaglià, trovò per la strada due individui a lei sconosciuti, che su di un carro si dirigevano a Vercelli, e li pregò di trasportarla fino alla detta cascina. I due acconsentirono, ma giunti alla Mandra, anziché far discendere la Bobola, non ostante le sue proteste sferzarono il cavallo e continuarono il cammino velocemente verso Vercelli.
Strada facendo, quando già si era fatto buio, l’uno dopo l’altro, con violenza, sfogarono le loro voglie sulla poveretta, e verso le 21 e mezza, prima di entrare in Vercelli, la fecero scendere, consegnandole una borsa che essa portava con sé e che era rimasta sul carro. La Bobola, apertala, si accorse che mancavano quattro lire in biglietti, che teneva in un piccolo memoriale nella borsa stessa.
In seguito a querela sporta dala stessa, il brigadiere dei carabinieri signor Suppo Giovanni ed il vice brigadiere Bassani Innocente, colla scorta di pochi connotati forniti dalla Bobola, dopo attive indagine riuscirono a identificare e ad arrestare i due colpevoli, che sono certi B. Andrea di anni 21 e I. Ferdinando d’anni 18, entrambi negozianti in pollame in Vercelli…
Entrambi sono stati denunciati al procuratore del re.

sempre il 18, pubblicità.
Avviso
Il sottoscritto rende noto al rispettabile pubblico di aver aperto in via Gioberti, n.1 un nuovo spaccio di Vini toscani e del Piemonte di lusso e da pasto, in fischi ed in bottiglie, e che vende all’ingrosso e al minuto da trasportarsi.
Per Circoli Carnevaleschi vino bianco dolce a 0,60 al litro.
Rossi Leonardo.

 

tratto dal giornale La Sesia, Vercelli, bisettimanale fondato nel 1871, ora diretto da me

a proposito di depressioni editoriali

Ho trovato quanto segue tra le nascoste dentro la pancia di questo computer; è cosa, questa, scritta quasi un anno fa.
Buona domenica a tutti

Mentre la signora mi dice che le case editrici importanti aspettano il fenomeno da lanciare sul mercato, magari il bel ragazzo di venticinque anni che ha scritto un buon libro, io faccio di tutto, a, per non deprimermi, b, per non replicare, ché ho tanta voglia di dire alla signora che io a venticinque anni lavoravo in fabbrica, c’ero voluto andare, cazzo, c’ero andato perché pensavo che avrei cambiato il mondo, e cambiare il mondo, cazzo due volte, cazzo contraffatto, cazzo maledetto, è più importante di scrivere un libro, ché anche io a vent’anni volevo scrivere, a vent’anni, io, avevo letto (oltre a marx, gramsci, trotskij, che guevara) camus, guerra e pace, avevo letto tutto remarque e tutto steinbeck, io a vent’anni, anzi prima, a diciotto, ero andato al bar, c’era gente che allora aveva l’eskimo e ora vota forza italia, e avevo letto una poesia di neruda, e tutti lì a dire, forteee che bella, ma dove l’hai trovata?, dài, ridilla che la copio, e io, dopo un’ora di ricopiature mi ero beccato un bel po’ di vaffanculo quando avevo svelato che la poesia non era di neruda ma mia.
Mi dicevan tutti, quando avevo vent’anni, che sarei diventato uno scrittore. Forse perché andavo sempre in giro con dei libri, o forse perché avevo la barba e fumavo la pipa, ché a vent’anni la barba ce l’hanno in tanti (io ne avevo tanta, ma pochi baffi), ma la barba più la pipa era una cosa, appunto, da scrittori…
E comunque.
Alla signora tanto non interesserebbe.
E poi: la signora è una che sa cose del settore editoriale. In questo momento – va bene mi deprime – mi sta dedicando il suo tempo, e non mi chiede niente in cambio.
Mi dice, allora il suo primo libro…
Poi mi chiede del secondo. Del terzo.
De La donna che parlava con i morti sa, le hanno riferito che ha venduto bene.
Non benissimo, ma bene (3-4mila copie).
E’ una donna che sa, lei (giuro).
Ora le spiego una cosa, mi dice.
Io ascolto e non la interrompo. Magari mi deprime, ma so che lei è addentro (e fanculo ai venticinquenni bellocci col manoscritto in mano, penso).
Allora, supponiamo che lei ora esca con un libro e poi ancora con un altro, e supponiamo che questi libri vadano maluccio, diciamo sulle 2000 copie, sa cosa l’aspetta?
Taccio, così lei mi spiega (e mi deprime).
Che i librai e gli editori (i librai soprattutto possono verificare sul computer se un autore ha venduto o meno) non vorranno più sentir parlare di lei e lei, se vorrà continuare a scrivere, sarà costretto a trovarsi un piccolo editore serio, sempre che lo trovi e sempre che lei abbia voglia di scrivere ancora.

Fine delle trasmissioni.
La signora in oggetto è stata chiara, mentre mi raccontava (deprimendomi).
Per consolarmi mi ha citato il caso di un libro, appena uscito, almeno 20mila copie distribuite.
E’ uscito tre mesi fa e già cominciano a ritirarlo, ha fatto un flop clamoroso, perché quest’anno c’è la crisi, mi dice la signora (come per consolarmi).

Questa cosa qui mica è piaciuta ad alcuni amici scrittori a cui l’ho raccontata.
Non penso che le parole della signora siano da prendere come oro colato, penso comunque che mi son servite.

A chi sogna e invidia quelli che pubblicano: pensate di vedere il vostro libro, con una bella copertina in quadricromia, rosso e un bel giallo dominanti, che viene ritirato da una libreria.

Era meglio quando scrivevate; quando si scrive è lecito sognare; quando si è scritto è lecito deprimersi?
Vien da dire no, c’è di peggio a questo mondo.
Ma a chi scrive vien da dire sì, che è lecito deprimersi.

i quindici giorni

senza pensarci troppo:
– i quindici autori che ti hanno lasciato un segno
– i quindici libri
– i quindici film
– i quindici blog

variante
– le quindici cose che non sopporti

andiamo oltre
– i quindici (o quattro o trantatré) amori
– le quindici persone più signifivcative, escludendo i parenti

andiamo sul difficile, ora
– i quindici giorni della tua vita da ricordare

il un libro di Renato Olivieri (non rammento quale) c’è una bella paginetta.
Il commissario Ambrosio si trova in campagna, fa caldo, allora si toglie la giacca, ruba una mela, e si siede sotto un albero, e pensa.
Pensa che sono questi i momenti da ricordare, e pensa anche che la vita è fatta  di queste piccole cose che scappano via…

la strada, soprattutto

La sveglia suona verso le 9. Solitamente ho dormito cinque ore, a volte di meno. Colazione, pc per contrallare la posta elettronica, lavoro in redazione, ritorno a casa, ancora redazione, a volte fino alle 18, a volte fino alle 23, dipende.
Poi passo più tempo possibile col bimbo (Federico Libero proprio oggi compie dieci mesi), faccio una passeggiata col cane, mi piazzo davanti al pc (suppergiù dalle 23 all’una), mi sposto in cucina a leggere (fino alle quattro).
Certo, faccio unlavoro che è fatto anche di incontri: gente che viene, e che mi racconta. Di tutto.
Qualcosa finisce sul giornale, tante cose no.
Quest’anno poi è stato un anno bastardo: son venuti in tanti da me a chiedere se sapevo di un lavoro. Ho visto gente piangere, insomma. Posso fare niente, io.
Ma ho come la sensazione che la vita scorra lontano da me.
Mi mancano le sale di aspetto della stazione, mi mancano i bar di periferia dove andavo a rintarnarmi con un libro, mi manca il girare a vuoto di notte in macchina, e poi, e poi: soprattutto mi manca la strada.
Senza la strada mi restano i ricordi che, va bene, sì, possono aiutarmi a scrivere uno, due libri, ed è quello che ho fatto fin’ora (che se si esclude Bastardo posto i miei romanzi son tutti romanzi di nostalgie, anche se non solo) ma senza la strada son niente, io, son vuoto, insomma.
E non è che in strada uno deve incontrare chissà che: basta vedere, basta respirarla la strada.